sabato 1 aprile 2017

IL VOLO DELLE PIUME



Per i primi vent’anni della mia vita, passai le vacanze estive in montagna. Non che i miei genitori detestassero il mare: ma era più economico avere quella piccola casa in Val Seriana e certo era più comodo per mio padre fare la spola da lì a casa, che non tornare ogni domenica sera dalla Riviera Romagnola.
Avevamo questo piccolo appartamento a Bratto della Presolana, riscaldato da una stufa a cherosene che, durante le vacanze di Natale, riempivamo quotidianamente: due stanze, una cucina e un bagno. Alle pareti mia mamma aveva appeso quadretti che ritraevano scene bucoliche, fiori, e pizzi ricamati.
Era molto più piccolo rispetto allo spazioso appartamento che avevamo in città e non aveva le stesse comodità.
C’era un televisore in bianco e nero senza telecomando con l’antenna mobile per cui, se volevamo cambiare canale, dovevamo alzarci e schiacciare i bottoni e regolare l’antenna fino a quando l’immagine trasmessa non fosse risultata accettabile.
Lo scaldabagno era un piccolo boiler; per questa ragione io e mio fratello Andrea facevamo a gara per essere i primi a farci la doccia: il secondo, infatti, spesso rimaneva senza acqua calda.
Per concedere a mia nonna un po’ di riservatezza, i miei genitori avevano stabilito che lei avrebbe dormito nella camera in fondo e noi quattro ci saremmo accomodati nello stanzone accanto alla cucina: dato che io da sempre parlo nel sonno, mio fratello e i miei genitori furono costretti per quattro lustri a sorbirsi le mie tirate notturne, non di rado infarcite di turpiloquio e bestemmie e tutto ciò che non dicevo durante il giorno. A posteriori mi rendo conto di quanto quel sonno condiviso fosse un facile veicolo di comunicazione del mio disagio represso.
Amavo quella casa. L’aria era sempre fresca e profumata. Da qualsiasi finestra ci si affacciasse si potevano vedere le cime di roccia grigia e rossa delle montagne circostanti e i pascoli e i boschi.
Bratto non aveva attrattive particolari, era un piccolo borgo di passo, nella bergamasca: eppure ci sembrava un posto fantastico.
La natura non era intaccata che in minima parte dall’abitato: i boschi, i torrenti, i sentieri che solcavano i pascoli e i campi fioriti, erano una fonte di esplorazione irrinunciabile.
La parte vecchia del paese era composta da case di contadini con almeno duecento anni di storia, edificate con malta grigia, pietra ruvida e tegole d’ardesia: spesso andavamo a curiosare guardinghi e timorosi di essere scoperti, negli spogli androni e nei sotterranei, dove anche d’estate l’ombra raffreddava l’aria e le voci rimbombavano; vi si respirava odore di fieno e di animale da fattoria; qualche cane abbaiava rincorrendo topi di campagna, o spaventava le galline che razzolavano nel cortile, fra i carretti e le biciclette arrugginite.
Il paese era in seguito cresciuto, arricchendosi delle case per i villeggianti e altre strutture turistiche: una piccola sala giochi, con i primi videogames ai quali noi preferivamo il calcio balilla e i due flipper, grazie ai quali sopportavamo i pomeriggi di pioggia scrosciante mentre il jukebox suonava la musica del momento. Poco oltre la sala giochi, una panetteria che vendeva pizza al trancio e patatine fritte; ancora più in là, una gelateria.
Quelli furono gli anni più sereni della mia vita. Ricordo una canzone che diceva “facile una volta/strappare settimane al calendario”; non capivo tanto bene cosa significasse, tuttavia oggi mi rendo conto che quella frase racchiudeva in poche battute il significato denso dell’essere giovani: l’abbondanza di tempo.
Essere fratelli ci rendeva autosufficienti.
Che ci fossero gli amici, o non ci fossero, noi non eravamo mai soli e non ci annoiavamo mai: fra di noi si era sviluppata una complicità non dichiarata che travalicava il legame di famiglia e rendeva prezioso lo stare insieme. Nessun amico avrebbe mai potuto incrinare la nostra intesa insinuandosi fra noi.
Passavamo le mattine al sole, sull’ampio terrazzo che era il tetto dell’autorimessa, leggendo fumetti e ascoltando musica da un giradischi portatile che risaliva ai primi anni settanta.
Spesso ci inoltravamo nei sentieri di montagna, all’ombra di boschi di conifere, con il profumo di resina e di ciclamino a riempire l’aria; camminavamo tenendo gli occhi fissi sul sentiero per evitare il passaggio di una vipera. Pranzavamo al sacco lungo il torrente, poi rientravamo verso casa.
Mi sentivo un po’ come Tom Sawyer o Huckleberry Finn: avevo quattordici anni e stavo attraversando la prima fase di esplorazione del mondo e di me stesso.
Una mattina appoggiai il giornale e lasciai che il sole mi scaldasse.
Pensai che ero innamorato di una ragazza di nome Laura alla quale non sarei mai riuscito a rivolgere la parola; pensai che tre giorni dopo ci sarebbe stato Italia–Brasile; pensai che dovevo studiare per superare l’esame di matematica a settembre.
Mi sentii pervaso da un’insostenibile sensazione di serenità e di gioia, senza cogliere fino in fondo la natura di quel sentire: non potevamo sapere che entro un decennio la vita avrebbe risucchiato il nostro tempo in una vertigine di obblighi, responsabilità, tempo ridotto e l’inevitabilità del brutto che entra nella vita di un adulto sotto forma di dolore.
Aprii gli occhi e vidi il massiccio della Presolana: quella montagna aveva sempre suscitato un grande fascino, perché sembrava inaccessibile e alta. Sul Massiccio della Presolana si narravano leggende preoccupanti, come solo sanno essere le storie della Montagna: raccontavano di alpinisti caduti nei crepacci e mai più ritrovati, di aquile e lupi.
C’era un percorso, in particolare, che portava a una grotta scavata dalle intemperie nel grigio della roccia, per raggiungere la quale occorreva marciare spediti per più di tre ore, fra sentieri infestati da vipere, e camminamenti in bilico fra la parete e lo strapiombo, e ferrate vertiginose, per poi risalire un enorme ghiaione, una vera e propria pietraia morenica che ingannava l’inesperto escursionista, illudendolo di essere prossimo alla meta e esaurendo le residue energie.
Misi una mano a visiera fra fronte e occhi, per farmi ombra dal violento sole di luglio e pensai che fosse il momento per fare qualcosa di memorabile.
Un’impresa a sigillo della nostra gioventù.
Con la spregiudicatezza di chi non sa ancora nulla della vita, Andrea e io decidemmo di affrontare l’ascesa alla Grotta dei Pagani l’indomani: radunammo, con un efficace passaparola, altri tre compagni di missione e ci demmo appuntamento per il mattino successivo.
Con lo zaino sulle spalle, preparato diligentemente affinché contenesse tutto il necessario per affrontare qualsiasi evento, gravati da una serie interminabile di raccomandazioni delle mamme che guardavano noi e si rivolgevano vicendevolmente sguardi carichi di apprensione e scuotevano la testa, partimmo dal Passo lungo un sentiero che solcava un prato in pendenza.
Ci infilammo poi in un ampio bosco dove il sentiero si copriva di aghi di pino e foglie secche e rami, dove il profumo di ciclamino era intensissimo e dava quasi alla testa. I nostri passi erano impercettibili, attutiti com’erano dal tappeto del sottobosco. Mangiammo lamponi e fragole raccolte dai rovi, bevemmo acqua da una canna di ferro che sbucava dalla roccia e proseguimmo nell’ombra fresca. Abbandonammo il bosco per trovarci davanti un pianoro con l’erba che arrivava al ginocchio: il campo delle vipere, evidentemente.
Restammo a studiare quel mare verde che si muoveva scosso dal vento, incerti se proseguire o tornare a casa: era evidente che le leggende ascoltate ci avessero impressionato; nelle sere d’estate i vecchi ne parlavano seduti sui gradini delle case di pietra con accanto un fiasco di vino e in mano la pipa, i baffi folti sotto il naso arrossato e la voce profonda e arrochita, quasi un latrato; faticavamo a comprendere l’idioma duro con cui si esprimevano e ciò rendeva il racconto ancora più misterioso e evocativo.
Roberto era un ragazzo corpulento, dalla pelle biancastra coperta di efelidi e i capelli rossi: sembrava un irlandese e parlava di continuo lamentandosi di ogni cosa.
Si grattò la testa ruggine e entrò nel campo, infilandosi sotto il filo spinato e battendo i piedi per spaventare i rettili. Noi lo seguimmo, muovendo l’erba ciascuno con il proprio bastone.
Quella parte di percorso sembrava non finire mai e la percorremmo in silenzio e con il cuore in gola, accompagnati solo dal fruscio dell’erba e dalla litania del battistrada che, imperterrito, ci somministrava il suo rosario di lamentele. Alberto, un piccoletto biondo e nervoso, bestemmiava a ogni fruscio sospetto e saltellava nell’erba, alta quasi come lui. Io chiudevo la fila, con gli occhi fissi su Andrea, attento che non gli capitasse nulla. Mio fratello ogni tanto si voltava a cercarmi con il suo sguardo furbo: inarcava le sopracciglia e le labbra come se volesse comunicarmi lo stupore per l’impresa che stavamo realizzando.
Nella realtà non vedemmo alcuna vipera: alla fine dell’attraversamento ci convincemmo che quei racconti fossero solo frutto di fantasia, un innocente vezzo dei locali per farsi burla dei giovani ragazzi di città. O forse le vipere erano fuggite per non subire il lamentio costante dell’irlandese.
Eravamo arrivati nel punto in cui la vegetazione lascia spazio alla roccia; niente più campi e boschi, niente più ombra: il sole del tardo mattino picchiava con decisione sulle nostre teste, riscaldando l’aria resa fresca dall’altitudine.
Da quel punto la visuale sulla valle era incredibilmente suggestiva; strizzammo tutti gli occhi, per difenderci dal riverbero della luce sul bianco della roccia e guardammo sotto: si vedevano i paesi, minuscoli, e le strade e i campi verdissimi con i boschi e le radure, la strada che si inerpicava tortuosa verso il passo; vedevamo il nostro piccolo mondo con una prospettiva diversa e ci divertimmo a individuare edifici e luoghi da lì distanti e minuscoli.
I rumori giungevano rarefatti, quasi spettrali, dispersi dal vento e dalla distanza: inspirai profondamente l’aria pulita e aprii le braccia, sperando che un refolo più violento mi sollevasse e mi facesse planare sopra tutta quella bellezza, sopra tutta quella libertà.
Avevo il presentimento che quell’estate fosse una specie di spartiacque che avrebbe aperto un solco fra la mia ingenuità spensierata e la china verso l’età adulta.
Uno dei tanti crepacci della crescita.
Camminando in fila indiana, giungemmo al punto in cui il sentiero, lastricato e costellato di frammenti di roccia, si stringeva per insinuarsi fra il precipizio, a sinistra, e il versante ripido della montagna, a destra, che costituiva un muro grigio e poroso.
Ci aggrappammo alle catene saldate alla parete da grossi chiodi scuri e inoltrammo passi guardinghi sul sentiero diventato ormai una striscia di roccia: sotto di noi un salto di decine di metri.
E poi il ghiaione, domato con pazienza, gattonando quasi, scivolando indietro e risalendo aggrappandosi a sterpi e massi.
E fummo in cima, sul tetto del nostro piccolo mondo, spogliato dalle ingenue ombre delle leggende inquietanti.
Ci abbeverammo alla vasca naturale che l’acqua aveva scavato nella pietra, goccia dopo goccia, per centinaia di anni, complimentandoci reciprocamente; consumammo la nostra colazione al sacco.
L’irlandese cavò dal proprio zaino un pacchetto di sigarette rubate al padre che fumammo goffamente, con fare carbonaro, come celebrazione della nostra conquista che era vissuta come un passo verso l’età adulta, una meta a cui agognavamo incoscientemente.
Fumammo tutti, in silenzio, guardando la roccia e ripensando la fatica compiuta per arrivare a toccarla: le cime erano vicine, si vedevano nitidamente nel cielo reso mutevole dal vento.
L’unico che non fumava era Andrea, che si muoveva lungo la parete di roccia alla ricerca di un appiglio dal quale partire per una scalata improvvisata. Si voltò, quasi a chiamarmi con lo sguardo: decisi di seguirlo.
Una fenditura nella roccia, dovuta al gelo e al vento, aveva formato un piccolo canalone verticale facilmente ascendibile puntando i piedi nelle sporgenze della pietra. Andrea guizzava come un gatto, e io dietro a rincorrerlo e a raccomandargli prudenza. Ridevamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Tuttavia, raggiunti i quindici metri di altezza, Andrea scivolò, perse la presa e cadde.
L’istinto mi spinse ad allargare il braccio e afferrarlo per il maglione, ritirandolo verso la roccia.
Restai aggrappato a lui, per alcuni minuti, ansimando e ridendo, e insultandolo e rabbrividendo pensando a ciò che non era successo.

Restai aggrappato a lui, l’unico punto fermo fra le due vite che mi riguardavano, quella vissuta fino a quel momento e quella che avrei vissuto in futuro, e a quell’idea di età libera e ricca di tempo che stavo vivendo con lui e che progressivamente ci sfuggiva dalle mani.

8 commenti:

  1. Superbo! Sei il mio preferito !
    Roberta

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    1. Grazie della lusinga, mi fa piacere!

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  2. E' un racconto davvero molto delicato, una descrizione elegante, fine e sensibile di un rapporto, quello tra fratelli, che a volte si dà per scontato.
    Davvero molti complimenti.

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    1. Grazie. Il rapporto con il fratello è spesso sottovalutato o dato per scontato, ma è un legame bellissimo: a prescindere dall'appartenenza allo stesso sangue, per renderlo "vero" occorre tanta attenzione. E, solitamente, è un legame che dura tutta la vita.

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  3. Mi piace tanto come hai descritto quella giornata.
    Bravo!
    Un saluto Paola

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  4. Gianni Togni"“facile una volta,strappare settimane al calendario”"....
    Bellissimo questo racconto.
    Jessica

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    1. Brava, Jessica, l'hai riconosciuta!

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    2. Grazie!
      Se mi posso permettere, questo racconto, tra gli ultimi che hai scritto è decisamente il più "sincero" e "caldo". Io ci ho percepito tanta sicurezza e pace.
      Gli altri, tutti belli, sono come dire "monotematici", tormentati e scusami se non so usare i termine corretto, troppo scontati.
      Questo senza nulla togliere alla tua bravura.
      Jessica

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