domenica 20 luglio 2014

UN NUOVO PONTE




Spesso cammino radente ai muri, quasi nascondendomi al fiume di esseri animati e incravattati ed eleganti e ricchi e sicuri di sé, cammino strisciando i piedi calzati nelle mie scarpe rotte, zoppico fino ai margini elevati della città, mi siedo su un pendio erboso e resto lì ad osservare tutta quella vita brulicante, quel fluire di macchine, di esistenze, del quale non faccio più parte, del quale forse non ho mai fatto parte. Poi riprendo il cammino verso il centro, alla ricerca di un nuovo ponte, o di un angolino sufficientemente protetto e asciutto, non dico pulito, dove trascorrere la notte riposando lontano dal pericolo di venir malmenato da un gruppo di balordi annoiati o di essere arrestato per vagabondaggio.
Passo davanti ad una vetrina e vedo il mio volto cotto dal sole, i capelli bianchi appiccicati alle tempie, sporchi e sudati, gli occhi cerchiati da pesanti occhiaie violacee, la barba incolta, i miei modesti abiti gualciti e inzaccherati. 

La gente mi gira al largo, disturbata dal mio aspetto e probabilmente dall'odore. Lavarsi non è sempre facile, e spesso non ne ho nemmeno voglia. Oltretutto, a furia di respirarmi mi sono assuefatto a questo odore rancido, e non ci faccio nemmeno più caso. Tanto non mi si avvicinerebbe nessuno, se non per picchiarmi o per provare a rubare quel poco di vagamente prezioso che mi resta addosso. 

A dire il vero - adesso che ci penso - non so bene cosa mi resti di prezioso addosso, ma questa vita randagia e clandestina distorce la percezione, e chi è nelle mie stesse condizioni potrebbe provare l'impulso di uccidermi per rubarmi - che ne so - le mie scarpe da ginnastica con la tomaia che si sta squarciando inesorabilmente, o  questa cintura in similpelle che regge i miei pantaloni pieni di rammendi e strappi e chiazze di unto.

Li vedo, gli sguardi degli altri. Li vedo e li sento addosso, colmi di riprovazione e biasimo. Vai a lavorare, fannullone. Mi sembra di sentire mio padre: per lui era tutta una questione di buona volontà, rimboccarsi le maniche. Per lui la fatica era la redenzione dell'essere umano, la via per raggiungere ogni obiettivo. Il calvinismo declinato da un cattolico: fatica, sacrificio, senso di colpa  e senso del dovere. Un cocktail mortifero.

Per me non era una questione di via, era una questione di obiettivi.

Chi mi osserva, disgustato dal mio aspetto e dalla mia condizione, pensa con certezza che io sia sempre stato così. Un accattone del cazzo, fiorito sotto un ponte in una mattina di luglio, senza passato e definitivamente senza futuro. Eppure non ero così, una volta.

Nemmeno troppi anni fa, adesso non ricordo bene quando, avevo un lavoro di prestigio, una casa, una moglie e una figlia. Vivevo una vita di agi ed ero circondato da amici e conoscenti. Più conoscenti che amici, forse. Ero perfettamente incastrato nel meccanismo della città, un ingranaggio perfettamente oliato che girava all'unisono con tutte le altre rotelline dentate, ordinato nel traffico, mimetizzato nell'abbigliamento, nel comportamento, nell'espressione. Inquadrato in regole assimilate, focalizzato su obiettivi suggeriti dall'esterno.

Insomma, omologato e convinto di essere felice.

Poi un giorno realizzai che quello stano peso che premeva il petto senza soluzione di continuità, quella tachicardia insistita che metteva a soqquadro il mio torace era stanchezza, stanchezza che stringeva le sue maglie circondandomi come una gabbia invisibile, una gabbia di rifiuto per tutto ciò che rappresentava la mia esistenza. Stanchezza mentale, non fisica. Gesti e azioni ripetuti meccanicamente: alzarsi ogni giorno alla stessa ora, radersi, lavarsi, annodare quella maledetta cravatta, saltare in macchina, guizzare nel traffico, rispettare orari, lavorare, accodarsi alla fila di auto del rientro, sottomettersi alla routine domestica. Come un criceto in gabbia, che corre su una ruota, e non si muove di un millimetro. Condensare tutte le aspettative di riposo, di divertimento, di svago in due soli giorni - il sabato e la domenica - nei quali fare tutto ciò che la routine mi impediva di fare negli altri giorni.

Venni travolto da un'ingovernabile sensazione di nausea. Mi sentii improvvisamente svuotato. Sprofondai in uno stato catatonico irreversibile, che mi trasformò in una specie di automa. Passavo ore seduto davanti al computer, in ufficio, senza quasi muovere una mano, ipnotizzato dalla mia apatia. La mia collega mi teneva d'occhio, scuoteva la testa preoccupata, cercava di scuotermi. Niente da fare, ero nella fase del rifiuto. Rifiuto epr quella città, per quelle abitudini. Per quel sistema di regole. Scoprii con disgusto che niente mi interessava, niente catalizzava le mie energie.

Cominciai a restare sveglio di notte: sprofondato nel divano, annotavo su di un taccuino tutto ciò di cui potevo fare a meno, per riuscire a sopravvivere senza dover lavorare. Ero entrato in una spirale pericolosa. La lista si allungava inesorabilmente, comprendendo perfino il cibo e gli affetti più stretti. Niente più valeva la mia fatica, i miei sforzi prospettici, le mie aspettative. Scrollavo le spalle e annotavo, scuotevo il capo e annotavo.

Il brutto di questa spirale consiste nel fatto che se cominci a convincerti di poter rinunciare a tutto, hai già cominciato a rinunciarvi e stai già camminando con passo spedito su quella strada che a poco a poco diventa un sentiero deserto. Il tuo passo, spedito e sicuro all'inizio, finisce per diventare strascicato, lo stesso passo che adesso mi muove da uno all'altro degli angoli dei sobborghi, colmi di solitudine e vuoti di bellezza.

Finii col perdere il lavoro: un giorno il mio capo, che da troppo tempo osservava con sconcerto la mia abulia in attesa che ne uscissi, mi chiamò in ufficio e mi consegnò la lettera di licenziamento. Non parlò molto, era solo deluso, nemmeno incazzato. La ricevetti con la stessa indifferenza con cui avevo vissuto fino a quel punto. Lui fu irritato dalla mia definitiva assenza di reazione. Non dissi nemmeno una parola, mi infilai la lettera in tasca e girai lentamente sui tacchi.

Uscii per strada, un'ondata di afa mi stordì. Notai che i passanti - col loro passo accelerato - tendevano ad aggirarmi a scansarmi. Lo notai per la prima volta. Come fossi un corpo estraneo al flusso regolare della città. Barcollavo, sollevato e spento, mentre tutti mi evitavano. Ero ben vestito, pettinato, indossavo occhiali da sole pregiati, e un grosso orologio di acciaio ed oro. Ma emanavo già il tanfo del perdente, dello sconfitto. Sconfitto da sé stesso, peggio ancora.

Non tornai a casa, non avevo voglia di dare spiegazioni. Né avevo voglia del pietismo degli amici, né del loro sincero e generoso aiuto. Tutto mi sembrava opprimente, persino la generosità. Persino l'amicizia.

Presi la via della periferia, sperando fosse la frontiera dell'oblio. Mi ritrovai in una zona che non conoscevo, alti casermoni verniciati di grigio violaceo, il sole stava cominciando a tramontare, ma ciò non mi dava sollievo. C'era un vecchio ufficio postale abbandonato, girai sul retro e mi accovacciai contro un muro. Scoppiai a piangere, abbracciandomi le ginocchia. Non era un pianto di paura, né di malinconia. Si trattava di un'insana sensazione di sollievo. Sentii le energie fluirmi lentamente, come se mi avessero tolto un tappo e tutto di me fluisse sull'asfalto. Mi addormentai. Il giorno dopo mi risvegliai intorpidito e cigolante. Mi stiracchiai e guardai in giro, pensando a come organizzare la mia nuova giornata.

Dopo meno di una settimana ero calato perfettamente nell'invisibile vita parallela della città, sapevo esattamente quali luoghi evitare, come ottenere un pasto, dove ripararmi dalle piogge o dove schiacciare un pisolino. Non avevo paura e sentivo la città come un'unica entità pulsante, e ne percepivo la bonaria amicizia. L'amicizia di quella stessa città che mi aveva suscitato il rifiuto e la nausea.

Un giorno in cui avevo scelto di bighellonare per il centro, mi sentii afferrare per un braccio, mi voltai e vidi un volto che sentivo di dover ricordare, ma - lì per lì non mi diceva nulla. Il tizio mi sorrise, un sorriso aperto e sincero, e mi disse "Sigma, ma che fine hai fatto? Siamo tutti in pensiero per te. Torna a casa, dai: ti aiutiamo a ricominciare, cosa vuoi che sia?". Io biascicai qualcosa, con la bocca impastata dall'alcool. In effetti quella mattina ero riuscito a rubare una bottiglia di gin di terz'ordine, dal retro di un Lidl nella periferia ovest. Pensavo di poter berne un goccio, tanto per provare la stessa ebbrezza di quando mi bevevo un Martini Cocktail nei migliori lounge bar del centro. Un goccio, a canna, per poi chiudere la bottiglia e nasconderla dentro un cespuglio di un giardinetto, un luogo che consideravo sicuro. Ma il gin era caldo, non shakerato, non c'erano né le patatine né i salatini. Figuriamoci l'oliva o la scorzetta di limone. E allora decisi di berne ancora un goccio e un altro ancora, finché non mi ritrovai con la bottiglia quasi vuota. Fatto sta che non riuscii a rispondere nulla di sensato, anzi, non risposi proprio nulla. Gli diedi una manata per liberarmi dalla sua presa e mi allontanai.

Ora sono qui, il sole sta calando, e io ripenso al sorriso di quello sconosciuto e mi chiedo se sia più folle pensare di poter ricominciare o pensare di doversi cercare un altro ponte sotto il quale passare la notte. In più adesso ho questa sensazione di aver buttato via tutto, la mia vita, i miei affetti, il mio stesso sangue.

Accidenti, si sta pure rannuvolando.


A volte mi sembra impossibile pensare che non ci sia nessuno, lì fuori; è davvero duro accettare che sia tutto solo... 




martedì 1 luglio 2014

AVRAI


[A Rachele]

Ad ogni fulmine che saetta fuori dalla finestra, si rannicchia contro il mio petto, nascondendosi nel mio abbraccio fino a quando il fragore del tuono non si é dissolto nel grigio del cielo. Poi riemerge dal nascondiglio, mi guarda con occhi verdi e vivaci, la bocca spalancata, con i riccioli biondi che le cadono sulla fronte. Mi stupisco sempre della sua mimica facciale. Sorride divertita, prima che un nuovo fulmine la convinca a rintanarsi  - ridendo - di nuovo contro di me. Io la abbraccio e la tengo stretta, respiro il suo profumo, come se cercassi di tenermela vicina per tutta la vita.
Dopo, quando il nubifragio é scivolato a nord-est, restiamo proni uno accanto all'altra, puntellati sui gomiti, le mani come appoggio per il mento; guardiamo fuori, oltre la finestra, oltre il diluvio che sta scaricando le ultime gocce sulla città. La sento vicina, Rachele, e mi sembra logico avere una figlia, adesso. Mi sto abituando alle sue risate, alla sua allegria, alle sue parole svelte, alla sua mimica plateale ed ingenua.

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle. Non credo che esista al mondo una canzone con un incipit tanto bello, tanto bene augurale. Quando Claudio Baglioni scrisse Avrai, per la nascita del primogenito Giuseppe, io ero ancora un ragazzino inconsapevole che si esaltava per la recente vittoria della Nazionale di calcio al Mundial di Spagna. Ignoravo cosa la vita mi avrebbe riservato. 

Tuttavia mi scoprivo meditabondo ogni volta che mi capitava di ascoltare questa canzone, intensa nella melodia e nelle parole. La percepivo dalla prospettiva del figlio, ovviamente, al quale un padre parla. Non capivo fino in fondo. Eppure, sdraiato sul letto, mentre il caldo dell'estate sfumava in un placido settembre, pensavo che sarebbe stato bello, un giorno, provare le stesse emozioni che avevano ispirato l'artista a scrivere quel brano. Non avevo bene presente di che sensazioni si trattasse, ma le riconducevo ad un legame protettivo.

Quando, ventisette anni dopo, nel parcheggio sotterraneo della Clinica Mangiagalli sentii quella stessa canzone, pur non essendo scaramantico né superstizioso, qualche dubbio a proposito dell'esistenza di un destino mi venne.


§

Tredici anni prima, ero seduto nell'ambulatorio del Prof. Pogliani, eminente ematologo dell'ospedale San Gerardo di Monza. Lo osservavo con indifferente silenzio, mentre esaminava gli esiti della mia biopsia: referti, radiografie, tac e tutto il resto. Scuoteva il capo, senza che questo gesto scalfisse minimamente la mia apatia. Era come se gli esami che aveva fra le mani fossero di qualcun altro, uno sconosciuto infelice e sfortunato appeso alla vita per un filo.

Pogliani spostò sulla fronte gli occhiali bifocali, si sfregò gli occhi, congiunse le mani e appoggiò i gomiti sulla scrivania. Mi fissò in silenzio per alcuni secondi, comunque troppo per la mia noia. Prese un lungo respiro e parlò con una voce profonda solo lievemente alterata dalla cadenza brianzola.
- Sigma, é grave. E' molto grave.
Guardai fuori dalla finestra. Luglio era esploso; la sua luce violenta sbiancava ogni cosa, là fuori.
La voce di Pogliani mi scivolava addosso, elencando i passi della terapia e le conseguenze varie. Avrei perso tutti i capelli e sarei dimagrito tantissimo.
- Inoltre, con grande probabilità, la chemioterapia ti renderà sterile.
Inarcai le sopracciglia, stupito dall'inattesa gravità della sue espressione, così distante dalla mia preoccupazione. Mi sembrava peggio perdere i capelli. 

Rinunciare alla fertilità a 29 anni, non si presentava come una gran perdita, per me. Per gli orizzonti che avevo. La sconfitta della cura contro il mio male mi sembrava la prospettiva più allettante. Ero infelice, stavo con una ragazza complicata che probabilmente non mi amava, non riuscivo a laurearmi e avevo un lavoro disgustoso. Avrei perso i capelli, avrei passato mesi a vomitare l'anima, avrei perso peso. Forse sarei morto. Fanculo ai miei spermatozoi, non me ne ero mai fatto un granché e non pensavo che li avrei mai usati. La natura, in modo beffardo e contorto, stava portando avanti la sua selezione: i geni di uno come me non avevano ragione di propagarsi.

Ma Pogliani non riusciva a sentire il rimbombare dei miei pensieri, e andava avanti imperterrito. Prese un foglio della sua carta intestata. Annotò sopra un paio di nomi ed un numero di telefono.

- Vai alla Clinica della Fertilità, in Mangiagalli. Fai il deposito del seme. Così, nel caso la terapia ti rendesse sterile, puoi sempre procreare.

Procreare. Pro-creare. A vantaggio di chi sarebbe avvenuta questa creazione? Quale figlio disgraziato avrebbe voluto avere un padre come me? Insicuro, egoista, senza progetti.
Non ebbi nemmeno la forza di rispondere, di spiegargli che non me ne fregava niente, che volevo correre a casa a guardarmi le Olimpiadi di Atlanta e dimenticarmi di quel pasticcio. Mi porse il foglio, con l'imperturbabilità di chi non riesce nemmeno a concepire di restare inascoltato. 
Uscii dallo studio, confuso; infastidito - più che altro.

Ma ci andai, ci andai per l'insistenza di mia madre, testarda e ottimista come sempre. Ci andai per non sentirla più insistere, per placarla.

La Clinica della Fertilità constava ai tempi, di un lungo corridoio con delle poltroncine metalliche su entrambi i lati. In fondo ad esso, una scrivania che ricordava quelle della scuola, alla quale stava seduta una Dottoressa. Sulle poltroncine metalliche, solo coppie. Tutte coppie, mano nella mano, sguardi negli sguardi, cuori all'unisono, progetti condivisi, profusione d'amore. Tutti, tranne me. Solo e perplesso, fuori luogo come mi capita spesso di essere.
Quando la dottoressa mi chiamò, feci il corridoio ad occhi bassi, quasi strisciando i piedi. L'umidità di settembre era insopportabile in quell'androne in penombra. Mi porse un contenitore di plastica troppo grande per quello che avevo intuito ne fosse l'uso. E così, sotto gli occhi che volevo credere colmi di scherno di quelli che mi vedevano passare, strisciai in direzione dei bagni.

La cinematografia americana ha costruito una vergognosa mistificazione sui luoghi dove viene fatta la raccolta del seme: un ambiente patinato, riviste pornografiche sui tavolini, infermiere discinte e seducenti, poltrone ergonomiche di pelle dai colori neutri. 

Niente di tutto ciò. Ovviamente.

In piedi, in un cubicolo con tanto di turca, i muri scrostati, con i pantaloni abbassati al ginocchio, misi le basi per una mia eventuale futura paternità.


§

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle. La musica usciva dagli altoparlanti nascosti dietro le colonne di cemento. Il parcheggio seminterrato fra i Giardini della Guastalla, la Clinica Mangiagalli e la Sinagoga di Milano, era sempre animato da un viavai di macchine. Eppure, colsi subito la voce roca e vibrante di Claudio Baglioni. Riconobbi immediatamente la canzone, e mi dissi "Allora ci siamo".

Alla reception della Mangiagalli venni a sapere che ora il materiale biologico congelato veniva conservato alla Clinica Regina Elena, sull'altro lato della strada. A quel punto, mi rassegnai all'idea di essere all'interno di un Disegno: io sono nato alla Clinica Regina Elena di Milano, una piccola premura dei miei genitori che - per il loro primogenito - avevano deciso di non badare a spese.

Così finalmente vidi il luogo dove ero nato, che non avevo mai visto da quel giorno. Provai una strana vertigine, una suggestione forse: come rinascere di nuovo, come ritornare alla vita dopo la malattia, dopo la paura. Ritornare alla vita in un modo diverso, come padre, come futuro padre, o - almeno - come potenziale padre. Una rinascita, una trasumanazione dolorosa.

Vidi la mia città dall'alto, la mia vita fino a quel momento, tutte le certezze che stavo rimettendo in discussione. Le abitudini egoiste, pizzetta-cinemino, l'happy hour milanese del venerdì sera, i brunch con gli amici, le notti a tirar tardi e le mattine a dormire fino a mezzogiorno, i week end lontano da casa, le domeniche allo stadio. Chiusi gli occhi e tirai un sospiro profondo. Dimentica tutto, Sigma.

Lottai contro i miei demoni: quelli che mi chiedevano con che coraggio osassi trascinare in questo mondo confuso un essere innocente che non aveva chiesto di nascere. Quelli che sventolavano la paura di non aver ricevuto sufficiente amore per poter restituirlo a qualcuno di cui non conoscevo ancora nulla. Il timore di annullarmi con troppe rinunce. La paura di fallire come padre, o - peggio ancora - che il percorso della fecondazione assistita si rivelasse un calvario per me e la mia compagna e si concludesse con un fallimento.

La paura di fallire e la paura di riuscire, insomma.

E poi, un tardo pomeriggio dei primi di gennaio mi ritrovai in mano una creatura grinzosa, che strizzava gli occhi alla prima luce, e miagolava come Billie Holiday. Guardai oltre la sua pelle ancora grigia e imbrattata di liquido amniotico, la avvicinai al petto per percepirne tutta la fragilità. "Chi sei tu, piccola sconosciuta che viene a sconvolgermi la vita?" Aprì gli occhi e mi fissò, sicuramente senza vedermi distintamente, e miagolò.

Adesso che sono sul letto, ad osservare il temporale che scroscia nella notte estiva, e lei mi é accanto e ride e mi chiama papà, nemmeno ricordo come fosse la mia vita prima di lei. Mi guardo indietro e rido delle paure che mi avevano assalito e mi sento sciocco per aver visto ciò che stavo perdendo, senza capire ciò che stavo per guadagnare.

E quando voglio andare a prendermi un aperitivo, beh, lei é sempre lì con me a sgranocchiarsi patatine.