martedì 22 novembre 2016

1950


[di Chiara Merlo e Simone Cozzi]

Un cielo senza nuvole è troppo impegnativo. 
Rende difficile percepire la bellezza del blu, la forma della sua volta, il movimento continuo che è poi lo stesso movimento della vita: un romitaggio continuo, di sentimenti e di pensiero.
Arturo, pantaloni chiari e camicia bianca, fuma una sigaretta guardando rapito le nuvole, gonfie e bianche, in transito nel cielo di Roma. Il vento di ponente accarezza il suo volto scavato, con la barba di un paio di giorni. 
Fuma e si lascia avvolgere dall’aria tiepida; alle sue spalle la gloria della primavera sta vivificando l’Aventino e, sotto di lui, il Tevere scorre torbido di storia e fango.
Arturo tenta di immaginare in quale parte della città che si stende davanti ai suoi occhi si trovi Anita.
E’ il 9 aprile 1950, e Roma sta ancora cercando di consolidarsi nella certezza di essere uscita dall’incubo della guerra. 
Gli invasori sono stati cacciati: via loro, i loro odiosi Panzer, la loro lingua ostile, le deportazioni e tutto il resto. Il referendum è passato: il Re cacciato per alimentare la speranza di poter, con il suo esilio, cancellare venti anni incomprensibili; i palazzi spogliati a colpi di martello dai simboli della dittatura, e quasi tutti i messaggi che il Regime aveva seminato sui muri, ossessivi e incalzanti come il rullo di un tamburo, rimossi o coperti da pennellate frettolose.
Eppure i romani camminano perplessi per la città, rivolgendosi a vicenda sguardi colmi di incertezza; eppure in periferia campeggia ancora qua e là un invito a tacere per non essere ascoltato dal nemico; eppure i muri restano segnati dalle cicatrici di sventagliate di mitra.
I pochi tedeschi intorno al Colosseo sono solo turisti, stralunati per la bellezza dei luoghi e dalla luce abbagliante di quella città, confusi fra frotte di americani rumorosi e pacchiani.
Il gorgoglio di una fontanella attira l’attenzione dell’uomo, rapendolo nella folata di un ricordo di pochi anni prima: una fontana, in una piccola piazza lontana dal brusio, dei tavolini, una ragazza seduta e illuminata dal sole. 
Forse era lei ad irradiare luce.
Arturo, pantaloni grigi, fez e camicia nera; sguardo da duro, mascella indurita.
Una vita senza svolte è una vita perduta, e Anita aveva l’aria di essere una svolta.
Occhi vuoti, la guerra vorrebbe lasciarti occhi vuoti, ma se ti porti dietro gli occhi di un altro, neanche la guerra ce la fa a scoraggiarti: e gli occhi erano quelli di Anita.
Quella ragazza era fatta così, rubava pezzetti di vita, e poi li metteva insieme. Alla fine le cose che vedeva erano soltanto sue, un piccolo tesoro segreto; lui, invece, ne annusava un dolore. Così intenso. 
Arturo l'aveva amata, in un solo giorno d'estate, e poi anche perduta, come spesso succede quando ami d'impulso un'idea dell'amore che non si sa. E poi si era portato dietro quei suoi occhi così insistenti, una tortura, una smania che aumentava e che la guerra aveva finito per alimentare.
Anita era sola e la sua solitudine era un incanto.
L'uomo l’aveva vista seduta a quel caffè e già da subito era diventata sua.
Lei non lo sapeva, ma era già stata occupata; occupata come quella città che improvvisamente si era trovata drappeggiata di bruno e frantumata in mille macerie. 
Gli occhi di Arturo, i capelli di Anita mossi dal vento, i suoi occhi disposti così lontani da quelli dell’uomo, ne avevano concentrato subito tutta l'attenzione in un punto dal quale non si sarebbe distolta per molto.
Erano entrambi sposati, entrambi infelici.
Il compagno di Anita era stato crudele.
La moglie di Arturo, ormai, non capiva più nulla di loro e se ne era andata, senza lasciare traccia di sé; così, fu per quelle infelicità intraviste ciascuno nella vita dell'altro che si erano baciati. Un bacio estemporaneo, come soluzione alla mestizia, quasi; come risposta a domande inespresse; con la leggerezza di una cosa che non aveva ragione di verificarsi e senza probabilità di accadere di nuovo.
Arturo si era avvicinato furtivo, come un predatore che già sa come e quando colpire.
Le donne infelici sono facili prede. Lei si era accorta dell’uomo quando ormai era troppo tardi.
Lui le chiese se fosse sola e se potesse sedersi lì a fianco, disse, solamente per offrirle un caffè. Anita, naturalmente, si rifiutò perentoria: dopo un'ora erano ancora lì e non avevano smesso di parlarsi. 
Sentivano l'imminenza del cambiamento, sentivano che avrebbero dovuto strappare qualcosa a quella giornata così delicata.
Il percorso espiazione-redenzione-riscatto è il più entusiasmante dell’esperienza umana; Arturo era un fascio di rabbia e durezza, e era incline alla prepotenza: eppure negli occhi di Anita trovava una modalità diversa, una dolcezza che lo turbava; il suo corpo attraente e quelle sue labbra dolci e rosa erano un’esortazione al bacio. I modi gentili di Anita furono la prima cosa che egli colse ed amò di quella donna. La sua voce sottile e il modo di vedere anche il brutto che girava intorno a loro e di cui lo stesso Arturo era parte, lo spingevano in un fondo tutto suo non ancora esplorato. Anita parlava della guerra, dell’occupazione, della dittatura, della violenza, di tutta quella miseria umana insomma; Arturo si sentiva parte di quel discorso, e pure non si sentiva vulnerato da quella mite disapprovazione.
Provò, occhi negli occhi, a guardare il mondo come lo vedeva quella giovane donna. E vide che non era costretto a essere come era. Vide colore dove prima era nero. Vide persone intorno a sé, intorno a loro, un brulicare di vita di cui prima non aveva avuto coscienza. Sentì, per un momento solo, un breve piccolissimo istante, fluire lontano da sé l’energia morbosa e buia della propria violenza.
Ma anche Anita conosceva bene la violenza. Conosceva, soprattutto, quella dell'uomo che purtroppo aveva ancora accanto, amato a lungo e in maniera così caparbiamente esclusiva: Piero, un altare, ma con quell'istinto crudele di piegare a sé ogni brivido di vita. Non era stata mai picchiata, ma a che serve se è già possibile con le parole fare di una persona la propria ombra? Lui la mortificava in continuazione, e quando facevano l'amore, proprio non le permetteva di volere come voleva. 
Certo, la cattiveria che conosceva Arturo era in qualche misura diversa: lui aveva vissuto la morte degli altri per sua volontà. Non che con le donne fosse stato più delicato: l'aria del tempo aveva formato questi uomini così torbidi e soli, nutrendoli di violenza e durezza.
Anita era molto attraente e quel suo seno florido, il collo lungo e bianco, sempre così in mostra con quegli occhi lucidi e scuri, lo avevano portato a quel giorno di sole. E da lì non se ne voleva più andare.
Ridevano, e rompevano il grigio dei passanti ridendo. Arturo era rimasto un uomo allegro, nonostante il peso delle proprie azioni incupisse i suoi pensieri e in certi momenti i tratti del viso; ogni tanto ammiccava perché quei loro sguardi sprofondassero altrove.
Anita a un tratto si fece seria, guardò quell'uomo non più sconosciuto e, quasi in preda a uno sconforto, si alzo di scatto e disse di dover di corsa tornare a casa, che s'era fatto troppo tardi, che non si era accorta di quanto tempo fossero rimasti soli in mezzo alla piazza, che il marito di ritorno l'avrebbe cercata, che lo ringraziava per il caffè, ma doveva correre, di fretta. Così, verso il buio, la piazza accendeva i suoi lampioni, e la faccia di Arturo, senza più occhi, era tornata scavata.
La giovane donna pensava di essere riuscita senza troppa fatica a buttarsi alle spalle quelle belle ore estemporanee, distanti dalla propria quotidianità, da una tristezza che era diventata, con l’acquiescenza del passare inesorabile dei giorni, forma. Mentre si costringeva nella convinzione che quelle risate spensierate fossero state semplicemente un’allucinazione da confondere nell’oblio, mentre si preparava a calarsi di nuovo in quella vita alla quale non sapeva ribellarsi e che quindi doveva fare in modo di accettare, si sentì afferrare da una mano, animata da una rudezza certo non voluta. Si voltò e vide gli occhi chiari di Arturo che la fissavano. Il silenzio era tutto ciò che li circondava: lo sguardo di Arturo era muto, e muto era il respiro della ragazza, così come muta era la mano che le stringeva il polso, trattenendola. La piccola piazza buia cominciò un lentissimo movimento rotatorio, tutt’intorno a quelle due figure disperate. Arturo la tirò a sé, per baciarla ancora. Lei si ritrasse, senza convinzione.
-       - E’ stato tutto troppo veloce – sussurrò con la sua voce fragile.
-       - Hai ragione: meriteremmo una vita intera.
-       - Intendevo dire che ci siamo baciati troppo in fretta.
-      -  Mi è venuto spontaneo, non mi rimproverare.
Anita sorrise: quell’uomo stava mostrando tutta la propria vulnerabilità. Gli accarezzò il  volto.
-      - E tu allora, perché mi hai baciato? – le chiese.
-       - Mi sentivo di farlo.
-       - Allora non è sbagliato, non trovi?
La ragazza tentennò, cercando la risposta nella propria mente, quando il silenzio che li avvolgeva fu spezzato dal rumore dei passi di una pattuglia tedesca in perlustrazione. Arturo indicò un portone: senza lasciare la presa sul braccio della ragazza, la tirò al riparo della penombra. Restarono schiacciati al muro, stringendosi la mano, per un tempo che non si poteva misurare. Probabilmente i soldati passarono in pochi secondi, ma i due ebbero una percezione più dilatata di quel tempo.
Quando la marcia spostò il suo fragore in vicoli più distanti, ricominciarono a respirare.
La guerra ti fa innamorare in un momento, la fame di contatto umano si dilata e crea miraggi.
Così i loro occhi si fecero più vicini e in quel portone si amarono ardentemente, con una passione sconosciuta, o forse dimenticata. Il buio amplificava i lamenti, le mani trovavano strade a furia di toccare. Si amarono a tentoni: come avrebbe potuto essere diversamente, dato che nemmeno si conoscevano?
In fondo l’amore è proprio questo: un cieco rovistare furibondo, nel disperato inseguimento di un incontro salvifico; la solita stupida, disperata, convinzione che l’amore e la passione possano santificare, guarire; nel buio, perché il buio era tutto intorno a loro e anche dentro le loro anime. Purtroppo quelle due vite non si potevano risolvere in un vicolo privo di luce. Anita si risistemò la gonna e le calze, ravviò la pettinatura e sporse la testa dal portone: poi scomparve, verso casa, lasciando ad Arturo solo il ticchettio dei suoi passi in allontanamento sul selciato.
L’amore è suggestione, probabilmente: per uno strano fenomeno induttivo Arturo sentì nell’anima un vuoto che prima di quell’incontro non percepiva. Quando il riecheggiare dei tacchi di Anita si spense fra le mura dei palazzi, si accorse che quella donna era diventata per lui un’urgenza. Tuttavia, il concetto di uomo che gli avevano somministrato come un nutrimento continuo non prevedeva sentimentalismi che potessero renderlo vulnerabile. Così scelse di colmare quel vuoto irrazionale con occupazioni che deviassero altrove i suoi pensieri.
E sfogò la smania, che quell’urgenza insoddisfatta amplificava in lui, distribuendo violenza dove poteva.
Poi, un sabato di inizio luglio, la rivide. Era a passeggio con il marito: due estranei che giocano a nascondersi dietro un’apparenza rispettabile, celando il buio della propria convivenza.
Lei aveva un aspetto mesto e cupo, come se fosse quella l'unica cosa che lei potesse imporre a quell'uomo che le stava accanto e la piegava ogni giorno con metodi e gesti, con la mancanza dei sorrisi e delle parole. Così fa anche la guerra: priva, soffoca, azzera.
Anita non si accorse di Arturo, guardava senza guardare nel viavai di un pomeriggio che si voleva prefestivo, con l'intensità di chi è assorto a non vedere niente.
Certo, non aveva mai smesso di pensare a lui. Ma non l'aveva più cercata!
Come si fa ad uscire da un buco della vita, così, da soli, così incastrati e bloccati lì dentro?
Tante volte si era stesa sul letto di casa, con la penombra della luce di fuori che passa a fette oltre le imposte di legno accostate, e aveva immaginato quegli occhi azzurri così vicini come un cielo d'estate interrompere il tempo. Poi le urla di sotto la riportavano alla fatica della vita e si risistemava in piedi, pronta a eseguire. A volte spingeva le ore di quelle giornate chiusa in casa pensando a lui e alle sue mani. Quelle mani calde che l'avevano aperta e occupata per uno spazio piccolo e infinito.
La coppia passò come ombra, e Arturo piegò la testa. Doveva rivederla, inventarsi un modo, un'occasione. Cosa spingesse quell'uomo finalmente all'amore era difficile capirlo, una smania incredibile, il desiderio di averla e insieme un istinto violento di doverla difendere.
L'amore forse è anche questo: difendere. Li lasciò sfilare poi si mise a seguirli.
Camminava a alcune decine di passi da loro e mentre li seguiva mille pensieri sfrecciavano nella sua mente: convincere il manipolo con cui pattugliava le vie a prendere il marito e massacrarlo di botte, con una motivazione fortuita; chiamare i due ufficiali tedeschi che aveva incrociato all’angolo e denunciarlo come spia; urtarlo di proposito, provocarlo e costringerlo a una rissa, per poterlo picchiare e vederlo piangere e sanguinare.
Il sangue: ecco, forse la vista del sangue di quello sconosciuto lo avrebbe placato nella rassegnazione di non poterne avere la donna; ferite nella pelle di quello, da confrontare le lacerazioni che lui invece teneva nel cuore e che gli scardinavano la mente ogni volta che immaginava quell’uomo coricato accanto a Anita.
Si avvicinò di qualche metro, lei camminava tenendolo sottobraccio, senza appoggiarsi a lui, una postura figlia del copione e priva di qualunque trasporto. Abbreviò ulteriormente la distanza, era ormai pronto per dargli una spallata.
Poi rimase stordito.
La coppia era entrata in un negozio di cose per neonati: vestitini, scarpine, carrozzine, ninnoli. Stentò a comprendere: sbirciò dentro alla vetrina. Muri dipinti di rosa, mentre fuori tutto era grigio. I due coniugi che, senza un sorriso, sceglievano e indicavano alla commessa, e accatastavano su un bancone. Ebbe un capogiro.
Anita si trascinava nei gesti, aveva perso anche il dolore, che era diventato adesso un colore persistente negli occhi e niente altro. Un colore di conquista. Quel figlio non lo voleva, e non voleva vedere il marito così sciatto nei sentimenti diventare anche padre. Quel bimbo sperava non sarebbe nato. Era di Arturo. Lo sapeva bene. Certi desideri si mettono dentro più di altri. Ma Arturo non ci aveva creduto, era andato via da quella passione, o forse non ci era mai stato in quella passione, si era fatto travolgere come al solito soltanto da un'idea di cambiamento, come la fine della guerra, che però ogni volta aveva puntualmente fiaccato in lui con forza e tenacia ogni altra vera possibilità. La guerra come l'esistenza delle cose ferite, perdute. La guerra come esistenza. Così, come per una folata di vento, si faceva trascorrere le cose belle davanti agli occhi, come adesso facevano i capelli di Anita che gli passavano leggeri, davanti alla faccia, verso quella vetrina addobbata di rosa e di azzurro. Tentava di prenderli, avrebbe davvero voluto di nuovo accarezzarli ma...quello che gli era sembrato così incantevole, presto era diventato torbido e cupo, in un'ambiguità e in un sospetto che gli rovinavano la vita. E allora era meglio farlo soffocare quel gemito, che non avesse continuazione, quell'impulso di felicità che non era, quel lamento di piacere che non poteva spingere verso le illusioni di un bimbo, quel maschio che perciò avrebbe continuato le sorti di un genere fallito. Arturo non ci credeva potesse essere suo, e Piero contento sapeva che doveva essere stata quella notte di urla e sottomissione a renderlo vincente.
Così succede a causa della guerra, nascono figli che non si vogliono e che cresceranno con la consapevolezza di non aver potuto amare.

[ph Ferdinando Scianna]

5 commenti:

  1. "A volte spingeva le ore di quelle giornate chiusa in casa pensando a lui e alle sue mani. Quelle mani calde che l'avevano aperta e occupata per uno spazio piccolo e infinito".
    Grazie, mi hai ricordato mani grandi che mi hanno torturata e resa felice...anche se per poco.

    ps. complimenti ad entrambi per il bellissimo lavoro

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  2. Con cosa posso trattenerti?
    Ti offro la fedeltà di un uomo
    che non è mai stato fedele.
    Jorge Luis Borges da Due poesie inglesi

    A volte trattenere non serve se l'altro se ne vuole andare. Tutto il resto sono fiumi di parole per giustificare il non amore per qualcuno.

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  3. Ti aspetto e ogni giorno
    mi spengo poco per volta
    e ho dimenticato il tuo volto.
    Mi chiedono se la mia disperazione
    sia pari alla tua assenza
    no, è qualcosa di più:
    è un gesto di morte fissa
    che non ti so regalare.
    (A.Merini)

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  4. "Non ho smesso di pensarti,
    vorrei tanto dirtelo.
    Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
    che mi manchi
    e che ti penso.
    Ma non ti cerco.
    Non ti scrivo neppure ciao.
    Non so come stai.
    E mi manca saperlo.
    Hai progetti?
    Hai sorriso oggi?
    Cos’hai sognato?
    Esci?
    Dove vai?
    Hai dei sogni?
    Hai mangiato?
    Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
    Ma non ne ho la forza.
    E neanche tu ne hai.
    Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
    E pensiamoci.
    E ricordami.
    E ricordati che ti penso,
    che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
    che scrivo di te.
    E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
    Ed io ti penso
    ma non ti cerco." (Charles Bukowski)

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  5. Dovevo essere un cretino come te
    per stare a bocca aperta ad ascoltarti,
    parlare tutto il giorno malissimo di te,
    e la notte uscire fuori per cercarti...
    lo so perché tu sei dentro di me,
    e so che tu sei più forte di me...
    perché ci vuole solo un cretino come me
    per stare ancora qui a telefonarti
    e a farsi fare tutto il male che mi fai
    solo perché mi piace perdonarti
    perché tu sei, tu sei dentro di me
    e poi tu sei molto più forte di me.
    È la verità
    ma come si fa?
    dove saremo io e te?
    domani...
    domani saremo nuvole nel cielo
    così almeno non saremo più lontani...
    e quando il vento lo vorrà, ci incontreremo, ci troveremo...(Lucio Dalla)

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