lunedì 14 dicembre 2015

21 NOVEMBRE 2015 - PRESENTAZIONE DE "LA PACE INQUIETA"




Il 21 novembre 2015, presso la libreria "Il libro é" di Lissone, ho incontrato i lettori per parlare del mio romanzo d'esordio, intitolato La pace inquieta.

Saul Stucchi ha moderato l'incontro, Dominque Evoli ha letto alcuni brani tratti dal romanzo.

Qui di seguito il filmato integrale della serata:

21 novembre 2015 - Il video integrale

La pace inquieta é edito da Panda Edizioni ed é in vendita in libreria e su www.ibs.it.

martedì 3 novembre 2015

FOGLIE DI FICO E CAPITALI MORALI





Quello che mi sconforta di questo assurdo paese in cui viviamo, é la capacità di tradurre tutto in termini di campanile.
La logica campanilista non fa bene ad una nazione, non la unisce, ma non solo: inibisce la capacità di analisi, la replica di modelli funzionanti, se non vincenti.
Alberto Asor Rosa, nell'editoriale de Il manifesto di oggi declina una contrapposizione strumentale fra Milano e Roma, con lo scopo di contestare il tentativo di applicare il modello Milano per la soluzione degli evidenti problemi della Capitale. Gli argomenti addotti sono a dir poco imbarazzanti.
Qualsiasi cieco, se non in mala fede (come mi sembra Asor Rosa), si accorgerebbe della differenza fra le condizioni in cui si dibatte Roma e l'oggettiva rinascita di Milano. Vomitare insulti, o luoghi comuni, o sarcasmo su Milano é surrettizio per continuare a legittimare l'abbandono morale e materiale della città che sicuramente é la più bella del mondo; Roma, però, é bella perché raccoglie in sè millenni di storia. Non é bella per il proprio presente. Vado a Roma almeno tre volte all'anno: l'ultima volta l'ho vista in Luglio. Faceva schifo. Non schifo i palazzi dell'Epoca Papale, non l'Aventino, non i Fori Imperiali, che Milano non avrà mai. Facevano schifo le strade, i servizi, i mezzi di trasporto, le stazioni, le strade, i luoghi di vita ordinaria.
Asor Rosa adduce a difesa di Roma temi che tollererei a fatica dallo sconosciuto incrociato al bar: "Roma è, ahimè, il luogo del potere e dei Palazzi: la Pre­si­denza della Repub­blica, la Pre­si­denza del Con­si­glio e il Governo, il Senato, la Camera dei Depu­tati, i Mini­steri, gli orga­ni­smi diri­genti della Magi­stra­tura, della scuola, dell’Università, dei corpi sepa­rati dello Stato, ecc. ecc. Tutti, ovvia­mente, gestiti al novanta per cento da non romani: tutti orien­tati a difen­dere inte­ressi che con Roma non ave­vano niente a che fare".
Quindi, sulla scorta di quanto detto dal Professorone del Manifesto, anche Madrid, Parigi, Londra, Mosca, Berlino, città delle dimensioni di Roma e non della piccola Milano dovrebbero dibattersi negli stessi problemi della nostra Capitale. Non mi sembra sia così. Senza contare che Milano non é gestita esclusivamente da milanesi; siamo ancora a questo livello di argomentazione?
Asor Rosa continua con un'impennata di pochezza che starebbe bene all'imboscato di un corteo per centri sociali e non ad un analista politico: "Se prendessimo alla lettera per Milano la definizione di “capitale morale”, dovremmo chiederci sul piano storico come sia stato possibile che da siffatta realtà politico-urbanistico-civile siano precipitate sull’Italia le due sciagure politico-istituzionali ed etico-politiche più terrificanti dell’ultimo secolo e mezzo, Benito Mussolini e Silvio Berlusconi. Che Torino, culla della nostra unità nazionale, per questo e per altri motivi, sia più degna di tale definizione?"
Trascurando il fatto che Asor Rosa vuole eleggere a Capitale Morale la Torino degli Agnelli (che per me rappresentano la sciagura più grave mai abbattutasi sull'Italia, in quanto non transitori e occultamente perniciosi, Mussolini e Berlusconi hanno imperversato per venti anni ciascuno, gli Agnelli e i loro eredi stanno succhiando sangue all'intera nazione da circa centocinquanta anni, sostenendo in modo indiretto i peggiori partiti di Governo), penso che  r
isolvere la questione dicendo che non si può palare di Milano come Capitale Morale perché ha avuto Mussolini e Berlusconi, significa - oltre ad avere pregiudizi strumentali - non avere il senso della Storia (cosa de da A.A.R. ci si aspetterebbe, invece). Milano ha generato Mussolini, ha generato Berlusconi, ha generato la Lega. Ha anche generato il Socialismo della Kuliscioff e di Filippo Turati. Ha generato i primi movimenti sindacali, le prime rivolte per la difesa dei diritti dei lavoratori. Milano é la città della Resistenza. Milano é la città che ha visto sì, l'ascesa di Mussolini, ma che ne ha anche decretato la fine. Ha generato il Futurismo, la Scapigliatura, é sempre stata pronta, più pronta della tronfia Torino o dell'auto compiaciuta Roma, a cogliere i segnali di novità (e il Fascismo, che ci piaccia o meno, rappresentava una frattura col passato; giudicare la nascita del Fascismo e incolpare di ciò Milano sulla base della dietrologia, é uno sterile, inutile e dannoso esercizio); Milano non é una città di vergini, ma é una città che non esita a ripulirsi, quando serve. Milano é stata Tangentopoli, perché Milano ha avuto il coraggio di squarciare il velo sulle proprie miserie. Non ha detto "la corruzione non esiste", come a Palermo si dice "la mafia non esiste".
Milano non é perfetta, ma conviene a tutti che si impari da questa città, invece di impermalosirsi e focalizzarsi sulle pagliuzze, o nascondersi dietro la ridicola foglia di fico del numero di abitanti inferiore rispetto a quello della Capitale.

L'alternativa é assistere al degrado quotidiano, che non é solo di una Città (la più bella del mondo), ma del simbolo di un'intera Nazione. E che il romano sopporta in modo autoreferenziale, dato che continua a sbandierare agli altri la gloria di due mila anni fa.
Limitarsi all'analisi del Manifesto, senza provare a fare ulteriori considerazioni, significa impedire un passo in avanti nella comprensione di ciò che é stato l'affaire-Marino e - di fatto - prestare il fianco a occasioni simili per il futuro.
Asor Rosa (e quelli che pensano ottusamente come lui), farebbe bene a venire a vivere qualche anno a Milano: forse riuscirebbe a cogliere qualche spunto diverso da quello che gli ha fatto scrivere la raffica di banalità auto assolutorie sulla povera Roma.

sabato 17 ottobre 2015

ALLUCINAZIONI DI AUTUNNO




Da qui, lo scorrere della Comasina sembra un lontano e lieve rullare di batteria jazz, languido e sottile. L'erba verde che definisce geometricamente lo spazio lasciato alle lastre di marmo ricorda più un tappeto da meditazione che il giardino di un cimitero.
Intorno c'é solo silenzio, anziane con fiori recisi fra le mani, pioggia sottilissima mista a nebbia, e molti ricordi struggenti. Un prete, in lontananza, si dirige con andatura allampanata verso una cappella funebre, confondendo il nero del proprio abito con il grigiore che si impossessa dell'orizzonte.
Rimango immobile nel mezzo di un quadrivio per realizzare che il metafisico pensiero di una vita oltre la morte sta già trovando qui una sua immateriale realizzazione.
C'é gente che parla sommessamente ad una foto incastonata in una lastra di marmo, altri che sistemano un giardinetto posticcio, altri che lucidano la statua di un bimbo con un pallone sotto il braccio. Loro sono riusciti ad instaurare una comunicazione; loro non li hanno davvero perduti.
In fondo, l'illusione di una materializzazione in vita degli spiriti dei cari defunti sembra un'ipotesi ragionevole; e non ho ancora toccato nemmeno un goccio di alcol.
Eppure mi trovo ad inseguire quattro figure dall'aspetto anziano ed estemporaneo, che assumono senza troppa attesa lineamenti a me noti, anche se quasi dimenticati, come se la morte si confondesse nella vita e rendesse ricordi e presente come semplici differenti punti di vista.

Il primo che riconosco é Vittorio, volato via prima che arrivassi, con due Guerre Mondiali vissute da combattente, la partecipazione alla Marcia su Roma e una fucilazione rimasta incompiuta quando già era davanti al plotone di una Brigata Partigiana che imperversava in Bovisa, Milano. Il Capo Brigata passò quando Vittorio era già spalle al muro e gridò: “Che cazzo state facendo? Questo cristiano non ha mai fatto male a nessuno, perché lo fucilate?” 
In passato, effettivamente, Vittorio aveva avuto la bella idea, insieme ai fratelli di riempire di fumo la Casa del Popolo, per poi divertirsi a impallinare le chiappe dei socialisti in fuga utilizzando innocui pallini da passeri. Pare che, poco prima dell'impresa, per le vie della Bovisa fossero risuonati i richiami strazianti di mogli e sorelle dei guasconi, in un vano tentativo di farli desistere.
E così, a 47 anni gli toccò sopravvivere per l'indulgenza di un partigiano; continuò a sgobbare come un mulo per mantenere altre tre persone oltre a sé stesso, dividendosi fra un lavoro di operaio alla Bovisa, uno di custode notturno in un elegante stabile di Foro Bonaparte e quello ancor più difficile di padre di due figli nell'Italietta della ricostruzione.

Amava Fausto Coppi e il Milan ed era decisamente il più simile a me, dicono, parlando di aspetto fisico e caratteriale: longilineo, con gli occhi chiari, di carattere fumino, sensibile al fascino per l'altro sesso e incapace di rimanere incazzato troppo a lungo.
Fumava decine di sigarette al giorno: le poche foto che mi sono giunte di lui, lo ritraggono sempre con la sigaretta fra le dita o fra le labbra. 
Un brutto male, così chiamavano il cancro negli anni cinquanta, fece ciò che i partigiani non vollero fare, dieci anni prima che io nascessi. Era il padre di mio padre.

Arturo, invece, era il mio nonno materno: me lo ricordo robusto e bonario, con la mascella quadrata, un naso importante ed adunco, i capelli bianchi pettinati accuratamente all'indietro e un fare burbero che celava a fatica un animo placido. 
Con lui ascoltavo le partite del Campionato alla radio, quando tutte si giocavano ancora alla stessa ora della domenica. Mio fratello ed io stavamo in sua compagnia in cucina, mentre mia mamma e mio papà in sala ascoltavano il colorito resoconto settimanale di mia nonna, bevendo caffè in tazze di porcellana rifinite in oro zecchino.
Sul tavolo di cucina c'era il Corriere della Sera aperto al paginone dello sport domenicale, con le formazioni delle squadre; masticando cicche americane della Brooklin al gusto di liquirizia, su di esso annotavamo (con dei pallini segnati a penna blu, un pallino per ogni marcatura all'altezza del goleador) i gol e i risultati, man mano che la radio annunciava i cambiamenti: fu in quel modo che imparai ad amare la radio e Tutto il calcio minuto per minuto. Ricordo ancora la reclame (coma le chiamava lui) dello Stock 84, a chiusura della domenica, quando il tramonto colava il buio e la malinconia di una domenica sera a Milano e indicava che l'ora di rientrare era prossima: "La tua squadra del cuore ha vinto? Brinda con Stock 84! La tua squadra del cuore ha perso? Consolati con Stock 84!".
Arturo era anche un gran giocatore di Scopa e Briscola; passava intere giornate al Circolo Acli, fra bicchierini di bianco, bestemmie e discussioni su quale sarebbe stata la carta giusta da calare. Per lui la Scopa era una religione, anche perché a Cristo e alla Madonna non era per nulla devoto: tanto per rendere l'idea, essendo mio Padrino alla Cresima, arrivò in chiesa in netto ritardo sull'inizio della cerimonia, bestemmiando a voce alta contro il marito dell'altra figlia, colpevole di una guida lenta e dispersiva - dato peraltro oggettivo. Ricordo ancora il suono della preghiera pietosa rivoltagli da mio padre "Sciur Arturo, la bestèma no in gésa!" Il tutto mentre il Vescovo stava già intonando il Gloria con la solennità che si conviene.
Per dire, il sacro fuoco del gioco a carte non lo esimeva dal barare, se necessario, anche quando giocava con noi nipotini. Mio padre lo pizzicò mentre, davanti ai nostri occhi inesperti, ricuperava dal mazzo delle carte già giocate un paio di assi pigliatutto comodi in ogni stagione. Ne nacque un battibecco dal quale, come al solito, se ne uscì con una scrollata di spalle ed un cristo sibilato a mezza voce.
Morì il giorno del mio compleanno, e per il suo funerale partimmo dalla montagna per incontrarci con il resto della famiglia rimasta in città. Banchettammo con mestizia in un favoloso ristorante toscano nei dintorni di Corso Sempione, con parte dei soldi che aveva lasciato in eredità.

Sua abituale compagna di Scopa nelle partite familiari era Alessandra, la mia nonna paterna, nonché sua consuocera; nonna Sandra visse con noi per 25 anni: quando Vittorio morì, fece promettere a mio padre che si sarebbe occupato della vedova fino alla fine e il buon Marco così fece, grazie anche alla dedizione paziente benché rumorosa di mia madre che la accudì come una figlia.
Alessandra era sorda ma ci sentiva benissimo, all'occorrenza, e viceversa. Cuoca eccellente, non lesinava piatti molto conditi e saporiti; aspetto ancora di ritrovare qualcuno che sappia cucinare il suo Risotto con le patate, ma ormai ho perso le speranze. Il burro era il suo compagno abituale e la pasta avanzata, saltata in padella tanto da diventare bruciacchiata, diventò ben presto leggenda alla nostra tavola. Regina delle incoerenze, una sera dopo aver mangiato una pasta al sugo conditissima e saporita, osò sostenere che i bruciori di stomaco che avvertiva erano dovuti alla mela che aveva mangiato a fine cena. Mia madre impazziva davanti al dispiegamento sfacciato di una logica tanto impudente.
Non era inconsueto trovarla nascosta dietro una porta, a metà mattina, mentre si scolava clandestinamente abbondanti gozzate di liquore al cedro. Una volta sorpresa sosteneva di avere la bocca amara.
Nei tardi pomeriggi, quando i miei uscivano per fare la spesa, era solita cucinare, intrattenendo mio fratello e me con racconti della sua giovinezza, e storie della Guerra Mondiale. Da lei ho conosciuto tutte quelle storie di guerra che spesso si trovano in ciò che scrivo.
Il suo mito era, ovviamente, Mike Bongiorno che le sembrava un genio onnisciente perché sapeva tutte le risposte alle domande che poneva, ad ogni puntata di Rischiatutto, si voltava verso di noi e diceva, con aria ammirata "Ma l'é intéllligent chel'omm lì!".
Essendo sorda ascoltava la televisione a livelli inconcepibili, costringendo tutto il caseggiato a guardare il suo stesso programma per non impazzire.
Morì nel modo migliore in cui si possa morire: pranzando, imboccata da mia madre, reclinò la testa e salutò la compagnia.

Infine Maria, un personaggio da romanzo, forse: la mia nonna materna era barese, decisamente focosa e fumina di carattere; generosa, dolcissima e aggressiva, incline alla rissa verbale, benché minuta. Mi riempiva le tasche di tutte le mance che dagli altri nonni non ricevevo. E caramelle al rabarbaro, o le Rossana. Era nota per farsi dei gran chilometri a piedi per andare in tutti mercati rionali: odiava aspettare i mezzi pubblici ferma alla pensilina (cosa che ho ereditato da lei) e preferiva quindi incamminarsi.
Anch'essa tifosa milanista, se vedeva alla tv Sandro Mazzola, si sfiniva di improperi irripetibili al suo indirizzo. Viveva il calcio in modo sanguigno, come ogni cosa che affrontava. E non intendo solo il calcio di alto livello della serie A italiana. Parlo anche delle partitelle fra ragazzi, a cui prendevamo parte anche noi. Solo che, causa anche una precoce demenza senile, non capiva che alla fine del primo tempo le squadre si invertivano di campo, così lei continuava a sostenere la squadra che attaccava verso destra, fra lo sconcerto e l'irritazione degli altri genitori.
L'Alzheimer me l'ha un po' stonata, ma fino all'ultimo ha dato spettacolo: spesso mi confondeva con i camerieri dell'albergo dove alloggiava, in montagna. E mi allungava della altre mance che, non essendo destinate a me, io restituivo a mia madre, la quale doveva poi inerpicarsi in equilibrismi per rimetterli nel portafoglio di maria senza farsi scoprire. 

Se ne andò, divorata dai demoni della follia, in una nevosa sera di Santa Lucia, mentre io prendevo una delle mie ultime lezioni di guida, imparando a guidare sulla strada coperta di neve nell'indifferenza del mio istruttore, troppo impegnato ad ascoltare alla radio Legia Varsavia - Inter, trentaduesimi di finale di Coppa Uefa.

E ora che la pioggia me li ha riportati qui davanti, fatico a capire se si tratti di una semplice allucinazione emotiva, o se siano ancora qui con me.

giovedì 27 agosto 2015

AVVICINATI



niente altro che un bisturi
segna in me una voragine
quanto il tuo allontanarti
quello spazio è deserto dove
i miei demoni risorgono e avidi
mi risucchiano
vuoto ti ritrovo
ogni volta vicina
e una cicatrice in più
dentro me


domenica 24 maggio 2015

I GIORNI GLORIOSI DI MAGGIO




Cento anni fa, oggi, l'Italia di Vittorio Emanuele III Savoia, decideva di entrare in guerra al fianco degli antichi nemici, Francia ed Inghilterra, per prendere parte alle ostilità che sarebbero state definite come Grande Guerra. Tale definizione derivava dal fatto che mai nella storia tanti Paesi, e di tale importanza sullo scacchiere della diplomazia mondiale, si erano trovati a combattere contemporaneamente l'uno contro l'altro.
L'Austria contro la Serbia per la supremazia su un piccolo stato come la Bosnia. La Russia zarista al fianco della Serbia per estendere la propria egemonia sull'Europa Occidentale. L'impero Ottomano per ritardare di qualche decennio il proprio declino e per esercitare una qualche influenza nel Vecchio Continente. Stati Uniti, Francia ed Inghilterra per la vittoria dei valori liberali (e, già che ci siamo, per quelli liberisti che volevano un Continente uniformemente convertito ai principi del libero mercato dove vendere senza troppe difficoltà i prodotti della propria industria produttiva in espansione). La Germania di Willelm per una naturale inclinazione all'espansione dei propri confini che, venti anni più tardi sarebbero stati definiti lebensraum da Hitler.
L'Italia, invece, entrò per cercare di raggranellare qualche vantaggio di carattere territoriale e per completare quel camino, precedentemente intrapreso da Cavour con la guerra di Crimea, di acquisizione di peso politico nei salotti diplomatici che contavano.

Per tutti, la Prima Guerra Mondiale si rivelò quel macello che Benedetto XV aveva previsto definendola una inutile strage.

Questa guerra segnò, a livello politico, un evidente spartiacque fra ciò che era prima e ciò che sarebbe stato dopo: la rivoluzione sovietica, il crollo dell'Impero Asburgico, di quello Zarista e di quello Ottomano ridisegnarono la struttura di numerose Nazioni.

La guerra si portò via un'intera generazione di maschi, ridotta ad esercito di militi ignoti che scomparvero sui campi di battaglia. Ridefinì le modalità di ingaggio e di strategie belliche: mentre prima le guerre si combattevano a colpi di cannone e con scontri di battaglioni in campo aperto, ora venivano introdotte artiglierie pesanti, gas, bombardamenti aerei e una serie di brutture che sarebbe bello non conoscere. Aprì l'era moderna dei combattimenti, che avrebbe conosciuto un macabro splendore nella successiva Seconda Guerra Mondiale.

Ciò che successe dopo la firma dell'armistizio, in quel periodo che convenzionalmente si definisce pace, é anche peggiore di ciò che successe fra il 1914 e il 1919.

Se durante la guerra si era dovuto inevitabilmente compiere il primo passo verso un'ipotesi di emancipazione femminile (le fabbriche non potevano chiudere  e le donne presero il posto dei combattenti negli opifici, comportando ciò un reddito a loro favore e la possibilità di lavorare come i maschi), il ritorno dei reduci comportò un esubero di forza lavoro.
Le gravi sanzioni poste a carico della Germania, vendetta ottusa e capricciosa di una Francia miope, misero in ginocchio la già provata economia tedesca, che non riuscì a far fronte ai propri debiti e trascinò nel baratro tutte le Nazioni occidentali, fino al crollo di Wall Street.
più o meno quello che succederebbe oggi se Grecia, Spagna, Italia, Portogallo ed Irlanda decretassero il default...]
La delusione dei reduci per la propria situazione, talmente diversa da quanto prospettato dagli Stati Maggiori al momento del reclutamento, al rientro dal fronte, creò una base di scontento che fu l'humus nel quale Mussolini prima ed Hitler poi, seminarono la propria demagogia che li portò al potere.
Tutto ciò che successe fino al 1945, ebbe origine da quei gloriosi giorni di maggio o nei mesi precedenti.

A livello umano, oltre al terrore di milioni di contadini semianalfabeti e di giovani studenti e impiegati, scagliati come numeriche pedine senza volto, a scannassi vicendevolmente senza capirne appieno la ragione, vanno ricordate le barbarie di ufficiali militari che mantenevano la disciplina cono metodi più che discutibili ed arbitrari. Va ricordato il dolore di mogli, madri, fratelli, sorelle, amici e chi si vuole, che aspettarono inutilmente il ritorno dei propri cari. Va ricordata la confusione mentale di chi tornò portandosi dietro traumi che non erano solo di carattere fisico, ma soprattutto mentale. Va ricordata la difficoltà di reinserirsi in una società, in una vita che per anni era stata lontana e che nel frattempo era cambiata radicalmente.

Oggi, in Italia, e nei mesi precedenti in altri Paesi Europei, ci sono state celebrazioni e commemorazioni che hanno sovrapposto l'entrata nella Grande Guerra, con la liberazione di Berlino dal nazismo (che rappresenta di fatto la fine del secondo conflitto mondiale). In ognuna di queste celebrazioni venivano evocati l'eroismo, il coraggio, la fedeltà e altri simboli retorici di un machismo mai sopito.

Molti si sono riempiti la bocca con la parola pace, senza accorgersi che nel 2015, cento anni dopo, la guerra resta il più grande business mai gestito da Stati Sovrani, e il principale strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Quei Paesi che dovrebbero portare avanti il ricordo degli orrori della guerra sono  gli stessi che non hanno esitato, nei decenni, ad armare piccole Nazioni l'una contro l'altra, a puro scopo di trarne un vantaggio economico e commerciale, o che hanno bombardato senza costrutto piccoli Stati, con la finalità di instaurare adeguati regimi favorevoli allo sviluppo di una sfruttante economia di (libero?) mercato.

La guerra resta un problema attuale: e non vi é nulla di glorioso.

giovedì 2 aprile 2015

GIMME FIVE, COMPAGNO!


C'é stato un periodo, nella nostra storia recente (dagli anni sessanta in poi), in cui - per poter ottenere l'accredito alla corte degli artisti e degli intellettuali italiani - era sufficiente dichiararsi di sinistra, parlare un po' a casaccio di diritti dei lavoratori, popolo, democrazia, resistenza, e il gioco era fatto.

Qui si parla di Lorenzo Cherubini, ragazzotto romano del 1966, in arte Jovanotti, che - volendo darsi una ripulita dagli abiti poco nobili del rapper per giovincelli assidui frequentatori degli schermi di Italia Uno - un giorno incontrò Walter "Uolter" Veltroni, da poco massimo dirigente dei Democratici di Sinistra. Uolter ai tempi viveva l'angoscia di trasformare il vetusto figlio dell'innominabile Partito Comunista in un moderno e presentabile partito democratico di impronta kennediana. E come JFK aveva Frank Sinatra, così Uolter si procurò l'artista da mettere in vetrina: Jovanotti.
I due affrontarono argomenti politici, con toni che immagino sarebbero stati degni di Gramsci. Il colloquio, ad una tavolata di qualche ristorante romano (da noi si usa così, intellettuali e politici affrontano questioni impugnando forchette d'argento con i rumori di Via Veneto sullo sfondo), fu immortalato e pubblicato su Repubblica.

In questo modo il ragazzotto con la zeppola, apostrofato malamente in un fuori onda durante la serata finale di Fantastico 1990, ridicolizzato per mesi da gran parte degli ambienti aristo-progressisti, fu fatto accomodare nel salotto buono della cultura new labour italiana.

Tu pensa cosa fanno du spaghi nel ristorante giusto.

Da quel momento, il buon Jova andò in giro per il mondo a fare incetta di figurine dell'iconografia di sinistra, classica o meno: Fidel Castro, Cuba, il terzomondismo, la revoluciòn e Che Guevara, il primo maggio e il venticinque aprile, e altra cianfrusaglia buona per imbottire la retorica, con l'aggiunta di qualche sporadico e innocuo assalto al Vaticano, che non guasta mai.

Grazie all'incredibile cassa di risonanza della stampa italiana, spesso incapace di dare risalto a ciò che andrebbe raccontato, ma abilissima ad amplificare l'inutile, il superfluo, il dannoso, Jovanotti si é trovato alla bocca un gigantesco megafono dal quale non si é limitato a cantare L'ombelico del mondo, ma che ha al contrario utilizzato per diffondere delle banalità assolute in tema di politica: banalità che - se ascoltate al bar - farebbero scrollare le spalle; ma che - se riportate, come é stato, dai quotidiani nazionali - provocano come minimo un po' di irritazione.


Il 1 settembre 2013, in un intervista a Gramellini (cerchiamo di capire a quali livelli siderali ci stiamo innalzando), l'icona Veltroniana sosteneva: "Berlusconi simpatico, è avversario politico non antropologico", proseguendo "se gli concedessero la grazia non mi scandalizzerei". L'articolo prosegue sostanziando il suo pensiero (se così vogliamo definirlo) nella critica alla sinistra italiana troppo vincolata al proprio passato, troppo conservatrice. Eh già.

Ora, a botte di rap-torica e di selfie, abbiamo al potere Matteo Renzi, che del non-pensiero di Jovanotti é la materializzazione politica. Il nulla assoluto, ma rinnovatore. Ad accontentarsi...

Infatti Jovanotti é felice di questo vuoto ma innovativo (forse perché tale vuoto é affine a quello che il rapper ha nella testa). E si scaglia contro chi prova a riportare la sinistra su un binario consono a quelli che dovrebbero esserne i principi. Quel Maurizio Landini che perfetto probabilmente non é, ma che sta provando con coraggio a combattere una lotta contro la deriva destrista di tutto un blocco politico. Un Landini che, almeno, parla per esperienza fatta, di lavoro e di diritti dei lavoratori. Che sta cercando alleanze con chi crede ancora che la sinistra debba difendere dei valori e non debba essere solo un brand per i radical chic italiani che vogliono fare i borghesi col portafoglio gonfio e la fabbrichètta in attivo senza sporcarsi le mani con quei rozzi del centro destra.

Ma il gran visir dei cialtroni, dall'alto del suo pulpito inaspettato, cassa i buoni propositi del leader FIOM, bollando il suo progetto come vecchio e appartenente ad una sinistra che perde.

Già, come ci ha già insegnato Renzi, vincere é quello che conta. Non importa cosa comporti la vittoria. 

Eppure io continuo a pensare che - contrariamente a Machiavelli, concittadino di quel bischero che ora ci governa fra un selfie e un tweet - siano i mezzi a giustificare il fine e non viceversa.

Gimmefive, yo!







martedì 24 marzo 2015

LA PACE INQUIETA



Mia nonna Alessandra, in occasione dei temporali estivi, ad ogni tuono che squassava il cielo scuoteva la testa e guardava in alto. Colma di sconcerto e paura mi spiegava che quei rombi le ricordavano il rumore delle bombe che – nel 1942 – si erano abbattute su Milano, la sua città, piovendo dagli aeroplani inglesi e americani. Non impiegai molto a cogliere la profondità dell’impronta di quegli eventi per me estremamente lontani nel tempo, che tuttavia restava impressa nel suo animo con effetti destabilizzanti. Fin da allora ho imparato ad odiare la cultura della guerra e quel finto eroismo che si concretizza esclusivamente col mettere a repentaglio la propria vita e quella altrui.
I libri di storia ci raccontano di guerre che iniziano con una dichiarazione ed un attacco, e si concludono con la sigla di un armistizio e dei successivi patti postbellici. Quello che nessun libro di storia contempla, e che non ha mai contemplato, è il dolore che ogni guerra lascia come una traccia indelebile nelle vite delle persone comuni: siano esse ignoti militi che non combattono per la gloria, ma perché sono costretti a farlo; o mogli, madri, fratelli e amici di coloro che da quella guerra non tornano se non dentro una cassa di legno ricoperta dalla retorica di una bandiera; o - ancora - chi dal fronte riesce a tornare, accompagnato tuttavia da un fardello di cicatrici che lo segnano nel corpo, piuttosto che nello spirito e nella mente.
Per tutte queste persone, i cui nomi non vengono mai riportati in nessun libro, la guerra non cessa di protrarsi dopo la sigla dell’armistizio, neanche dopo che gli antichi belligeranti si sono scambiati segni di apparente pace e fratellanza: queste figure dolorose continuano a combattere battaglie quotidiane, contro l’assenza, contro le mutilazioni, contro gli incubi e contro la paura che soffoca gli orizzonti.
La storia minima di questo romanzo poliziesco è una storia di violenza più o meno espressa, e si snoda sullo sfondo di fatti cruenti che hanno interessato l’Italia e l’Europa nella prima metà del secolo scorso. Un periodo in cui la violenza era – come lo è oggi -  un linguaggio codificato e universale, e che ha influenzato numerosi decenni per arrivare a far giungere l'eco – con contrapposizioni e storture – fino ai giorni nostri. Le storie che si intrecciano parlano di vittime dei conflitti e di altri personaggi oscuri che del primo grande conflitto mondiale si sono nutriti assurgendo al ruolo di carnefici. Il tepore placido di Mandello del Lario rappresenta la maschera fragile sopra il pericolo e il tormento che grava ogni giorno su tutte le nostre vite minacciate dalla violenza che può arrivare all’improvviso.

In Blowin’ in the wind, la canzone pacifista per eccellenza, Bob Dylan si chiede quante palle di cannone debbano ancora volare prima che esse vengano definitivamente bandite: a giudicare da quanto accade quotidianamente in numerosi angoli di questo mondo, la risposta continua a soffiare nel vento senza che nessun orecchio riesca a coglierla. Finché la violenza e l’aggressività saranno l’unico linguaggio condiviso per risolvere le divergenze fra esseri umani, nessun armistizio potrà risolvere questa continuità dolorosa.

La pace inquieta - Panda Edizioni € 11,90 [clicca per acquistare]

giovedì 5 marzo 2015

FERRO




una mendicante distratta parlava
ai miei occhi - ho raccolto le tue lacrime -
dice 
dentro una scatola cinese 
in un bordello rivestito d’edera 
- ho ingannato il mio dolore con una puttana anemica che succhiava 
caramelle al rabarbaro - gocce
di sangue
unghie mangiate 
e la mia pelle consunta non riprende colore
vorrei 
sparire
polvere ritrovarmi sul comodino del mio amore 
- non tenermi come un picador 
usa quel ferro da calza e infilzami, una volta per tutte -
fottimi
in questo modo 
ma soffocami mentre mi baci

venerdì 20 febbraio 2015

L'AMORE ESIGENTE



garçon, il me faut un amour
comme çi et comme ça.
sii pioggia in estate e sole in autunno
amore ragazzo, anche solido uomo,
mutati in preda, ma perché no, inseguitore.

ti voglio lavagna pulita, tabula rasa,
sarai poubelle,  campo di gioco dei miei tormenti,
voglio comporti pezzo per pezzo,
questo lo scelgo oppure lo scarto, chissà, lo scarto.

un uomo à la carte, un amore perfetto,
non mi annoiare, perché se ci penso
guardandoti bene, avrei preferito
un compagno diverso.

venerdì 13 febbraio 2015

INCOMPIUTO



di nutrirmi di sostanza
ho sempre fatto a meno
anima avida di pretesti
ricerca ostinata di superfluo
resterò così
nell’impalpabile essenza

dell’incompiuto

giovedì 22 gennaio 2015

JE (NE) SUIS (PAS) CHARLIE



Credo che alla drammatica vicenda di Charlie Hebdo sia stato dato un peso ideologico di gran lunga superiore quanto meritasse. E' una grandissima tragedia umana, e qui tutti sono d'accordo. Che tuttavia nulla ha a che fare con la libertà di espressione e con la lotta al terrorismo. 

E dico per fortuna, perché altrimenti dovremmo confrontare la libertà di espressione dei vignettisti con la libertà di culto e la legittima aspettativa che tale culto venga rispettato anche dai laici.  

I vignettisti di CH sono stati uccisi da un gruppo di fanatici cresciuti ed educati all'odio verso l'Occidente. Un odio che l'Occidente stesso non ha aiutato a dissipare, nel corso di secoli di ingerenza e sfruttamento.

Nelle ore immediatamente successive a quell'assurda strage, abbiamo assistito alla solita retorica simbolizzazione dell'evento: una simbolizzazione che ha - come sempre succede - privato di sostanza la morte di una decina di persone, trasformandola in fenomeno di costume.

Tutto diventa slogan. Tutto diventa strumento di propaganda. Tutto é utile per ottenere visibilità. La Francia intera é stata rivestita dei panni di Marianne la Martire, in prima linea contro il terrorismo.

Ma quando mai? La Francia non può dirsi schierata contro il terrorismo solo perché milioni di cittadini hanno fatto quattro passi in giro per una delle più belle città del mondo. La Francia, intesa come il Governo francese, non si é mai schierata contro il terrorismo. Una marcia non significa niente. Essere contro il terrorismo significa esserlo sempre, e non a seconda delle zone geografiche e degli interessi economico-politici che si intendono perseguire. La Francia é attiva in molti Paesi, con operazioni destabilizzanti di determinati regimi. E non sempre queste attività destabilizzanti sono svolte per fini libertari (anzi, diciamo pure quasi mai), né vengono svolte con modalità pacifiche. Marciare recitando slogan, sbandierare cartelli spavaldamente conformisti, non salva una vita una dalla morte per terrorismo. Nessuno jihadista si é sentito spaventato o colpito da quella marcia che, nel migliore dei casi era animata dall'emotività del momento, nel peggiore da un opportunismo anche cinico.

Vorrei poter individuare più temi, anche se nel caso di CH sono intrecciati. La libertà di culto, la libertà di stampa, il terrorismo, il valore effettivo della satira.

Quello che hanno fatto i fondamentalisti é inaccettabile, e credo che le vignette fossero solo un pretesto per scegliere un obiettivo. 

Dall'altra parte mi chiedo quale sia la necessità di offendere le religioni altrui: come se - da parte degli atei (o agnostici, fate voi) - ci fosse una specie di complesso di superiorità che li spinga a compatire con lo strumento dell'ironia chi pratica un culto. Detesto le guerre di religione, non si forza nessuno a credere o miscredere un Dio: la religione tocca la parte più intima di un individuo, e ognuno é libero di credere al Dio che vuole. La satira religiosa mi risulta sgradevole e inutile: proprio chi é ateo dovrebbe capire la necessità di non discutere un credo: chi non vuole che gli sia imposto un dogma, dovrebbe non imporre il dogma dell'ateismo.

Dov'é il valore di una vignetta che dice che "il Corano é merda"? O che credere ad un Dio risorto é da idioti?

E' satira? E se é satira: che contributo dà al dibattito sui fondamentalismi religiosi di qualunque matrice siano? Ho letto da qualche parte che la satira, per essere vera deve essere scomoda e sgradevole. D'accordo; ma la mia domanda, altrettanto scomoda e sgradevole é: a cosa serve la satira? Crea un po' di scalpore, fa sorridere; tuttavia non scardina le dittature, non mette in difficoltà - se non superficialmente - i potenti. Non dice nemmeno la verità, essendo solo una storpiatura di una realtà precostituita. Ed é questo il punto: la verità rovescia le dittature, non certo la satira, che - anzi - offre un contentino effimero all'oppresso che può per un momento ridere del tiranno per poi ricominciare a subire.

Giancarlo Siani era un giovane reporter che non sapeva far satira, ma sapeva benissimo raccontare la verità: lui sì, era scomodo, e infatti la camorra lo ha ammazzato. 

I giornalisti da salotto buono che si sono fatti ritrarre con la scritta "Io sono Charlie" inneggiando al diritto di satira e alla libertà di pensiero e di parola, cosa rappresentano in questo contesto italiano in cui televisioni e giornali sono completamente asserviti ai notabili di politica e finanza? Fazio e compagnia non sono certo Charlie: sono piuttosto degli avvoltoi del conformismo mediatico, pronti a saltare su qualunque carro in nome della propria visibilità. Per poi continuare a genuflettersi con il potente di turno alla faccia della libertà di pensiero.


Sullo sfondo, troppo sullo sfondo, resta una questione che andrebbe capita e risolta. Quella dell'odio di certe parti del mondo per l'Occidente. E la reciproca paura, che in Europa si concretizza nel timore di perdere tutto ciò che, a livello di progresso del pensiero prima ancora che economico, l'Occidente stesso é riuscito a raggiungere: la libertà di pensiero, di costume, il rispetto per la vita e tutto ciò che rappresenta il bello della civiltà occidentale.

Senza che venga chiamata in causa l'orrenda parola "colpa", credo che l'Occidente qualche responsabilità nella mancata evoluzione del Medio Oriente o dell'Africa ce l'abbia. In un certo senso, l'Occidente ha nutrito la propria crescita approfittando dell'arretratezza culturale di quei posti. 

L'incoerenza mediorientale fra cellulari o armi, e assenza di fogne, l'ha provocata l'Occidente con accelerazioni discontinue che inevitabilmente il Terzo Mondo ha dovuto subire. 

Io credo che i fondamentalismi richiedano non una rivoluzione, ma una evoluzione di pensiero. 


L'Occidente, per essere ciò che é - ossia una terra di pensiero tutto sommato evoluto - ha avuto bisogno di tempo. Nel 1300 si bruciavano le streghe, come adesso in Afganistan si lapidano le donne. 


Ora da noi si sta sviluppando - lentamente, peraltro - una cultura del rispetto. Ma il tempo di crescere in modo autonomo, oggi, non si vuole dare a chi é indietro: é più facile trasformare la Nigeria, l'Iraq, eccetera, in un mercato da riempire con beni di consumo occidentali. In questo modo si creano degli scompensi.


Il pensiero e la cultura non si iniettano, non si impongono, tanto meno quelli democratici. Si lasciano maturare, con l'esempio e l'insegnamento, sperando che diano frutti.