lunedì 19 giugno 2017

UN UOMO/UN RAGAZZINO



Fu così che una domenica, una domenica di inizio estate, mentre le campane della vicina Basilica riempivano l’aria invitando i fedeli alla Messa mattutina, fu così che si soffermò davanti allo specchio, dedicando un’inusitata attenzione all'immagine in esso riflessa: non era la figura attraente di Narciso, ma quella di un uomo del quale a malapena riconosceva i lineamenti e l’aspetto.
La testa quasi completamente priva di capelli e quei pochi sopravvissuti ormai ingrigiti, le gote riempite e leggermente cadenti, la pelle cerea velata da un filo di barba e i suoi occhi, quegli occhi azzurri che ricevevano complimenti dai quali si era sempre schermito, ora offuscati da un velo di malinconia.
Riaffiorò alla propria mente, a quel punto, il volto del bambino che si specchiava chiuso nel bagno della casa paterna, lontano dal vociare dei preparativi della domenica mattina, quando coi genitori, vestito di tutto punto, con il loden verde e i pantaloni di velluto nocciola, andava in chiesa tenendo per mano il fratellino vestito con abiti del tutto identici.
Allora quel ragazzino si specchiava senza un filo di autocompiacimento o di malizia, solo per studiarsi, cercarsi e collocarsi all'interno del mondo. 
Studiava il proprio sguardo, studiava il proprio sorriso che provava a dischiudere in smorfie artificiali, muoveva il proprio ciuffo sulla fronte, sbuffando con le labbra appositamente distorte per far andare il soffio verso al fronte. 
Si chiedeva chi fosse e quale fosse il proprio posto fra gli altri: ed era curioso e ansioso di scoprirlo.
Ora, mentre il sole di giugno entrava dalla finestra illuminando di lato il suo volto di una luce violenta che ne metteva in evidenza una netta metà per lasciare l’altra in penombra, l’uomo pensò a quel viso di bambino, alla vivacità che animava quegli occhi e alla piega ottimista che curvava verso l’alto le labbra allora piene e carnose. Pensò a quel ciuffo biondo.
Dalla Basilica arrivavano le note di un organo, portate dallo scirocco che aveva iniziato a spirare.
L’uomo scosse impercettibilmente il capo, davanti alle prime rughe che affioravano sulla fronte e ai margini degli occhi e pensò a quanta vita aveva dovuto lasciare che gli scorresse addosso: un’esistenza che aveva lasciato, eccome se le aveva lasciate, molte tracce su quella pallida pelle. Piccoli successi e insuccessi brucianti, struggimenti amorosi, dolori profondi come ferite, la paura infantile di perdere gli affetti, quella più adulta di non saper essere all’altezza delle aspettative altrui, le aspettative subite e deluse, i raggiungimenti faticosi; maschere, ruoli non voluti, personaggi obbligati. 
Pensò agli amici che lo avevano abbracciato, alle molte, forse troppe donne con le quali si era accoppiato, a quelle che lo avevano lasciato portandosi via la sua parte migliore; ai misteri che non aveva saputo penetrare, alle gioie per tutta la bellezza inattesa che lo aveva travolto e alle tante, troppe volte in cui si era rimproverato per ciò che era stato incapace di fronteggiare.
E in quel momento si accorse che il percorso che aveva fatto in compagnia del solo sé stesso, era stato complicato, meraviglioso e, soprattutto, lo aveva portato lontano.
Allora provò affetto per quel bambino che era cresciuto in lui, diventando un uomo; e, per la prima volta, il bambino riconobbe l’uomo, ed ebbe un moto di benevolenza per ciò che era.
Si guardò un’ultima volta nello specchio e si chiese cosa avrebbe voluto in quel momento.
Più denaro? No.
Una carriera prestigiosa? Rise e scrollò le spalle.
Una nuova avventura d’amore? Un’altra, no: non era più il momento.
Una cosa avrebbe voluto: avrebbe desiderato avere di nuovo quello sguardo luminoso e vivace, pieno della voglia di scoperta, quello spirito che lo animava da ragazzo quando, privo di lividi e cicatrici viveva ogni giorno nell'attesa che la vita gli offrisse una sorpresa.

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