giovedì 7 settembre 2017

METAFORICO-BOTANICA



Ancorato da solide radici alla terra di questo luogo, soffro la prigionia impostami dalla natura: vivere perennemente nello stesso posto, quando invece vorrei volare o almeno correre altrove, sempre altrove. 
Il movimento è la mia ossessione, e il passare del tempo, che vedo scorrere sull’ingiallire delle mie foglie e il rinsecchirsi dei miei rami scuri.
Per me, che dell’impazienza ho fatto un demone che mi divora dall’interno, come un tarlo fastidioso o un fungo paziente a minare le mie radici, l’attesa per lo schiudersi di una gemma o lo sbocciare del fiore è uno sforzo estenuante. Piccoli progressi, quando vorrei un salto, o l’ebbrezza di un’accelerazione.
E tuttavia non ho altra scelta che aspettare, in silenzio, che gli eventi si compiano in me e intorno, come il passaggio di una nuvola gonfia di acqua fresca, il soffiare del vento simile a una carezza amorevole fra le mie fronde, o un raggio di sole primaverile che mi risvegli dal torpore emotivo della morte invernale.
Ogni volta è una rinascita, e un nuovo vigore e nuove aspettative e nuove illusioni nascono in me come le foglie verdi che riempiono i miei rami a ogni primavera. Ma l’autunno arriva, dopo il fuoco ottundente della passione estiva, portando con sé l’oggettività della ragione e tutto imbrunisce.
A volte, uno strascico di edera si avvolge attorno a me, offrendomi un abbraccio che non scalda. A volte rondini, passeri e cornacchie si fermano fra le mie braccia per una compagnia alla quale non posso, né voglio, abituarmi perché so che presto o tardi tutti se ne andranno e io resterò solo, in mezzo a tanti altri come me.
Che, pensandoci, è un buffo dispetto della natura: ci chiamino bosco o foresta, siamo in tanti, vicini o allineati, mescolati e coi rami intrecciati.
Ma fondamentalmente soli.

venerdì 1 settembre 2017

AVER PAURA DI NON SAPER MORIRE



Tu non sai morire.
Un'amica, scuotendo il capo con dolcezza, me lo disse un giorno, girando l'indice sul bicchiere vuoto di un aperitivo. C'era amore, in quelle parole, e fierezza e ammirazione.
A volte ci penso, mentre rivedo i suoi occhi color miele e le labbra lucide di Campari: io ho davvero sfiorato la morte mille volte. La morte fisica, intendo, senza morire.
Una da bimbo.
Una Charms, quelle caramelle quadrate di zucchero durissimo al gusto di frutta e incartate nella plastica trasparente, mi scivolò in gola. La stavo ciucciando soddisfatto, gustandomela come solo i bambini sanno gustare i piaceri semplici, prima di entrare nella clinica dove mio fratello era nato da poco.
A un certo punto me la ritrovai conficcata in gola e cominciai a boccheggiare.
Mio padre, allarmatissimo, mi prese per le gambe e mi ribaltò e imprecò e invocò il suo Dio e mi picchiò la schiena e mi urlò di tossire finché non espulsi quella morte zuccherosa dalla gola.
Non pensavo a questo episodio da tanti anni: adesso vedo nitidamente i contorni della clinica, e della macchina sulla quale viaggiavo con mio papà e ricordo il sapore dolciastro alla ciliegia di quella caramella assassina. E penso con nostalgia a quel bambino con gli occhi enormi che era contento di essere in macchina col papà, in giro per la grande città.
Un’altra da ragazzo.
Un’autostrada che corre lungo il mare, poco dopo l’alba.
Quella sciagurata di Laura, la mia ragazza scostante che mi lasciava per poi riprendermi subito dopo, guidava troppo veloce e non seppe gestire una sbandata; ci ribaltammo nel bel mezzo di una curva, durante il sorpasso a un autotreno: una capriola rumorosa e poi la mia bella Ford Escort verde metallizzato, con la quale avevo rimorchiato le prime ragazze, nella quale avevo sperimentato la camporella nei boschetti della Brianza, terminò la propria corsa e la propria vita sul ciglio della strada. Dall’autoradio usciva ancora la melodia di una canzone: The best has yet to come, il meglio deve ancora venire. Non si riferiva a quella vacanza, sicuramente.
Me la cavai con lividi e graffi, e restai vivo; messo sicuramente meglio dell’ammasso di lamiera accartocciato che era la mia automobile.
Mnetre il carro attrezzi la portava dallo sfasciacarrozze, ripensai ai primi faticosi tentativi di coordinare i movimenti acceleratore-frizione-cambio-frizione-acceleratore.
Un’altra volta ancora, questa in mare aperto.
Navigai il mio battesimo del mare su onde altissime sollevate da un libeccio infuriato al largo di Livorno, in una notte di fine ottobre: il cielo nero era punteggiato di stelle e le onde spazzavano il ponte della piccola barca a vela, inondandoci di acqua gelata e salata. Mi sembrava tutto meravigliosamente avventuroso e non notavo il volto pallido dello skipper che, bestemmiando, cercava di tenerci a galla. 
Poco più al largo un’altra barca meno fortunata si rovesciò, regalando al fondo due vite giovani ed esperte di vela.
Io, invece, posai immeritevole i piedi sulla terra di Capraia e mangiai e bevvi come solo gli stolti ignari della propria fortuna sanno fare.
Non mi rendevo ancora conto di essere un moderno Giona, con un conto aperto nei confronti di un Dio dispettoso, che ti fa sfiorare la fine per poi obbligarti a continuare il cammino.
Anni dopo, mi si suggerì di fare testamento: avevo un brutto male e mi restava evidentemente poco.
Scrollai le spalle, indifferente alla vita, mentre tutti intorno cadevano nella prostrazione. In tv c'erano le Olimpiadi di Atlanta e, sinceramente, ero interessato più a quello che al mio sangue: fatti due conti, in quel momento della mia esistenza, non avevo molte ragioni che mi tenessero aggrappato alla vita.
Una chiusura, in quel momento, avrebbe rappresentato per me motivo di sollievo.
Avevo deciso di lasciare che le cose succedessero, senza provare a governarle: governare la vita, un’ossessione presuntuosa che avevo avuto fino a quel momento, retaggio del carattere volitivo di mia mamma: tutto si può condurre in porto, basta volerlo.
Decisi di lasciar perdere, di fare lo spettatore.
Passai mesi a guardare il culo delle infermiere che si avvicendavano al mio capezzale, mentre la mia vita scorreva vicina al limite finale; ci riflettevo come fosse quella di un altro sconosciuto, mentre i miei cari facevano voti mercimoniali con Dio.
Un genio invasato, luminare in missione, mi prese per i capelli e mi salvò, senza salvare i miei capelli biondi.
Poi, lo stesso genio missionario, morì lasciandomi la rabbia di una gratitudine non voluta e non risolta. Lasciando a me la vita, senza che io sapessi che farmene.
Negli anni a seguire affinai la mia capacità di sopravvivere, senza tuttavia imparare mai a vivere davvero: un essere sospeso, senza soluzione e senza pace.
Fu un continuo sopravvivere a una morte silenziosa, indolore, metafisica. Una morte somministrata dalle delusioni, dall’insoddisfazione, dal dolore, dalla negazione di sé, dalla solitudine. 
Un continuo cadere e rialzarsi, cercando nuovi obiettivi, sperperando altro entusiasmo, offrendo aspettative e cercandole, vanamente, negli altri. Un avvelenamento sistematico di quei sogni del bambino che ciucciava la caramella.
Senza smettere di sentirsi Giona, senza smettere di maledire quella vita e al tempo stesso lottare epr cercare di onorarla.
Una morte senza morte, una vita senza vita; un procedere incessante, ottuso, alla ricerca di motivazioni surrettizie che mi ha condotto alla consapevolezza di non saper fare la cosa più semplice, la più umana.
Morire.
E di questo ho paura.

Perché adesso
sono stanco.

lunedì 19 giugno 2017

UN UOMO/UN RAGAZZINO



Fu così che una domenica, una domenica di inizio estate, mentre le campane della vicina Basilica riempivano l’aria invitando i fedeli alla Messa mattutina, fu così che si soffermò davanti allo specchio, dedicando un’inusitata attenzione all'immagine in esso riflessa: non era la figura attraente di Narciso, ma quella di un uomo del quale a malapena riconosceva i lineamenti e l’aspetto.
La testa quasi completamente priva di capelli e quei pochi sopravvissuti ormai ingrigiti, le gote riempite e leggermente cadenti, la pelle cerea velata da un filo di barba e i suoi occhi, quegli occhi azzurri che ricevevano complimenti dai quali si era sempre schermito, ora offuscati da un velo di malinconia.
Riaffiorò alla propria mente, a quel punto, il volto del bambino che si specchiava chiuso nel bagno della casa paterna, lontano dal vociare dei preparativi della domenica mattina, quando coi genitori, vestito di tutto punto, con il loden verde e i pantaloni di velluto nocciola, andava in chiesa tenendo per mano il fratellino vestito con abiti del tutto identici.
Allora quel ragazzino si specchiava senza un filo di autocompiacimento o di malizia, solo per studiarsi, cercarsi e collocarsi all'interno del mondo. 
Studiava il proprio sguardo, studiava il proprio sorriso che provava a dischiudere in smorfie artificiali, muoveva il proprio ciuffo sulla fronte, sbuffando con le labbra appositamente distorte per far andare il soffio verso al fronte. 
Si chiedeva chi fosse e quale fosse il proprio posto fra gli altri: ed era curioso e ansioso di scoprirlo.
Ora, mentre il sole di giugno entrava dalla finestra illuminando di lato il suo volto di una luce violenta che ne metteva in evidenza una netta metà per lasciare l’altra in penombra, l’uomo pensò a quel viso di bambino, alla vivacità che animava quegli occhi e alla piega ottimista che curvava verso l’alto le labbra allora piene e carnose. Pensò a quel ciuffo biondo.
Dalla Basilica arrivavano le note di un organo, portate dallo scirocco che aveva iniziato a spirare.
L’uomo scosse impercettibilmente il capo, davanti alle prime rughe che affioravano sulla fronte e ai margini degli occhi e pensò a quanta vita aveva dovuto lasciare che gli scorresse addosso: un’esistenza che aveva lasciato, eccome se le aveva lasciate, molte tracce su quella pallida pelle. Piccoli successi e insuccessi brucianti, struggimenti amorosi, dolori profondi come ferite, la paura infantile di perdere gli affetti, quella più adulta di non saper essere all’altezza delle aspettative altrui, le aspettative subite e deluse, i raggiungimenti faticosi; maschere, ruoli non voluti, personaggi obbligati. 
Pensò agli amici che lo avevano abbracciato, alle molte, forse troppe donne con le quali si era accoppiato, a quelle che lo avevano lasciato portandosi via la sua parte migliore; ai misteri che non aveva saputo penetrare, alle gioie per tutta la bellezza inattesa che lo aveva travolto e alle tante, troppe volte in cui si era rimproverato per ciò che era stato incapace di fronteggiare.
E in quel momento si accorse che il percorso che aveva fatto in compagnia del solo sé stesso, era stato complicato, meraviglioso e, soprattutto, lo aveva portato lontano.
Allora provò affetto per quel bambino che era cresciuto in lui, diventando un uomo; e, per la prima volta, il bambino riconobbe l’uomo, ed ebbe un moto di benevolenza per ciò che era.
Si guardò un’ultima volta nello specchio e si chiese cosa avrebbe voluto in quel momento.
Più denaro? No.
Una carriera prestigiosa? Rise e scrollò le spalle.
Una nuova avventura d’amore? Un’altra, no: non era più il momento.
Una cosa avrebbe voluto: avrebbe desiderato avere di nuovo quello sguardo luminoso e vivace, pieno della voglia di scoperta, quello spirito che lo animava da ragazzo quando, privo di lividi e cicatrici viveva ogni giorno nell'attesa che la vita gli offrisse una sorpresa.

venerdì 5 maggio 2017

DOPPIO STRATO


[una soluzione non definitiva]

Nell’immaginario cinematografico e della letteratura di genere, c’è sempre stata una sorta di cesura fra il bene e il male, una netta separazione fra galantuomini e criminali.
Questa separazione si è poi riversata nel sentire comune della società contemporanea desiderosa di rassicurazione; per tale ragione era stato eretto un muro ideale che dividesse i buoni dai cattivi, un po’ come una volta si chiudevano in manicomio i malati di mente (o presunti tali) per separarli dai sani; affinché fosse alimentata la percezione di sicurezza era necessario che i rappresentanti del potere fossero considerati e visti come facenti parte della comunità al di qua del muro, i buoni e gli onesti, all’interno del circolo chiuso del quale facevano parte anche i grandi imprenditori, gli uomini di legge, i politici.
Tale modo schematico di concepire gli individui e i loro comportamenti è stato messo violentemente in discussione dalle vicende di Tangentopoli fino a quelle di Roma Capitale: da quel momento in poi, la relegazione del crimine in una penombra maleodorante popolata da individui impresentabili braccati dalla legge non è stato più un concetto attuale e valido.
Esiste, come spiegato di recente da uno dei magistrati che si occupano dell’inchiesta su mafia Capitale, una Terra di Mezzo nella quale si muovono personaggi-cerniera, che svolgono il compito di mantenere i collegamenti fra criminalità e politica, un legame scellerato finalizzato alla conquista del potere e dell’economia: questi attori hanno il compito di alterare le regole con lo scopo di creare le condizioni essenziali a questa conquista.
Tutto ciò grazie a una fragilità normativa e, soprattutto, a una fragilità etica di grandi porzioni della popolazione, il cui sistema di valori va progressivamente degradandosi.
Doppio Strato è un romanzo noir che narra una vicenda ambientata negli anni 50, quando ancora i due strati della popolazione, quella legale e quella criminale, sembravano nettamente separati; un'epoca, tuttavia nella quale i valori tradizionali stavano per cedere il passo a una serie di modelli deformati dalla sete di denaro e di potere.
Nell’agosto 1954, la città è in balia della mala, mentre una classe imprenditoriale emergente, avida e priva di scrupoli, individua nella ricostruzione del secondo dopoguerra un'enorme opportunità di arricchimento esponenziale. Nel volgere di poche ore i cadaveri di uno sconosciuto e del braccio destro del sottosegretario alla Difesa sono ritrovati in punti diversi della città. Il Commissario Stefano Turati, col cuore e la mente persi dietro a una donna sbagliata, muovendosi in una città che si regge in fragile equilibrio fra un passato che non vuole uscire di scena e un futuro radioso che sembra a portata di mano, si ritrova a esplorare i molteplici livelli di degrado che l'individuo può raggiungere: chi fatalmente attratto dal profitto tanto da perdere di vista lo spirito etico, chi ancora travolto dalla solitudine e dalla mancanza di orizzonti, chi infine preda della libido procurata dal potere e dal suo utilizzo a scopo personale. Sullo sfondo la musica del tango, metafora languida della condizione umana, risuona nelle milonghe di periferia e nella testa del Commissario, eroe scorbutico e malinconico.
Un doppio strato della popolazione, quello legale e quello criminale, così intimamente fusi al punto da generare un doppio Stato, per fare un gioco di parole: ossia quello ufficiale con il proprio apparato di leggi e di procedure, e quello sommerso, non meno potente e sicuramente influente sulla politica, sull'economia e sulla società del nostro Paese.
Una metafora di ciò che é poi realmente accaduto in Italia nei decenni successivi.

Doppio strato, edito da Panda Edizioni, si può acquistare ordinandolo in qualsiasi libreria, oppure on-line direttamente sul sito di Panda [alla sezione "Il nostro catalogo - Narrativa], su IBS.it, su Amazon, o su Mondadoristore.

mercoledì 26 aprile 2017

NESSUN AUTODAFE' *



Il vento che risale il Tamigi è freddo e tagliente, ma il sole intenso di aprile scalda oltre le aspettative. Le nuvole si susseguono rapide mentre sciami di persone, come colonne coordinate di formiche, si muovono sui ponti e lungo l’argine del South Bank.
Su una panchina nei pressi del Globe Theatre, due individui conversano fittamente, con gli occhi strizzati per la luce inconsueta di quel cielo improvvisamente fattosi azzurro azzurro. Dall’atteggiamento, dai sorrisi e dagli sguardi che si rivolgono, sembrano fratello e sorella, più che semplici amici.
Rosaria, occhi scuri e capelli ricci, fuma e scuote il capo, mentre il suo sguardo indugia sul tetto di paglia del teatro di Shakespeare.
- Dobbiamo smetterla con questo cazzo di romanticismo. Maledetto. Maledetto Shakespeare. Avrebbe potuto fare altro nella vita.
- Hm – Stefano si sistema il cappuccio della felpa e spegne il mozzicone con la punta dello scarponcino - Ma tu non eri quella che “alla nostra età l’amore non è più sussulto”?
- Macché: l’amore è sussulto, deve esserlo; sussulto, stordimento, passione. Cuore che batte a tremila.
- Ma se mi incoraggiavi a stare con Alessia, ben sapendo che non mi sconquassava!
- E certo, perché tu vieni da un groviglio di storie, di donne, di situazioni in cui, amando, hai dovuto adattarti all’autodistruzione: ora hai bisogno di casa; di serenità. Di una storia edificante.
- Sì, ma Alessia… - strizza gli occhi, osserva le nuvole.
- ...ciò non significa che tu debba vivere una storia senza passione, senza follia: non ti ho mai detto una cosa del genere. Mi hai detto che Alessia ti prendeva, mentalmente e fisicamente. D'altronde, mi hai anche detto che con Eva era chimica pura...
- Eh no: Alessia proprio non mi ha mai preso. Mai. Ecco perché ero sereno: non ero coinvolto. Valeria, lei sì, mi faceva passare la fame e battere il cuore. Passavo le notti sul divano a suonare lo stesso accordo con la chitarra: la minore, la minore, la minore; e ogni accordo mi sembrava più struggente e mi avvicinava a lei. Eva, anche lei, mi teneva in un perenne stato di eccitazione che mi stordiva. Ma con Alessia, proprio no: zero.
- E allora no. No, eccheccazzo!
- Vedi, la sceneggiata di gelosia che mi ha fatto Alessia quella sera: mi ha irritato pesantemente. Ma se me l’avesse fatta Valeria, avremmo risolto con una risata. Se me l’avesse fatta Eva, ci saremmo accapigliati, e poi avremmo scopato tutta notte. Invece, quando me l’ha fatta Alessia, mi è sembrata una via di uscita per uscire da quel rapporto.
- Ecco: Valeria allora ti ha preso davvero.
- Valeria mi ha ucciso, è diverso. Nel suo essere pavida e piccina, quasi una nullità agli occhi degli altri, mi ha spento – sì: come un elefante abbattuto da un moscerino. Credevo che potesse funzionare.
- Sì, Stefano: però ti ha preso.
- Sì. Era bellissimo stare con lei. Bellissimo.
- Cos’é, di Valeria, che ti ha preso tanto?
- Non lo so. Non c’è una ragione precisa. Ma ero totalizzato da lei.
- Sei un maledetto romantico: devi soffrire, per stare bene in amore. Ti devi distruggere – scuote il capo; si passa una mano nei ricci - Il tuo più grande desiderio e, al contempo, la tua più grande paura: una donna tutta tua. Quelli come noi andrebbero abbattuti.
Stefano annuisce, silenzioso. Cerca nelle tasche della felpa il pacchetto di Lucky Strike, ne prende una, se la rigira fra le dita prima di portarla alle labbra. La accende con difficoltà. Ripensa a quell’euforia che non ha più riprovato.
- Era bellina. Era gentile e mi adorava. Stavamo al telefono un’ora, al mattino, mentre andavamo al lavoro; e un’ora alla sera, rientrando a casa, dopo esserci visti. Veniva da me una sera alla settimana e la mia orrenda casa sembrava il nucleo primordiale, non avevo bisogno di altro. Poi, c’era l’aspetto della sfida: riuscire a strapparla al marito. Una sera, poi, ho perso la pazienza, esasperato dalla continua attesa di una svolta; lei non ha capito che era un altro lato del mio amore, si è spaventata e se ne è andata. E ora mi devasta pensare che ciò che le resta di me sia solo il ricordo di quella sfuriata.
- Siamo coglioni, tutto qui.
- Mi faceva sentire speciale. E mi batteva il cuore. La desideravo e si eccitava se la toccavo.
- Ecco.
- Poi – sbuffa - forse, a volte era vacua e superficiale. I miei amici dicevano che non era al mio livello: ma a me non interessava niente. Per me lei era al mio livello: a me andava bene come era. Aveva tutto ciò che io cerco in una donna.
- Potremmo essere felici, accanto a persone sane. Invece no: cerchiamo lo struggimento.
- Può darsi che tu abbia ragione.
- La sofferenza, che idiozia – Rosaria scuote il capo, contrariata da quei pensieri – ti detesto. Non vedo perché io debba soffrire con te; soffri da solo.
- Lo hai detto anche tu, Rosaria: l’amore è struggimento.
- Vai al diavolo.
- Shakespeare, Battisti, Catullo, Foscolo. Goethe!
- Maledetti. Tutti noi.
- Ma no, maledetti gli altri cretini…
- No, Stefano, sbagli – e gli mette un dito indice quasi sotto al naso – Gli altri vivono bene, nel proprio nulla privo di domande…
- …che si scelgono come si sceglie il prosciutto cotto al supermercato.
- …nel proprio utilitaristico accontentarsi. Fanculo a tutti: fanculo a tutto ciò che per gli altri è reale.
- Idioti, tutti loro.
- Idioti noi, gli eletti – la ragazza si rannicchia sulla panchina. Ha un brivido di freddo. Si infila le mani nelle tasche della giacca di pelle. Il South Bank è animato da mille esistenze differenti. Stefano osserva il passaggio, provando a indovinare le emozioni di ciascuno.
- Dante, Petrarca.
- Yeats, Thoreau, Whitman.
- Buckley. Cohen.
- Maledetti: propongo una bella pira di tutti i testi struggenti scritti da questi sciagurati.
- Sei pazza: dimmi una bella canzone d’amore risolto, realizzato. Coraggio, trovamene una.
- Nessuna: non ce ne sono.
- Nessuna pira: nessun autodafé.
- Ma ci deve essere una via d’uscita: un modo. Un trucco.
- C’è.
- Davvero?
- Si chiama Martini Cocktail.






* Un grazie affettuoso a Maria Rosaria Molliconi che ha contribuito con il proprio ruolo di interlocutrice ideale.



venerdì 21 aprile 2017

SLOT



di Rocco Carta


Una stanza, finestre chiuse che filtrano poca luce. Fuori il caos del traffico delle 18.
Era rientrato la mattina, sotto i postumi di una nottata viziata dall’alcool. Si era alzato barcollando e trascinandosi verso il bagno, dritto verso il water, dove senza neanche tirare su l’asse, aveva pisciato tutto quello che era rimasto in corpo della bevuta notturna.
Si era posizionato davanti allo specchio osservando una sagoma sfuocata che vagamente somigliava alla persona che si era specchiata la sera prima, ma non si era scomposto più di tanto.
“Che giorno è oggi? Ah già, è sabato! Un altro cazzo di sabato di solitudine.”
Esatto, perché lui era da troppo tempo che non aveva compagnia e gli mancava.
Un languorino gli faceva tremare lo stomaco e lo aveva condotto, o meglio trascinato, verso la cucina. Aprendo il frigo e si era trovato davanti il nulla cosmico, accompagnato da un litro di latte aperto da tempo immemore. Imprecò!
“Ok, meglio uscire”, aveva sbofonchiato tra sé e sé.
Giunto in strada, si era reso conto di non avere un centesimo in tasca e, inoltre, avrebbe dovuto controllare il conto. La sorpresa fu tremenda: era solo la metà del mese e sul conto rimanevano solo 200 miseri euro.
La sua testa prese a girare e avvertì un forte senso di nausea.
“Devo mangiare qualcosa e poi forse riuscirò a riflettere sul da farsi.”
Si  sedette in un fast food, dove ingurgitò un panino senza neanche troppa voglia e buttò giù una birra annacquata.
“Ma come ho fatto a spendere tutti quei soldi? Quanti ne ho fatti fuori ieri notte? Sono proprio un coglione!”.
Qualche giorno prima aveva versato il mantenimento, sul conto della moglie, per i propri figli. Avrebbe dovuto pagare le bollette in scadenza e fare un po’ di spesa. Non fece nulla di tutto ciò. Come ogni giorno, oramai da mesi, si era recato in quella maledetta sala giochi, dove quella slot, dal nome profetico “Vampire diamonds”, lo aspettava per succhiargli il sangue. Lo sfidava e le sfide lui non poteva non accettarle.
Aveva già perso tanto a causa di quel vizio: l’amore, la famiglia, la concentrazione sul lavoro, tanti soldi e, infine, la dignità.
Non riusciva a farne a meno, aveva bisogno di giocare e di provare l’adrenalina della vittoria e la delusione della sconfitta.
Si rendeva conto di essere malato, di essere rimasto solo per non aver saputo rinunciare al suo bisogno, alla sua malattia, al suo demone.
Aveva anche cominciato a bere ed era invecchiato di colpo.
Qualche sera prima aveva vinto, ma, nel giro di qualche giorno, aveva perso più di quanto era riuscito a mettersi in tasca.
Si alzò dal tavolo, dopo aver svuotato il vassoio ed inforcò con rabbia la porta. Il cibo era ancora lì, appena assaggiato.
Iniziò nuovamente a fremere, esisteva un solo luogo dove voleva recarsi, aveva un solo appuntamento fisso a cui non poteva sottrarsi. Il cuore batteva forte al solo pensiero. L’adrenalina cominciava a fare il suo dovere.
Prelevò quel poco che rimaneva sul suo conto corrente e corse veloce verso soglia di quella maledetta entrata, senza un attimo di ripensamento.
Appena entrato, le luci soffuse del locale gli provocarono una sensazione di vertigine. La sala era già frequentata da altre anime oramai vendute al Dio del gioco. Girò lo sguardo verso quella macchina infernale.
“Cazzo!”, esclamò di dentro di sé, “è occupata”. Eh sì, perché i giocatori considerano alcune macchine come una loro proprietà, vogliono quella e solo quella, la desiderano, neanche fosse un’affascinante donna disponibile a trascorrere tutta la notte con loro.
Si sedette al bar, ordinò del whiskey e domandò al barista, con cui aveva ormai una certa confidenza, se quel giorno la sua macchina avesse “pagato”. Alla risposta negativa del barista sentì salire l’eccitazione della sfida e, allo stesso tempo, la voglia di andare dal tizio che occupava la slot e sbatterlo fuori a calci nel culo fuori dal locale.
Continuava a fissare la schiena dello sconosciuto, sperando quasi che quel continuare a osservarlo potesse farlo andare via. Se avesse vinto lo sconosciuto, lui avrebbe dovuto cambiare macchina: questo non andava per niente bene.
Ad un tratto quel giocatore si alzò scuotendo la testa e si andò a posizionare davanti ad un’altra slot. Era il suo turno! Toccava a lui.
Si sentiva come un adolescente al suo primo appuntamento con una ragazza. Pensò: “Eccomi bambina, non mi deludere, dammi soddisfazione” e aggiunse “Stasera sbanco, me lo sento”.
Si ritrovò in strada nel momento in cui la luce vince le ultime resistenze della notte. Le sue mani tremavano insistentemente, le gambe lo reggevano a stento, un peso sul petto gli opprimeva non solo la gabbia toracica ma anche l’anima. Era stato male altre volte, ma così mai. Aveva perso tutto quello che poteva perdere e la coscienza gli stava presentando il conto.
Vomitò e cercò una panchina per sedersi. Nella testa gli rimbombava la parola “BASTA” tonante e la sua immaginazione gliela riproponeva scritta a lettere sempre più grandi e pesanti come macigni.
Non vedeva via di salvezza. Si sentiva destinato a dannazione eterna.
Trovò da sedersi, sotto una pensilina. Dall’altra parte della strada scorreva il fiume della città. La tentazione di lanciarsi dentro fu forte. Ma questa volta non accettò la sfida, pensando, semmai, di rimandarla.
Sulla parete della fermata del bus, l’occhio cadde su un cartello pubblicitario che recitava così:
“Dottoressa Francesca Girone, specialista nel trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo, riceve presso il consultorio di zona…”
Era un segnale, un ultimo aiuto. Decise di segnarsi il numero di telefono.
Chissà se questa volta avrebbe accettato la sfida?

Rocco Carta

N.D.A : Questo racconto è stato pubblicato sul sito Vita.It in data 02/02/2017 e sul Storiequalunque.com in data 25/02/2017

mercoledì 12 aprile 2017

NON E' UNO SCHERZO*




Sigma è un ragazzino come tanti altri, perso nello sciame di scolari che entrano a scuola passando sotto il grosso portone in bronzo e cristallo della vecchia scuola media dall’aria austera. 
Sotto quell’androne, lungo quegli ampi corridoi e nelle austere aule, si respira aria di storia, di tante storie individuali avvicendatesi nel corso di molti decenni.
Sigma ha due enormi occhi di un azzurro che, nei giorni invernali, virano al grigio per ritrovarsi nel cielo. E’ un bambino gracile con spessi occhiali quadrati per curare la presbiopia; un apparecchio ortodontico gli ingabbia i denti con un reticolato di ferretti.
E’ un ragazzino timido come tanti, che si è appena affacciato al duro palcoscenico delle scuole medie. Lì, a differenza che alle elementari, si gioca duro: non c’è più la maestra a fare da mamma e i compagni sembrano crescere in modo differente e differenti sono le vie che scelgono per affermare sé stessi nella società. Alcuni giocano ancora, altri preferiscono menare. Sigma scruta tutto da dietro il ciuffo biondo: scruta in silenzio e immagazzina; osserva e annota.
A Sigma piace molto una ragazzina magra e lunga, con un caschetto di capelli scuri come i suoi occhi. Si chiama Monica: per tanti maschi della sua classe Monica è una racchia, ma a Sigma quell’aspetto fragile e schivo risulta attraente. 
Casa di Sigma dista quattrocento metri dalla scuola.
Quattrocento metri sono pochi, se li percorri accanto al tuo miglior amico, conversando di figurine e della partita del Milan.
Diventano un’eternità se quei quattrocento metri si trasformano in un calvario di umiliazioni e violenze fisiche.
Norberto e Roberto sono due scolari della terza media. Ripetenti. Hanno il viso coperto di brufoli e di peluria sottile; hanno i capelli acconciati da duri e indossano giubbini di jeans; hanno muscoli e sguardi che celano un malessere che non riescono a spiegare e che nessuno ha voglia di esplorare. 
Sono ragazzini, anch’essi spaventati dalle sfide della vita, ma ostentano una maschera aggressiva.
Aspettano il piccolo Sigma tutti i giorni, appoggiati al paletto di cemento che regge il cancello della scuola. Lo aspettano, per accompagnarlo a casa.
Non è esattamente la compagnia che il fragile Sigma desidererebbe.
Norberto e Roberto lo prendono in giro per la sua magrezza. Lo chiamano biafra. Ridono dei suoi occhiali, dell’apparecchio, delle sue grosse orecchie, del suo pallore, dei suoi vestiti da sfigato.
E lo prendono a calci, non uno, non due: tanti calci. Nel culo.
Picchiano il debole divertendosi nel vedere l’assenza di reazioni. Sigma subisce in silenzio: a casa gli hanno insegnato a non mostrare le proprie emozioni, a celare la propria sofferenza, a tenere bassa la testa e lasciar correre.
Pochi metri più avanti c’è Monica, come ogni giorno: Monica abita non lontano dalla casa di Sigma e percorre gran parte dello stesso tragitto.
Ridacchia, vedendo come i due bulletti umiliano il ragazzino, ridacchia e cammina avanti di una decina di passi. Ecco, quello è l’aspetto che più mortifica Sigma: non tanto il male per i calci e le sberle sul coppino, no. I risolini di Monica bruciano di più.
Sigma entra in casa, alla mamma che gli chiede come è andata risponde con una scrollata di spalle; poi si chiude in camera, si butta sul letto e piange a dirotto, come ogni giorno.

* * *

Adesso Sigma è un uomo, i suoi occhi non sono più spalancati dietro le spesse lenti, non trasmettono più stupore o spavento. Quegli occhi fissano una bambina di sette anni che gli corre incontro all’uscita di scuola. Quella ragazzina è sveglia, molto più sveglia di quanto fosse lui alla sua età e sembra circondata da affetto e da amici. Non è sola, non è spaventata. Racconta tutto ciò che percepisce del mondo che le gira intorno.
Eppure Sigma rabbrividisce al pensiero che un giorno, all’uscita da scuola, trovi un Norberto e un Roberto pronti ad accompagnarla a casa.


Non è uno scherzo è il titolo di un cortometraggio realizzato con la partecipazione di alcuni ragazzi della Comunità Kayros presieduta da Don Claudio Burgio, ha la sceneggiatura di Elisabetta Pirro, la regia di Davide Agosta e la produzione di Luciano Peritore. Fra gli attori segnalo la mia amica Dominique Evoli.
Le riprese sono state girate anche presso la Scuola Secondaria di I grado "Carmelita Manara" di Milano e nella zona circostante.Il bullismo è un problema che non riguarda i singoli individui, ma l’intera nostra comunità.

Crescere un ragazzino non significa solo garantirgli un tetto, del cibo e un’educazione scolastica obbligatoria. Significa proporre modelli validi e alternativi, che esulino da quelli convenzionalmente in auge al momento (il successo, la ricchezza, la violenza). Occorre essere adulti significativi, capaci di rappresentare un punto di riferimento per coloro che si rivolgono a noi, in modo da aiutarli a comprendersi e a spiegarsi e a esprimere sé stessi.
Significa alimentare i loro sogni.

sabato 1 aprile 2017

IL VOLO DELLE PIUME



Per i primi vent’anni della mia vita, passai le vacanze estive in montagna. Non che i miei genitori detestassero il mare: ma era più economico avere quella piccola casa in Val Seriana e certo era più comodo per mio padre fare la spola da lì a casa, che non tornare ogni domenica sera dalla Riviera Romagnola.
Avevamo questo piccolo appartamento a Bratto della Presolana, riscaldato da una stufa a cherosene che, durante le vacanze di Natale, riempivamo quotidianamente: due stanze, una cucina e un bagno. Alle pareti mia mamma aveva appeso quadretti che ritraevano scene bucoliche, fiori, e pizzi ricamati.
Era molto più piccolo rispetto allo spazioso appartamento che avevamo in città e non aveva le stesse comodità.
C’era un televisore in bianco e nero senza telecomando con l’antenna mobile per cui, se volevamo cambiare canale, dovevamo alzarci e schiacciare i bottoni e regolare l’antenna fino a quando l’immagine trasmessa non fosse risultata accettabile.
Lo scaldabagno era un piccolo boiler; per questa ragione io e mio fratello Andrea facevamo a gara per essere i primi a farci la doccia: il secondo, infatti, spesso rimaneva senza acqua calda.
Per concedere a mia nonna un po’ di riservatezza, i miei genitori avevano stabilito che lei avrebbe dormito nella camera in fondo e noi quattro ci saremmo accomodati nello stanzone accanto alla cucina: dato che io da sempre parlo nel sonno, mio fratello e i miei genitori furono costretti per quattro lustri a sorbirsi le mie tirate notturne, non di rado infarcite di turpiloquio e bestemmie e tutto ciò che non dicevo durante il giorno. A posteriori mi rendo conto di quanto quel sonno condiviso fosse un facile veicolo di comunicazione del mio disagio represso.
Amavo quella casa. L’aria era sempre fresca e profumata. Da qualsiasi finestra ci si affacciasse si potevano vedere le cime di roccia grigia e rossa delle montagne circostanti e i pascoli e i boschi.
Bratto non aveva attrattive particolari, era un piccolo borgo di passo, nella bergamasca: eppure ci sembrava un posto fantastico.
La natura non era intaccata che in minima parte dall’abitato: i boschi, i torrenti, i sentieri che solcavano i pascoli e i campi fioriti, erano una fonte di esplorazione irrinunciabile.
La parte vecchia del paese era composta da case di contadini con almeno duecento anni di storia, edificate con malta grigia, pietra ruvida e tegole d’ardesia: spesso andavamo a curiosare guardinghi e timorosi di essere scoperti, negli spogli androni e nei sotterranei, dove anche d’estate l’ombra raffreddava l’aria e le voci rimbombavano; vi si respirava odore di fieno e di animale da fattoria; qualche cane abbaiava rincorrendo topi di campagna, o spaventava le galline che razzolavano nel cortile, fra i carretti e le biciclette arrugginite.
Il paese era in seguito cresciuto, arricchendosi delle case per i villeggianti e altre strutture turistiche: una piccola sala giochi, con i primi videogames ai quali noi preferivamo il calcio balilla e i due flipper, grazie ai quali sopportavamo i pomeriggi di pioggia scrosciante mentre il jukebox suonava la musica del momento. Poco oltre la sala giochi, una panetteria che vendeva pizza al trancio e patatine fritte; ancora più in là, una gelateria.
Quelli furono gli anni più sereni della mia vita. Ricordo una canzone che diceva “facile una volta/strappare settimane al calendario”; non capivo tanto bene cosa significasse, tuttavia oggi mi rendo conto che quella frase racchiudeva in poche battute il significato denso dell’essere giovani: l’abbondanza di tempo.
Essere fratelli ci rendeva autosufficienti.
Che ci fossero gli amici, o non ci fossero, noi non eravamo mai soli e non ci annoiavamo mai: fra di noi si era sviluppata una complicità non dichiarata che travalicava il legame di famiglia e rendeva prezioso lo stare insieme. Nessun amico avrebbe mai potuto incrinare la nostra intesa insinuandosi fra noi.
Passavamo le mattine al sole, sull’ampio terrazzo che era il tetto dell’autorimessa, leggendo fumetti e ascoltando musica da un giradischi portatile che risaliva ai primi anni settanta.
Spesso ci inoltravamo nei sentieri di montagna, all’ombra di boschi di conifere, con il profumo di resina e di ciclamino a riempire l’aria; camminavamo tenendo gli occhi fissi sul sentiero per evitare il passaggio di una vipera. Pranzavamo al sacco lungo il torrente, poi rientravamo verso casa.
Mi sentivo un po’ come Tom Sawyer o Huckleberry Finn: avevo quattordici anni e stavo attraversando la prima fase di esplorazione del mondo e di me stesso.
Una mattina appoggiai il giornale e lasciai che il sole mi scaldasse.
Pensai che ero innamorato di una ragazza di nome Laura alla quale non sarei mai riuscito a rivolgere la parola; pensai che tre giorni dopo ci sarebbe stato Italia–Brasile; pensai che dovevo studiare per superare l’esame di matematica a settembre.
Mi sentii pervaso da un’insostenibile sensazione di serenità e di gioia, senza cogliere fino in fondo la natura di quel sentire: non potevamo sapere che entro un decennio la vita avrebbe risucchiato il nostro tempo in una vertigine di obblighi, responsabilità, tempo ridotto e l’inevitabilità del brutto che entra nella vita di un adulto sotto forma di dolore.
Aprii gli occhi e vidi il massiccio della Presolana: quella montagna aveva sempre suscitato un grande fascino, perché sembrava inaccessibile e alta. Sul Massiccio della Presolana si narravano leggende preoccupanti, come solo sanno essere le storie della Montagna: raccontavano di alpinisti caduti nei crepacci e mai più ritrovati, di aquile e lupi.
C’era un percorso, in particolare, che portava a una grotta scavata dalle intemperie nel grigio della roccia, per raggiungere la quale occorreva marciare spediti per più di tre ore, fra sentieri infestati da vipere, e camminamenti in bilico fra la parete e lo strapiombo, e ferrate vertiginose, per poi risalire un enorme ghiaione, una vera e propria pietraia morenica che ingannava l’inesperto escursionista, illudendolo di essere prossimo alla meta e esaurendo le residue energie.
Misi una mano a visiera fra fronte e occhi, per farmi ombra dal violento sole di luglio e pensai che fosse il momento per fare qualcosa di memorabile.
Un’impresa a sigillo della nostra gioventù.
Con la spregiudicatezza di chi non sa ancora nulla della vita, Andrea e io decidemmo di affrontare l’ascesa alla Grotta dei Pagani l’indomani: radunammo, con un efficace passaparola, altri tre compagni di missione e ci demmo appuntamento per il mattino successivo.
Con lo zaino sulle spalle, preparato diligentemente affinché contenesse tutto il necessario per affrontare qualsiasi evento, gravati da una serie interminabile di raccomandazioni delle mamme che guardavano noi e si rivolgevano vicendevolmente sguardi carichi di apprensione e scuotevano la testa, partimmo dal Passo lungo un sentiero che solcava un prato in pendenza.
Ci infilammo poi in un ampio bosco dove il sentiero si copriva di aghi di pino e foglie secche e rami, dove il profumo di ciclamino era intensissimo e dava quasi alla testa. I nostri passi erano impercettibili, attutiti com’erano dal tappeto del sottobosco. Mangiammo lamponi e fragole raccolte dai rovi, bevemmo acqua da una canna di ferro che sbucava dalla roccia e proseguimmo nell’ombra fresca. Abbandonammo il bosco per trovarci davanti un pianoro con l’erba che arrivava al ginocchio: il campo delle vipere, evidentemente.
Restammo a studiare quel mare verde che si muoveva scosso dal vento, incerti se proseguire o tornare a casa: era evidente che le leggende ascoltate ci avessero impressionato; nelle sere d’estate i vecchi ne parlavano seduti sui gradini delle case di pietra con accanto un fiasco di vino e in mano la pipa, i baffi folti sotto il naso arrossato e la voce profonda e arrochita, quasi un latrato; faticavamo a comprendere l’idioma duro con cui si esprimevano e ciò rendeva il racconto ancora più misterioso e evocativo.
Roberto era un ragazzo corpulento, dalla pelle biancastra coperta di efelidi e i capelli rossi: sembrava un irlandese e parlava di continuo lamentandosi di ogni cosa.
Si grattò la testa ruggine e entrò nel campo, infilandosi sotto il filo spinato e battendo i piedi per spaventare i rettili. Noi lo seguimmo, muovendo l’erba ciascuno con il proprio bastone.
Quella parte di percorso sembrava non finire mai e la percorremmo in silenzio e con il cuore in gola, accompagnati solo dal fruscio dell’erba e dalla litania del battistrada che, imperterrito, ci somministrava il suo rosario di lamentele. Alberto, un piccoletto biondo e nervoso, bestemmiava a ogni fruscio sospetto e saltellava nell’erba, alta quasi come lui. Io chiudevo la fila, con gli occhi fissi su Andrea, attento che non gli capitasse nulla. Mio fratello ogni tanto si voltava a cercarmi con il suo sguardo furbo: inarcava le sopracciglia e le labbra come se volesse comunicarmi lo stupore per l’impresa che stavamo realizzando.
Nella realtà non vedemmo alcuna vipera: alla fine dell’attraversamento ci convincemmo che quei racconti fossero solo frutto di fantasia, un innocente vezzo dei locali per farsi burla dei giovani ragazzi di città. O forse le vipere erano fuggite per non subire il lamentio costante dell’irlandese.
Eravamo arrivati nel punto in cui la vegetazione lascia spazio alla roccia; niente più campi e boschi, niente più ombra: il sole del tardo mattino picchiava con decisione sulle nostre teste, riscaldando l’aria resa fresca dall’altitudine.
Da quel punto la visuale sulla valle era incredibilmente suggestiva; strizzammo tutti gli occhi, per difenderci dal riverbero della luce sul bianco della roccia e guardammo sotto: si vedevano i paesi, minuscoli, e le strade e i campi verdissimi con i boschi e le radure, la strada che si inerpicava tortuosa verso il passo; vedevamo il nostro piccolo mondo con una prospettiva diversa e ci divertimmo a individuare edifici e luoghi da lì distanti e minuscoli.
I rumori giungevano rarefatti, quasi spettrali, dispersi dal vento e dalla distanza: inspirai profondamente l’aria pulita e aprii le braccia, sperando che un refolo più violento mi sollevasse e mi facesse planare sopra tutta quella bellezza, sopra tutta quella libertà.
Avevo il presentimento che quell’estate fosse una specie di spartiacque che avrebbe aperto un solco fra la mia ingenuità spensierata e la china verso l’età adulta.
Uno dei tanti crepacci della crescita.
Camminando in fila indiana, giungemmo al punto in cui il sentiero, lastricato e costellato di frammenti di roccia, si stringeva per insinuarsi fra il precipizio, a sinistra, e il versante ripido della montagna, a destra, che costituiva un muro grigio e poroso.
Ci aggrappammo alle catene saldate alla parete da grossi chiodi scuri e inoltrammo passi guardinghi sul sentiero diventato ormai una striscia di roccia: sotto di noi un salto di decine di metri.
E poi il ghiaione, domato con pazienza, gattonando quasi, scivolando indietro e risalendo aggrappandosi a sterpi e massi.
E fummo in cima, sul tetto del nostro piccolo mondo, spogliato dalle ingenue ombre delle leggende inquietanti.
Ci abbeverammo alla vasca naturale che l’acqua aveva scavato nella pietra, goccia dopo goccia, per centinaia di anni, complimentandoci reciprocamente; consumammo la nostra colazione al sacco.
L’irlandese cavò dal proprio zaino un pacchetto di sigarette rubate al padre che fumammo goffamente, con fare carbonaro, come celebrazione della nostra conquista che era vissuta come un passo verso l’età adulta, una meta a cui agognavamo incoscientemente.
Fumammo tutti, in silenzio, guardando la roccia e ripensando la fatica compiuta per arrivare a toccarla: le cime erano vicine, si vedevano nitidamente nel cielo reso mutevole dal vento.
L’unico che non fumava era Andrea, che si muoveva lungo la parete di roccia alla ricerca di un appiglio dal quale partire per una scalata improvvisata. Si voltò, quasi a chiamarmi con lo sguardo: decisi di seguirlo.
Una fenditura nella roccia, dovuta al gelo e al vento, aveva formato un piccolo canalone verticale facilmente ascendibile puntando i piedi nelle sporgenze della pietra. Andrea guizzava come un gatto, e io dietro a rincorrerlo e a raccomandargli prudenza. Ridevamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Tuttavia, raggiunti i quindici metri di altezza, Andrea scivolò, perse la presa e cadde.
L’istinto mi spinse ad allargare il braccio e afferrarlo per il maglione, ritirandolo verso la roccia.
Restai aggrappato a lui, per alcuni minuti, ansimando e ridendo, e insultandolo e rabbrividendo pensando a ciò che non era successo.

Restai aggrappato a lui, l’unico punto fermo fra le due vite che mi riguardavano, quella vissuta fino a quel momento e quella che avrei vissuto in futuro, e a quell’idea di età libera e ricca di tempo che stavo vivendo con lui e che progressivamente ci sfuggiva dalle mani.