giovedì 2 marzo 2017

VENTO



Seduto su un muretto dei bastioni di Akershus, le gambe penzoloni nel vuoto, ascoltava il vento che scompaginava con cadenza irregolare il libro posato accanto a sé. Pochi metri più in basso le grandi navi cargo si muovevano lentamente sulle acque del porto di Oslo: in quell’ansa strettissima il mare sembrava piombo fluido nel quale il cielo si rifletteva a fatica.
Eppure quel cielo carico meritava almeno un riflesso; sembrava che replicasse, col movimento delle nuvole gonfie e bianche, il lento transito dei cargo in attesa di attracco.
Sigma amava quel posto. Amava il vento e il blu denso del profondo fiordo e il verde dei giardini che attorniavano il castello a strapiombo sui moli; amava l’aria profumata dell’Oceano.
Toccò le tasche del giubbotto, cercando il pacchetto di sigarette, aveva i movimenti rallentati dalla stanchezza e dalla pace.
Scappare in quella città non era stata esattamente una decisione di impulso: per arrivare lì aveva testardamente guidato per ventidue ore, in completa solitudine, accompagnato solo dalla musica che si era portato dietro, dormendo nelle piazzole e mangiando panini-hamburger scongelati, comprati alle stazioni di servizio dove si era fermato a fare rifornimento.
Fumò in silenzio, pensando all’impulso che lo aveva fatto salire in macchina.
Ricordava ben poco, del prima e del dopo: prima c’era un senso di stanchezza verso tutto; dopo, c’era una strada buia e un assolo prolungato di David Gilmour. Aveva visto l’alba fra le conifere della Schwarzwald, aveva respirato l’aria di confine su un traghetto che collegava Helsingør con Helsingborg; guardando quelle onde grigie e fredde si era sentito leggero e lontano da tutto, e gli era piaciuto. Aveva abbozzato perfino un sorriso rivolto al nulla grigio che lo fronteggiava.
Era arrivato in Norvegia nel pomeriggio di una giornata molto fredda, troppo per essere a metà giugno, col cielo che prometteva pioggia.
Prese tra le mani il libro, Il ritratto di Dorian Gray, la storia di una trasformazione segreta, di un abbrutimento interiore. Si chiese se quella metamorfosi abbrutente non riguardasse anche il proprio spirito che andava indurendosi col tempo e con la perdita dell’entusiasmo.
Si dice che Oscar Wilde avesse affermato di amare le cose semplici in quanto rifugio di uno spirito complesso. Sigma aveva accettato di essere uno spirito complicato e inquieto, tutti lo indirizzavano verso quella convinzione, un rimprovero continuo. Ormai lo aveva accettato.
Si chiese quali fossero le gioie semplici nelle quali si rifugiava per placarsi: una corsa in moto lungo il lago; il pranzo della domenica con la giovane figlia; la partita allo stadio con gli amici; una passeggiata al buio nel parco; un aperitivo solitario in riva al fiume; una sera al cinema con una donna che è la propria, nella prospettiva di una notte insonne in sua compagnia. Aspirazioni ordinarie, tutto sommato.
Parlando di sé amava definirsi una pallina che rotola senza freni su un piano inclinato: il piano inclinato, nello specifico, erano le diverse circostanze che la vita gli proponeva; era sempre stato bulimico di esperienza, sempre convinto che il meglio dovesse ancora venire. Sempre ansioso di vedere il dopo, l’oltre; ostaggio della curiosità di conoscere quale fosse la fine di quel rotolare, senza nessuno per cui voltarsi e ritornare a capo. Una specie di Ulisse delle emozioni.
Quel rotolare su piani inclinati da altri lo aveva condotto troppo spesso a urti violenti contro gli inevitabili muri opposti dall’esistenza: la cosiddetta realtà.
I troppi urti avevano l’abbrutimento come unica conseguenza. Un abbrutimento che non lo aveva reso malvagio, forse un po’ cinico, sicuramente privo di slanci.
Aveva la sensazione che l’entusiasmo che lo aveva sempre animato, stesse scemando come un’emorragia. Cosa aveva causato quell’emorragia?
Tutto, nella vita.
Molto, almeno.
Tutto ciò in cui la propria scriteriata natura potesse individuare un’inane sfida probabilmente persa in partenza. Il tentativo di affermarsi in una carriera che non aveva mai sentito come sua, per esempio. Era un’hippy; eppure aveva provato a indossare gli ambiziosi panni dello yuppie, per assecondare chissà quali malintese aspettative altrui.
Che idiozia!
Come un’idiozia reiterata era stata l’interminabile teoria di donne sbagliate, così distanti dal proprio modo di essere, per le quali regolarmente si infervorava d’amore ben sapendo, nel profondo di sé, che per tutte loro lui altro non era che un divertente intermezzo, così distante dalla noiosa, solida regolarità di un rapporto fondato sui meccanismi più che sui sentimenti.
Era vittima di un’ambizione pericolosa: più una ragazza era complicata e inadatta a sé, più risultava inarrivabile, più sentiva il richiamo della sfida, una colata di adrenalina che gli infondeva vitalità: se ne innamorava perdutamente, consumandosi per lei; un’esperienza logorante che legava la sensazione di vivere a quella, opposta, di un progressivo estinguersi.
I suoi sentimenti senza pelle colpivano tutte, affascinavano, divertivano. Il muro della realtà tornava a separare ciò che lui avrebbe voluto unire.
Una in particolare, l’ultima, lo aveva come ucciso; se non proprio ucciso, almeno stordito. Aveva faticato a comprendere le ragioni di quell’allontanamento; era riuscito a accettarne la fine solo convincendosi che non vi erano ragioni e che tutto ciò che aveva inutilmente investito in termini di energie emotive era andato perduto. Quella inevitabile separazione aveva aperto, in momenti successivi, le falle nel proprio ego, dal quale era fluito l’entusiasmo.
E si era ritrovato, un giorno, più brutto e più inasprito.
Si accese un’altra sigaretta. Il vento portava via il fumo e gli scompigliava i capelli.
Gli apparve davanti agli occhi la figura esile e allungata, chiara come un raggio del debole sole che illuminava Akershus, di una donna gentile.
Arrivata fuori tempo massimo, forse.
Una donna arrivata senza essere cercata, che non portava nella sua vita le proprie complicazioni; che voleva offrire, senza chiedere.
Una donna di una bellezza scoperta, da non ricercare. Che non si faceva inseguire, ma chiedeva solo di poterci essere per poterlo amare. Che follia.
Quella donna era totalmente priva delle caratteristiche necessarie per attrarlo.
Scosse la testa, soffiò via l’ultima boccata di fumo: non era proprio così, a pensarci bene.
Quella ragazza, in realtà, era una sfida troppo difficile anche per uno come lui: accettarla, significava accettare di volersi bene, accettare che qualcuno potesse amarlo; significava rinunciare a distruggersi.
Un salto nel buio in un universo di sentimenti a lui sconosciuti.
Arricciò le labbra e scacciò quel pensiero, lasciando andare gli occhi all’orizzonte.
Un refolo di vento più forte sollevò il libro e lo fece volare oltre il muretto, nello strapiombo lungo le mura: Sigma lo guardò precipitare sotto i suoi piedi, con lo stesso senso di liberazione con cui Dorian Gray squarcia la tela del proprio ritratto.

Sorrise, rinfrancato: era il momento di provare quel salto nel buio.

16 commenti:

  1. Caro Sigma,
    Ti auguro di essere davvero in Norvegia adesso...non da solo però. Ma in compagnia di quella figura esile di donna gentile che non si fa rincorrere, che non chiede nulla, ma si offre incondizionatamente.
    Quella donna perfetta per te,senza mai un lamento, senza mai una pretesa, lì a guardarti, ammirarti.
    Perchè sei da ammirare, la tua sensibilità masturbatoria è una calamita...

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    1. Grazie per il commento, le cui sfumature ironiche mi hanno molto divertito.
      Purtroppo non sono in Norvegia: dimentichi che questo é un blog di racconti e non necessariamente ciò che scrivo corrisponde a ciò che vivo nella realtà!

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    2. Bhe, ti auguro lo stesso la Norvegia e la donna...
      ps. Scherzi a parte. Fallo quel salto nel buio, o consiglialo al protagonista...poi ditemi come si sta...Bellissimo il racconto

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  2. Era tempo, sì.
    Buon pomeriggio.
    sinforosa

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  3. Una buona inclinazione, dunque...
    Roberta

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  4. lui è liquido
    è davvero come l'acqua
    lui scorre
    le sue parole scorrono sotto i miei occhi
    non so perchè sto leggendo così veloce
    ora rileggo più piano
    Al buio

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  5. Sei più da angoli di africa che profumano d'oriente...prossimo obiettivo irraggiungibile.

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  6. Il dubbio che fosse in parte "solo" un racconto mi è venuto quando ho letto "il vento...gli scompigliava i capelli"...anche se sei davvero bellissimo.

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    1. Che meraviglia cogliere tanto buonumore nei miei lettori!

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    2. Non volevo offendere...spero di non averlo fatto. Se del caso mi scuso per la battuta, non per il complimento

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    3. Certo che non mi hai offeso!
      Ma perché rimani nell'anonimato?

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    4. Perchè ritengo che non faccia differenza alcuna sapere chi sono.
      Leggo il tuo blog, i tuoi racconti mi piacciono molto e a volte (ma molte meno di quello che tu immagini) commento.

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  7. Se potessi entrare nel tuo blog mi siederei sul muretto accanto a lui, sui bastioni di Akershus a sentire il vento che scompiglia i pensieri, sotto quel cielo carico.. Se potessi ascoltare il suo sguardo troverei un uomo solo con un'anima complicata, ma che vede lontano. Se potessi parlargli gli direi che non ci sono ostacoli al suo sentire e che fuori da questo grande porto c'è un immenso mare di emozioni che si muove insieme al suo.
    Se potessi toccarlo con le dita sentirei che i suoi sentimenti senza pelle sono come onde mosse dalla corrente che frangono in senso opposto a quello del vento, ma sono sentimenti liberi, pagine di un libro strappato, portate via da quello stesso vento..

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  8. Non ho mai creduto a quelli che "non tutto quello che scrivo è necessariamente vero".
    Se un domani decidessi di scrivere qualcosa...bhè partirei da me, dal mio vissuto, dai miei incontri. Descriverei le mie paure, i miei bisogni e i miei sogni...non sarai certo in Norvegia, ma tanto di quello che descrivi nel racconto è accaduto.

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  9. Risposte
    1. Perché quello che scrivi non può essere solo "fantasia"....E' descritto tutto troppo bene, bho è l'impressione che ho avuto. E rimango della mia idea.

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