martedì 24 marzo 2015

LA PACE INQUIETA



Mia nonna Alessandra, in occasione dei temporali estivi, ad ogni tuono che squassava il cielo scuoteva la testa e guardava in alto. Colma di sconcerto e paura mi spiegava che quei rombi le ricordavano il rumore delle bombe che – nel 1942 – si erano abbattute su Milano, la sua città, piovendo dagli aeroplani inglesi e americani. Non impiegai molto a cogliere la profondità dell’impronta di quegli eventi per me estremamente lontani nel tempo, che tuttavia restava impressa nel suo animo con effetti destabilizzanti. Fin da allora ho imparato ad odiare la cultura della guerra e quel finto eroismo che si concretizza esclusivamente col mettere a repentaglio la propria vita e quella altrui.
I libri di storia ci raccontano di guerre che iniziano con una dichiarazione ed un attacco, e si concludono con la sigla di un armistizio e dei successivi patti postbellici. Quello che nessun libro di storia contempla, e che non ha mai contemplato, è il dolore che ogni guerra lascia come una traccia indelebile nelle vite delle persone comuni: siano esse ignoti militi che non combattono per la gloria, ma perché sono costretti a farlo; o mogli, madri, fratelli e amici di coloro che da quella guerra non tornano se non dentro una cassa di legno ricoperta dalla retorica di una bandiera; o - ancora - chi dal fronte riesce a tornare, accompagnato tuttavia da un fardello di cicatrici che lo segnano nel corpo, piuttosto che nello spirito e nella mente.
Per tutte queste persone, i cui nomi non vengono mai riportati in nessun libro, la guerra non cessa di protrarsi dopo la sigla dell’armistizio, neanche dopo che gli antichi belligeranti si sono scambiati segni di apparente pace e fratellanza: queste figure dolorose continuano a combattere battaglie quotidiane, contro l’assenza, contro le mutilazioni, contro gli incubi e contro la paura che soffoca gli orizzonti.
La storia minima di questo romanzo poliziesco è una storia di violenza più o meno espressa, e si snoda sullo sfondo di fatti cruenti che hanno interessato l’Italia e l’Europa nella prima metà del secolo scorso. Un periodo in cui la violenza era – come lo è oggi -  un linguaggio codificato e universale, e che ha influenzato numerosi decenni per arrivare a far giungere l'eco – con contrapposizioni e storture – fino ai giorni nostri. Le storie che si intrecciano parlano di vittime dei conflitti e di altri personaggi oscuri che del primo grande conflitto mondiale si sono nutriti assurgendo al ruolo di carnefici. Il tepore placido di Mandello del Lario rappresenta la maschera fragile sopra il pericolo e il tormento che grava ogni giorno su tutte le nostre vite minacciate dalla violenza che può arrivare all’improvviso.

In Blowin’ in the wind, la canzone pacifista per eccellenza, Bob Dylan si chiede quante palle di cannone debbano ancora volare prima che esse vengano definitivamente bandite: a giudicare da quanto accade quotidianamente in numerosi angoli di questo mondo, la risposta continua a soffiare nel vento senza che nessun orecchio riesca a coglierla. Finché la violenza e l’aggressività saranno l’unico linguaggio condiviso per risolvere le divergenze fra esseri umani, nessun armistizio potrà risolvere questa continuità dolorosa.

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2 commenti:

  1. Il libro è molto bello...l'ho letto tutto d'un fiato, non riesci a smettere e quando arrivi alla fine bhè non puoi che esclamare "no, che peccato"...un bellissimo esordio che spero sia di buon auspicio per il futuro...
    Sei un Vocabolario con un' Anima.

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  2. “Ci sono libri scritti bene e libri scritti male” (il virgolettato è d’obbligo perché non è roba mia, a dire il vero non so nemmeno chi l’abbia detto, ma di sicuro gli addetti ai lavori presenti su questa pagina non mancheranno di dirmelo).
    Dicevo ci sono libri scritti bene e libri scritti male e La pace inquieta è scritto bene.
    Un giallo, giusto ho omesso un particolare di non poco conto, che non riesci a smettere di leggere perché, anche se ad un certo punto intuisci chi è l’assassino, devi per forza continuare e non per verificare se la tua intuizione è giusta, ma perché non puoi permetterti di interrompere quel flusso di parole che ormai ti ha rapito.
    Il merito è di Simone Cozzi che scrive in maniera chiara e lineare, e nelle descrizioni non annoia.
    Persino quelle del lago che – e gli abitanti di Lecco e dintorni mi perdoneranno - a me non piace, perché mi mette tristezza d’estate, figuriamoci in autunno, con la pioggia e l’umidità, ma la storia raccontata poteva essere ambientata solo lì, al lago, con il freddo e l’umidità.
    Perché ci sono dei cadaveri che sono freddi, perché è appena finita la grande guerra ma niente è dimenticato: il dolore pesa ancora, inumidisce i cuori e le menti dei protagonisti, e il futuro è incerto e fa anche paura, perché il delegato Ripamonti un po’ malinconico e triste come il lago lo è. Quindi a malincuore anche l’ambientazione non poteva essere più azzeccata.
    Tutti i personaggi sono belli, ognuno con i propri fantasmi, ognuno con le proprie “colpe” più o meno grandi, tutti un po’ vittime e un po’ carnefici e il nostro Delegato non manca di rapportarsi a loro nella maniera che più si confa (si dice così?) ad ognuno.
    E’ un confetto questo libro, un chicca che merita “solo” una mezza giornata di tempo per essere apprezzato, e non lo dico in senso dispregiativo, anzi, ma perché ci vuol davvero poco per appassionarsi.
    E poi, particolare non trascurabile, fa bene anche a chi lo legge, perché è una bella lezione di italiano (e io ne ho un gran bisogno).
    Il mio non è giudizio, ci mancherebbe, e nemmeno una recensione, non so come definirlo; vediamo: un consiglio, ecco sì un consiglio per gli acquisti. Comprare questo libro e buttarsi nella lettura tutto d’un fiato, senza pause. E ci si riesce benissimo con pochi sforzi, non solo perché è un romanzo “breve”, ma soprattutto perché “si fa amare” facilmente.
    Non so se si deve fare, ma complimenti alla panda Edizioni per avere scovato Simone Cozzi.

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