mercoledì 28 dicembre 2016

POSEIDON


Nel 2014 la mia amica Rosamaria Caputi, poetessa, drammaturga e attrice catanese, mi propose di partecipare alla realizzazione di un’antologia di ricette abbinate a racconti: aveva letto dei brani di questo mio blog e, bontà sua, apprezzava il mio modo di scrivere al punto da offrirmi questa bella opportunità.
Il progetto si chiamava Fatti Mangiare Dall’Amore e seguiva il precedente volume intitolato Fatti Mangiare Dalla Mamma.
Accettai con entusiasmo: stavo attendendo l’uscita del mio primo romanzo, La pace inquieta, e non avevo ancora iniziato la stesura di Doppio strato; avevo voglia di prendere parte a questa pubblicazione per varie ragioni: la prima dipendeva dal fine benefico legato alla vendita di questo libro; inoltre, all’interno del Cochonneire-Labile-Collettivo avrei avuto modo di collaborare con una galassia di scrittori molto bravi benché ai margini della grandissima ribalta letteraria: quella, per intenderci, cannibalizzata dai vari Volo, Gramellini, Gamberale, Vespa, eccetera.
Penso a Ianus Pravo, Luigi Carrino, Mauro Mazzetti, Silvia Longo, Michelangelo Zorzit, Barbara Giuliani, oltre alla già citata Rosamaria Caputi: il numero di chi ha partecipato, fornendo ricette o racconti si aggira intorno alle 40 unità.
L’esperimento era interessante perché nasceva in quel (tanto discusso) luogo astratto che è Facebook: infatti, essendo i partecipanti sparsi in ogni parte d’Italia (Ianus addirittura vive a Barcellona) sarebbe stato impossibile, senza il social network, il confronto, la raccolta dei testi, l’editing e il coordinamento delle attività.
Fu un periodo divertente e coinvolgente, in cui mi sentii parte di un gruppo affiatato benché eterogeneo: non mancarono polemiche e momenti di scontro, le inevitabili antipatie e le occasioni per divertirsi e dissacrare. Rosamaria reggeva la barra di comando con piglio a volte feroce, senza tuttavia farci mai mancare il surreale umorismo e la folle allegria che le sono propri.
Essendo arrivato a progetto avviato, il mio contributo avrebbe dovuto limitarsi a tre didascalie, da associare a vignette umoristiche sul tema del cibo come strumento di seduzione: tuttavia, successivamente, la Caputi decise di commissionarmi quattro brevi racconti da abbinare a altrettante ricette.
Una sera, Rosamaria mi contattò per dirmi che Christele Jacob, una fotografa parigina, avrebbe contribuito al libro donando una propria opera, intitolata Poseidon: questa fotografia, una surreale manipolazione dell’immagine di un Nettuno dai capelli di piovra che inghiottisce i corpi nudi di due amanti avvinghiati, necessitava dell’abbinamento con un racconto, per il quale la Caputi aveva pensato a me.
L’idea mi piacque, anche perché mi dava l’occasione di conoscere il lavoro di questa bravissima artista francese della quale, faccio ammenda, non avevo mai sentito parlare prima.
Venni inoltre a sapere che Christele ha uno stretto legame con FernandoArrabal, un poeta e drammaturgo spagnolo. Rosamaria, tanto per aumentare ulteriormente il mio senso di soggezione, pretese che io scrivessi il mio racconto di accompagnamento seguendo i canoni della patafisica, ossia la modalità espressiva propria di Arrabal.
Per dirla tutta, ignoravo completamente cosa fosse la patafisica e temetti, per un istante, di trovarmi di fronte a uno dei frequenti momenti folli della curatrice.
Avendo poco tempo a disposizione feci quello che potei per documentarmi al meglio su questa forma d’arte. Dopo poco (il tempo stringeva) decisi di trovare ispirazione leggendo, oltre a Arrabal, anche i testi di alcuni brani dei Beatles contenuti in Magical Mystery Tour e anche in Sgt. Pepper’s. Mi sembrava che il surrealismo del mio amato Lennon potesse ispirarmi a sufficienza.
Mi riguardai alcune scene di Across the universe, il bellissimo film ispirato alle musiche dei Beatles, diretto da Julie Taymor: in particolare la scena legata alla canzone Being for the benefit of Mr. Kite, dove i protagonisti si trovano trasfigurati nei panni di circensi, mentre Eddie Izzard canta.
Una sera, Rosamaria e Roberta Scarazzato (chef milanese responsabile della parte legata alle ricette) decisero di spronarmi coinvolgendomi in una chat di gruppo a contenuto erotico-ironico-saffico-surreale: volevano offrirmi materiale per la mia ispirazione. La scena era, quella sì, surreale: stavo addormentando mia figlia e nel frattempo mi arrivavano sul cellulare i messaggi di queste due pazze che si divertivano a provocarmi.
Immaginai così un sabba sottomarino, in cui uno yuppie si snatura vittima della seduzione di una sirena, senza l’ambizione di accostare lo stile sognante e surreale utilizzato per Poseidon, alle opere di Arrabal. Ovviamente.
Il risultato fu questo:

l'universo liquido vortica e m'ipnotizza 
riflesso
nelle onde contemplo la mia barba incolta e i bizzarri 
capelli dell'inquieta corrente
sullo scoglio aggiusto il doppiopetto e mi godo
lo spettacolo di una mora dagli occhi a fessura
vende promesse già mantenute
da una bocca
che si concede indifferente
un beccheggio diventa
sirena
dai motivi ondulati
ombre nei sensi
si muove allusiva
eppure sono certo di non essere
solo
in questo abisso
ho perso il tridente
quadriglia equivoca
un galoppo di ippocampi reca
nella stanza
un'odalisca bionda
mentre un'altra esangue
sfila soda
come ancella
appena svezzata
e un'altra
ancora
con efelidi color corallo, i seni bluastri
e bracciali di minuscoli ami
é una pista da circo
un boudoir
giostra equestre di cosce disserrate
un conclave immorale di satiri
e tritoni
forse un sabba
in questi coriandoli marini
il vento d'acqua mi trascina
verso carne
d'improvviso moltiplicata
tutta mia
é gorgo
di risate
presto mi confondo
mille denti il fiato
é solo perle
che salgono come
bolle di champagne
la stringo
Sirena
nei polsi
discendendo 
spirali proprio sotto di noi
e ciò che sono e possiedo
orologio
cellulare
cravatta e corona
sfila muto verso l'alto
lei sorride
mentre intreccia
capelli con scaglie
e sussurra
ma io non sento
le cingo la bocca
esplosione nera
che cala
come tentacoli sulla mia fatica
dà sinistra al mio piacere

Il racconto è contenuto in Fatti mangiare dall’amore, acquistabile su Ilmiolibro.it e nelle Librerie Feltrinelli.

Tutto il ricavato è devoluto all'Ospedale Oncologico Pediatrico Santa Chiara di Pisa.

martedì 20 dicembre 2016

LA RAGAZZA DEL BAR



Anni fa lavoravo nella periferia meridionale della città. Era un lavoro come tanti, in una palazzina anonima e grigia. Passavo le giornate a incolonnare numeri e a produrre resoconti teoricamente destinati ai vertici aziendali. Spesso, tuttavia, mi chiedevo se qualcuno si prendesse davvero la briga di esaminare il mio lavoro: la rassegnata risposta, che mi davo regolarmente, era che tutti quei numeri annoiavano anche chi avrebbe avuto un legittimo interesse a leggerli.
Immaginavo i consigli di amministrazione come asettici incontri in una sala illuminata artificialmente, con un grande tavolo oblungo di legno chiarissimo e levigato, attorno al quale sedevano dodici uomini pallidi e stempiati, vestiti di grigio, dalle voci atone e impersonali: non una penna, non un foglio, davanti a loro. Parlavano di massimi sistemi e decidevano per alzata di mano della sopravvivenza in azienda di dipendenti estratti a sorte e di come destinare le ricchezze prodotte. Il mio lavoro, secondo la mia immaginazione, giaceva trascurato sulla scrivania di un’impiegata occhialuta con i capelli prematuramente ingrigiti, raccolti a crocchia.
Recarmi in ufficio ogni mattina era un opaco esercizio di costanza fine a sé stesso. Indossavo un abito grigio e una camicia azzurra; la cravatta, che sceglievo in penombra e con gli occhi pieni di sonno, rappresentava l’unico tocco variabile del mio abbigliamento sempre uguale: ne avevo una rossa a pallini bianchi, una blu con dei quadretti azzurri, una verde erba, con righe diagonali più scure.
Salivo in macchina; accendevo la radio, sintonizzandola su un programma che nemmeno ascoltavo, e guidavo a passo d’uomo, incolonnato nel mesto formicaio di automobili dirette sempre in luoghi molto distanti da quelli di provenienza.
Un giorno di aprile, ero in anticipo, decisi di fermarmi a bere un caffè presso un bar a pochi isolati dal mio ufficio. Io odio il caffè, ma non avevo voglia di entrare prima: volevo fermarmi, sedermi a un tavolino davanti alla vetrata che dava sulla strada, e leggere i titoli di un giornale, mentre fuori la primavera cercava di ingentilire lo squallore dei caseggiati popolari.
Quel bar non era nulla di che: un banco in acciaio, le pareti rivestite di un legno scuro e invecchiato; i tavolini erano coperti da tovaglie di stoffa sintetica con buchi procurati da bruciature di sigarette; l’aria puzzava di fumo, ma dall’ampia vetrata entrava una bella luce.
Dietro al bancone lavorava una bella ragazza: era esile e mora e mi accolse sorridendo, mentre passava una spugna umida sull’acciaio del banco. Chiesi un caffè e mi sedetti al tavolo, sfogliando il quotidiano. Quando mi portò il caffè e si voltò per tornare al proprio posto mi venne istintivo osservarla: indossava un paio di blue jeans nemmeno troppo attillati, ma era evidente che, pur essendo molto magra, avesse un fondoschiena ben modellato; lei non si accorse del mio sguardo e si divise fra la macchina del caffè, il retrobottega e i tavolini occupati da altri avventori: muoveva il suo corpo in modo ritmico e aggraziato.
Pagai e uscii, destinato svogliatamente alla mia scrivania.
La finestra del mio ufficio, dalla quale entrava una luce resa biancastra dal solito cielo lattiginoso, dava sul piazzale dello stabilimento dove una decina di operai vestiti di blu movimentava merci e le collocava sugli scaffali: la loro operosità e la loro fatica mi sembravano infinitamente più appassionanti della mia occupazione; restavo a osservare rapito quei movimenti coordinati e svelti che mi ricordavano la ragazza del bar, in continuo spostamento fra il bancone, la macchina del caffè e i tavolini.
Indugiai col pensiero su quella figura sottile e bruna: decisi che, il mattino dopo mi sarei fermato di nuovo a prendere il caffè.
Il giorno successivo non mi sedetti al tavolino, ma stetti al bancone: in questo modo pensavo di poter instaurare con lei un rapporto più diretto e, anche, di poterla osservare meglio. Tuttavia non mi rivolse che poche parole, mi chiese se volessi latte nel caffè, e mi salutò cordialmente. Non riuscii a scambiare nemmeno due chiacchiere, ma mi gustai lo spettacolo del movimento fluido del suo corpo indaffarato.
Salendo in macchina mi ripromisi di fare colazione in quel posto anche il giorno successivo.
Nei mesi successivi misi in atto un innocuo assedio a quella barista, senza un’intenzione precisa: entravo, ordinavo il caffè, le sorridevo, cercavo ogni giorno di fare un passo in più lungo il sentiero della confidenza con lei.
Ascoltavo le conversazioni che intratteneva con gli altri clienti del bar, sorridendo alle sue risposte pronte, cercando di intrufolarmi nelle schermaglie con gli avventori più spregiudicati, che non lesinavano apprezzamenti espliciti.
Scoprii, così, che si chiamava Paola.
Una sera, dopo il lavoro decisi di fermarmi a prendere un aperitivo prima di rientrare a casa. Speravo di vedere Paola e di riuscire a parlarle.
Contrariamente alle mie aspettative, c’era un’altra ragazza, bionda e rotondetta, per nulla simpatica. Bevvi velocemente il mio Martini e me ne andai, deluso.
La sera successiva entrai con la scusa di comprare un pacchetto di sigarette: ancora c’era la biondina della sera prima, che mi porse il pacchetto di Lucky Strike senza nemmeno guardarmi in volto e incassò il prezzo.
Dedussi che Paola faceva il turno al mattino e decisi che non sarei più entrato in quel posto dopo il lavoro: oltretutto, quel locale era veramente brutto, con un’aria trasandata e i frequentatori sguaiati, che parlavano a voce alta per sovrastare la musica che usciva da due sgangherati altoparlanti, le patatine troppo salate e i salatini rancidi.
Ritornai alla mia routine mattutina; scoprii di essere assillato da una strana ansia poco prima di arrivare al bar: come se una parte di me mi incitasse a fare un passo decisivo, a rendere manifeste le mie intenzioni e, contemporaneamente, un’altra parte di me mi dissuadesse dal continuare questo patetico approccio infruttuoso.
Ogni mattina aprivo la porta del bar certo che ne sarei uscito con il numero di telefono di Paola, e invece ne risalivo in macchina frustrato e deluso verso me stesso.
In realtà trovavo stupido tutto quello che stavo facendo. Mi sentivo completamente privo di quegli argomenti vaghi che riempiono la conversazione nei primi momenti di una frequentazione, quelle frasi strategiche che rompono il ghiaccio, risultano accattivanti e imprimono un’inerzia favorevole.
Al contrario io, inebetito, non mi perdevo un suo gesto, ma indugiavo.
Una mattina di primavera inoltrata entrai nel bar pieno di determinazione: il locale era vuoto e Paola era sorridente e loquace.
Era quasi estate e indossava un abito corto e sottile, che scopriva ampie porzioni del suo corpo.
Prima che io potessi dire qualunque cosa, mi servì il caffè e mi disse che quello lo avrebbe offerto lei. Alla mia richiesta di spiegazioni rispose che aveva trovato un nuovo lavoro, molto più interessante e non aveva più bisogno di servire caffè lì.
Quello era il suo ultimo giorno di lavoro in quel bar.
Rimasi talmente disorientato dalla notizia inattesa che non seppi replicare altro che parole di congratulazioni.
Uscii deluso e tornai in ufficio.
Ovviamente non avevo più ragioni per fermarmi in quello squallido caffè, per cui per un po’ di giorni tirai dritto, rinunciando alla mia colazione.
Poi, una mattina di luglio, mi venne sete: l’aria era insopportabilmente calda. Nei dintorni del parcheggio vicino al mio ufficio c’era una bar di recente apertura. Entrai e ordinai un bicchiere d’acqua.
Mi servì una ragazza: era piccola e minuta, con capelli lisci e biondi e occhi verdi. Mi sorrise, porgendomi il bicchiere. E io sorrisi a lei.


lunedì 19 dicembre 2016

BIANCO E NERO


E poi, dopo molto tempo, mi capitò di rivederla, come si guarda un film in bianco e nero o uno sbiadito paesaggio invernale su una cartolina d’epoca.
Passeggiava senza vitalità nella folla disordinata degli ultimi giorni prima del Natale. Grigia la sua pelle, come grigi erano i suoi vestiti; anche i suoi capelli, che avevo conosciuto più lucenti per il sole dell’estate, erano lunghi e scuri, e davano cupezza a un viso che aveva perso ogni luce, ogni sorriso.
Lo sguardo vuoto fissava un punto indefinito avanti a sé, e le labbra e i lineamenti erano privi di espressione.
Non era una visione figlia della suggestione, allucinazione scaturita dalla necessità di far rivivere una storia incompiuta, o della somiglianza che porta inevitabilmente al ricordo di una persona cara. 
Era indiscutibilmente la donna che avevo amato: solo che non era più lei.
Camminava, come se nemmeno toccasse terra con i piedi, le braccia lungo il corpo senza dare l’impressione di seguire una direzione: semplicemente si muoveva da un punto all’altro, perché così doveva fare.
Provai pena perché riconobbi, in quella sorda inerzia priva di scopo, la metafora autolesionista della sua vita: aveva boicottato in quel modo gran parte della propria giovane età, lasciandosi guidare dagli altri, lasciandosi portare dagli eventi senza provare a contrastarli. 
Una terribile indifferenza al proprio destino, che l’aveva velocemente spenta. Il boicottaggio di sé stessa, visto come una autoimmolazione. A lungo mi chiesi su quale altare fosse necessario che si immolasse: non lo capii mai.
Quando realizzai che si trattava di lei, mettendo tardivamente a fuoco l’immagine del suo volto in mezzo a migliaia di altri volti sconosciuti, lei era già passata oltre.
Mi fermai all’improvviso; lasciai che l’uomo alle mie spalle mi urtasse, scansasse, offendesse prima di allontanarsi carico di sacchetti; mi voltai a cercarla nel formicaio umano: la vidi, finalmente, e restai a osservarla, seguendo il suo stanco incedere. Non provai a chiamarla, né la rincorsi: non avrebbe avuto senso.
Mi limitai a accompagnarla con lo sguardo, consapevole che ogni cosa ha un proprio tempo: il nostro era passato.

mercoledì 7 dicembre 2016

CAN'T LOSE WHAT YOU NEVER HAD


Le cose stavano così: avevo perso il lavoro e la relazione dolorosa che conducevo con la donna sbagliata era arrivata alla fine; ero solo, con qualche soldo messo da parte e la mia moto; soprattutto, con tantissimo tempo libero; anche troppo per chi non aveva più una vita.
Una mattina di giugno, guardai il cielo dalla mansarda nella quale vivevo e decisi che quello era il giorno giusto per lasciarmi alle spalle la città con tutti i suoi condizionamenti statici e convenzionali: il traffico e l’aria puzzolente, la pretesa di omologazione, i ritmi insostenibili, uno stile di vita dispendioso e vacuo.
Non avevo un posto definito verso il quale dirigermi, qualcuno che mi aspettasse o che potesse almeno ospitarmi per un po’, in attesa di chiarirmi le idee.
Accesi l’iPod e feci partire la musica: Can't lose what you never had di Allman Brothers Band. Non puoi perdere ciò che non hai mai avuto: un titolo molto appropriato per la mia situazione; in fondo non amavo quel lavoro, quella donna, quella vita, quella città. Non amando niente di tutto ciò, non li avevo mai sentiti realmente miei, e quindi non li avevo persi: girai con decisione l’acceleratore e mi lasciai portare via.
Dopo un’ora abbondante in cui avevo guidato come un automa, concentrato esclusivamente sulle marce da cambiare, le frenate e le automobili da superare, mi ritrovai nei dintorni di Piacenza, dove la strada comincia a piegarsi in curve morbide e a salire dolcemente. Rallentai per guardare i cipressi e le colline circostanti, compiacendomi per la scelta inconscia di aver guidato fino in quel luogo. Il sole alto del mezzogiorno schiacciava le ombre e scaldava il mio casco nero.
Era il momento per una sosta.
Trovare una trattoria dove mangiare bene non fu difficile: lasciai la moto in un piazzale polveroso e mi infilai sotto il portico, dove l’ombra dava un minimo ristoro.
Il cameriere aveva folti baffi bianchi come il grembiule; teneva sull’avambraccio un tovagliolo anch’esso bianco e mi guardava con occhi furbi e appuntiti. 
Sciorinò con orgoglio i piatti del giorno e prese la mia ordinazione. 
Mi guardai attorno, la sala era fresca e pulita, senza fronzoli e con pochissimi clienti seduti a un tavolo dall’altro lato rispetto a dove ero io: camionisti, agenti di commercio, anziani. Un vecchio giradischi proponeva vecchie canzoni di Billie Holiday. Mangiai di gusto, ricordando episodi di molti anni prima: domeniche passate con la mia famiglia e quella dei miei zii. Mio zio Gustavo aveva una casa nel piacentino; non ricordavo con esattezza come si chiamasse il paese, ma ricordavo benissimo la casa: un rustico agricolo completamente in pietra, che risaliva addirittura al millequattrocento. Aveva le tegole in ardesia, i pavimenti in cotto e un grande camino nella sala da pranzo, dove con mio fratello e i miei due cugini, ci divertivamo un sacco, mentre Gustavo faceva sbellicare dalle risate i miei genitori e la propria moglie, raccontando barzellette oscene.  Mi sentii colto da un’onda di rassicurante malinconia, man mano che i ricordi riaffioravano; quella era una vita senza pensieri, fatta di castagne raccolte, odore di legna bruciata e radioline sintonizzate sulle partite del Milan mentre rientravamo verso la città; alle porte di Milano era un’abitudine implorare nostro padre per fermarci a mangiare la pizza tutti insieme, prima di salutarci.
Intanto il sole tramontava e la bruma dell’autunno lombardo saliva come un sipario a chiudere il fine-settimana, erodendo furtivamente la nostra infanzia per portarci nella vita adulta. E in quel momento mi venne alla mente il nome del paesino: Bobbio.
Intercettai il cameriere e gli chiesi se fosse distante da lì; l’uomo alzò le braccia, guardò oltre la finestra, indicò la mia moto e mi disse che con quella ogni posto era vicino. Spiegò la direzione da prendere, indicandomi numerosi punti di riferimento: una cappella votiva, un bivio con un cipresso secco, una torre diroccata, un ponticello sulla roggia.
Viaggiai per quelle colline senza musica nelle orecchie, come invece ero solito fare. Mi godevo i giri del motore che salivano e scendevano seguendo l’asfalto che si srotolava stretto fra i campi e il vento che scivolava sul casco. Mi persi un paio di volte: non sono mai stato bravo a ascoltare le indicazioni stradali; alla fine, tuttavia, arrivai a Bobbio.
Lasciai la moto accanto al muro in pietra di un’antica abitazione e mi misi a camminare senza una particolare meta. Mi guardavo in giro, sudando sotto il sole che continuava a scottare. Arrivai al ponte antico che, con una serie di arcate irregolari attraversava il fiume; lo percorsi fino a metà, mi appoggiai alla spalletta in pietra e guardai sotto: l’acqua scorreva gonfia e verdastra, rimbalzando sui grossi massi arrotondati. Alzai la testa, guardai l’abazia e i tetti in cotto, poi volsi lo sguardo sull’altra sponda: da quella parte si trovava un piccolo agglomerato di edifici agricoli, anch’essi antichi ma circondati dal bosco e dai campi. La luce saturava ogni colore. Raggiunsi la riva opposta e m’incamminai verso i margini del borgo: da lì Bobbio sembrava una visione incantata. Oltrepassato il piccolo bosco notai una casa bassa con il tetto inclinato e spiovente da un lato. Fui certo da subito che si trattasse della casa di zio Gustavo. Accelerai il passo e mi trovai dal lato della canna fumaria.
La casa era evidentemente disabitata, quasi in stato di abbandono. La finestra di una delle camere aveva un’imposta caduta e un vetro rotto, mettendomi sulla punta dei piedi potevo vedere dentro e scrutare nella penombra: in quella stanza Andrea, Alessandro, Valeria e io avevamo giocato più volte, in modo spensierato e quasi folle.
Una voce femminile mi fece sobbalzare.
-                Non c’è più nessuno, chi cerca?
-                Mi ha fatto spaventare – risposi bruscamente, prima di accorgermi che la donna aveva un aspetto gentile, tutt’altro che minaccioso. Era alta ed esile, con i capelli raccolti in un grosso fazzoletto e una gonna ampia e lunga fino alle caviglie.
Mi guardava tenendo una mano sopra gli occhi, per ripararsi dal sole. Il viso era rischiarato da un sorriso sereno o forse era una smorfia per la troppa luce.
Le spiegai che quella casa, un tempo, era appartenuta a mio zio e che ci avevo passato molti fine settimana. Iniziai a raccontare qualche aneddoto di quei tempi e poi mi fermai.
-                Mi rendo conto che questi racconti non la interessano. Mi scuso.
La donna sorrise e mi camminò incontro.
-                Un momento di nostalgia?
-                Non esattamente. Sono alla deriva, e mi sono trovato da queste parti.
-                E’ bel posto dove naufragare, questo: si guardi intorno.
Aveva ragione: le dolci curve dell’Appennino, il torrente, il cielo blu, il bosco il borgo; ebbi la sensazione di essere su un continente lontanissimo dal luogo da cui provenivo e dove arrancavo fino a poche ore prima.
La donna si chiamava Marianna e m’invitò a passeggiare. Aveva modi gentili e una voce sottile che rispecchiava il suo sorriso. Parlava guardando lontano, un punto imprecisato avanti a lei, e la fronte si corrugava e distendeva di continuo. Attraversammo il bosco e tornammo verso il borgo. Fece domande sulla mia vita, scusandosi della propria curiosità. Le raccontai brevemente le cause che mi avevano spinto fino a lì.
-                Mi rendo conto che, detta così, non spiega di me. Fatto sta che non ho nulla, se non ciò che vede.
-                Cosa farà adesso?
-                Ho sempre pensato che in frangenti come questi sarei riuscito a dare la svolta verso ciò che desidero davvero. Finché avevo una vita, per quanto insoddisfacente o frustrante, non riuscivo a distaccarmene. Ora posso fare ciò che voglio.
-                Che sarebbe?
-                Non ne ho la minima idea – risi, divertendola.
La giovane donna si incamminò e io la seguii. Abitava in una via laterale rispetto all’arteria principale del borgo, un luogo protetto e silenzioso; antico. Due gradini conducevano, dalla strada, direttamente in un ampio salone, tagliato da luci violente e ombre nette. Sulle mattonelle di cotto due bambine stavano giocando e ignorarono la mia presenza. Marianna mi offrì un bicchiere di acqua fresca e mi disse che aveva un po’ di cose da fare. Le dissi che io avrei fatto un giro nei dintorni, cercando di chiarirmi le idee: forse avrei proseguito, forse sarei rimasto per la notte.
-                Se decide di restare, passi a cercarmi: le mostrerò dove cenare bene.
-                E le bambine?
-                Sono senza padre, ma hanno tante nonne, qui in paese.
Spostai la moto in modo che non sembrasse abbandonata. Poi m’incamminai lungo il Trebbia e mi sedetti sui sassi della riva. Il rumore dell’acqua m’induceva una sensazione di rilassatezza che non provavo da tempo. Pensai addirittura di addormentarmi. Le idee su come organizzare la mia vita tardavano a manifestarsi. Tuttavia sentivo di avere ancora voglia di vedere Marianna.
Verso il tramonto mi feci trovare davanti a casa sua. Vedendomi mi sorrise e mi chiese se avessi fame. Annuii e entrai nella sua casa deserta. Marianna si era appena fatta una doccia e stava finendo di vestirsi per uscire. Aveva un buon profumo, come il resto della casa. Il rosso del tramonto dominava sulle pareti e i mobili. Marianna si muoveva come un’ombra, rapida e armoniosa.
Uscimmo e camminammo per le stradine fino a una trattoria nascosta. Lì cenammo, parlando lentamente, senza che nessuno sentisse la necessità di impressionare l’altro, senza impiego di tecniche di seduzione. Ci raccontammo senza schermi, solo per mostrarsi e invogliare l’altra a fare lo stesso. Riuscimmo a ridere, a immalinconirci, e arrivò la notte.
Fummo invitati a uscire dalla trattoria, che stava chiudendo e scegliemmo un giro lungo per camminare ancora un po’, in silenzio, vicini, prima di arrivare al portone dove sarebbe diventata inevitabile una scelta, fra salutarsi o proseguire la notte insieme. Nessuno dei due aveva voglia di imprimere una svolta: avanzavamo lentamente, sorridendoci senza parlare.
Rispondendo a un istinto imprevisto, le cinsi un fianco e la tirai a me, tenendo il suo corpo stretto al mio e procedendo accostati. Svoltato un angolo la spinsi contro un muro antico e, facendo tacere le sue proteste la baciai, stringendola per i polsi, le braccia dietro la schiena. Poi la presi per mano e la condussi a casa. Entrai e la baciai di nuovo, portandola fino al letto.
Ricominciammo a parlare di noi, sottovoce questa volta, nella profonda penombra di una notte illuminata dalla sola luna, mentre io la accarezzavo: fu un'esperienza emozionante, non necessariamente fisica, non solo astratta, di esplorazione della parte più vera dell'altro. Amo l’intimità che solo la notte può offrire, quando ogni suono e ogni voce diventano densi e riempiono il silenzio. 
Marianna si addormentò così, con le mie carezze.
Restai a osservarla a lungo, sdraiato accanto a lei, annusando la sua pelle e le sue labbra, baciandola con delicatezza per non farla svegliare.
All'alba mi alzai e mi incamminai verso la moto, andandomene senza aver avuto quella donna; non volevo correre il rischio di perderla.

Difficilmente sarebbe stato più bello di così.