venerdì 20 giugno 2014

IL MIO ANNO PREFERITO*



Quando ero adolescente l'attenzione di tutta la mia settimana era focalizzata sulla domenica. Gli ormoni sonnecchiavano ancora e - in quella pigrizia adolescenziale - spiccava la passione irrefrenabile per il pallone.

La stagione 1984-85 trova un posto speciale nei miei ricordi: non perché sia stato carico di vittorie, ma perché é il primo campionato vissuto da abbonato; un giorno ero andato al botteghino dello stadio, avevo tirato fuori cinquantamila lire e mi ero garantito l'accesso al paradiso per i mesi autunnali, invernali e primaverili. 


Per la prima volta il Presidente Giussy Farina, un veneto dallo sguardo vispo, con il sorriso sornione nascosto da due baffetti sale e pepe (ed una fedina penale destinata nel corso degli anni a macchiarsi di reati contro il patrimonio e l'Erario, prima di passare la mano a Silvio Berlusconi, un altro esperto di fedine penali), aveva per quell'anno deciso di fare le cose in grande, portando a Milano giocatori di rilievo come Terraneo - un portiere che aveva fatto buone cose al Torino; Agostino Di Bartolomei - già capitano della Roma campione d'Italia; Ray Wilkins e Mark Hateley - inglesi (Raymond Colin Wilkins - fra l'altro - aveva un pedigree mica da ridere), e soprattutto Pietro Paolo Virdis, il tamburino sardo che aveva sì la pecca di essere stato juventino, ma che garantiva un capitale di gol non indifferente.
In più, ad allenare la squadra era stato chiamato Nils Liedholm, il barone svedese dai gloriosi trascorsi milanisti, uno dei tre componenti del Gre-No-Li il cui pensiero ancora commuove mio papà: una garanzia, insomma.


Quando il Milan giocava un turno casalingo, dal venerdì incominciavamo a darci le coordinate con gli amici, compagni con cui condividevo il tempo in classe e quello sulle gradinate di San Siro. Si concordava l'appuntamento, sebbene fosse superfluo tutto quel lavoro di affinamento: abitualmente ci si trovava a Desio davanti all'edicola lungo Corso Garibaldi, poco oltre l'incrocio con via Carcano (dove abitava il mio amico Alberto), per comprare due copie de La Gazzetta dello Sport, e i biglietti andata/ritorno per il tram a gasolio che, provenendo da Seregno, ci avrebbe portati a Milano.


La mattina della domenica mettevo in scena un piccolo rito, solitario: senza particolari ragioni, non ero scaramantico, ma mi rafforzavo nella ripetizione di gesti abitudinari. Mi svegliavo lentamente dal torpore della notte e - rigorosamente al buio, muovendomi a tentoni, incespicando, smadonnando ogni volta che a piedi nudi inciampavo in uno spigolo - arrivavo fino allo stereo, dal quale facevo suonare Sono ancora in coma, un vecchio brano di Vasco Rossi, con quell'interminabile sequenza inziale di riff e colpi di batteria. La ascoltavo un paio di volte dopo essermi rimesso a letto, poi alzavo le tapparelle, preparavo cuscinetto e sciarpa rossoneri, mi lavavo, vestivo, facevo colazione.


Finalmente ero pronto.


Sebbene la partita iniziasse alle tre del pomeriggio, la nostra domenica calcistica iniziava alle dieci, appunto, davanti alla cartoleria.  Da lì, arrivati Fabio, Alberto e Andrea, si proseguiva fino alla Casa di Riposo Pio e Ninetta Gavazzi, dove era la fermata del tram più lento del mondo. Noi arrivavamo regolarmente con dieci minuti di anticipo, rispetto al trenino. Non perché ci fosse rischio di perderlo, ma perché era bello aspettare insieme: sporgendoci dal marciapiede per cercare di scorgerlo all'orizzonte, parlando di calcio, prendendoci a pacche sulle spalle, rivisitando in chiave grottesca le piccole vicende scolastiche della settimana, parlando di femmine in modo timido ed evasivo, si bruciavano quei dieci minuti di attesa. Ed eravamo insieme.


Pensare adesso a quel tram ridefinisce su vari piani il concetto del passare del tempo. Viene da ridere, in quest'epoca in cui la velocità dei trasferimenti é diventata un'ossessione della vita quotidiana, concepire che meno di trent'anni fa ci fosse un mezzo talmente lento da coprire in ben due ore i venti chilometri che separano Desio da Milano. Eppure era divertente: nessuno di noi aveva la macchina, ma avevamo tempo illimitato, cosa che costituisce la bellezza di quell'epoca della vita che é l'adolescenza. Per cui, prendevamo posto nel vagone deserto, la cui aria era vagamente viziata dall'odore del cherosene. A volte un paio di anziani sedevano qualche sedile più in là del nostro, e guardavano fuori dal finestrino con occhi vuoti, tenendosi per mano. Intraprendevamo così quel trasferimento dal sapore vagamente andino, attraverso la banalità del paesaggio meta-periferico.


Facevamo una gran confusione. Ci spartivamo le pagine della Gazzetta, commentavamo, cantavamo in modo plateale i cori da stadio. Sciorinavamo tutto il campionario di cretinate proprio di un gruppo di adolescenti maschi in libera uscita. Verso mezzogiorno arrivavamo in via Farini, ancora lontani dalla meta. Giusto di fronte alla fermata del tram c'era un antenato dei moderni fast food, la cui insegna recitava Burger Frog, il cui aspetto era meno glamour di un moderno McDonald's, ma i cui panini erano saporiti e poco costosi. Dubito che - a dispetto del nome - le polpette fossero di carne di rana.


Altre volte, invece di sostare da Burger Frog ci portavamo il pranzo da casa, riempiendo gli zaini di panini sostanziosissimi (cotoletta, o frittata, o l'allappantissimo panino e formaggio, dopo il quale occorreva bere ettolitri di acqua prima di riuscire a deglutire nuovamente) che condividevamo con i nostri vicini di posto, più sprovveduti e impreparati.

In ogni caso, una volta rifocillati, riprendevamo l'avvicinamento a San Siro.



Da via Farini passava "la 90": a Milano non dici "la linea 90", "l'autobus numero 90"; devi dire "la 90" o ti guardano come se tu fossi un marziano o un giargianés. Insomma, questo autobus articolato e lungo - a differenza del tram della mattina - era stracarico e denso come un torpedone di New Dehli, in quanto raccoglieva tutti i milanesi e non che si recavano allo Stadio. Dopo una buona mezz'ora di apnea e schiacciamento, respirando aria malsana, venivamo vomitati in Piazzale Lotto, dove ci si aprivano due vie.


Farsi di nuovo stipare in un pullmino fino allo Stadio. O farsi a piedi tutto Viale Federico Caprilli. Mancando una vita all'inizio della partita, si optava per la seconda scelta, almeno nelle domeniche senza pioggia. Era bello camminare lungo l'Ippodromo del Galoppo, in mezzo a giganteschi platani con molti decenni sul tronco, confondendosi con uno sciame di altri ragazzi e uomini e bambini, tutti con un qualche segno identificativo rosso e nero, tutti intenti a parlare di zona, di 4-4-2, di fuorigioco, di difesa in linea.


Camminavamo di buon passo, tuttavia: infatti, negli anni 80 non esistevano ancora i posti numerati e vigeva la regola del "chi prima arriva, meglio alloggia". Per cui la passeggiata lungo Viale Caprilli assumeva le caratteristiche di una marcia podistica, dall'effetto un po' comico. Tutti, chi con la sigaretta in bocca e il cappello calcato sulla fronte, chi con le mani in tasca e il giornale sotto il braccio, chi con il figlio ragazzino per mano e il colletto del giubbetto di jeans alzato sul collo, o la fidanzata stranita ed annoiata sottobraccio, acceleravano il passo: nel vento carico di foglie rosse dell'autunno, con il cielo grigio ad incombere su Milano, pareva di assistere ad un film dell'epoca del muto, con i movimenti dei protagonisti innaturalmente svelti e goffi.


Un affannarsi inutile in vero: una volta giunti nel piazzale dello Stadio, lo si scopriva affollato come un formicaio di gente già in coda, ottusamente accalcata ai cancelli ancora chiusi, come barriere che separavano la massa grigia dagli steward immobili in attesa dell'assalto di quell'orda.


Chi ha vissuto in quegli anni ricorderà che gli obliteratori degli steward potevano essere di tre tipi: quelli che facevano il buco a forma di pallino, a forma di mezzaluna o a forma di stellina. Farsi bucare la tessera con una stellina era causa di grande euforia: a tale evento si attribuivano importanti poteri beneauguranti, seppur smentiti ripetutamente dai fatti di sconfitte disastrose benché precedute da una stellina sulla tessera.


San Siro constava ancora di due soli anelli ed era senza copertura. Gli altoparlanti diffondevano prima della partita una pubblicità ripetitiva e locale, che ancora oggi nelle mie orecchie suona rassicurante e familiare. Gli sponsor erano appena tre: Il Marsala Pellegrino ("il Marsala é un grande vino e Pellegrino é un grande Marsala", slogan emozionante, non c'é che dire), Estintori Meteor, e Motel Siesta. Non ho mai avuto il piacere di infrattarmi nelle stanze di quel motel, che non so nemmeno dove si trovi (in un imprecisato punto lungo la Milano-Laghi) ma nel mio immaginario il Siesta ha a lungo assunto i contorni di un luogo mistico. La voce dello speaker era impersonale e composta, così lontana dalla platealità con cui ora viene annunciata la formazione di casa.


La partita diventava così solo il cuore nobile di una giornata piena di piccoli eventi, che aveva un valore in sé a prescindere dal risultato e dal gioco bello o brutto che si vedeva in campo. Certo quell'anno, pur in assenza di risultati gloriosi ci si divertì parecchio: battemmo due a uno l'Inter con un gol di Mark Hateley, nel finale, il giorno di San Simone; e la Juve, per tre a due, nonostante il solito generoso rigore concesso a Michel Platini. Pietro Paolo Virdis ci regalò grandi emozioni, e ci qualificammo solo per la Coppa Uefa. Però fu una stagione entusiasmante, perché vissuta con i miei amici, dal mattino alla sera, quando ci separavamo per correre a casa e vedere la sintesi della partita di cartello della domenica, e Domenica Sprint in cui riguardare le immagini della partita a cui avevamo assistito solo poco prima. Guardare quelle immagini e dirsi "io ero lì".


E anche adesso che le logiche del marketing hanno trasformato il pallone in un veicolo per vendere merchandising, anche adesso che Sky ha portato ogni partita nel salotto di casa - levando quella percezione di esclusività che pervadeva chi aveva il biglietto per la partita, anche adesso che si gioca dal venerdì al lunedì e non si ha più certezza di quando tocchi alla tua squadra, anche adesso che - dopo venticinque anni di onorata carriera da abbonato - una biondina dai capelli ricci e gli occhi verdi mi ha convinto che é più bello stare a casa a guardare Peppa Pig invece di prendere freddo sui gradini dello stadio, anche adesso che tutta la poesia povera di quegli anni di calcio rustico é scemata travolta da un fiume di denaro spersonalizzante, quando la sera mi ritrovo con Fabio e Alberto per seguire davanti ad una birra le meste attuali imprese di questo Milan scalcinato dell'ultima, sciagurata, gestione Berlusconi, ancora adesso - dicevo - ci ritroviamo a ricordare con nostalgia quel tram-lumaca e i panini di Bruger Frog. E ci brillano gli occhi.


Sciocchi, inguaribili nostalgici che non siamo altro.








* Il mio anno preferito é un libro voluto e realizzato da Nick Hornby (edito in Italia da Guanda) in cui sono raccolti brevi racconti dei principali scrittori contemporanei inglesi, in cui ciascuno di essi parla della stagione calcistica che in loro suscita i migliori ricordi. Dato che Nick si é scordato di chiedere il mio contributo, ho deciso di pubblicare questo articolo sul mio blog.

venerdì 13 giugno 2014

ORDEM ET PROGRESSO



La voce del padrone - In un articolo apparso oggi sul Corriere della Sera, Rocco Cotroneo, corrispondente da Rio de Janeiro e firma scelta del quotidiano di casa Elkann per seguire i mondiali brasiliani di calcio, racconta con un certo fastidio degli incidenti occorsi a San Paolo prima della cerimonia inaugurale. Il titolo dell'organo ufficiale della massoneria finanziaria ed industriale italiana é già eloquente: la protesta é minoranza. Affermazione, che - parafrasata - suona più o meno così: quei pochi scocciatori piantagrane non ci distoglieranno dal mondiale. Tornino a casa e ci lascino in pace. Il tono dell'articolo é simile al titolo: le ragioni della protesta vengono minimizzate, messe in cattiva luce, strumentalizzate ai fini della propaganda antisociale.

E' abbastanza logico che il quotidiano più morbosamente affascinato dal potere veda con indifferenza od ostilità le manifestazioni rabbiose di chi ogni giorno deve fare i conti con la povertà e che é costretto ad assistere senza voce in capitolo ad un clamoroso spreco di denaro pubblico che sicuramente avrebbe potuto essere impiegato in modo più utile e sociale.

Da sempre ci sentiamo dire che le grandi manifestazioni sportive, i Mondiali di calcio, le Olimpiadi, i Gran Premi di Fomula Uno, sono eccellenti opportunità per diffondere il benessere nel paese a cui vengono assegnate. E chi approfitta di queste occasioni per portare sotto i riflettori temi di malessere sociale va isolato, ignorato, allontanato.

Balle.

In qualunque Paese siano stati organizzati questi eventi, non é stato il popolo a beneficiarne. A parte un lavoro a tempo determinato e mal retribuito, estremamente rischioso e privo spesso delle adeguate misure in ottemperanza alle normative per la sicurezza sul lavoro, l'economia del popolo senza voce non é decollata. Gli ingenti flussi di denaro si sono dissolti in mille rivoli finiti nelle tasche di politici, costruttori, business-men, e compagnia bella: loro sì una minoranza con nelle mani il grosso della torta.

Alla fine, sono rimaste enormi cattedrali nel deserto e infrastrutture abbandonate, monumenti allo spreco che suonavano come schiaffoni sul viso di chi aspetta ospedali, treni, scuole e tutto il resto.

Senza contare i nove morti sul lavoro, sacrificati per creare stadi che dopo il mondiale risulteranno sproporzionati alle esigenze reali.

Un effetto-leva che ha ogni volta ridefinito in modo iniquo la distribuzione della supposta ricchezza.

Ma, ci spiega Cotroneo, questi poveracci devono starsene buoni, non intralciare la festosa macchina propagandistica dei regimi che usano gli eventi sportivi per imbesuire le folle. E in ogni caso sono minoranza, e quindi - essendo minoranza - le istanze che esprimono non hanno significato alcuno.

Un segnale coerente da parte di un giornalista pagato da quello stesso gruppo industriale e finanziario che muove le fabbriche dall'Italia al Brasile, per sfruttare (perché sfruttare é la parola giusta) la manodopera di operai specializzati e sottopagati, per creare surplus.

Il calcio di inizio c'é già stato, e - ovviamente - lo spettacolo (perché il calcio é uno spettacolo meraviglioso dal Maracanà all'Oratorio della Bareggia di Lissone) e tutto viene dimenticato.

Ma sarebbe bello che chi viene pagato per esprimere e creare opinioni, avesse l'onestà ed il coraggio per dire qualcosa di meno subalterno. Ma é inutile aspettarsi coraggio da piccoli cagnolini addomesticati.

lunedì 9 giugno 2014

IL FARDELLO DELLA DEMOCRAZIA




Belli i tempi in cui la sinistra, parlando di spinelli, si riferiva alle care vecchie canne chiedendone la liberalizzazione. Se ne fumavano un sacco nei decenni passati, e le idee fioccavano abbondanti, colorate, piene di utopia e di vigore. Trenta e più anni dopo, complice l'apparente benessere economico che ha cancellato il proletariato, complici gli smartphone e le altre diavolerie che hanno imbesuito la gioventù studentesca imbrigliata in uno scomodo ruolo di ottuso target del marketing, complice la caduta del Muro di Berlino che ha smascherato le pecche clamorose del Socialismo reale, la Sinistra italiana si ritrova depressa e ingrigita, e al potere non vuol più mandare la fantasia, bensì Matteo Renzi.


Capita allora che quando a sinistra si parla di Spinelli si usi la S maiuscola, e ci si riferisca ad una tale Barbara, attivista politica schierata da Lista Tsipras per l'Europa per convogliare i voti dell'elettorato rosso che - non riconoscendosi nel PD del putto fiorentino - cercava una figura di rilievo in cui riconoscersi. O tempora o mores, si direbbe. Se una volta c'erano i Pajetta, i Berlinguer, i Nenni, gli Ingrao a catalizzare le passioni progressiste, adesso dobbiamo accontentarci di una figlia d'arte dell'antifascismo, se così la vogliamo definire. E va be'.


Barbara Spinelli aveva accettato la candidatura anticipando, tuttavia, che una volta eletta avrebbe rinunciato al seggio di Strasbourg (Domine non sum dignus). Ora, però, che quel seggio ha scritto il suo nome, staccarsene diventa più difficile e l'attrazione della poltrona si fa sentire. La sua riluttanza a mantenere la promessa data ha scatenato in Sel un parapiglia sinceramente sproporzionato alla questione, che ha mosso ulteriormente le acque già agitate da quel grande opportunista di Migliore, deciso a traghettarsi - da solo o con una corrente scissionista - sul carrozzone plebiscitario del PD.


Lasciando perdere le vicende dell'ultimo baluardo rosso in questa Italia neodemocristiana, quello che trovo stridente nella vicenda é il fatto che sia concesso candidarsi ad un seggio a chi abbia già dichiarato la propria intenzione di non accettare il mandato.

Attraverso il voto, coscientemente o (come spesso accade in Italia) in totale assenza di consapevolezza, l'elettore affida un incarico di rappresentanza ad un candidato che si iscrive alla lista proprio per ricevere quel mandato ed esercitarne le facoltà.


Il nostro sistema elettorale, la nostra democrazia, sono già sufficientemente vulnerabili per poter reggere anche l'idiozia di giochetti di tale genere. Non servono formule astruse, per risolvere il problema della rappresentanza. Che sia con il Mattarellum, col Porcellum o con qualunque altra legge elettorale, sarebbe sufficiente impedire le candidature multi-circoscrizionali, le candidature-bandiera, le rinunce anticipate e tutto il ciarpame propagandistico che da troppo tempo vediamo, per ridare un minimo di credibilità e vigore a questa istituzione che nel resto d'Europa viene vissuta ancora con una certa partecipazione.

Marco Pannella (un altro che di spinelli con la s minuscola se ne intendeva alla stragrande) aveva messo a nudo i difetti del sistema elettorale così come istituito in Italia facendo eleggere in parlamento gente improponibile, come Cicciolina, Moana Pozzi e Toni Negri. Non che Cicciolina non abbia o non avesse il diritto di sedersi sugli scranni del Parlamento. Semplicemente Pannella voleva dimostrare - con i soliti metodi plateali che gli sono propri e del quale dobbiamo essergliene grati - quanto poca attitudine alla democrazia avesse l'elettore medio italiano.


Le battaglie per il suffragio universale sono state cruente e hanno anche richiesto sacrifici di vite. Ora, non senza averci riflettuto coscienziosamente, mi domando: meritava - il popolo italiano - una tale battaglia, un tale sacrificio? Era il caso di dare un potere tanto rilevante a gente che va al mare quando ci sono referendum importanti, che vota a casaccio, che detiene il record di astensionismo nei paesi civilizzati, che vota dei pregiudicati, che si fa comprare con il voto di scambio, che ha eletto cantanti, calciatori, attricette, non sulla base delle loro proposte ma semplicemente sulla base della popolarità?

A volte penso che si renda necessario un test attitudinale per ammettere al voto l'italiano. Un test che evidenzi un minimo di informazione, di interesse, di senso di responsabilità, di senso civico. In questo modo si scremerebbe quella parte di elettorato che esprime un voto, sì libero, ma "dannoso" in quanto non partecipe, non responsabile, non consapevole. E si tutelerebbe chi coscientemente partecipa alla democrazia e quindi la difende e rafforza.

Spesso si ritiene la democrazia un valore assoluto e - in linea puramente teorica - credo che sia vero. Tuttavia, la democrazia non é un oggetto, un accessorio di cui un popolo si può dotare. La democrazia é uno stato, una condizione determinata da uno specifico atteggiamento del popolo stesso, qualcosa di cui esso é capace di dotarsi, che é capace di gestire e di cui deve costantemente rendersi meritevole. Diversamente si innescherebbero, come nella storia si sono sempre innescati, meccanismi autoritari. Questa lezione della storia é dura da capire per il distratto elettorato italiano.

In definitiva credo che sia giusto che Barbara Spinelli abbia accettato di onorare il mandato elettorale, anche se resta controversa la questione delle ragioni per cui abbia cambiato intenzione dopo il voto.

Nel frattempo c'é da augurarsi che a più di 150 anni dalla nascita dell'Italia, gli italiani comincino a scoprirsi tali.

giovedì 5 giugno 2014

QUEL CHE RESTA DELLA NOTTE



Sul risultato delle recenti elezioni politiche sono state profuse analisi e considerazioni senza che, a mio parere, si riuscisse a cogliere l'essenza di ciò che questo voto ha significato, in Italia.

Trovo ridicolo, per esempio, il De Profundis recitato per la sconfitta del vecchio Po(po)lo della Libertà. Se sommiamo i voti di Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Lega Nord, Fratelli d'Italia e, se vogliamo, anche UDC, scopriamo che un italiano su tre ancora prova nostalgia per la stagione berlusconiana. Se consideriamo che - in questa campagna elettorale Silvio Berlusconi non ha fatto propaganda e non ha potuto candidarsi in ogni singola circoscrizione come di solito fa, é bene realizzare che quest'area politica avrà purtroppo ancora qualcosa da dire, sulla scena futura. Rassegnamoci.

Se sommiamo questo dato con quello, ancora più fastidioso, che ha premiato il Partito Democratico senza che questo esprimesse una linea politica, una posizione ed un disegno precisi a proposito dell'Europa che vuole, allora capiamo che il problema dell'Italia é che il 70% della popolazione italiana é composto da indifferenti egoisti, che mirano con cinismo al proprio minimo tornaconto, ad 80 Euro posticci in busta paga, a facili raccomandazioni, a ciance da bar di un ragazzino che sbandiera la vaga idea di un rinnovamento patetico. Un 70% slegato da ideali elevati e incapace di guardare fuori dal proprio orticello.

Questa massa indifferente e cinica eleva la classe politica su un piedistallo, che é anche un pulpito, ma pure un patibolo. La investe di un potere assoluto e smodato, la deresponsabilizza non chiedendole per lungo tempo conto di ciò che fa. E in seguito è pronta ad imputare ad essa tutti i mali del mondo ogniqualvolta qualcosa non funzioni. La massa chiede favori, raccomandazioni, preferenze alla classe politica. Le offre bustarelle e regalie. Ma é in seguito severa a puntare il dito quando un appartenente a questa stessa classe, viene colto con le mani nel sacco o viene accusato di corruzione.

Ogni nazione é composta da Stato, Territorio e Popolazione. L'equilibrato mix di queste tre componenti crea una Nazione funzionante. In Italia questo equilibrio non si é mai verificato. Questo disequilibrio ha creato un'entropia morale dalla quale si é formato un blocco di potere, che attualmente é composto dal PD, da FI e da NCD, e che spogliandosi di ogni ideologia, mira semplicemente al profitto proprio e dei propri rappresentati. Un blocco di potere che ha saputo cogliere le mediocri esigenze proprie dell'individualismo e ha offerto al proprio cinico elettorato il nutrimento minimo ma sufficiente per fidelizzarlo e renderlo massa manovrabile per gli interessi di finanza e industria, i veri vincitori di queste elezioni.

Dall'altra parte, c'é un movimento dall'aspetto rozzo, ancora difficilmente collocabile. Il M5S. Si é parlato del risultato di M5S come di una sconfitta, e questo mi fa ridere ancora di più. Stiamo parlando di un movimento nato da 1 anno o poco più, che non appartiene all'establishment e che quindi non ha avuto l'adeguato sostegno dei media. Eppure ha rastrellato il 21% dei voti. Non mi sembra poco.

Piuttosto che stigmatizzare o deridere le uscite di Grillo e dei suoi seguaci, sarebbe opportuno capire quali istanze muovano quel 21% di elettori. Sottovalutare i fenomeni populisti é sempre stato segno di arroganza e di miopia dei partiti di potere: non tutto ciò che arriva dal Movimento Cinque Stelle é fanatismo; chi volesse davvero colmare alcune lacune di questo paese, farebbe bene a prenderne in considerazione le proposte, quantomeno a valutarle.

Resta, infine, una sinistra fragile e autolesionista, che - nel vano tentativo di trovare un proprio leader carismatico, si perde in mille rivoli di particolarismo inutile, perdendo di vista l'obiettivo e i voti. 

E il carro del vincitore guidato da Matteo Renzi sta sfilacciando la piccola brigata rossa che meglio degli altri si era distinta in queste consultazioni europee, per argomenti e attivismo: peccato, perché sembrava poter rappresentare, nel terreno politico contemporaneo, un seme che, seppur isolato e piccolo, poteva dare alla lunga dei buoni frutti progressisti.

Tuttavia, ciò che sta succedendo in Sel é paradossale ed emblematico: sta per realizzarsi una scissione in nome di Barbara Spinelli, una Carneade della politica, candidatasi (sembra) per collettare su di sé i voti necessari per far fare alla lista Tsipras il salto nell'iperspazio del 4%. Aveva dichiarato di voler rinunciare al mandato a fine elezioni, ora sembra lusingata dal richiamo di Bruxelles.

La libido del potere contagia tutti, per breve e modesta che sia tale libido.