The thin Ice



Marina é una bella donna, e per vivere fa la psicanalista. La mia psicanalista, nel caso specifico. L'essere bella non la definisce interamente, ma é la prima cosa che mi colpisce di lei, adesso.
Adesso che le sono seduto di fronte, per la prima volta, mi piace sentire su di me il suo sguardo penetrante, senza che esso mi faccia sentire violato. Il suo corpo esile e apparentemente fragile, le lunghe gambe accavallate e le labbra curvate da un'espressione enigmatica, mentre aspetta immobile e in silenzio che io inizi a parlare, non mi mettono a disagio.
- Da dove cominciamo? - chiedo io con un'intonazione insipida.
- Da dove preferisce lei.
- Non ero preparato a questa risposta. Mi aspettavo che mi chiedesse della mia infanzia.
- Vuole parlare della sua infanzia? Va benissimo.
- Più che altro ci avevo rimuginato venendo qui, pensavo di dover cominciare dall'inizio.
- Dall'inizio va benissimo. Cosa mi dice della sua infanzia?
- Posso accendermi una sigaretta?
- No.

Sto temporeggiando. Non sono pronto ad aprirmi, a parlare di me. Lei é imperturbabile. Aspetta. E' lì anche per quello.

La mia infanzia, era davvero un bel luogo. Per i primi anni ho pensato che la mia vita potesse essere tutta lì. Una lunga corsa fra campi fioriti e grandi alberi ombrosi.
Mi immergevo spesso nel mare profondo della mia immaginazione, un caldo e fluido universo malleabile e versatile, come una lunga apnea carica di sogni, dove costruivo una realtà parallela proiettata in avanti, molto in avanti. Sono convinto che gli anni più belli della mia vita siano quelli vissuti lì, calato dentro questa realtà immaginaria. Non avevo bisogno di niente e di nessuno.
Non potevo nemmeno pensare che nel mondo ci fossero il dolore, la tristezza, il panico e la solitudine. Non pensavo che ci si potesse sentire diversi, o soli, o emarginati. Abbandonati.

I miei genitori avevano grandi aspettative su di me. Dicevano che avevo grandi qualità e grandi opportunità. Mi portavano in giro e mi facevano vedere le altre persone: mendicanti, infermi, malati.
La vita moderna apriva crepacci all'interno della società, separando e differenziando gli individui sotto ai miei occhi.

"Vedi, Sigma? Tu non sei come loro, tu sei fortunato".


Sentivo quegli occhi tristi e carichi di pianto su di me, come un'implorazione e un rimprovero silenzioso. Sentivo il mio essere fortunato come un peso eccessivo. Ero diverso da loro, ma non perché io avessi fatto qualcosa di speciale per meritarmi quella fortuna. Semplicemente ero nato dal lato giusto del muro. Un ovulo e uno spermatozoo come altri, che non avevo nemmeno scelto io. E la combinazione era risultata più favorevole di quella che aveva generato quel bambino rom che stava in braccio a sua madre. Tutto qui.


"Tu sei speciale, Sigma: non sprecare questa fortuna".


Mi fermo un istante a pensare con lo sguardo fisso nel vuoto. Marina mi ascolta senza perdersi una mia parola, ogni tanto muove quegli occhi neri e appuntiti verso un angolo imprecisato della stanza, come a figurarsi quel bambino gracile ed introverso e la sua vita di cristallo fluido. Si rigira un ciuffo di capelli dietro all'orecchio. Le sue dita ossute attirano il mio sguardo. Si muove come un felino, morbida e silenziosa.


Poi qualcosa é cambiato. L'età adulta, o anche solo l'adolescenza mi sono piombate addosso come una scoppola, risvegliandomi dal sogno.


Improvvisamente mi sono ritrovato in equilibrio instabile, come chi si ritrova a pattinare su un laghetto ghiacciato, fra migliaia di sconosciuti. Non potevo contare sull'aiuto dei genitori: loro erano un po' più distanti e continuavano a seguirmi - con le proprie convinzioni su di me - ma io ero sul laghetto, pattinando con passi incerti, cercando di non incappare in qualcuno di quegli sconosciuti, per i quali io ero tutt'altro che speciale.


Con mia sorpresa, una nuova crepa si era aperta nel ghiaccio: invano mi attaccavo con le unghie. Sprofondavo gravato da tutti i miei dubbi, allontanandomi dalle mie certezze tranquillizzanti.


Avevo scoperto il ghiaccio sottile della mia normalità.