venerdì 21 aprile 2017

SLOT



di Rocco Carta


Una stanza, finestre chiuse che filtrano poca luce. Fuori il caos del traffico delle 18.
Era rientrato la mattina, sotto i postumi di una nottata viziata dall’alcool. Si era alzato barcollando e trascinandosi verso il bagno, dritto verso il water, dove senza neanche tirare su l’asse, aveva pisciato tutto quello che era rimasto in corpo della bevuta notturna.
Si era posizionato davanti allo specchio osservando una sagoma sfuocata che vagamente somigliava alla persona che si era specchiata la sera prima, ma non si era scomposto più di tanto.
“Che giorno è oggi? Ah già, è sabato! Un altro cazzo di sabato di solitudine.”
Esatto, perché lui era da troppo tempo che non aveva compagnia e gli mancava.
Un languorino gli faceva tremare lo stomaco e lo aveva condotto, o meglio trascinato, verso la cucina. Aprendo il frigo e si era trovato davanti il nulla cosmico, accompagnato da un litro di latte aperto da tempo immemore. Imprecò!
“Ok, meglio uscire”, aveva sbofonchiato tra sé e sé.
Giunto in strada, si era reso conto di non avere un centesimo in tasca e, inoltre, avrebbe dovuto controllare il conto. La sorpresa fu tremenda: era solo la metà del mese e sul conto rimanevano solo 200 miseri euro.
La sua testa prese a girare e avvertì un forte senso di nausea.
“Devo mangiare qualcosa e poi forse riuscirò a riflettere sul da farsi.”
Si  sedette in un fast food, dove ingurgitò un panino senza neanche troppa voglia e buttò giù una birra annacquata.
“Ma come ho fatto a spendere tutti quei soldi? Quanti ne ho fatti fuori ieri notte? Sono proprio un coglione!”.
Qualche giorno prima aveva versato il mantenimento, sul conto della moglie, per i propri figli. Avrebbe dovuto pagare le bollette in scadenza e fare un po’ di spesa. Non fece nulla di tutto ciò. Come ogni giorno, oramai da mesi, si era recato in quella maledetta sala giochi, dove quella slot, dal nome profetico “Vampire diamonds”, lo aspettava per succhiargli il sangue. Lo sfidava e le sfide lui non poteva non accettarle.
Aveva già perso tanto a causa di quel vizio: l’amore, la famiglia, la concentrazione sul lavoro, tanti soldi e, infine, la dignità.
Non riusciva a farne a meno, aveva bisogno di giocare e di provare l’adrenalina della vittoria e la delusione della sconfitta.
Si rendeva conto di essere malato, di essere rimasto solo per non aver saputo rinunciare al suo bisogno, alla sua malattia, al suo demone.
Aveva anche cominciato a bere ed era invecchiato di colpo.
Qualche sera prima aveva vinto, ma, nel giro di qualche giorno, aveva perso più di quanto era riuscito a mettersi in tasca.
Si alzò dal tavolo, dopo aver svuotato il vassoio ed inforcò con rabbia la porta. Il cibo era ancora lì, appena assaggiato.
Iniziò nuovamente a fremere, esisteva un solo luogo dove voleva recarsi, aveva un solo appuntamento fisso a cui non poteva sottrarsi. Il cuore batteva forte al solo pensiero. L’adrenalina cominciava a fare il suo dovere.
Prelevò quel poco che rimaneva sul suo conto corrente e corse veloce verso soglia di quella maledetta entrata, senza un attimo di ripensamento.
Appena entrato, le luci soffuse del locale gli provocarono una sensazione di vertigine. La sala era già frequentata da altre anime oramai vendute al Dio del gioco. Girò lo sguardo verso quella macchina infernale.
“Cazzo!”, esclamò di dentro di sé, “è occupata”. Eh sì, perché i giocatori considerano alcune macchine come una loro proprietà, vogliono quella e solo quella, la desiderano, neanche fosse un’affascinante donna disponibile a trascorrere tutta la notte con loro.
Si sedette al bar, ordinò del whiskey e domandò al barista, con cui aveva ormai una certa confidenza, se quel giorno la sua macchina avesse “pagato”. Alla risposta negativa del barista sentì salire l’eccitazione della sfida e, allo stesso tempo, la voglia di andare dal tizio che occupava la slot e sbatterlo fuori a calci nel culo fuori dal locale.
Continuava a fissare la schiena dello sconosciuto, sperando quasi che quel continuare a osservarlo potesse farlo andare via. Se avesse vinto lo sconosciuto, lui avrebbe dovuto cambiare macchina: questo non andava per niente bene.
Ad un tratto quel giocatore si alzò scuotendo la testa e si andò a posizionare davanti ad un’altra slot. Era il suo turno! Toccava a lui.
Si sentiva come un adolescente al suo primo appuntamento con una ragazza. Pensò: “Eccomi bambina, non mi deludere, dammi soddisfazione” e aggiunse “Stasera sbanco, me lo sento”.
Si ritrovò in strada nel momento in cui la luce vince le ultime resistenze della notte. Le sue mani tremavano insistentemente, le gambe lo reggevano a stento, un peso sul petto gli opprimeva non solo la gabbia toracica ma anche l’anima. Era stato male altre volte, ma così mai. Aveva perso tutto quello che poteva perdere e la coscienza gli stava presentando il conto.
Vomitò e cercò una panchina per sedersi. Nella testa gli rimbombava la parola “BASTA” tonante e la sua immaginazione gliela riproponeva scritta a lettere sempre più grandi e pesanti come macigni.
Non vedeva via di salvezza. Si sentiva destinato a dannazione eterna.
Trovò da sedersi, sotto una pensilina. Dall’altra parte della strada scorreva il fiume della città. La tentazione di lanciarsi dentro fu forte. Ma questa volta non accettò la sfida, pensando, semmai, di rimandarla.
Sulla parete della fermata del bus, l’occhio cadde su un cartello pubblicitario che recitava così:
“Dottoressa Francesca Girone, specialista nel trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo, riceve presso il consultorio di zona…”
Era un segnale, un ultimo aiuto. Decise di segnarsi il numero di telefono.
Chissà se questa volta avrebbe accettato la sfida?

Rocco Carta

N.D.A : Questo racconto è stato pubblicato sul sito Vita.It in data 02/02/2017 e sul Storiequalunque.com in data 25/02/2017

mercoledì 12 aprile 2017

NON E' UNO SCHERZO*




Sigma è un ragazzino come tanti altri, perso nello sciame di scolari che entrano a scuola passando sotto il grosso portone in bronzo e cristallo della vecchia scuola media dall’aria austera. 
Sotto quell’androne, lungo quegli ampi corridoi e nelle austere aule, si respira aria di storia, di tante storie individuali avvicendatesi nel corso di molti decenni.
Sigma ha due enormi occhi di un azzurro che, nei giorni invernali, virano al grigio per ritrovarsi nel cielo. E’ un bambino gracile con spessi occhiali quadrati per curare la presbiopia; un apparecchio ortodontico gli ingabbia i denti con un reticolato di ferretti.
E’ un ragazzino timido come tanti, che si è appena affacciato al duro palcoscenico delle scuole medie. Lì, a differenza che alle elementari, si gioca duro: non c’è più la maestra a fare da mamma e i compagni sembrano crescere in modo differente e differenti sono le vie che scelgono per affermare sé stessi nella società. Alcuni giocano ancora, altri preferiscono menare. Sigma scruta tutto da dietro il ciuffo biondo: scruta in silenzio e immagazzina; osserva e annota.
A Sigma piace molto una ragazzina magra e lunga, con un caschetto di capelli scuri come i suoi occhi. Si chiama Monica: per tanti maschi della sua classe Monica è una racchia, ma a Sigma quell’aspetto fragile e schivo risulta attraente. 
Casa di Sigma dista quattrocento metri dalla scuola.
Quattrocento metri sono pochi, se li percorri accanto al tuo miglior amico, conversando di figurine e della partita del Milan.
Diventano un’eternità se quei quattrocento metri si trasformano in un calvario di umiliazioni e violenze fisiche.
Norberto e Roberto sono due scolari della terza media. Ripetenti. Hanno il viso coperto di brufoli e di peluria sottile; hanno i capelli acconciati da duri e indossano giubbini di jeans; hanno muscoli e sguardi che celano un malessere che non riescono a spiegare e che nessuno ha voglia di esplorare. 
Sono ragazzini, anch’essi spaventati dalle sfide della vita, ma ostentano una maschera aggressiva.
Aspettano il piccolo Sigma tutti i giorni, appoggiati al paletto di cemento che regge il cancello della scuola. Lo aspettano, per accompagnarlo a casa.
Non è esattamente la compagnia che il fragile Sigma desidererebbe.
Norberto e Roberto lo prendono in giro per la sua magrezza. Lo chiamano biafra. Ridono dei suoi occhiali, dell’apparecchio, delle sue grosse orecchie, del suo pallore, dei suoi vestiti da sfigato.
E lo prendono a calci, non uno, non due: tanti calci. Nel culo.
Picchiano il debole divertendosi nel vedere l’assenza di reazioni. Sigma subisce in silenzio: a casa gli hanno insegnato a non mostrare le proprie emozioni, a celare la propria sofferenza, a tenere bassa la testa e lasciar correre.
Pochi metri più avanti c’è Monica, come ogni giorno: Monica abita non lontano dalla casa di Sigma e percorre gran parte dello stesso tragitto.
Ridacchia, vedendo come i due bulletti umiliano il ragazzino, ridacchia e cammina avanti di una decina di passi. Ecco, quello è l’aspetto che più mortifica Sigma: non tanto il male per i calci e le sberle sul coppino, no. I risolini di Monica bruciano di più.
Sigma entra in casa, alla mamma che gli chiede come è andata risponde con una scrollata di spalle; poi si chiude in camera, si butta sul letto e piange a dirotto, come ogni giorno.

* * *

Adesso Sigma è un uomo, i suoi occhi non sono più spalancati dietro le spesse lenti, non trasmettono più stupore o spavento. Quegli occhi fissano una bambina di sette anni che gli corre incontro all’uscita di scuola. Quella ragazzina è sveglia, molto più sveglia di quanto fosse lui alla sua età e sembra circondata da affetto e da amici. Non è sola, non è spaventata. Racconta tutto ciò che percepisce del mondo che le gira intorno.
Eppure Sigma rabbrividisce al pensiero che un giorno, all’uscita da scuola, trovi un Norberto e un Roberto pronti ad accompagnarla a casa.


Non è uno scherzo è il titolo di un cortometraggio realizzato con la partecipazione di alcuni ragazzi della Comunità Kayros presieduta da Don Claudio Burgio, ha la sceneggiatura di Elisabetta Pirro, la regia di Davide Agosta e la produzione di Luciano Peritore. Fra gli attori segnalo la mia amica Dominique Evoli.
Le riprese sono state girate anche presso la Scuola Secondaria di I grado "Carmelita Manara" di Milano e nella zona circostante.Il bullismo è un problema che non riguarda i singoli individui, ma l’intera nostra comunità.

Crescere un ragazzino non significa solo garantirgli un tetto, del cibo e un’educazione scolastica obbligatoria.Significa proporre modelli validi e alternativi, che esulino da quelli convenzionalmente in auge al momento (il successo, la ricchezza).Significa essere adulti significativi, capaci di rappresentare un punto di riferimento per coloro che si riferiscono a noi, in modo da aiutarli a capirsi e a esprimere sé stessi. Significa alimentare i loro sogni.

sabato 1 aprile 2017

IL VOLO DELLE PIUME



Per i primi vent’anni della mia vita, passai le vacanze estive in montagna. Non che i miei genitori detestassero il mare: ma era più economico avere quella piccola casa in Val Seriana e certo era più comodo per mio padre fare la spola da lì a casa, che non tornare ogni domenica sera dalla Riviera Romagnola.
Avevamo questo piccolo appartamento a Bratto della Presolana, riscaldato da una stufa a cherosene che, durante le vacanze di Natale, riempivamo quotidianamente: due stanze, una cucina e un bagno. Alle pareti mia mamma aveva appeso quadretti che ritraevano scene bucoliche, fiori, e pizzi ricamati.
Era molto più piccolo rispetto allo spazioso appartamento che avevamo in città e non aveva le stesse comodità.
C’era un televisore in bianco e nero senza telecomando con l’antenna mobile per cui, se volevamo cambiare canale, dovevamo alzarci e schiacciare i bottoni e regolare l’antenna fino a quando l’immagine trasmessa non fosse risultata accettabile.
Lo scaldabagno era un piccolo boiler; per questa ragione io e mio fratello Andrea facevamo a gara per essere i primi a farci la doccia: il secondo, infatti, spesso rimaneva senza acqua calda.
Per concedere a mia nonna un po’ di riservatezza, i miei genitori avevano stabilito che lei avrebbe dormito nella camera in fondo e noi quattro ci saremmo accomodati nello stanzone accanto alla cucina: dato che io da sempre parlo nel sonno, mio fratello e i miei genitori furono costretti per quattro lustri a sorbirsi le mie tirate notturne, non di rado infarcite di turpiloquio e bestemmie e tutto ciò che non dicevo durante il giorno. A posteriori mi rendo conto di quanto quel sonno condiviso fosse un facile veicolo di comunicazione del mio disagio represso.
Amavo quella casa. L’aria era sempre fresca e profumata. Da qualsiasi finestra ci si affacciasse si potevano vedere le cime di roccia grigia e rossa delle montagne circostanti e i pascoli e i boschi.
Bratto non aveva attrattive particolari, era un piccolo borgo di passo, nella bergamasca: eppure ci sembrava un posto fantastico.
La natura non era intaccata che in minima parte dall’abitato: i boschi, i torrenti, i sentieri che solcavano i pascoli e i campi fioriti, erano una fonte di esplorazione irrinunciabile.
La parte vecchia del paese era composta da case di contadini con almeno duecento anni di storia, edificate con malta grigia, pietra ruvida e tegole d’ardesia: spesso andavamo a curiosare guardinghi e timorosi di essere scoperti, negli spogli androni e nei sotterranei, dove anche d’estate l’ombra raffreddava l’aria e le voci rimbombavano; vi si respirava odore di fieno e di animale da fattoria; qualche cane abbaiava rincorrendo topi di campagna, o spaventava le galline che razzolavano nel cortile, fra i carretti e le biciclette arrugginite.
Il paese era in seguito cresciuto, arricchendosi delle case per i villeggianti e altre strutture turistiche: una piccola sala giochi, con i primi videogames ai quali noi preferivamo il calcio balilla e i due flipper, grazie ai quali sopportavamo i pomeriggi di pioggia scrosciante mentre il jukebox suonava la musica del momento. Poco oltre la sala giochi, una panetteria che vendeva pizza al trancio e patatine fritte; ancora più in là, una gelateria.
Quelli furono gli anni più sereni della mia vita. Ricordo una canzone che diceva “facile una volta/strappare settimane al calendario”; non capivo tanto bene cosa significasse, tuttavia oggi mi rendo conto che quella frase racchiudeva in poche battute il significato denso dell’essere giovani: l’abbondanza di tempo.
Essere fratelli ci rendeva autosufficienti.
Che ci fossero gli amici, o non ci fossero, noi non eravamo mai soli e non ci annoiavamo mai: fra di noi si era sviluppata una complicità non dichiarata che travalicava il legame di famiglia e rendeva prezioso lo stare insieme. Nessun amico avrebbe mai potuto incrinare la nostra intesa insinuandosi fra noi.
Passavamo le mattine al sole, sull’ampio terrazzo che era il tetto dell’autorimessa, leggendo fumetti e ascoltando musica da un giradischi portatile che risaliva ai primi anni settanta.
Spesso ci inoltravamo nei sentieri di montagna, all’ombra di boschi di conifere, con il profumo di resina e di ciclamino a riempire l’aria; camminavamo tenendo gli occhi fissi sul sentiero per evitare il passaggio di una vipera. Pranzavamo al sacco lungo il torrente, poi rientravamo verso casa.
Mi sentivo un po’ come Tom Sawyer o Huckleberry Finn: avevo quattordici anni e stavo attraversando la prima fase di esplorazione del mondo e di me stesso.
Una mattina appoggiai il giornale e lasciai che il sole mi scaldasse.
Pensai che ero innamorato di una ragazza di nome Laura alla quale non sarei mai riuscito a rivolgere la parola; pensai che tre giorni dopo ci sarebbe stato Italia–Brasile; pensai che dovevo studiare per superare l’esame di matematica a settembre.
Mi sentii pervaso da un’insostenibile sensazione di serenità e di gioia, senza cogliere fino in fondo la natura di quel sentire: non potevamo sapere che entro un decennio la vita avrebbe risucchiato il nostro tempo in una vertigine di obblighi, responsabilità, tempo ridotto e l’inevitabilità del brutto che entra nella vita di un adulto sotto forma di dolore.
Aprii gli occhi e vidi il massiccio della Presolana: quella montagna aveva sempre suscitato un grande fascino, perché sembrava inaccessibile e alta. Sul Massiccio della Presolana si narravano leggende preoccupanti, come solo sanno essere le storie della Montagna: raccontavano di alpinisti caduti nei crepacci e mai più ritrovati, di aquile e lupi.
C’era un percorso, in particolare, che portava a una grotta scavata dalle intemperie nel grigio della roccia, per raggiungere la quale occorreva marciare spediti per più di tre ore, fra sentieri infestati da vipere, e camminamenti in bilico fra la parete e lo strapiombo, e ferrate vertiginose, per poi risalire un enorme ghiaione, una vera e propria pietraia morenica che ingannava l’inesperto escursionista, illudendolo di essere prossimo alla meta e esaurendo le residue energie.
Misi una mano a visiera fra fronte e occhi, per farmi ombra dal violento sole di luglio e pensai che fosse il momento per fare qualcosa di memorabile.
Un’impresa a sigillo della nostra gioventù.
Con la spregiudicatezza di chi non sa ancora nulla della vita, Andrea e io decidemmo di affrontare l’ascesa alla Grotta dei Pagani l’indomani: radunammo, con un efficace passaparola, altri tre compagni di missione e ci demmo appuntamento per il mattino successivo.
Con lo zaino sulle spalle, preparato diligentemente affinché contenesse tutto il necessario per affrontare qualsiasi evento, gravati da una serie interminabile di raccomandazioni delle mamme che guardavano noi e si rivolgevano vicendevolmente sguardi carichi di apprensione e scuotevano la testa, partimmo dal Passo lungo un sentiero che solcava un prato in pendenza.
Ci infilammo poi in un ampio bosco dove il sentiero si copriva di aghi di pino e foglie secche e rami, dove il profumo di ciclamino era intensissimo e dava quasi alla testa. I nostri passi erano impercettibili, attutiti com’erano dal tappeto del sottobosco. Mangiammo lamponi e fragole raccolte dai rovi, bevemmo acqua da una canna di ferro che sbucava dalla roccia e proseguimmo nell’ombra fresca. Abbandonammo il bosco per trovarci davanti un pianoro con l’erba che arrivava al ginocchio: il campo delle vipere, evidentemente.
Restammo a studiare quel mare verde che si muoveva scosso dal vento, incerti se proseguire o tornare a casa: era evidente che le leggende ascoltate ci avessero impressionato; nelle sere d’estate i vecchi ne parlavano seduti sui gradini delle case di pietra con accanto un fiasco di vino e in mano la pipa, i baffi folti sotto il naso arrossato e la voce profonda e arrochita, quasi un latrato; faticavamo a comprendere l’idioma duro con cui si esprimevano e ciò rendeva il racconto ancora più misterioso e evocativo.
Roberto era un ragazzo corpulento, dalla pelle biancastra coperta di efelidi e i capelli rossi: sembrava un irlandese e parlava di continuo lamentandosi di ogni cosa.
Si grattò la testa ruggine e entrò nel campo, infilandosi sotto il filo spinato e battendo i piedi per spaventare i rettili. Noi lo seguimmo, muovendo l’erba ciascuno con il proprio bastone.
Quella parte di percorso sembrava non finire mai e la percorremmo in silenzio e con il cuore in gola, accompagnati solo dal fruscio dell’erba e dalla litania del battistrada che, imperterrito, ci somministrava il suo rosario di lamentele. Alberto, un piccoletto biondo e nervoso, bestemmiava a ogni fruscio sospetto e saltellava nell’erba, alta quasi come lui. Io chiudevo la fila, con gli occhi fissi su Andrea, attento che non gli capitasse nulla. Mio fratello ogni tanto si voltava a cercarmi con il suo sguardo furbo: inarcava le sopracciglia e le labbra come se volesse comunicarmi lo stupore per l’impresa che stavamo realizzando.
Nella realtà non vedemmo alcuna vipera: alla fine dell’attraversamento ci convincemmo che quei racconti fossero solo frutto di fantasia, un innocente vezzo dei locali per farsi burla dei giovani ragazzi di città. O forse le vipere erano fuggite per non subire il lamentio costante dell’irlandese.
Eravamo arrivati nel punto in cui la vegetazione lascia spazio alla roccia; niente più campi e boschi, niente più ombra: il sole del tardo mattino picchiava con decisione sulle nostre teste, riscaldando l’aria resa fresca dall’altitudine.
Da quel punto la visuale sulla valle era incredibilmente suggestiva; strizzammo tutti gli occhi, per difenderci dal riverbero della luce sul bianco della roccia e guardammo sotto: si vedevano i paesi, minuscoli, e le strade e i campi verdissimi con i boschi e le radure, la strada che si inerpicava tortuosa verso il passo; vedevamo il nostro piccolo mondo con una prospettiva diversa e ci divertimmo a individuare edifici e luoghi da lì distanti e minuscoli.
I rumori giungevano rarefatti, quasi spettrali, dispersi dal vento e dalla distanza: inspirai profondamente l’aria pulita e aprii le braccia, sperando che un refolo più violento mi sollevasse e mi facesse planare sopra tutta quella bellezza, sopra tutta quella libertà.
Avevo il presentimento che quell’estate fosse una specie di spartiacque che avrebbe aperto un solco fra la mia ingenuità spensierata e la china verso l’età adulta.
Uno dei tanti crepacci della crescita.
Camminando in fila indiana, giungemmo al punto in cui il sentiero, lastricato e costellato di frammenti di roccia, si stringeva per insinuarsi fra il precipizio, a sinistra, e il versante ripido della montagna, a destra, che costituiva un muro grigio e poroso.
Ci aggrappammo alle catene saldate alla parete da grossi chiodi scuri e inoltrammo passi guardinghi sul sentiero diventato ormai una striscia di roccia: sotto di noi un salto di decine di metri.
E poi il ghiaione, domato con pazienza, gattonando quasi, scivolando indietro e risalendo aggrappandosi a sterpi e massi.
E fummo in cima, sul tetto del nostro piccolo mondo, spogliato dalle ingenue ombre delle leggende inquietanti.
Ci abbeverammo alla vasca naturale che l’acqua aveva scavato nella pietra, goccia dopo goccia, per centinaia di anni, complimentandoci reciprocamente; consumammo la nostra colazione al sacco.
L’irlandese cavò dal proprio zaino un pacchetto di sigarette rubate al padre che fumammo goffamente, con fare carbonaro, come celebrazione della nostra conquista che era vissuta come un passo verso l’età adulta, una meta a cui agognavamo incoscientemente.
Fumammo tutti, in silenzio, guardando la roccia e ripensando la fatica compiuta per arrivare a toccarla: le cime erano vicine, si vedevano nitidamente nel cielo reso mutevole dal vento.
L’unico che non fumava era Andrea, che si muoveva lungo la parete di roccia alla ricerca di un appiglio dal quale partire per una scalata improvvisata. Si voltò, quasi a chiamarmi con lo sguardo: decisi di seguirlo.
Una fenditura nella roccia, dovuta al gelo e al vento, aveva formato un piccolo canalone verticale facilmente ascendibile puntando i piedi nelle sporgenze della pietra. Andrea guizzava come un gatto, e io dietro a rincorrerlo e a raccomandargli prudenza. Ridevamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Tuttavia, raggiunti i quindici metri di altezza, Andrea scivolò, perse la presa e cadde.
L’istinto mi spinse ad allargare il braccio e afferrarlo per il maglione, ritirandolo verso la roccia.
Restai aggrappato a lui, per alcuni minuti, ansimando e ridendo, e insultandolo e rabbrividendo pensando a ciò che non era successo.

Restai aggrappato a lui, l’unico punto fermo fra le due vite che mi riguardavano, quella vissuta fino a quel momento e quella che avrei vissuto in futuro, e a quell’idea di età libera e ricca di tempo che stavo vivendo con lui e che progressivamente ci sfuggiva dalle mani.