martedì 7 marzo 2017

SE SOLO QUEL TRENO PASSASSE DI QUA


di Rodica Cojocaru* (editing di Sigmund Chrona)


Questa storia fa parte dei tempi in cui scoprivo il mondo attraverso gli occhi di mia madre.
“Vedi, tesoro mio, come brilla la rugiada sull'erba? Questo perché gli angeli piangono tutta la notte le anime perse nel buio, come quella di tuo padre - mi diceva con aria triste - Ma tu devi stare tranquillo, perché non c'è pericolo per noi”.
“L'anima di papà: perché si è persa, mamma? E perché gli angeli non vanno a cercarla? Gli angeli sanno che non potrà mai trovare la strada di casa, senza la propria anima: come faccio a crescere senza di lui?”
“Piccolo amore mio, non devi preoccuparti. La tua anima è talmente pura e brillante che, anche col buio più profondo, tuo padre ti troverà; sebbene lontano, ti proteggerà e sarà sempre molto orgoglioso di te perché, nonostante tu sia così piccolo, sei riuscito a illuminare la strada al suo debole cuore”.
Così mi parlava, e questo suo modo misterioso di dire le cose mi faceva entrare in una specie di trance, cancellando tutti i brutti pensieri e risvegliando in me il bambino sereno che ero solo un anno fa: così incosciente e felice, al quale bastava il ritmico rumore delle posate, che mamma sciacquava scrupolosamente, per mettersi a ballare.
Avevo appena imparato a stare in piedi ma avevo già il ritmo nel sangue e nelle orecchie.
"Ma che fai scemo, questa non è mica musica - diceva mia sorella scherzando - Smettila che ti verranno le gambe storte!"
E rideva insieme a nostra madre che continuava a scuotere le posate per farmi impazzire dalla gioia.
Purtroppo questa felicità non durò molto.
In quel periodo andavamo spesso dai nonni, percorrendo almeno due chilometri a piedi; mamma mi chiamava l’ometto instancabile e diceva a tutti quanto fosse orgogliosa di me. Non conoscevo il motivo di quelle frequenti visite né la ragione per cui tornassimo a casa sempre così in fretta, lei con le borse troppo piene e pesanti, io quasi correndo, tenendola per il bordo di una delle borse pensando di aiutarla mentre invece non facevo altro che appesantirle il carico. La seguivo, senza fare domande, benché non capissi.
“Bravissimo, amore della mamma. Da grande sarai bello, e forte”.
“Più bello e forte di adesso? - chiedevo io, impaziente di ricevere la sua risposta – Adesso, però, mi fanno male le gambe, mamma. Prendimi in braccio: voglio stare in braccio a te, mamma”.
Così quella giovane donna posava le borse e mi invitava a sedere sul bordo della strada, guardando preoccupata a destra e a manca, per assicurarsi che non ci fossero pericoli.
“Siamo già a metà strada, piccolo mio: ci riposiamo un po' e poi sarà più facile; vedi, la strada inizia a scendere in questo punto, e la nostra casa si trova proprio laggiù. La vedi?”
Non potevo ancora sapere allora che quelle borse pesanti ci salvavano dalla fame.
“Mamma, se la mia anima è brillante, perché papà non mi trova? Non vede che sono stanco? Perché non viene ad aiutarmi?”
Mia sorella, sei anni più grande di me, spesso rimaneva a casa o andava da qualche parte a giocare con le amichette. Lei era grande e poteva scegliere. Io mi adeguavo al volere di mia madre, ma ero contento di stare con lei, perché era l’unica persona al mondo che sapeva regalarmi un senso di tranquillità; ogni suo gesto mi svelava il significato della parola famiglia.
Invece, ogni volta che la porta si apriva e vedevo la figura di mio padre che entrava, quando ancora stava da noi, mi veniva una strana, fastidiosa, sensazione allo stomaco.
Quando ripensavo a quella sgradevole sensazione mi domandavo se l'anima di mio padre non si fosse persa per sempre e se il suo corpo non fosse stato posseduto da uno spirito malvagio che me lo rendeva estraneo.
C'era un laghetto dietro casa nostra: era piccolo e gradevole, circondato da una strada sterrata e frutteti giovani; vi andavo quasi ogni sera, con mia sorella e mia madre. 
Ci incamminavamo in silenzio lungo la riva, compiendo l’intero giro, poi un altro, e un altro ancora, finché non ci stancavamo; a quel punto ci accovacciavamo sul ciglio della strada a guardare il lago, ammirare gli uccellini e le libellule sul pelo dell'acqua. Più di tutto amavo guardare i cavalli che pascolavano tranquilli ribellandosi agli assalti fastidiosi dei tafani e delle zanzare. Guardandoli mi rammaricavo di non avere anche io una bella coda e una criniera per difendermi a mia volta da quegli insetti.
Un giorno scorsi mio padre intento a maneggiare degli attrezzi di cui ignoravo ancora la funzione; quando ebbe finito, mi prese in braccio; sembrava di buonumore:
“Come sei cresciuto tesoro! Oggi andremo al lago: non solo per passeggiare come fai di solito, ma per pescare. Sai cosa vuol dire?”
Io lo guardai con gli occhi sgranati in attesa della sua risposta: con lui non era necessario parlare, poneva la domanda e dava subito anche la risposta.
“Vuol dire che andremo a prendere dei pesci con la canna da pesca! Sei contento?”
Io continuavo a tacere perché, benché fossi cresciuto, sentivo ancora una sorta di agitazione ogni volta che mi sentivo affidato a lui da un imprecisato destino. Non mi fece mai male; capii solo in seguito, molti anni dopo, la causa di quella sensazione.
Quella volta decisi di fidarmi e, ancor oggi, non sono pentito.
Ricordo che mi portò vicino ai cavalli: mentre pescava mi spiegò, con voce molto bassa per non spaventare i pesci, come vanno le cose; fu bello: io guardavo i cavalli immaginando di cavalcarli insieme a mia madre, portandola lontano, in un paese senza tristezza né paura.
Tornammo a pescare un’altra volta e un’ altra ancora. Iniziai a abituarmi a mio padre e al fatto che avesse voglia della mia compagnia esclusivamente quando si andava a pesca.
Tuttavia non ebbi modo di abituarmi del tutto: un giorno sparì senza spiegazioni, senza motivo apparente.
Talvolta, in seguito, vidi mia madre asciugarsi in fretta gli occhi fingendo non fosse nulla; eravamo ancora molto giovani, troppo per intendere cosa stesse succedendo.
Altre volte, origliando, la sentivo parlare al telefono con una delle sue sorelle: bisbigliava e parlava fitto.
"Non lo voglio vedere mai più, mai più" ripeteva; e io le tiravo la gonna inventandomi mille pretesti affinché posasse il ricevitore.
“Tesoro, vai a giocare un po' con tua sorella, vai che vengo subito anch'io” era la risposta abituale.
Allora imparai un trucco per far che le cose si sistemassero: una specie di spettacolo di ombre cinesi sulle mie palpebre chiuse; serravo gli occhi e, come per magia, papà appariva sul divanetto del salone; mia sorella si accovacciava accanto a lui e la mamma, sorridente e felice, non parlava più al telefono; addirittura, mi prendeva in braccio e mi faceva volare come un aeroplano su in alto.
"Accendi i fari capitano, o non vedrai la pista d'atterraggio! Terra, terra, è il capitano che vi parla: chiedo il permesso di atterrare" e così dicendo mi portava verso papà.
Io, impazzito per la gioia, mi aggrappavo forte forte al suo braccio : la gioia di quel momento immaginario era talmente forte che scordavo tutto il resto.
Fino a che qualcosa  non mi riportava con i piedi per terra: la voce di mia mamma, ancora al telefono, riaffiorava, cancellando le mie fantasie ingenue.
Allora rimanevo con lo sguardo perso nel vuoto, come se avessi visto un fantasma, come se fossi stato catapultato in un'altra realtà.
  
*   *   *

"Un giorno ti porterò a fare un viaggio in treno” sentenziò mio padre una sera, rientrato a casa dopo molti giorni di ingiustificata lontananza. Era semplicemente venuto a prendersi delle cose: non intendeva fermarsi.
"Vedrai com'è grande e veloce; e sentirai che rumore! Forte, sai?  Mica un semplice ciuf, ciuf. Con un po’ di fortuna potremo anche aprire il finestrino e salutare le macchine che passano sulla strada".
"Ma papà - esclamai - il treno non passa da qua! Non ci sono le rotaie!"
"Vedrai" disse lui sorridendo.
"E la mamma? Può venire anche lei, vero papà?"
Rispose con un cenno del capo; sufficiente a far volare la mia immaginazione molto lontano, dove c'era tanta luce e nessuna anima poteva perdersi nel buio; mio padre guidava il treno immaginario e io sedevo sulle sue ginocchia tenendo per mano mia madre.
Lo vedevo sempre più di rado in quel periodo. La mamma diceva che aveva sempre molto lavoro da sbrigare e che la mattina usciva molto prima che io mi svegliassi e tornava la sera inoltrata.
Mio padre mi tacitava con poche parole evasive.
"Abbiamo un controllo nella capitale. Dovrò restare tutta la notte a lavorare" diceva a mia madre.
"Prendi un po' di carne quando torni, non so più che cucinare", gli rispondeva.
"Non ho più soldi. Ancora non ho preso lo stipendio". Altre volte rispondeva: "Questo mese non ci hanno pagato".
"E quelli che hai preso per la terra che hai venduto? Attingi da quelli".
Ma sapeva bene che non avrebbe ottenuto niente: più lei insisteva con quella patetica richiesta, più lui si irrigidiva.
"Quelli non si toccano, non si sa mai come andranno le cose".
"Tu dove mangi? Non sei mai a casa. Lo sai che da una settimana mangiamo solo patate e uova?"
"Ne parleremo un'altra volta" chiosava l’uomo, uscendo a testa bassa dalla casa.

*   *   *

Mia madre mi metteva a dormire molto presto, quasi sempre prima che mio padre rincasasse. Suppongo lo facesse per risparmiarmi le loro interminabili discussioni: così aspre, fredde e taglienti.
Mi rasserenava con frasi bonarie e divertenti che suscitavano il mio riso. Mi addormentavo aggrappato alla certezza che almeno la mamma sarebbe sempre stata con me, anche se spesso triste e indisposta, ma pur sempre mia.
Finalmente arrivò il giorno che avevo atteso a lungo. Quella mattina la voce di papà mi sorprese, allegra e vivace come raramente l’avevo sentita:
"Sveglia dormiglioni, sveglia che oggi è il grande giorno! Andremo tutti insieme in città e non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa".
Mi preparai velocemente, trascinato dall’entusiasmo di poter passare tutta una giornata insieme alla mia famiglia. Una volta in strada mi accorsi dell’assenza di mia madre. Chiesi spiegazioni a mio padre, che rispose svogliatamente.

L'entusiasmo per il viaggio scemò rapidamente. Non mi interessava più il treno, né la sorpresa promessa.
Tuttavia, appena arrivati alla destinazione, la mia malinconia svanì e quello si rivelò come il giorno più felice che passai con mio padre; anche mia sorella era in preda all’euforia.
Papà ci aveva portati al Luna Park.
Draghi volanti, ruote di ogni misura, trenini e macchinine di tutti i colori: mi si era dischiuso un mondo fantastico e nuovo! 
Le sorprese non avevano fine: gelato e zucchero filato, bolle di sapone e pagliacci che ci regalavano bellissimi palloncini gonfiati e modellati a forma di animali.
Ero talmente felice che avevo l’impressione che mi stesse per scoppiare il cuore.
E tutto grazie a mio papà che era finalmente riuscito a trovare il modo di passare del tempo con me.
"Non vedo l'ora di raccontarlo alla mamma, papà. Così la prossima volta lascerà stare il lavoro e verrà con noi perché è troppo divertente. La portiamo con noi la prossima volta, vero papà?""Se ci sarà posto sul treno".
La sua risposta mi lasciò perplesso perché, a un tratto, mi resi conto di non ricordare niente del treno che ci aveva portati fino in quel posto.
Mi ripromisi, per il ritorno, di prestare più attenzione al treno, in modo da ricordarmi ogni dettaglio.
Mi resi conto che la mia felicità non poteva essere completa senza la presenza di mia madre. Sentivo ancora il calore del suo grembo, il nido che mi aveva coccolato e protetto in ogni situazione, che mi faceva ancora sentire al sicuro ogni volta che mi metteva sulle sue ginocchia e mi stringeva forte forte al petto: dovevo assolutamente riuscire a trovare un posto per lei su quel treno.
Con mio disappunto scoprii tuttavia che mio padre aveva scelto di rientrare con un torpedone, anziché col treno.
"Hai visto che mostro questo torpedone? Che cosa è meglio: il treno o questo?"
Io strillai disperato, facendo trasalire l'intera comitiva: dovevo assolutamente salire di nuovo sul treno, dovevo cercarvi un posto libero per mia mamma. Mio padre, tuttavia, faticava a comprendere il perché della mia disperazione e mi guardava confuso; io ero passato dalle grida al pianto, indifferente delle reazioni di chi mi attorniava.
"Non capisco che gli ha preso, l'ho portato al Luna park. Era tanto felice fino a pochi minuti fa". Si scusava con tutti.
"Sarà troppo stanco” diceva una voce femminile, piena di comprensione.
”Di solito i bambini fanno così quando si stancano" le faceva eco un’altra.
Mi addormentai piangendo e mi svegliai solo arrivati a casa, esattamente nel momento in cui mio padre mi passò alle braccia di mia mamma.
 “E’ uguale a te: non si riesce a accontentarvi mai”: nella sua voce coglievo chiaramente la delusione.
Io, aprendo piano gli occhi impastati dalle lacrime versate prima del sonno, mormorai:
“Mammina, puoi prendere il mio posto sul treno la prossima volta, io posso stare seduto anche sulle tue ginocchia: vedrai quante cose belle, vedrai!”
Mi addormentai di nuovo, felice di aver trovato la soluzione.
Passarono i giorni, la primavera lasciò il posto all'estate.
Noi ripetemmo le solite passeggiate al lago, le brevi visite dai nonni dai quali tornavamo con le borse piene.
Avevamo scarse notizie di papà.
La mamma si chiudeva sempre più spesso nel bagno, e non sentivo che singhiozzi alternati ai sospiri, da dove usciva con gli occhi rossi e gonfi come se avessi un brutto raffreddore. Alle mie richieste di spiegazioni, rispondeva sempre dando la colpa al sapone.
Ma parlando al telefono con qualcuno della sua famiglia diceva delle frasi strane come:
"Poteva farla finita prima. Mi ha reso la vita un inferno".
"Povero piccolo, l'ha fatto soffrire sin dal primo giorno".
"Lo sapevano tutti tranne me".
Essendo il periodo delle prime ciliegie, e i nonni ne avevano parecchi alberi nel cortile, mia madre decise che stare qualche giorno da loro ci avrebbe fatto bene; io ero favorevole perché nello stesso cortile abitavano i miei cugini che erano un po' più grandi di me e, anche se si burlavano spesso di me, avevano tante cose interessanti da mostrarmi.
C'erano gatti e cani, galline con i loro pulcini, un gallo, tanto spazio per correre e un'isoletta di sabbia per giocare. E poi c'era l'altalena: potevo far finta di essere al Luna Park; e questa volta mia madre sarebbe stata con me!
Non vedevo l'ora di andarci.
La casa dei nonni era comoda e spaziosa, almeno così mi sembrava allora. Certo è che in quel luogo ognuno trovava il suo angolo: a me, minuto e piccolo com'ero, sembrava enorme e spesso troppo vuota, specialmente quando dopo un bel sogno pomeridiano mi svegliavo più per il silenzio assordante che per l’effettiva necessità di svegliarmi.

Mi faceva compagnia una gatta bianca e nera di nome Giulia: si stiracchiava infilando le artigli nel copriletto, poi con un salto elegante si piazzava sul mio petto e iniziava a sfregare il muso da una parte e dall'altra del mio viso, facendo dei versi così sommessi che sembrava mi stesse rivelando un grande segreto.
A quel punto saltavo giù dal letto e andavo fuori, dove di solito si raggruppavano tutti per chiacchierare o svolgere qualche lavoretto in famiglia.
"Eccolo l'ometto più coraggioso del mondo! Dormito bene? Vieni qui che ti do un bacio - diceva la nonna aprendo le sue braccia per accogliermi nel suo petto - Come sei cresciuto! Adesso non ti posso più cullare sulla mia pancia".
Tutti ridevano guardandomi con amore e scuotendo la testa in segno di approvazione.
Fosse stato per me, sarei rimasto a vivere per sempre a casa dei nonni, non sarei mai più tornato in quell'appartamento piccolo e triste.
Mio padre si presentava senza preavviso e ci portava a fare una passeggiata al parco o a mangiare un gelato in un locale dove tutti lo conoscevano, lo salutavano amichevolmente e a volte si fermavano a scambiare qualche chiacchiera.
C'era una barista al banco, affettuosa con noi e molto gentile con mio padre. Ci pizzicava la guancia, ci accarezzava i capelli: trovavo tutto ciò fastidioso ma, vedendo mia sorella tranquilla e sorridente, mi rasserenavo.
Gli avventori ci guardavano con curiosità, si sussurravano parole l’un l’altro; tutti, però, avevano il sorriso sulle labbra e questo mi metteva a mio agio, sebbene stare in mezzo alla gente non mi piacesse. Con me c'era mia sorella e c'era, cosa più importante, mio papà.
Restammo a lungo in quel locale, troppo a lungo.
Di tanto in tanto lo imploravo di andarcene, poiché ero stanco; mia sorella per una volta era d'accordo con me.
Lui ci zittiva con dolcezza poi continuava a parlare sottovoce con la barista che lo guardava in un modo per me incomprensibile. Il loro strano atteggiamento mi aveva incuriosito: smisi di parlare e li osservai con i miei occhi di bambino innocente e ingenuo.
Papà parlava al rallentatore, allargando il sorriso alla fine di ogni frase. La ragazza, col volto illuminato, lo guardava per un attimo negli occhi, poi abbassava lo sguardo, infine scrutava a destra e a sinistra come se avesse paura che qualcuno rubasse la loro intimità. Poi portava la mano alla testa e si sistemava i capelli dietro l'orecchio con un movimento lento come se volesse sentire meglio e allungare quel momento all'infinito.
Ai tempi non comprendevo il gioco che facevano davanti ai nostri occhi, ma sentivo una forte stretta allo stomaco; mi era successa una cosa simile molto tempo prima, quando mi ero messo a piangere come un disperato e a dimenarmi e a chiamare mia madre solo perché mio padre mi aveva preso in braccio.
Mi alzai all’improvviso, camminai deciso verso di loro; afferrai la giacca di papà e la tirai forte finché non ci dirigemmo verso l'uscita.
"Un po' antipatico questo ragazzino".
Sentii nettamente la voce della barista che accompagnava la mia uscita.
"Ci vediamo più tardi", rispose blandamente mio padre e ci portò via. Non c'era più speranza di andare al parco o in qualsiasi altro luogo divertente: papà non aveva più tempo a sua disposizione. L'aveva tutto sprecato in quel bar, con quella ragazza.
L'episodio aveva lasciato un velo di tristezza in me; non proferii più una parola finché non arrivammo a casa. Anche mia sorella sembrava turbata: infatti, dal bar, non aveva più parlato.
"Lo so, lo so, avrei dovuto portarvi fuori a giocare; ma sapete che papà anche quando non è al lavoro si deve impegnare molto affinché le cose vadano avanti" provò a giustificarsi; mi chiedo sempre perché scegliesse sempre questo modo serioso per farlo, come se stesse parlando con il suo capo e dovesse trovare una motivazione grave per giustificarsi e per fare bella figura più che dire la verità.
Mi addormentai in un istante quella sera, la testa poggiata sulla spalla di mia madre, cullato dalla melodia di una delle sue belle canzoncine, che da sempre recitava per ore nella speranza che smettessi di piangere e mi addormentassi.
Ero un bimbo inquieto: nemmeno i medici riuscivano a capire neanche perché piangessi così tanto; si limitavano a dire ai miei genitori di avere pazienza e di affidarsi al tempo.
Mia madre stava per essere travolta: mia sorella andava a scuola, mio padre non aveva né tempo né voglia di occuparsi della sua famiglia, e io complicavo tutto quanto.
I pochi momenti di pace erano quelli che passavo con gli animali domestici a casa dei nonni; mamma si sedeva sui gradini di casa da dove poteva osservarmi meglio e finalmente vedevo il suo viso illuminarsi; a volte, addirittura, rideva: perché la lotta che intraprendevo entusiasticamente con i gatti e i cani le appariva talmente buffa da farle dimenticare per un momento tutte le preoccupazioni e i dispiaceri.
Quella sera sognai e per la prima volta ricordai il sogno come se lo avessi vissuto nella realtà.
Non fu uno di quei bei sogni da ricordare per tutta la vita; fu, invece, un incubo terribile, soprattutto per un bimbo come me.
La mia famiglia era riunita, alle giostre; eravamo allegri e felici, la musica suonava quasi da far scoppiare le orecchie, palloncini colorati ci volavano intorno; io e mia sorella ci rincorrevamo ovunque, euforici.
A un tratto mi resi conto di trovarmi sui binari di un treno, apparso dal nulla senza far rumore, che procedeva minaccioso verso di me: paralizzato dalla paura, il mio sguardo era inchiodato sul macchinista, che aveva gli occhi coperti da un cappello simile a quello di una strega e non accennava a frenare; anzi, rideva in un modo strano come fosse felice di schiacciarmi come uno scarafaggio; non udivo altro che la sua infernale risata. Poco prima di travolgermi il macchinista si era tolto il cappello, rivelando la propria identità: si trattava dell'amica di mio padre, quella carina che mi aveva però ispirato tanta angoscia, quel giorno, al bar.
Mia madre, sempre attenta, mi spinse così forte da farmi volare via; volavo come una piuma e salivo nel cielo, guardando ciò che succedeva sotto di me: mia madre che scuoteva violentemente mio padre; lui che si liberava di lei con uno schiaffo e saliva al volo sul treno in lenta progressione; la barista che rideva a crepapelle dirigendo il convoglio verso un banco di nebbia fitta formatasi misteriosamente; ancora la mamma, salita anch'essa su quel maledetto treno, che lottava; i due amanti che facevano di tutto per buttarla giù, riuscendo infine nel terribile intento di sbarazzarsi della donna che intralciava il loro cammino verso un mondo a noi sconosciuto, ma da loro tanto desiderato.
Mi svegliai tremante e sudato, e invocai in lacrime mia madre.
"Non salire su quel treno mai – implorai urlando -  mai e poi mai!”
Inutile dire che per tutta la notte quella povera donna restò seduta cullandomi e vegliandomi sulle proprie ginocchia.
Papà venne sempre più di rado a prenderci, e io accettavo di andare via con lui solo se mi diceva esattamente dove saremmo andati e se prometteva di non portarci più in quel locale, da quella donna.
"Ma che ti importa se passiamo di là? - mi apostrofava mia sorella - almeno ci mangeremo un bel gelato."
Io, al contrario, non riuscivo a scacciare l’inquietudine, considerando quel sogno come una premonizione.

*   *   *

L’estate stava finendo e noi eravamo ancora a casa dei nonni: era insolito che ci fermassimo così a lungo in quella casa. La mamma ogni tanto spariva per un giorno intero e io non facevo che chiedere di lei. Pensavo tra me e me che fosse a cercare mio padre e che sarebbe tornata portandolo con sé. Ma lei tornava sempre sola, stanca e triste. Avevo notato in lei un dimagrimento innaturale: i suoi vestiti, che una volta le calzavano a pennello, adesso pendevano come su una gruccia.
Quando mi prendeva in braccio e mi stringeva al petto, sentivo le sue ossa entrarmi nella carne come un coltello taglia il burro.
Non capivo, all'epoca, la ragione di tutti questi cambiamenti improvvisi: percepivo solo la tensione della situazione e una cupa necessità di chiudermi in me stesso, lontano da tutto e da tutti; con la speranza che, una volta uscito dal nascondiglio, avrei trovato un mondo nuovo di serenità e leggerezza. Mi rifugiavo in un angolo, dove mi addormentavo per poi svegliarmi con la voce di mia madre che mi cercava disperata. Oppure, perso nei miei pensieri, mi veniva un'angoscia tale che iniziavo a chiamare con tutte le mie forze finché qualcuno mi veniva a prendere.
Imparai a distinguere bene lo stato d'animo degli adulti, soprattutto di mio nonno: quando sulla fronte gli appariva una riga verticale, sapevo che era molto preoccupato; se la riga era orizzontale e scuoteva la testa da una parte all'altra, era disperato. Se invece iniziava a sbuffare, arrossire, aprire la bocca, era sicuramente molto arrabbiato.
Mia madre, invece era però molto difficile da interpretare: non voleva che noi, i suoi figli, ci preoccupassimo: nel momento in cui mi vedeva arrivare allargava le braccia e mi regalava uno dei suoi bei sorrisi facendomi dimenticare perché mi ero avvicinato.
Passavo le ore giocando con i cani, rincorrendoli per l’aia e divertendomi a farmi attorniare da essi. Coi gatti, invece, facevo un altro gioco: mi sedevo comodo sul divanetto in cucina e, con una canna e una piuma, facevo fare loro salti acrobatici.
Le mie risate attiravano l’attenzione dei miei cugini, che mi raggiungevano per partecipare allo spettacolo: allora toccava a me coinvolgerli o meno nel mio gioco, ero io a fare le regole. Ciò mi infondeva sicurezza.
Sapevo che a breve la scuola avrebbe avuto inizio e che avrei dovuto tornare al nostro piccolo appartamento. Rimanevano ancora pochi giorni, da impiegare in modo proficuo e divertente.
"Domani mattina andremo tutti in città al mercatino scolastico - ci disse nostra madre una sera, preparandoci per la notte - Cercate di dormire bene perché la giornata sarà lunga e stancante per tutti."
Non ci disse che ci aspettava una bella sorpresa: la mattina scoprimmo che al mercatino sarebbero venuti anche i cugini e le zie. Mentre la festosa compagnia prese posto vociando sul torpedone,  parlando dei progetti per la giornata, io avevo solo un pensiero in testa: ringraziavo il cielo che non avessimo preso il treno; quel brutto sogno continuava a turbarmi. 
Mi tormentava ogni volta che sentivo pronunciare la parola treno; mi tormentava, ancora, quando ripensavo alla giornata trascorsa  al luna park, e la sera, prima di dormire, mi invadeva una tristezza che non riuscivo a scacciare neanche recitando il Padre nostro.
"Manca solo papà" mormorai quasi senza accorgermene e le facce delle zie a divennero più serie e lunghe.
"Non vedi che non c'è nessuno dei due papà? – mi rimbrottò mia sorella, mentre le zie annuivano in silenzio - I papà hanno cose più importanti da fare"
Mia sorella mi appariva come una creatura molto strana; non faceva domande: dava risposte. Qualsiasi cosa chiedessi, lei trovava la risposta giusta. Non capivo come fosse possibile che, pur essendo ancora una bambina, sapesse più cose degli adulti.
Aveva, inoltre, un vero talento nello spaventarci con le sue storie nere; vedeva tutto in una luce negativa e macabra.
Durante il tragitto verso il mercato scolastico ognuno era assorto nei propri pensieri; mia sorella giocava coi miei cugini; io, seduto sulle ginocchia di mia madre, guardavo il paesaggio che scorreva oltre il finestrino; le zie parlavano tra loro sommessamente, per non disturbare gli altri passeggeri dell'autobus.
A un certo punto realizzai che il torpedone aveva oltrepassato i mercatini, e noi avevamo saltato la fermata giusta; mia sorella chiese spiegazioni alla mamma che ci invitò a pazientare: poco dopo, con nostra gioia, scoprimmo di essere diretti al Luna park.
Fu una giornata di allegria inattesa che ci unì oltre l’immaginabile. Tornammo a casa quella sera con la sensazione che fra tutti noi si fosse instaurato un legame profondo, convinti che nulla avrebbe più potuto guastare la sintonia creatasi tra noi. In quella giornata divertente, anche la mamma aveva preso parte, e questo mi rallegrava ulteriormente.
Ma la tempesta si stava avvicinando e io non avevo idea di quanto sarebbe stata violenta per me, perché avrebbe spazzato in un batter d'occhio il nostro piccolo e sicuro focolare familiare.
Poco tempo dopo la nostra bellissima escursione in città, la mamma ci chiamò e tenendo tutti e due stretti vicino a se: iniziò senza preamboli un discorso che a noi sembrò proprio fuori luogo:
"Voi sapete quanto vi voglio bene, più di qualsiasi altra cosa al mondo. La mia vita è tutta per voi, voi siete la luce di miei occhi - parlava come se fosse l'ultima volta che ci saremmo visti - Io devo andare in città, da sola stavolta, e non so quando tornerò. Voi dovete fare i bravi, ascoltare le vostre zie e i nonni, mangiare e dormire bene. Voglio che cresciate grandi, belli e sani. Dovete avere cura l'uno dall'altro".
"Ci dici queste cose da sempre e in continuazione: perché questo discorso proprio adesso e poi per un solo giorno?" obiettò mia sorella.
"Voi ascoltate e datemi retta: se sei una persona educata e buona, la gente ti aiuta in tutto".
Eravamo preoccupati: non era mai successo che ci facesse tutte queste raccomandazioni in una volta sola. Vedendo mia sorella affrettarsi a darle un bacio e andare via verso la casa dei cugini, decisi di restare con la mamma per non farla sentirsi sola. Stringevo la sua mano e la seguivo per tutta la casa.
Poi tutti uscirono, la salutarono e la abbracciarono, tenendola stretta più a lungo del solito; la baciavano tre volte sulle guance, come si usa dalle nostre parti.
Sembrava che stesse partendo per non tornare più; e io sentii quella sgradevole sensazione allo stomaco che non sentivo da molto tempo. Mi aggrappai con forza a lei finché mi prese in braccio e mi strinse forte al suo petto con una mano; con l'altra strinse al corpo mia sorella, tenendoci così per un momento, incapace di dire una parola per l’emozione, ma continuando a sorridere; i suoi occhi, tuttavia, mi sembravano troppo tristi e lucidi come l'erba coperta di rugiada la mattina.
Poi si voltò girò e si avviò verso una strada che, capii in seguito, sarebbe stata interminabile, per un bambino troppo attaccato alla madre come me.
“Quando torna mamma?”
Per tutto il giorno ripetei ossessivamente quest’unica domanda, senza peraltro ottenere risposta
Dopo cena stetti al portone ad aspettarla. La sera diventava sempre più buia ma io resistevo alla stanchezza e alla paura dell'oscurità. Piangevo e la invocavo nel buio.

*   *   *

Tutt'ad un tratto i miei cugini e anche mia sorella erano diventati molto più carini con me: qualsiasi giocattolo volessi era mio; nessuno si burlava più di me e tutti si impegnavano a farmi compagnia. Loro, evidentemente conoscevano la verità: sapevano che non avrei rivisto presto mia madre.
Io continuavo a aspettarla, sera dopo sera, appoggiato al portone, con le guance in fiamme e le gambe tremanti; l'aria fresca segnava una nuova stagione, la più triste e lunga della mia brevissima vita.
Poco dopo iniziò la scuola e la mia tristezza aumentò: ero solo in quel cortile troppo grande.
Nemmeno giocare con gli animali mi distraeva più.
La speranza che mia madre mi sentisse e tornasse a casa era svanita e smisi persino di invocarla.
Mia sorella divenne l’oggetto della mia attesa e del mio affetto: senza rendercene conto tra noi due si stabilì un rapporto molto stretto, che alleviava la mia sensazione di solitudine.
Inoltre le poche apparizioni di mio padre mi facevano dimenticare per un po' il senso di vuoto. A volte ci portava al cinema, a volte passeggiavamo per il paese. Qualche volta gli chiedevo se sapesse cosa era successo alla mamma, dove fosse o quando sarebbe tornata; le sue risposte erano talmente evasive che smisi di chiedere.
Passeggiando vicino a lui spesso mi tornavano in mente le parole di mia madre, sugli angeli e le anime. Temetti che anche l'anima di mamma si fosse persa nel buio: forse la luce della mia anima non era sufficientemente forte da riuscire a illuminare la strada per tutti e due.
Ormai mi ero abituato al pensiero che non l’avrei più rivista: così presi a pensarla intensamente e a parlarle in segreto col semplice pensiero.
Come spiegare l'amarezza del sentimento di un enorme vuoto nell'anima di un bambino piccolo che, in così breve tempo e inspiegabilmente, perde le due persone più importanti? Che cosa le rimane dentro dopo aver esaurito tutte le speranze, le lacrime e le domande? Cosa può fare quel bambino così piccolo per liberarsi da quel peso insostenibile?
Nessuno mi avrebbe dato una risposta soddisfacente; forse,solo il tempo che passava sarebbe riuscito a placarmi e a trasformare il vuoto che mi riempiva in una forza per andare avanti.

*   *   *

Verso la fine dell'autunno venimmo a sapere che nostro padre si era risposato con la ragazza del bar e che presto sarebbe nato loro un figlio; la cosa non mi dispiacque: desideravo tanto un fratellino! Veniva a trovarci sempre più di rado e le poche volte che lo faceva portava sempre meno gioia: mia sorella era rimasta talmente sconvolta da questa notizia e non riusciva ad accettare la situazione.
Il loro modo di comunicare era un continuo battibecco che mi agitava ma, allo stesso tempo, mi faceva comprendere meglio l’intera situazione.
Poco dopo le zie e i nonni decisero che era arrivato il momento per mettere tutto in chiaro: il difficile compito fu affidato a nonno.
Rimboccandoci le coperte, una sera, si sedette sul bordo del letto e iniziò un discorso sulla vita, di cui ricordo solo una piccola parte:
"La vita è una cosa molto difficile, diceva guardando nel vuoto. Oggi può essere bella e domani brutta, ora allegra e subito dopo triste, oppure, adesso leggera e subito dopo pesante. In un momento siamo noi a indicarle la strada è nel momento successivo e lei che ci sorprende con i suoi sentieri imperscrutabili. Immaginate un treno con tanti vagoni - lungo la vita, a volte per necessità a volte per forza di cose, si lascia un vagone e si entra in un altro. Succede quando si prende una decisione importante, quando si fa un passo importante nella propria vita. Oppure quando ci si accorge di aver sbagliato; o, ancora, quando si fa un sogno di cui non ci si può più sbarazzare: allora si salta da un vagone all'altro inseguendo quel sogno che tanto ci tormenta. A volte si cambiano troppi i vagoni, perfino contro la propria volontà; ma il viaggio continua sullo stesso binario e ognuno è libero di scendere e salire quando vuole. È successo che i vostri genitori sono saliti per sbaglio su carrozze diverse e da allora non sono più riusciti a ritrovarsi.”
"Allora la mamma è ancora su quel treno che sta cercando di trovare la fermata giusta per incontrare papà - chiosai con la voce fiacca. Improvvisamente mi balenò in mente una soluzione; balzai in piedi e urlai - Sarebbe meglio che la mamma torni qui subito, perché papà scenderà sicuramente prima o poi alla stazione più vicina! Non credi, nonno?"
Mia sorella si limitò a roteare gli occhi. Il nonno tacque a lungo, poi proseguì:
“Vedi piccolo mio, purtroppo quel treno non passa di qua e nessuno può intervenire in questi casi. Non possiamo che dare un consiglio e sperare che sia ascoltato. Ma la decisione su quale vagone prendere e quale vagone abbandonare, ognuno la prende da solo”.
Quella notte, per la seconda volta, feci un sogno molto realistico: un treno enorme con una sola carrozza; da un capo mio padre che teneva per mano mia sorella, dall'altro mia madre che teneva per mano me; ci avvicinavamo lentamente guardandoci negli occhi e la gente si spostava facendoci passare.
Mi svegliai rigenerato e corsi dal nonno in preda all’eccitazione.
"Ho trovato la soluzione, nonno: da grande costruirò un treno con una sola, enorme carrozza: in questo modo nessuno si perderà anche se dovesse scendere e salire più volte!"
“Allora dovrai costruire anche la ferrovia adatta e una bella stazione qui in città, disse il nonno con il sorriso sulle labbra.”
Il petto mi stava per scoppiare dalla gioia: nemmeno il lungo tempo che mi divideva dal momento della realizzazione del mio meraviglioso progetto non mi sembrava così lontano. Un improvviso stato di calma e serenità mi avvolse e mi riscaldò l’anima come una coperta nel bel mezzo di una violenta tempesta di neve.
Guardavo l'orizzonte con uno sguardo limpido, il viso rilassato e sorridente, pieno di speranza e entusiasmo: nel mio cuore ingenuo non c’era spazio per altro che non fosse quel treno: il mio treno, il treno di un’eterna felicità.
E un pensiero fisso mi ruotava in testa, instancabile come una girandola al vento:
"Quel treno dovrà passare per forza di qua!"

* Questo é il primo esperimento di scrittura creativa di Rodica Cojocaru, una lettrice assidua de Le Cronache di Sigma che ha deciso di mettersi alla prova; da parte mia, mi sono limitato a rettificare alcune forme verbali ostiche per  chi non è di madre lingua e a dare una forma definitiva al racconto, che spero venga apprezzato.

14 commenti:

  1. "Immaginate un treno con tanti vagoni - lungo la vita, a volte per necessità a volte per forza di cose, si lascia un vagone e si entra in un altro. Succede quando si prende una decisione importante, quando si fa un passo importante nella propria vita. Oppure quando ci si accorge di aver sbagliato; o, ancora, quando si fa un sogno di cui non ci si può più sbarazzare: allora si salta da un vagone all'altro inseguendo quel sogno che tanto ci tormenta".
    Dio che meraviglia. Bravissima. Mi sono commossa tantissimo...

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    1. Grazie mille per questo bel commento!

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  2. Grazie, Simone. Sono onorata e veramente felice, e ti ringrazio per il tuo prezioso intervento!

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    1. Grazie a te, Rodica: io ho dato al racconto la forma finale, ma la storia é tua!
      Quando la prossima?

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    2. Appena ritrovo il coraggio e l'ispirazione! Con un supervisore così bravo potrebbe succedere molto presto ;)

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  3. Un bel pezzo, anche se molto, molto triste.
    sinforosa

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    1. Grazie, sinforosa. Si, è molto triste specialmente perché c'è del vero in questa storia. D'altronde, la storia di un bambino perso nel suo mondo infelice che non riesce a ritrovare se stesso per colpa degli adulti non è nuova e mai sarà allegra. D'accordo?

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  4. la vita rappresentata come un treno non è una novità, ma l'idea del vagone singolo per arginare le pieghe della vita e risolvere conflitti è davvero unica! Gran bel racconto, Rodica, triste, sì ma il bambino mi sembra che trovi poi la strada, sebbene con lacerazioni dentro. Chissà se sul binario abbia incontrato poi anche gioie e splendide sorprese.
    Roberta

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    1. Hai perfettamente ragione, Roberta! Infatti, l'idea di questo racconto mi era venuta leggendo degli aforismi sulla vita, che mi hanno ricordato la trama più che originale di un bambino (ormai da tempo un uomo) che conosco molto bene. Ovviamente, lo sviluppo dei fatti sono poi stati un po' distorti dalla mia fantasia ma il nocciolo della vicenda rimane sempre quello.

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  5. Un bel racconto Rodica, complimenti hai reso un racconto come un film che scorreva sullo schermo, un racconto molto bello che lascia emozioni e porta a digerire i dispiaceri della vita in età infantile. Complimenti e continua a scrivere

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  6. p.s. il commento di Consult Europroiect e mio Gianni Cilli ciao

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  7. Grazie, Gianni. Sono contenta che ti sia piaciuto il racconto. Ti auguro una splendida giornata!

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