martedì 27 maggio 2014

(JUST) ONE YEAR OF LOVE



Ne fu colto all’improvviso, mentre – seduto in un bistrot – sorseggiava una tazza di cioccolato bollente, sprofondato nella lettura di un libro appena acquistato ad una bancarella di Montparnasse.

Una specie di reminiscenza, o – meglio – una presa di coscienza tanto improvvisa quanto violenta. Decise rapidamente che quella sensazione repentina fosse dovuta al brano suonato dalla piccola orchestra jazz, su un palco improvvisato all’angolo opposto del locale: “One year of love”. Un giovane e muscoloso efebo, dalla pelle olivastra e i lineamenti negroidi, con due folti baffi sopra le labbra carnose e i capelli ondulati rasati ai lati del cranio, cantava con voce struggente una melodia languida, accompagnato dal ritmo caracollante di un contrabbasso e dalle carezze delle spatole sulla batteria, mentre la chitarra saturava con dolcezza gli spazi lasciati dalla voce. Il petto e i bicipiti gonfiavano la logora camicia bianca, sotto la giacca un po’ gualcita dal troppo uso. Sorrideva, mostrando due grossi incisivi bianchi.

“Un anno d’amore è meglio di un’intera vita solinga”.

Albert annuì, come a prender nota della robusta verità di tale affermazione. Guardò fuori dalla vetrina a pochi centimetri dal suo tavolino. Sul marciapiede, i passanti si muovevano con passi affrettati, coprendosi il capo per ripararsi dalla neve che aveva cominciato da poco a scendere fitta.

Era il 16 dicembre 1954.

Parigi non aveva ancora rimarginato le proprie ferite: case sventrate, mucchi di macerie, muri anneriti; i segni dell’occupazione e della fuga dell’invasore erano ancora evidenti, tutti cercavano di darsi un contegno e di sorridere, ma una patina di grigiore si era depositata su tutto. Il bistrot era caldo e profumava di tabacco da pipa, di cioccolato, vaniglia e di colonia a buon mercato; invogliava a sostarvi per tutto il pomeriggio, anziché offrirsi al gelo di quell’inizio d’inverno. Albert sfogliò la pagina e provò a proseguire la lettura. Tuttavia, ormai, quella musica era penetrata nel vivo della sua coscienza, e ora rimescolava i ricordi, facendo riaffiorare numerose immagini. Una tromba, con sordina, lo sollecitava a ricordare. E decise di arrendersi a quella interferenza insistente, che lo riportava indietro; indietro proprio di un anno; un solo, lunghissimo, anno.

Una donna, ovviamente. E che donna. Si chiamava Juliane: Albert ne ricordava la voce calda con cui la donna si era presentata, la prima volta. Ed era passato un anno o poco più da quel giorno. Si erano incontrati per caso, in un ufficio postale all’altro capo della città. Per caso si erano rivolti la parola, per caso avevano scoperto di piacersi. Per caso avevano deciso di rientrare insieme verso casa. Parlando senza impaccio, come se stare insieme fosse per loro la cosa più naturale del mondo. Un’attitudine che li legava.

Per caso: tutte le cose migliori accadono in questo modo, e anche in quell’occasione non fu diverso. Albert la guardò confuso e riavvolse il film della propria storia recente fino a fermarlo al punto in cui aveva visto quella donna per la prima volta: Caen, 1944, dieci anni prima.

In superficie, le bombe americane sbriciolavano senza soluzione di continuità ogni singola casa della cittadina normanna, nei rifugi seminterrati la disperazione di centinaia di individui si fondeva e confondeva, rendendo uniforme il dolore e lo smarrimento. In un lungo corridoio, nella penombra satura di odore di fumo e di sudore, denso di pianto e lamenti, Albert stava appoggiato ad un muro, stringendo al petto la sorella terrorizzata dal fragore che arrivava dalla strada. Oltre i calcinacci che cadevano, oltre il fumo, oltre il buio, Albert vide una donna, seduta in un angolo accanto al marito; la vide e non riuscì più a toglierle gli occhi di dosso: era Juliane. Era pallida, con le guance scavate, lo sguardo reso opaco dalla confusione. I capelli erano pieni di fuliggine e la bocca piegata in una smorfia di paura. Eppure proiettava tutto intorno un alone di bellezza e di fierezza, che colpì Albert da subito. L’uomo rimase aggrappato a quel volto, quell’eleganza che non era intaccata dal disordine e dal brutto che inondava quei corridoi. Per dieci anni. Fino a quel giorno.

La vita è fatta di coincidenze, solo di coincidenze: sulla base di queste qualcuno ci costruisce sopra un’esistenza, altri se le lasciano sfuggire. Juliane decise di cogliere l’occasione e si protrasse verso di lui, in quel modo figurato che lascia preludere ad un seguito. Gli disse “Che sorpresa, ritrovarsi sopravvissuti! Direi che è un buon segno!”. Lui, indeciso se sentirsi a disagio o lusingato da tale smaccato approccio, volle credere subito a ciò che i propri sensi gli stavano urlando. Aveva bisogno di credere che la propria esistenza avesse ancora da riservargli qualcosa di buono.

La vita, sotto forma di delusioni e dolori, era passata sopra di loro, levigandone lo spirito, solcando il profondo dell’animo, arrugginendo la voglia di crearsi delle aspettative. La vita, ancora, si era scavata la via della risalita. Così, arrivati a cinquant’anni vagando solitari in un deserto di desolazione emotiva, era bastato loro solo uno sguardo, per riconoscere un’attrazione alla quale era stato inevitabile arrendersi.

Decise presto di lasciare che fossero proprio i suoi sensi a guidarlo, perché non aveva il minimo senso provare a governare quell’impulso. Ben presto Juliane gli colò dentro all’anima, inondandone i pensieri e i sentimenti, e così fece lui con lei. Non ci volle molto per trasformare l’attrazione in amore, l’amore in rapimento completo, il rapimento in felicità.

Vederli da fuori aveva del sorprendente. Juliane aveva un corpo sinuoso ed ogni movimento pareva fluire guidato dall’armonia e dalla grazia. Ad Albert piacevano i suoi capelli adesso corti, nei quali intrecciava le dita per tirarla a sé ogni volta che la baciava con foga. Si abbandonava all’abisso dei suoi occhi scuri, scuri e profondi, che gli davano il capogiro quando la donna lo fissava. E si stupiva che lei lo trovasse così attraente.

Per Albert e Juliane la città – una città straziata, ma pur sempre Parigi – era una serie infinita di opportunità. Ogni punto era un possibile rifugio dove rintanarsi e nascondersi dagli sguardi rancorosi e bigotti di chi non poteva capire l’euforia del loro amore immaturo. O per nascondersi perfino dalla realtà di due matrimoni insensati e che si stavano stringendo intorno a ciascuno di essi, soffocandoli con la frustrazione e la solitudine, svuotandoli fin nel profondo. Si davano appuntamento nei parchi, nei bistrot del centro, nei vicoli bui che salivano verso Montmartre, davanti alle fontane di Place de la Concorde. Ogni volta un luogo diverso. E l’accortezza guardinga dell’approccio si scioglieva non appena le mani si toccavano, gli sguardi si incrociavano, le risate si sovrapponevano alle loro voci.

La clandestinità dilatava ogni singolo istante che riuscivano a ritagliarsi, e si mescolava ad un senso di smarrimento per non poter protrarre oltre il tempo che condividevano e che sembrava non bastare mai. Erano ingordi, di un’ingordigia quasi disperata. E vivevano ogni istante con quello spirito da ultimo giorno, per poi ritrovarsi l’indomani travolti dalla gioia di un’altra occasione. Fra loro le cose andavano così.

Avevano trovato un nascondiglio perfetto: un piccolo albergo senza pretese, vicino al ponte di Bir Akehim; una stanza in penombra, dalle pareti annerite dal fumo e ingiallite dall’umidità. Juliane accendeva le abat-jour e vi poneva le calze di seta per indebolirne la luminosità e creare l’atmosfera, Albert la tirava a sé per sentire fra le braccia il suo corpo caldo e sinuoso, per placare la propria foga con l’odore della sua pelle. Si divoravano, letteralmente, prima di baci, poi di abbracci, per poi sfinirsi in amplessi lunghissimi e ripetuti, alla fine dei quali si scrutavano in silenzio, ridendo increduli per aver scoperto di avere ancora tanta energia.

Era un fondersi continuo, una percezione lubrica mista ad un’adolescenziale tenerezza, tutto senza soluzione di continuità. Stavano avvinghiati per ore, sorprendendosi di come i propri corpi combaciassero alla perfezione, stupiti al vedere la bellezza dell’intreccio delle proprie membra fra le lenzuola. E si studiavano con il tatto e le labbra.

Juliane lo prendeva in giro, a volte, fingendo rassegnazione a proposito dell’inevitabilità della fine di quella magia. Albert metteva il muso, e si inerpicava in vigorose arringhe a difesa dell’eternità di quel rapporto. Lei allora gli sorrideva, gli regalava uno di quei baci umidi e rallentati che tanto gli piacevano, ne accarezzava il petto e gli sussurrava “il nostro amore non è in discussione”. Un pomeriggio, mentre il metrò sferragliava sul ponte e una pioggia pesante cadeva sul lungosenna, Albert aveva preso una stilografica dal taschino della giacca che aveva appoggiato sulla sedia e aveva scritto sul palmo della mano di Juliane “la parola commiato non appartiene alla nostra storia”. Gli occhi della donna erano diventati sottili come due lame affilate, e un’espressione calda e vulnerabile ne aveva illuminato il viso.

Lei, allora si era messa in ginocchio sul letto, gli aveva passato la mano fra i capelli che si stavano riempiendo di riflessi bianchi, e gli aveva chiesto: “Sei sicuro di voler affrontare questo pantano, Albert? Ci aspettano gli anni della vecchiaia, i più schifosi che vivremo” Albert, portando il dito indice a seguire il corso di una piccola vena azzurra della palpebra di Juliane, aveva scosso il capo, intenerito da quella domanda che suonava come una richiesta. L’unico pantano che lo spaventava, l’unico che vedeva all’orizzonte della loro storia era quello che separava il presente dal futuro, un pantano in cui immergersi per ritrovarsi più avanti, sul confine della prospettiva. E l’abisso che – unico – lo terrorizzava era quello della separazione da lei. Idea che scacciava con rabbia, rifugiandosi nei continui amplessi che rappresentavano non solo il soddisfacimento dei sensi, ma un linguaggio a sé stante in cui gli amanti riuscivano a fondersi e a parlarsi. A capirsi e a riconoscersi. Sgombri da tutte le preoccupazioni e i vincoli che quotidianamente ostacolavano la loro unione.

L’idea della separazione era comunque incombente. La bellezza di quell’incontro sembrava irreale, quasi un dono troppo prezioso e fragile, in pericolo sotto il gravare del macigno della loro esperienza resa instabile dalle delusioni di una vita. Iniziare una vita diversa, a cinquant’anni, rimettere in discussione rapporti precedenti, sconvolgere l’opinione di decine di amici e conoscenti benpensanti, graniticamente convinti che scelte inconsapevoli della gioventù dovessero ripercuotersi necessariamente sul resto dell’esistenza di due individui infelici: tutto sembrava un camino impervio, un’esagerazione improba. Un pantano che rischiava di trasformarsi in sabbie mobili.

Albert ne parlava con il suo amico Luc, passeggiando per i viali delle Tuileries coperti di foglie gialle. Provava a spiegargli l’estasi che lo trasfigurava quando stavano insieme e dell’abisso nel quale sprofondava ad ogni allontanamento da lei, ad ogni contrattempo che si frapponeva ai due. Luc parlava poco, ascoltava molto, e guardava le gambe delle ragazze tenendo le mani sprofondate nelle tasche del paletot.

- Luc, vorrei che mi strappassero il cervello, e anche il cuore.
- Addirittura.
- Sì. Sono due stupidi ed inutili organi. Dediti alla sofferenza.
- Ma anche alla gioia.
- Niente da fare Luc. Ho una sensibilità ipertrofica: vorrei essere ottuso e insensibile.

Luc annuiva appena e camminava; teneva una sigaretta accesa all’angolo della bocca e si guardava intorno con occhi sottili e grigi. Lasciava che i pensieri dell’amico fluissero liberi, senza bisogno di indirizzarli o incoraggiarli.

- Ma se la ami e lei ti ama. Qual è il problema?
- Ha bisogno di fare passi lenti per venire verso di me. E io la sto soffocando: la perderò di sicuro.
- E tu rispettala. Non puoi – e non devi – forzare nulla. E concentrati sulla gioia, dai retta a me.
- Non sempre riesco. La gioia di star con lei mi trasfigura, tanto è forte. Eppure non riesco a non guardare più avanti. Non riesco a pensarla lontana. E' immaturo, il mio atteggiamento. Ma non riesco a dominarlo. Luc, che diamine. Ho cinquanta anni. E’ come se il cappio del tempo mi si stesse stringendo attorno al collo. Fra un po’ la vita non sarà vita. Aspetto da sempre una donna così. Adesso che l’ho trovata, vorrei non dover rimandare ancora i miei sogni.

Ma Luc non capiva la sua foga, non capiva la sua urgenza di quella donna. Fumava la sigaretta e guardava le gambe delle ragazze, fasciate nelle calze, con quella bella riga nera che solcava in verticale i polpacci torniti.

Intanto, oltre i vetri del bistrot, la neve continuava a cadere. Piccoli cumuli si erano già formati sulle macchine in sosta e sui mucchi di terra e i mattoni impilati contro i muri.

Albert finì la cioccolata. La musica che lo aveva indirizzato verso quel viaggio a ritroso era finita ed un brano più ritmato aveva preso a tamburellare per il locale. Si rese conto di avere mille ricordi vividi di quell’anno da poco passato. Fece spallucce. Chiuse il libro, lo infilò in una tasca del cappotto, pagò e uscì facendo un cenno al proprietario del bistrot.

Calcò il cappello sulla fronte e prese a camminare, da solo, contro la direzione del vento. Grossi fiocchi pungevano le guance e gli solleticavano le labbra.

La vita mette fine a molte storie, senza guardare se siano felici o dannate. E’ il normale corso degli eventi. Nel pantano dell’attesa c’è rischio di sprofondare e di smarrirsi. Succede, e non resta che resistere alla tentazione di voltarsi indietro e affogare nei ricordi. Un altro pantano nel quale confondersi.

Albert rifletteva con lo sguardo fisso sul porfido mentre evitava i passanti che gli venivano incontro. Aveva ancora negli occhi l’espressione sconfortata di Juliane ogni volta che pensava alle difficoltà pratiche sulla strada del loro rapporto.

Spesso si racconta che l’amore vince su tutto. E’ un’utopia surrettizia, come tante altre forme di fede, ad uso e consumo di una sofferenza che si vuole far accettare senza condizioni. Ma l’amore da solo non vince proprio niente.

L’importante è riuscire a cogliere l’essenza dei momenti, fintanto che si ha l’opportunità di vivere. Guardare avanti, troppo avanti, lo aveva bruciato.

Il freddo gli stava facendo lacrimare gli occhi, ma non voleva fermarsi ad asciugarli. Aveva fretta di togliersi da quella ressa crescente, e anche dalle pastoie di quei pensieri sconclusionati. Che poi, forse, immagazzinare troppi ricordi è un rischio inconcepibile nel momento in cui ci si deve voltare a guardare una storia finita. Un gioco da ragazzini, che mal si adatta a due adulti.

Un’insopportabile malinconia lo assalì. Gli sembrò di sentire il fiato venir meno. Pensò a quanto dolore provava ogni volta che tornava all’idea della separazione da Juliane. A quante volte si sentiva completamente svuotato da ogni energia al pensiero di dover affrontare il resto della vita senza di lei.

Infine, si fermò sul bordo della strada in attesa di attraversare. Un morsa di sofferenza gli attanagliò il cuore, all’improvviso, come se dovesse soffocare ogni battito da un momento all’altro.

Guardò l’ora: le sei meno cinque.

Fu allora, quando alzò lo sguardo dall’orologio, che la vide, dall’altra parte della strada, con i capelli corti bagnati dalla neve e lo sguardo profondo già fisso nei suoi occhi. Appena si accorse che anche lui la stava cercando, Juliane allargò le labbra in un sorriso raggiante. Una folata di vento disperse i mille fiocchi di neve che scendevano dal cielo già buio. E - come una folata di vento che non ti aspetti - lo sguardo caldo della donna portò lontano i pensieri malinconici di Albert.

Juliane gli fece un cenno e il suo volto fu illuminato dal sorriso che l’uomo (liberato dalla tristezza e dalla paura di chi perde la fiducia) conosceva benissimo; attraversò la strada trasognato e si pose al suo fianco, il posto che gli apparteneva, l’unico che gli desse senso compiuto.

- Stavi per far tardi – sussurrò Juliane.

Proseguirono tenendosi sottobraccio, fermandosi di tanto in tanto per baciarsi, lì a metà strada – in sospeso come sempre - indifferenti alla folla, alla neve e a tutto il resto.

Evidentemente la parola commiato non era fatta per loro.


(Illustrazione di Luca Cittadini)

16 commenti:

  1. e gli cercò le labbra in un interminabile bacio.
    Col cielo per testimone, graffiati dai sassi coperti di polvere e di foglie
    secche schiacciate nel disordine dell’amore, premiati da un
    interminabile ardore, da una travolgente passione, ruzzarono
    sotto la luna finché l’anima non si dileguò fra sospiri e sudori...
    e morirono, infine, abbracciati, con le labbra unite, sognando
    lo stesso sogno. Avevano iniziato un inesorabile viaggio. Si
    svegliarono alle prime luci del mattino e fra lo schiamazzo dei
    passeri, abbagliati dall'incontro dei corpi e dalla complicità dello
    spirito.
    Con l’arroganza dell’amore spartito, ma ancora
    tremanti e stupiti, si vestirono, salirono sulla motocicletta e
    ripercorsero il cammino....

    Isabel Allende – D’amore e ombra

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  2. È come un tremito infinitamente lungo e tenue.
    Sono come un mare in cui tremino tutte le gocciole,
    tremano tutte le ali dell’anima,
    tremano tutte le fibre dei nervi,
    tremano tutti i fiori della primavera...
    e anche le nuvole del cielo
    e anche le stelle della notte

    Gabriele D’Annunzio, ‘L’amore’

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  3. "Ci sono momenti in cui si deve vivere la vita attraverso la vita degli altri. Altri che soffrono, altri che ti hanno aspettato a lungo, altri che dopo anni di silenzio finalmente parlano. Altri che hanno bisogno di un compagno nell’attesa ...delle loro attese. E altri per i quali il tempo che passa nell’aspettare è già un dono. Non sai bene se la vita è viaggio, se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno dopo giorno e non te ne accorgi se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso.
    In certi momenti il senso non conta. Contano i legami."
    Jorge Luis Borges


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  4. Leggere racconti come questi - a anche gli altri del tuo bog - ti mette in pace con il mondo. Come una sinfonia, le parole sono note, che si mescolano in modo armonioso, un’alchimia perfetta, che non vuol dire verità, ma solo bellezza, incanto. davvero complimenti.
    T

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  5. Non c’era niente dentro il nostro amore
    C’era soltanto un intero universo.

    Alda Merini

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  6. Così aveva finito per pensare a lui come non si era mai immaginata
    che si potesse pensare a qualcuno, presagendolo dove non era, desiderandolo dove non poteva essere, svegliandosi d’improvviso
    con la sensazione fisica che lui, la contemplasse nel buio mentre dormiva.

    Gabriel Garcìa Marquez

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  7. Prima di venire
    Prima di venire
    Portami tre rose rosse
    Prima di venire
    Portami un grosso ditale
    Perché devo ricucirmi il cuore
    E portami una lunga pazienza
    Grande come un telo d'amore
    Prima di venire
    Dai un calcio al muro di fronte
    Perché li dentro c'è la spia
    Che ha guardato in faccia il mio amore
    Prima di venire
    Socchiudi piano la porta
    E se io sto piangendo
    Chiama i violini migliori
    Prima di venire
    Dimmi che sei già andato via
    Perché io mi spaventerei
    E prima di andare via
    Smetti di salutarmi
    Perché a lungo io non vivrei.
    -- Alda Merini

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  8. La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana… Quando la trovi in un uomo diventa poesia.

    Alda Merini.

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  9. Io e te
    siamo esangui,
    senza voglia di finire questo incantesimo.
    Incolori, indomiti,
    siamo soli nel limbo del nostro piacere...
    perché io e te
    siamo pieni di amore carnale,
    io e te.

    Alda Merini

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  10. Senti Simone non è che potresti dire alla tipa e/o tipo che posta sempre sti diabetici commenti che ha rotto le palle?????? E le poesie della Merini. Una matta. E basta!
    Grazie

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  11. Regalami il tuo muschio.I tuoi denti.Le tue ossa.
    Il tuo fiato.
    Il tuo sole. La tua aria.
    I tuoi pensieri. Le tue dita. Le tue ombre.
    Il tuo sangue.
    Ti voglio.
    Voglio il tuo mare.
    Voglio i tuoi alberi. Voglio i tuoi colori. Voglio le tue parole.
    Voglio le tue spiagge. Voglio le tue visioni. Voglio la tua luce.
    Voglio la tua passione. Voglio i tuoi silenzi. Voglio il tuo abisso.
    Voglio tutto questo.
    Ti voglio ancora di più. Voglio il tuo fuoco.
    L’immobilità dell’aria.
    Un fiore di pesco.
    La quiete della terra. Il fremito dei cavalli…"
    I. Dobnik

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  12. Che fottutissima fortuna ha Juliane.

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  13. «Dire che ti penso è un controsenso
    perché sei sempre qui, tra le mie dita
    come la vita che in un sorriso vivi»
    (paolo conte)

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  14. Tu mi piovi – Io ti cielo.
    Tu la finezza, l’infanzia, la vita
    amore mio – bambino
    vecchio madre e centro
    azzurro – tenerezza.…
    Io ti porgo il mio universo e tu mi vivi
    Sei tu che io amo oggi.
    Ti amo con tutti gli amori.
    Frida Kahlo a Diego Rivera

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  15. Che angoscia e inquietudine ha Albert, rischia di rovinare tutto !

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  16. Immagazzinare troppi ricordi e' un DOLORE inconcepibile quando si deve guardare una storia finita.
    J

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