sabato 17 ottobre 2015

ALLUCINAZIONI DI AUTUNNO




Da qui, lo scorrere della Comasina sembra un lontano e lieve rullare di batteria jazz, languido e sottile. L'erba verde che definisce geometricamente lo spazio lasciato alle lastre di marmo ricorda più un tappeto da meditazione che il giardino di un cimitero.
Intorno c'é solo silenzio, anziane con fiori recisi fra le mani, pioggia sottilissima mista a nebbia, e molti ricordi struggenti. Un prete, in lontananza, si dirige con andatura allampanata verso una cappella funebre, confondendo il nero del proprio abito con il grigiore che si impossessa dell'orizzonte.
Rimango immobile nel mezzo di un quadrivio per realizzare che il metafisico pensiero di una vita oltre la morte sta già trovando qui una sua immateriale realizzazione.
C'é gente che parla sommessamente ad una foto incastonata in una lastra di marmo, altri che sistemano un giardinetto posticcio, altri che lucidano la statua di un bimbo con un pallone sotto il braccio. Loro sono riusciti ad instaurare una comunicazione; loro non li hanno davvero perduti.
In fondo, l'illusione di una materializzazione in vita degli spiriti dei cari defunti sembra un'ipotesi ragionevole; e non ho ancora toccato nemmeno un goccio di alcol.
Eppure mi trovo ad inseguire quattro figure dall'aspetto anziano ed estemporaneo, che assumono senza troppa attesa lineamenti a me noti, anche se quasi dimenticati, come se la morte si confondesse nella vita e rendesse ricordi e presente come semplici differenti punti di vista.

Il primo che riconosco é Vittorio, volato via prima che arrivassi, con due Guerre Mondiali vissute da combattente, la partecipazione alla Marcia su Roma e una fucilazione rimasta incompiuta quando già era davanti al plotone di una Brigata Partigiana che imperversava in Bovisa, Milano. Il Capo Brigata passò quando Vittorio era già spalle al muro e gridò: “Che cazzo state facendo? Questo cristiano non ha mai fatto male a nessuno, perché lo fucilate?” 
In passato, effettivamente, Vittorio aveva avuto la bella idea, insieme ai fratelli di riempire di fumo la Casa del Popolo, per poi divertirsi a impallinare le chiappe dei socialisti in fuga utilizzando innocui pallini da passeri. Pare che, poco prima dell'impresa, per le vie della Bovisa fossero risuonati i richiami strazianti di mogli e sorelle dei guasconi, in un vano tentativo di farli desistere.
E così, a 47 anni gli toccò sopravvivere per l'indulgenza di un partigiano; continuò a sgobbare come un mulo per mantenere altre tre persone oltre a sé stesso, dividendosi fra un lavoro di operaio alla Bovisa, uno di custode notturno in un elegante stabile di Foro Bonaparte e quello ancor più difficile di padre di due figli nell'Italietta della ricostruzione.

Amava Fausto Coppi e il Milan ed era decisamente il più simile a me, dicono, parlando di aspetto fisico e caratteriale: longilineo, con gli occhi chiari, di carattere fumino, sensibile al fascino per l'altro sesso e incapace di rimanere incazzato troppo a lungo.
Fumava decine di sigarette al giorno: le poche foto che mi sono giunte di lui, lo ritraggono sempre con la sigaretta fra le dita o fra le labbra. 
Un brutto male, così chiamavano il cancro negli anni cinquanta, fece ciò che i partigiani non vollero fare, dieci anni prima che io nascessi. Era il padre di mio padre.

Arturo, invece, era il mio nonno materno: me lo ricordo robusto e bonario, con la mascella quadrata, un naso importante ed adunco, i capelli bianchi pettinati accuratamente all'indietro e un fare burbero che celava a fatica un animo placido. 
Con lui ascoltavo le partite del Campionato alla radio, quando tutte si giocavano ancora alla stessa ora della domenica. Mio fratello ed io stavamo in sua compagnia in cucina, mentre mia mamma e mio papà in sala ascoltavano il colorito resoconto settimanale di mia nonna, bevendo caffè in tazze di porcellana rifinite in oro zecchino.
Sul tavolo di cucina c'era il Corriere della Sera aperto al paginone dello sport domenicale, con le formazioni delle squadre; masticando cicche americane della Brooklin al gusto di liquirizia, su di esso annotavamo (con dei pallini segnati a penna blu, un pallino per ogni marcatura all'altezza del goleador) i gol e i risultati, man mano che la radio annunciava i cambiamenti: fu in quel modo che imparai ad amare la radio e Tutto il calcio minuto per minuto. Ricordo ancora la reclame (coma le chiamava lui) dello Stock 84, a chiusura della domenica, quando il tramonto colava il buio e la malinconia di una domenica sera a Milano e indicava che l'ora di rientrare era prossima: "La tua squadra del cuore ha vinto? Brinda con Stock 84! La tua squadra del cuore ha perso? Consolati con Stock 84!".
Arturo era anche un gran giocatore di Scopa e Briscola; passava intere giornate al Circolo Acli, fra bicchierini di bianco, bestemmie e discussioni su quale sarebbe stata la carta giusta da calare. Per lui la Scopa era una religione, anche perché a Cristo e alla Madonna non era per nulla devoto: tanto per rendere l'idea, essendo mio Padrino alla Cresima, arrivò in chiesa in netto ritardo sull'inizio della cerimonia, bestemmiando a voce alta contro il marito dell'altra figlia, colpevole di una guida lenta e dispersiva - dato peraltro oggettivo. Ricordo ancora il suono della preghiera pietosa rivoltagli da mio padre "Sciur Arturo, la bestèma no in gésa!" Il tutto mentre il Vescovo stava già intonando il Gloria con la solennità che si conviene.
Per dire, il sacro fuoco del gioco a carte non lo esimeva dal barare, se necessario, anche quando giocava con noi nipotini. Mio padre lo pizzicò mentre, davanti ai nostri occhi inesperti, ricuperava dal mazzo delle carte già giocate un paio di assi pigliatutto comodi in ogni stagione. Ne nacque un battibecco dal quale, come al solito, se ne uscì con una scrollata di spalle ed un cristo sibilato a mezza voce.
Morì il giorno del mio compleanno, e per il suo funerale partimmo dalla montagna per incontrarci con il resto della famiglia rimasta in città. Banchettammo con mestizia in un favoloso ristorante toscano nei dintorni di Corso Sempione, con parte dei soldi che aveva lasciato in eredità.

Sua abituale compagna di Scopa nelle partite familiari era Alessandra, la mia nonna paterna, nonché sua consuocera; nonna Sandra visse con noi per 25 anni: quando Vittorio morì, fece promettere a mio padre che si sarebbe occupato della vedova fino alla fine e il buon Marco così fece, grazie anche alla dedizione paziente benché rumorosa di mia madre che la accudì come una figlia.
Alessandra era sorda ma ci sentiva benissimo, all'occorrenza, e viceversa. Cuoca eccellente, non lesinava piatti molto conditi e saporiti; aspetto ancora di ritrovare qualcuno che sappia cucinare il suo Risotto con le patate, ma ormai ho perso le speranze. Il burro era il suo compagno abituale e la pasta avanzata, saltata in padella tanto da diventare bruciacchiata, diventò ben presto leggenda alla nostra tavola. Regina delle incoerenze, una sera dopo aver mangiato una pasta al sugo conditissima e saporita, osò sostenere che i bruciori di stomaco che avvertiva erano dovuti alla mela che aveva mangiato a fine cena. Mia madre impazziva davanti al dispiegamento sfacciato di una logica tanto impudente.
Non era inconsueto trovarla nascosta dietro una porta, a metà mattina, mentre si scolava clandestinamente abbondanti gozzate di liquore al cedro. Una volta sorpresa sosteneva di avere la bocca amara.
Nei tardi pomeriggi, quando i miei uscivano per fare la spesa, era solita cucinare, intrattenendo mio fratello e me con racconti della sua giovinezza, e storie della Guerra Mondiale. Da lei ho conosciuto tutte quelle storie di guerra che spesso si trovano in ciò che scrivo.
Il suo mito era, ovviamente, Mike Bongiorno che le sembrava un genio onnisciente perché sapeva tutte le risposte alle domande che poneva, ad ogni puntata di Rischiatutto, si voltava verso di noi e diceva, con aria ammirata "Ma l'é intéllligent chel'omm lì!".
Essendo sorda ascoltava la televisione a livelli inconcepibili, costringendo tutto il caseggiato a guardare il suo stesso programma per non impazzire.
Morì nel modo migliore in cui si possa morire: pranzando, imboccata da mia madre, reclinò la testa e salutò la compagnia.

Infine Maria, un personaggio da romanzo, forse: la mia nonna materna era barese, decisamente focosa e fumina di carattere; generosa, dolcissima e aggressiva, incline alla rissa verbale, benché minuta. Mi riempiva le tasche di tutte le mance che dagli altri nonni non ricevevo. E caramelle al rabarbaro, o le Rossana. Era nota per farsi dei gran chilometri a piedi per andare in tutti mercati rionali: odiava aspettare i mezzi pubblici ferma alla pensilina (cosa che ho ereditato da lei) e preferiva quindi incamminarsi.
Anch'essa tifosa milanista, se vedeva alla tv Sandro Mazzola, si sfiniva di improperi irripetibili al suo indirizzo. Viveva il calcio in modo sanguigno, come ogni cosa che affrontava. E non intendo solo il calcio di alto livello della serie A italiana. Parlo anche delle partitelle fra ragazzi, a cui prendevamo parte anche noi. Solo che, causa anche una precoce demenza senile, non capiva che alla fine del primo tempo le squadre si invertivano di campo, così lei continuava a sostenere la squadra che attaccava verso destra, fra lo sconcerto e l'irritazione degli altri genitori.
L'Alzheimer me l'ha un po' stonata, ma fino all'ultimo ha dato spettacolo: spesso mi confondeva con i camerieri dell'albergo dove alloggiava, in montagna. E mi allungava della altre mance che, non essendo destinate a me, io restituivo a mia madre, la quale doveva poi inerpicarsi in equilibrismi per rimetterli nel portafoglio di maria senza farsi scoprire. 

Se ne andò, divorata dai demoni della follia, in una nevosa sera di Santa Lucia, mentre io prendevo una delle mie ultime lezioni di guida, imparando a guidare sulla strada coperta di neve nell'indifferenza del mio istruttore, troppo impegnato ad ascoltare alla radio Legia Varsavia - Inter, trentaduesimi di finale di Coppa Uefa.

E ora che la pioggia me li ha riportati qui davanti, fatico a capire se si tratti di una semplice allucinazione emotiva, o se siano ancora qui con me.