mercoledì 8 novembre 2017

CRONACHE DALLA DESOLAZIONE METAPERIFERICA


Quando scende il buio, la situazione diventa appena tollerabile: ma solo in quel momento, quando il nero avvolge ogni edificio e le innumerevoli luci sembrano dare un che di vivo al circondario.
Ma di giorno, accidenti, di giorno il brutto emerge con tutta la propria violenza.
Grigiore diffuso, prima di tutto.
E un’ininterrotta striscia di asfalto, che si dirama per ogni dove come il delta impazzito di un fiume arrivato alle sabbie della foce. Lungo quelle lingue di colore grigio, di una tonalità solo più profonda di quella del cielo che incombe nuvoloso, o lattiginoso a seconda nei giorni, si ergono e sviluppano edifici privi di etica e di estetica, elevati senza costrutto alcuno, senza una logica, senza un ordine, senza amore.
Capannoni industriali, concessionarie di auto, concessionarie di auto riconvertite in ristoranti, centri commerciali, fast food, supermercati, palazzine residenziali capitate in quell’inferno per un’apparentemente casualità, pensiline di autobus, fabbriche ormai deserte le cui strutture metalliche si incurvano sotto la ruggine, marciapiedi sbocconcellati dall’incuria e dal rigore dei molti inverni, stazioni di servizio, campi pressoché incolti abbandonati a sterpaglie.
Ai margini, come un’enclave del tempo che non si rassegna al degrado, sopravvivono in modo residuale edifici di un’epoca precedente nella quale l’agricoltura governava e disegnava il territorio e nella quale le abitazioni erano un contorno ai terreni coltivati: una chiesa, un municipio di due secoli precedenti, case con le imposte logore e i muri scrostati. Vecchi negozi con pochi clienti tengono aperti i battenti più per tradizione che per convenienza economica.
L’area geografica che dalla grande metropoli si sviluppa per molti chilometri a nord - nord ovest, è un pullulare di borghi necrotizzati e alienati come zombie che richiamano nel proprio nome la poesia e l’incanto di un tempo, quando quei luoghi erano rifugio di poiane, di barbagianni, di aironi o dove i campi e i boschi facevano da corollario a risorgive e rogge e laghetti.
Non ora. Ora è la morte della bellezza, la morte della natura.
Lungo l’arteria principale, il grande fiume di asfalto, si muovono lentamente code di automezzi pesanti, che sbuffano il loro smog a ingrigire un’aria già grigia, a renderla fetida e irrespirabile.
Lungo i marciapiedi, camminano stanchi individui carichi di sacchetti della spesa, mamme che spingono passeggini o tengo bimbi per mano, studenti con i propri pesanti zaini, mentre aspettano l’autobus per casa.
Qui tutto è brutto, anche le persone, anche i giovani che si muovono nei centri commerciali, reggendo sottobraccio sacchetti con il bottino giornaliero dello shopping inevitabile. Persone obese o sciatte, brutte non tanto nell’aspetto o nell’abbigliamento, quanto nello sguardo, spento e privo di ogni vitalità.
In questo paesaggio che molti, il cui raziocinio è affogato nell’oblio ottundente della quotidianità, non percepiscono più se non come un sottofondo come un altro alle proprie esistenze rassegnate si muove Sigma.
Sigma, forse, sta seguendo una deriva fatalista che lo porterà altrove: ma al momento è qui. E’ qui perché lavora in questo luogo marginale del luogo, di ogni luogo e del tempo, di ogni tempo.
Sigma è un esteta, si nutre di solitudine, e non si arrende al brutto; vaga ostinato alla ricerca di qualcosa di bello che lo incanti anche solo per un istante, prima di tornare alla propria scrivania, a incolonnare numeri che probabilmente nessuno leggera mai.
Poi, quando sopraggiunge la sera, il buio premortale degli autunni che solo in questo luogo possono essere così opprimenti, risale in macchina, accende la musica e lascia che il lungo serpente di auto lo riporti a casa.

E, ogni sera, pensa alla svolta che prima o poi arriverà.

lunedì 6 novembre 2017

MIND GAMES



Il mito vanitoso
affogò in uno specchio di superbia
(Narciso improvvido)
per afferrare la propria bellezza.
Io (al contrario) rifuggo lo specchio 
che riflette il mio volto
incapace di accettare che quel viso da bimbo
che ancora sento mio
abbia avuto i lineamenti mutati e deformati 
dai troppi personaggi
che (complice inconsapevole)
ho lasciato che altri mi cucissero addosso
pensando (ingenuo) di poter
interpretarli tutti
senza mutare