lunedì 8 settembre 2014

CASTIGAT RIDENDO MORES



Recentemente mi trovavo in un ristorante molto elegante, in una rinomata località turistica italiana. Al tavolo accanto al mio sedevano due giovani coppie di Roma: sufficientemente rumorose, con abiti mediamente pacchiani e gioielli in bella vista. Abbronzature lucide, labbra rifatte, capelli ossigenati e tutto il campionario di cliché dell'arricchito.

Non era difficile origliare le loro conversazioni: parlavano a voce talmente alta di viaggi alle Seychelles, di auto di lusso (il dibattito era fra il Grand Cherokee e il Porche Cayenne), di import-export, le mogli confrontavano i brillanti che avevano al dito e gli abiti presi a Forte dei Marmi o in Montenapoleone; al momento delle ordinazioni, la scelta cadde su del vino bianco. Poco dopo, il cameriere - dai modi sussiegosi ed affettati - giunse al tavolo esclamando fiero "Chardonnay!".


Al che, uno dei due maschi - sistemandosi il colletto della camicia - rispose "Ehm, no, guardi: parli pure italiano, 'semo de Roma". 


Sembrerebbe una barzelletta; é semplicemente uno spaccato di vita reale.



Ogni epoca ha i suoi cantori e i suoi censori. Gli anni 50 videro il neorealismo di De Sica  che descriveva l'Italia misera del dopo guerra e i suoi patetici sforzi per rialzarsi. Gli anni 70 ebbero Bruno Corbucci, Luciano Salce, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, eccellenti interpreti di un certo tipo di Italiano un po' cialtrone, malinconicamente mediocre e - tutto sommato - innocuo. Pudico nel suo essere mariuolo, ancora preoccupato di mantenere la forma pur nella meschinità.

Spesso mi sono chiesto se i fratelli Vanzina possano essere considerati alla stessa stregua dei grandi registi del passato, che hanno documentato e - in un certo modo stigmatizzato - i costumi dell'epoca in cui hanno vissuto. Io dico di sì: la loro sfortuna risiede nel fatto che hanno dovuto cantare un'epoca, gli anni '80, che cominciava ad impoverirsi, non tanto dal punto di vista economico, quanto invece del decoro.

Credo, bandendo ogni forma di snobismo improduttivo, che un minimo di analisi sulle opere di questi due fratelli romani padri del tanto fustigato cinepanettone, vada fatta. Senza pregiudizi stolti, figli di una supponenza intellettualoide che nulla ha portato al dibattito culturale; senza che si gridi alla blasfemia.

Vacanze di Natale, il capostipite della lunga serie di film che - sotto le feste invernali -  riempiono tutt'ora le sale cinematografiche, é una carrellata di personaggi grotteschi, apparentemente caricaturali. E' tuttavia girato con una modalità che non si discosta tanto da America Today di Altman: una investigazione (Altman mediante inseguimento con la steadycam, i Vanzina con inquadrature classiche) delle vite di personaggi, ciascuno disgiunto dagli altri, che convergono pochi giorni della loro vita a Cortina d'Ampezzo, durante le festività natalizie del 1983. C'é il macellaio romano arricchito che ostenta con rozzezza il proprio Rolex. C'é la famiglia finto aristocratica-alto borghese che sistematicamente muove dalla Capitale fino alla palazzina di famiglia, per celebrare il Natale. C'é il cumenda milanese, che alla bella moglie preferisce le disquisizioni sulle automobili, l'animatore piacione dalle tecniche seduttive abborracciate e ripetitive. C'é un'Italia che sta cambiando, sotto l'influenza della sottocultura artatamente (lo si vedrà dopo) diffusa dalla nascente stella di Canale5, spesso citato come strumento divulgativo del neo-pop che dieci anni dopo procurerà milioni di voti a Forza Italia..

Sanzionare i difetti dell'essere umano mettendone in ridicolo i caratteri distintivi, esaltandoli al punto da farne diventare una sineddoche vivente, era tecnica comune dai tempi di Plauto. I Vanzina hanno estremizzato tale tecnica mescolandola al vaudeville, virando quindi verso la farsa, perché la farsa é il genere che - purtroppo - meglio si addice agli ultimi decenni di storia della nostra Nazione.

Per fare questo hanno utilizzato i volti e i modi adeguati di Christian De Sica, di Gerry Calà, del compianto Guido Nicheli, di Claudio Amendola.

Macchiette, si diceva. O forse, tipi.

Proprio qui sta il nocciolo della questione: se oggi (a circa 30 anni di distanza dal capostipite dei cinepanettoni) si accostano i personaggi di Vacanze di Natale a ciò che la società italiana propone quotidianamente - qualsiasi sia lo strato al quale approfondire l'esplorazione - viene da chiedersi se I Vanzina abbiano giocato ad affermare che i protagonisti dei loro film esistono eccome, oppure se essi abbiano fatto emergere certi aspetti che covavano sotto la cenere formale dei comportamenti socialmente accettabili e che adesso sono conclamati.

Quindi i Vanzina come lente di ingrandimento o come fonte di influenza di costume, e non solo autori di sberleffi cinematografici. Un differente materiale umano, per un differente genere cinematografico.

Quando vedo i miei amici quarantenni che si sfiniscono di fantacalcio e di calcetto, non riesco a non pensare alla scena romantica in cui Antonellina Interlenghi si avvicina al fidanzato, romano e romanista, per fargli gli auguri di buon anno.

- Dì un po' - le chiede lui, abbracciandola - secondo te dove lo festeggia il Capodanno Toninho Cerezo*? Secondo me dorme, perché é un professionista.

Quindi la presunta deriva cinematografica da Vittorio De Sica ad Enrico Vanzina rappresenta fedelmente il percorso seguito dall'Italiano medio lungo gli ultimi sessant'anni, senza che ciò voglia esprimere un giudizio di carattere morale. Un neoverismo impietoso che trascende gli snobismi e le schizzinoserie da cineteca, su un'Italia ipocrita, omofoba, macha, sessista, e parvenue, chiosata alla perfezione dal monologo che Christian De Sica - trovato a letto con il maestro di sci - rivolge ai genitori:

"Papà a te t'ha fregato il benessere. Tu facevi il capomastro. Invece adesso c'hai soldi e ti scandalizzi"