martedì 27 maggio 2014

(JUST) ONE YEAR OF LOVE



Ne fu colto all’improvviso, mentre – seduto in un bistrot – sorseggiava una tazza di cioccolato bollente, sprofondato nella lettura di un libro appena acquistato ad una bancarella di Montparnasse.

Una specie di reminiscenza, o – meglio – una presa di coscienza tanto improvvisa quanto violenta. Decise rapidamente che quella sensazione repentina fosse dovuta al brano suonato dalla piccola orchestra jazz, su un palco improvvisato all’angolo opposto del locale: “One year of love”. Un giovane e muscoloso efebo, dalla pelle olivastra e i lineamenti negroidi, con due folti baffi sopra le labbra carnose e i capelli ondulati rasati ai lati del cranio, cantava con voce struggente una melodia languida, accompagnato dal ritmo caracollante di un contrabbasso e dalle carezze delle spatole sulla batteria, mentre la chitarra saturava con dolcezza gli spazi lasciati dalla voce. Il petto e i bicipiti gonfiavano la logora camicia bianca, sotto la giacca un po’ gualcita dal troppo uso. Sorrideva, mostrando due grossi incisivi bianchi.

“Un anno d’amore è meglio di un’intera vita solinga”.

Albert annuì, come a prender nota della robusta verità di tale affermazione. Guardò fuori dalla vetrina a pochi centimetri dal suo tavolino. Sul marciapiede, i passanti si muovevano con passi affrettati, coprendosi il capo per ripararsi dalla neve che aveva cominciato da poco a scendere fitta.

Era il 16 dicembre 1954.

Parigi non aveva ancora rimarginato le proprie ferite: case sventrate, mucchi di macerie, muri anneriti; i segni dell’occupazione e della fuga dell’invasore erano ancora evidenti, tutti cercavano di darsi un contegno e di sorridere, ma una patina di grigiore si era depositata su tutto. Il bistrot era caldo e profumava di tabacco da pipa, di cioccolato, vaniglia e di colonia a buon mercato; invogliava a sostarvi per tutto il pomeriggio, anziché offrirsi al gelo di quell’inizio d’inverno. Albert sfogliò la pagina e provò a proseguire la lettura. Tuttavia, ormai, quella musica era penetrata nel vivo della sua coscienza, e ora rimescolava i ricordi, facendo riaffiorare numerose immagini. Una tromba, con sordina, lo sollecitava a ricordare. E decise di arrendersi a quella interferenza insistente, che lo riportava indietro; indietro proprio di un anno; un solo, lunghissimo, anno.

Una donna, ovviamente. E che donna. Si chiamava Juliane: Albert ne ricordava la voce calda con cui la donna si era presentata, la prima volta. Ed era passato un anno o poco più da quel giorno. Si erano incontrati per caso, in un ufficio postale all’altro capo della città. Per caso si erano rivolti la parola, per caso avevano scoperto di piacersi. Per caso avevano deciso di rientrare insieme verso casa. Parlando senza impaccio, come se stare insieme fosse per loro la cosa più naturale del mondo. Un’attitudine che li legava.

Per caso: tutte le cose migliori accadono in questo modo, e anche in quell’occasione non fu diverso. Albert la guardò confuso e riavvolse il film della propria storia recente fino a fermarlo al punto in cui aveva visto quella donna per la prima volta: Caen, 1944, dieci anni prima.

In superficie, le bombe americane sbriciolavano senza soluzione di continuità ogni singola casa della cittadina normanna, nei rifugi seminterrati la disperazione di centinaia di individui si fondeva e confondeva, rendendo uniforme il dolore e lo smarrimento. In un lungo corridoio, nella penombra satura di odore di fumo e di sudore, denso di pianto e lamenti, Albert stava appoggiato ad un muro, stringendo al petto la sorella terrorizzata dal fragore che arrivava dalla strada. Oltre i calcinacci che cadevano, oltre il fumo, oltre il buio, Albert vide una donna, seduta in un angolo accanto al marito; la vide e non riuscì più a toglierle gli occhi di dosso: era Juliane. Era pallida, con le guance scavate, lo sguardo reso opaco dalla confusione. I capelli erano pieni di fuliggine e la bocca piegata in una smorfia di paura. Eppure proiettava tutto intorno un alone di bellezza e di fierezza, che colpì Albert da subito. L’uomo rimase aggrappato a quel volto, quell’eleganza che non era intaccata dal disordine e dal brutto che inondava quei corridoi. Per dieci anni. Fino a quel giorno.

La vita è fatta di coincidenze, solo di coincidenze: sulla base di queste qualcuno ci costruisce sopra un’esistenza, altri se le lasciano sfuggire. Juliane decise di cogliere l’occasione e si protrasse verso di lui, in quel modo figurato che lascia preludere ad un seguito. Gli disse “Che sorpresa, ritrovarsi sopravvissuti! Direi che è un buon segno!”. Lui, indeciso se sentirsi a disagio o lusingato da tale smaccato approccio, volle credere subito a ciò che i propri sensi gli stavano urlando. Aveva bisogno di credere che la propria esistenza avesse ancora da riservargli qualcosa di buono.

La vita, sotto forma di delusioni e dolori, era passata sopra di loro, levigandone lo spirito, solcando il profondo dell’animo, arrugginendo la voglia di crearsi delle aspettative. La vita, ancora, si era scavata la via della risalita. Così, arrivati a cinquant’anni vagando solitari in un deserto di desolazione emotiva, era bastato loro solo uno sguardo, per riconoscere un’attrazione alla quale era stato inevitabile arrendersi.

Decise presto di lasciare che fossero proprio i suoi sensi a guidarlo, perché non aveva il minimo senso provare a governare quell’impulso. Ben presto Juliane gli colò dentro all’anima, inondandone i pensieri e i sentimenti, e così fece lui con lei. Non ci volle molto per trasformare l’attrazione in amore, l’amore in rapimento completo, il rapimento in felicità.

Vederli da fuori aveva del sorprendente. Juliane aveva un corpo sinuoso ed ogni movimento pareva fluire guidato dall’armonia e dalla grazia. Ad Albert piacevano i suoi capelli adesso corti, nei quali intrecciava le dita per tirarla a sé ogni volta che la baciava con foga. Si abbandonava all’abisso dei suoi occhi scuri, scuri e profondi, che gli davano il capogiro quando la donna lo fissava. E si stupiva che lei lo trovasse così attraente.

Per Albert e Juliane la città – una città straziata, ma pur sempre Parigi – era una serie infinita di opportunità. Ogni punto era un possibile rifugio dove rintanarsi e nascondersi dagli sguardi rancorosi e bigotti di chi non poteva capire l’euforia del loro amore immaturo. O per nascondersi perfino dalla realtà di due matrimoni insensati e che si stavano stringendo intorno a ciascuno di essi, soffocandoli con la frustrazione e la solitudine, svuotandoli fin nel profondo. Si davano appuntamento nei parchi, nei bistrot del centro, nei vicoli bui che salivano verso Montmartre, davanti alle fontane di Place de la Concorde. Ogni volta un luogo diverso. E l’accortezza guardinga dell’approccio si scioglieva non appena le mani si toccavano, gli sguardi si incrociavano, le risate si sovrapponevano alle loro voci.

La clandestinità dilatava ogni singolo istante che riuscivano a ritagliarsi, e si mescolava ad un senso di smarrimento per non poter protrarre oltre il tempo che condividevano e che sembrava non bastare mai. Erano ingordi, di un’ingordigia quasi disperata. E vivevano ogni istante con quello spirito da ultimo giorno, per poi ritrovarsi l’indomani travolti dalla gioia di un’altra occasione. Fra loro le cose andavano così.

Avevano trovato un nascondiglio perfetto: un piccolo albergo senza pretese, vicino al ponte di Bir Akehim; una stanza in penombra, dalle pareti annerite dal fumo e ingiallite dall’umidità. Juliane accendeva le abat-jour e vi poneva le calze di seta per indebolirne la luminosità e creare l’atmosfera, Albert la tirava a sé per sentire fra le braccia il suo corpo caldo e sinuoso, per placare la propria foga con l’odore della sua pelle. Si divoravano, letteralmente, prima di baci, poi di abbracci, per poi sfinirsi in amplessi lunghissimi e ripetuti, alla fine dei quali si scrutavano in silenzio, ridendo increduli per aver scoperto di avere ancora tanta energia.

Era un fondersi continuo, una percezione lubrica mista ad un’adolescenziale tenerezza, tutto senza soluzione di continuità. Stavano avvinghiati per ore, sorprendendosi di come i propri corpi combaciassero alla perfezione, stupiti al vedere la bellezza dell’intreccio delle proprie membra fra le lenzuola. E si studiavano con il tatto e le labbra.

Juliane lo prendeva in giro, a volte, fingendo rassegnazione a proposito dell’inevitabilità della fine di quella magia. Albert metteva il muso, e si inerpicava in vigorose arringhe a difesa dell’eternità di quel rapporto. Lei allora gli sorrideva, gli regalava uno di quei baci umidi e rallentati che tanto gli piacevano, ne accarezzava il petto e gli sussurrava “il nostro amore non è in discussione”. Un pomeriggio, mentre il metrò sferragliava sul ponte e una pioggia pesante cadeva sul lungosenna, Albert aveva preso una stilografica dal taschino della giacca che aveva appoggiato sulla sedia e aveva scritto sul palmo della mano di Juliane “la parola commiato non appartiene alla nostra storia”. Gli occhi della donna erano diventati sottili come due lame affilate, e un’espressione calda e vulnerabile ne aveva illuminato il viso.

Lei, allora si era messa in ginocchio sul letto, gli aveva passato la mano fra i capelli che si stavano riempiendo di riflessi bianchi, e gli aveva chiesto: “Sei sicuro di voler affrontare questo pantano, Albert? Ci aspettano gli anni della vecchiaia, i più schifosi che vivremo” Albert, portando il dito indice a seguire il corso di una piccola vena azzurra della palpebra di Juliane, aveva scosso il capo, intenerito da quella domanda che suonava come una richiesta. L’unico pantano che lo spaventava, l’unico che vedeva all’orizzonte della loro storia era quello che separava il presente dal futuro, un pantano in cui immergersi per ritrovarsi più avanti, sul confine della prospettiva. E l’abisso che – unico – lo terrorizzava era quello della separazione da lei. Idea che scacciava con rabbia, rifugiandosi nei continui amplessi che rappresentavano non solo il soddisfacimento dei sensi, ma un linguaggio a sé stante in cui gli amanti riuscivano a fondersi e a parlarsi. A capirsi e a riconoscersi. Sgombri da tutte le preoccupazioni e i vincoli che quotidianamente ostacolavano la loro unione.

L’idea della separazione era comunque incombente. La bellezza di quell’incontro sembrava irreale, quasi un dono troppo prezioso e fragile, in pericolo sotto il gravare del macigno della loro esperienza resa instabile dalle delusioni di una vita. Iniziare una vita diversa, a cinquant’anni, rimettere in discussione rapporti precedenti, sconvolgere l’opinione di decine di amici e conoscenti benpensanti, graniticamente convinti che scelte inconsapevoli della gioventù dovessero ripercuotersi necessariamente sul resto dell’esistenza di due individui infelici: tutto sembrava un camino impervio, un’esagerazione improba. Un pantano che rischiava di trasformarsi in sabbie mobili.

Albert ne parlava con il suo amico Luc, passeggiando per i viali delle Tuileries coperti di foglie gialle. Provava a spiegargli l’estasi che lo trasfigurava quando stavano insieme e dell’abisso nel quale sprofondava ad ogni allontanamento da lei, ad ogni contrattempo che si frapponeva ai due. Luc parlava poco, ascoltava molto, e guardava le gambe delle ragazze tenendo le mani sprofondate nelle tasche del paletot.

- Luc, vorrei che mi strappassero il cervello, e anche il cuore.
- Addirittura.
- Sì. Sono due stupidi ed inutili organi. Dediti alla sofferenza.
- Ma anche alla gioia.
- Niente da fare Luc. Ho una sensibilità ipertrofica: vorrei essere ottuso e insensibile.

Luc annuiva appena e camminava; teneva una sigaretta accesa all’angolo della bocca e si guardava intorno con occhi sottili e grigi. Lasciava che i pensieri dell’amico fluissero liberi, senza bisogno di indirizzarli o incoraggiarli.

- Ma se la ami e lei ti ama. Qual è il problema?
- Ha bisogno di fare passi lenti per venire verso di me. E io la sto soffocando: la perderò di sicuro.
- E tu rispettala. Non puoi – e non devi – forzare nulla. E concentrati sulla gioia, dai retta a me.
- Non sempre riesco. La gioia di star con lei mi trasfigura, tanto è forte. Eppure non riesco a non guardare più avanti. Non riesco a pensarla lontana. E' immaturo, il mio atteggiamento. Ma non riesco a dominarlo. Luc, che diamine. Ho cinquanta anni. E’ come se il cappio del tempo mi si stesse stringendo attorno al collo. Fra un po’ la vita non sarà vita. Aspetto da sempre una donna così. Adesso che l’ho trovata, vorrei non dover rimandare ancora i miei sogni.

Ma Luc non capiva la sua foga, non capiva la sua urgenza di quella donna. Fumava la sigaretta e guardava le gambe delle ragazze, fasciate nelle calze, con quella bella riga nera che solcava in verticale i polpacci torniti.

Intanto, oltre i vetri del bistrot, la neve continuava a cadere. Piccoli cumuli si erano già formati sulle macchine in sosta e sui mucchi di terra e i mattoni impilati contro i muri.

Albert finì la cioccolata. La musica che lo aveva indirizzato verso quel viaggio a ritroso era finita ed un brano più ritmato aveva preso a tamburellare per il locale. Si rese conto di avere mille ricordi vividi di quell’anno da poco passato. Fece spallucce. Chiuse il libro, lo infilò in una tasca del cappotto, pagò e uscì facendo un cenno al proprietario del bistrot.

Calcò il cappello sulla fronte e prese a camminare, da solo, contro la direzione del vento. Grossi fiocchi pungevano le guance e gli solleticavano le labbra.

La vita mette fine a molte storie, senza guardare se siano felici o dannate. E’ il normale corso degli eventi. Nel pantano dell’attesa c’è rischio di sprofondare e di smarrirsi. Succede, e non resta che resistere alla tentazione di voltarsi indietro e affogare nei ricordi. Un altro pantano nel quale confondersi.

Albert rifletteva con lo sguardo fisso sul porfido mentre evitava i passanti che gli venivano incontro. Aveva ancora negli occhi l’espressione sconfortata di Juliane ogni volta che pensava alle difficoltà pratiche sulla strada del loro rapporto.

Spesso si racconta che l’amore vince su tutto. E’ un’utopia surrettizia, come tante altre forme di fede, ad uso e consumo di una sofferenza che si vuole far accettare senza condizioni. Ma l’amore da solo non vince proprio niente.

L’importante è riuscire a cogliere l’essenza dei momenti, fintanto che si ha l’opportunità di vivere. Guardare avanti, troppo avanti, lo aveva bruciato.

Il freddo gli stava facendo lacrimare gli occhi, ma non voleva fermarsi ad asciugarli. Aveva fretta di togliersi da quella ressa crescente, e anche dalle pastoie di quei pensieri sconclusionati. Che poi, forse, immagazzinare troppi ricordi è un rischio inconcepibile nel momento in cui ci si deve voltare a guardare una storia finita. Un gioco da ragazzini, che mal si adatta a due adulti.

Un’insopportabile malinconia lo assalì. Gli sembrò di sentire il fiato venir meno. Pensò a quanto dolore provava ogni volta che tornava all’idea della separazione da Juliane. A quante volte si sentiva completamente svuotato da ogni energia al pensiero di dover affrontare il resto della vita senza di lei.

Infine, si fermò sul bordo della strada in attesa di attraversare. Un morsa di sofferenza gli attanagliò il cuore, all’improvviso, come se dovesse soffocare ogni battito da un momento all’altro.

Guardò l’ora: le sei meno cinque.

Fu allora, quando alzò lo sguardo dall’orologio, che la vide, dall’altra parte della strada, con i capelli corti bagnati dalla neve e lo sguardo profondo già fisso nei suoi occhi. Appena si accorse che anche lui la stava cercando, Juliane allargò le labbra in un sorriso raggiante. Una folata di vento disperse i mille fiocchi di neve che scendevano dal cielo già buio. E - come una folata di vento che non ti aspetti - lo sguardo caldo della donna portò lontano i pensieri malinconici di Albert.

Juliane gli fece un cenno e il suo volto fu illuminato dal sorriso che l’uomo (liberato dalla tristezza e dalla paura di chi perde la fiducia) conosceva benissimo; attraversò la strada trasognato e si pose al suo fianco, il posto che gli apparteneva, l’unico che gli desse senso compiuto.

- Stavi per far tardi – sussurrò Juliane.

Proseguirono tenendosi sottobraccio, fermandosi di tanto in tanto per baciarsi, lì a metà strada – in sospeso come sempre - indifferenti alla folla, alla neve e a tutto il resto.

Evidentemente la parola commiato non era fatta per loro.


(Illustrazione di Luca Cittadini)

sabato 24 maggio 2014

LE OCCASIONI PERDUTE



Quando nel 1870 l'Italia venne unita sotto la bandiera sabauda, grazie all'ambizione di Cavour, il sud (annesso tramite i plebisciti forzosi di stampo garibaldino) guardò con diffidenza al potere centrale di Torino, e sviluppò una sotterranea resistenza al concetto di appartenenza allo Stato italiano, resistenza che - nel corso di questi 140 anni - ha assunto varie forme, alcune cruente - il brigantaggio - altre drammatiche - le mafie - altre meno evidenti.

Le responsabilità della mancata integrazione sono state analizzate molteplici volte e sono equamente ripartite fra l'occupante e l'occupato. Il primo, per non aver saputo coinvolgere adeguatamente il Meridione nel progetto di Stato Nazionale, il secondo per non aver creduto a questo progetto.

Oggi, a poche ore dall'apertura dei seggi elettorali, mi sorprendo ad accostare la Questione Meridionale con l'esperienza italiana all'interno dell'Unione Europea. La campagna elettorale, vituperata da più parti, ha evidenziato i limiti dei politici e degli elettori del nostro Paese, relativamente alla capacità di affrontare in modo costruttivo un dibattito che non riguarda le vicende politiche italiane, ma il ruolo di uno stato membro di un'unione sovranazionale.

Questi limiti indicano in maniera evidente che é prematuro per l'Italia appartenere ad una confederazione. Temi rilevanti ce ne sarebbero, primo fra tutti il senso di questa Unione.

Dare un indirizzo diverso all'aggregato di più nazioni, attualmente raggruppate in gregge da un'aristocrazia finanziaria ed imprenditoriale, é un argomento che da solo basterebbe a riempire i dibattiti politici per mesi. 

L'Unione Europea, così come é adesso, é proprio quello che vogliamo? 

E' possibile modificarla se non stravolgerla, con il fine di renderla più efficace, e trasformarla in un'entità unitaria che riesca a rappresentare sullo scenario mondiale un interlocutore solido per gli altri giganti della politica internazionale (Usa, Russia, Cina, Paesi Arabi, ecc.)?

Non é il caso di svincolarla dagli interessi di pochi, per renderla un organismo politico capace di affrontare in modo fattivo i problemi dei popoli ad essa appartenenti, attraverso politiche fiscali e sociali,  programmi di investimento a sostegno delle imprese, provvedimenti equi in materia di lavoro, di mutua assistenza fra i membri in modo che una Germania possa farsi carico (senza ricatti) della crisi greca o italiana? Il pareggio di bilancio é il Sacro Graal di questo Continente o possiamo passarci sopra cum grano salis?

Nessuno di questi temi ha costituito il tema centrale dei principali partiti, troppo impegnati ad individuare in questa campagna elettorale un poderoso pulpito dal quale iniziarne una più lunga che porterà alle elezioni politiche di chissà quando, fra faide, minacce, false promesse e scandali divenuti ormai ordinari nella loro puntualità.

Il fatto che sia stato un greco, Alexis Tsipras, a rappresentare in Italia l'unico attore capace di sollecitare - pur ostracizzato dai media italiani prezzolati da PD e FI - l'elettorato su temi congruenti con il voto che dovremo esprimere domani, la dice lunga sulla maturità del cittadino italiano sul suolo europeo.

D'altra parte, tale diffidenza, o tale disinteresse, ha come concausa (oltre all'ottusità individualista dell'italiano) l'atteggiamento rigido dei parrucconi che siedono a Bruxelles, insensibili burattini nelle mani della finanza europea, burocrati orientati ad assecondare le richieste di imprenditori e banchieri che hanno come obiettivo l'estensione del mercato globale a tutti gli Stati del vecchio continente, terreno di sfruttamento e colonizzazione commerciale.

Prodi, per l'Italia, é stato quello che Cavour ha rappresentato per il meridione. Ci ha trascinati in Europa, senza curarsi se prima avessi sviluppato gli anticorpi per sopravvivere in questa Unione.

E così l'Italia si ritrova un elettorato ignaro, confuso e smarrito, e una classe politica inadeguata: finirà che manderemo in Belgio una truppa di personaggi più o meno noti, quasi tutti raccomandati, assolutamente incapaci di tutelarci e di rappresentarci.

L'ennesima occasione sprecata.

martedì 6 maggio 2014

SE IL BACCHIDDU-SIDE VAL PIU' DELLA POLITICA, L'UNIONE EUROPEA E' UN MIRAGGIO




C'e' chi si nasconde dietro ad un dito, chi si nasconde dietro ad una foglia di fico; il Movimento 5 stelle e l'intera Destra pseudodemocratica italiana si nasconde dietro al culo di Paola Bacchiddu (portavoce del movimento Tsipras per l'Europa), colpevole di aver provocato i benpensanti mostrando una sua - tutto sommato casta - foto in bikini per raggiungere lo scopo di dimostrare che, mentre i programmi politici del movimento di cui é portavoce non hanno attirato l'attenzione di questa insipida campagna elettorale, un culo in primo piano avrebbe scatenato il dibattito.

Paola ha vinto la sua scommessa: da due giorni a questa parte, non si parla che di lei, non dei programmi della lista Tsipras. Come volevasi dimostrare.

Qualcuno, malandrino o ipocrita, ha sollevato il dubbio: "se lo avesse fatto una velina di Berlusconi, che sarebbe successo?" schiudono gli ascari intruppati della stampa filoberlusconiana, da Vespa a Sallustri.
Il dubbio é da tartufi, per valide ragioni: Paola Bacchiddu ha un curriculum professionale che prescinde dall'esposizione del proprio culo; Paola Bacchiddu, lo ha mostrato dopo aver fatto la sua carriera; le donnette di Berlusconi lo avevano come unico argomento. 

Ma anche fosse, attaccarsi a questo tema é strumentale; deviare tutte le argomentazioni su quella foto é indicativo di quanto poco si voglia capire il senso di questo gesto: chi é stato disponibile a dare spazio alla foto di Paola in bikini, precedentemente non lo é stato per dare voce ai temi di Tsipras: e sono temi rilevanti, dato che si parla di quale direzione dare all'Europa, quale  natura attribuire a questa Unione Europea che sta strangolando milioni di individui, dal Mediterraneo al Baltico.

Negli ultimi due giorni la parola culo é stata la più inflazionata in rete. Fondamentalmente é noioso parlare di culi (e credo che anche Paola Bacchiddu se lo sarebbe risparmiato): il problema é che non ho visto, in questi mesi di campagna elettorale, lo stesso impeto, lo stesso furore di questi giorni, per dibattere dei temi puramente politici relativi all'Europa che (non) ci aspetta. 

Avessimo profuso la stessa quantità di parole, e di energie, per parlare di banche, di mutua assistenza fra Stati della Comunità, di un nuovo modo di concepire l'Europa, di lavoro, di politica monetaria, di fisco continentale, sarei stato felicissimo. 

Invece, fondamentalmente a nessuno importa di questa macro-organizzazione che ci sta divorando, e preferiamo cavillare sulle modalità con cui un'addetta stampa di un giovane movimento protesta contro l'attività di silenziamento operata dai media nazionali, piuttosto che capire che i temi che prima ho elencato, unitamente alla libertà di stampa e di espressione sono basilari per la sopravvivenza di un individuo su questo Continente. 

Qui si parla di mangiare, il livello zero della piramide di Maslow; l'autorealizzazione, anche attraverso l'uso o il non uso del proprio corpo, sta ai vertici di essa.

In ogni caso la Bacchiddu ha anche avuto il merito di sollevare un dibattito fra neo e vetero femministe riguardo l'uso che ciascuna donna può fare del proprio corpo. Un dibattito, peraltro, che va a rivoltare le anime progressite e bigotte della sinistra. Molte hanno criticato questa scelta, accusando la giornalista di utilizzare il proprio corpo, riducendolo quindi ad un oggetto. Molte l'hanno apostrofata come idiota, dichiarando di aver deciso per questa sua scelta, di non votare Tsipras alle prossime Europee.

La Bacchiddu é tutt'altro che idiota. Idiota é chi non riesce a cogliere il senso i quello che ha fatto. E' un senso rilevante, che - in modo forse maldestro - mira a tutelare chiunque speri ancora di vivere in democrazia. E' una denuncia contro le modalità di diffusione dell'informazione, e dell'oggetto dell'informazione. Idiota é chi non capisce che con quel gesto plateale e forse grossolano la Bacchiddu ha voluto dimostrare che da troppi decenni in Italia la politica é una questione da rotocalchi e non di sostanza. Chi non riesce a capire questo concetto nemmeno tanto complicato, può pure fare a meno di votare, perché un voto espresso su queste basi sarebbe una bestemmia contro la democrazia.

Vorrei spingermi più in là, non senza una certa cattiveria e dire che a sinistra, come a destra, esiste l'ottusità che impedisce di vedere le cose come stanno: il dibattito e lo scandalo scatenato da questa cosa, l'incapacità di coglierne il corretto senso, stanno a significare che non basta definirsi "di sinistra" per avere la mente aperta. E' utile, in fondo, rompere una volta per tutte la demarcazione manichea per cui se sei di destra sei ottuso, e se sei di sinistra illuminato. L'idiozia é trasversale a qualsiasi struttura!

Una donna é libera quando può disporre del proprio corpo senza incorrere in giudizi e pregiudizi. Negli anni passati la sinistra (soprattuto la sinistra del PD) ha combattuto Berlusconi affrontandolo sul tema delle veline, del bugna bugna, delle candidature della Carfagna e della Minetti.
E hanno così ridotto il dibattito ad una rissa fra comari di cortile, roba da paparazzi. Berlusconi andava battuto sugli argomenti, sui temi politici, a cominciare dalla legalità.

Il moralismo non ha mai portato niente di buono. Viviamo ancora in un paese infetto di metacattolicesimo. Prima ci libereremo dall'ipocrisia, meglio sarà. 

lunedì 5 maggio 2014

CODICE D'ONORE



Bella la mia infanzia, quando la realtà mi appariva dai contorni ben delineati, senza sfumature di grigio né zone d'ombra. Giusto e sbagliato, buoni e cattivi, tutto era contrapposto in modo netto, le contrapposizioni erano ineccepibili. I buoni erano anche belli, i cattivi brutti e vestivano quasi sempre di nero: una piega sul viso, una specie di smorfia simile a quella del ritratto di Dorian Gray, ne caratterizzava l'espressione, deformata dalla malvagità.

Rimpiango quella giovinezza serena e senza dubbi, con le certezze granitiche che provenivano dalle favole che mia mamma leggeva la sera e successivamente rafforzate da una serie infinita di telefilm polizieschi dove il cattivo veniva arrestato e i poliziotti rappresentavano non solo la legge, ma addirittura la Giustizia, quale valore assoluto. Il bene trionfa sempre, mi sentivo ripetere. Balle.

Quando, a bordo della macchina guidata da mio papà, si girava per la città e la campagna,  capitava di imbattersi in auto della polizia. Erano gli anni settanta, e la Polizia aveva in dotazione quelle meravigliose Giulia dell'Alfa Romeo, verde militare, con la scritta Polizia in bianco. Non mi facevano paura, anzi: erano una garanzia. E anche quando li vedevo in assetto da guerriglia, per le vie che costeggiavano il Duomo, pronti a fronteggiare i dimostranti in qualsiasi delle frequenti manifestazioni di quei tempi, beh, mi sembravano l'Esercito dei Giusti.

Capita poi che crescendo, quei contorni netti vengano un po' a confondersi, a sfocarsi. E capita di leggere di poliziotti che picchiano a morte un individuo in stato di fermo, di poliziotti che calpestano ragazzi ad una manifestazione seppur convulsa, di poliziotti che applaudono altri poliziotti condannati in seguito ad un regolare processo.

Si può dire che le mele marce si trovano in ogni organizzazione. Ed é vero. Non esiste l'armata dei giusti, la presenza di pochi disonesti non deve compromettere il giudizio su un'intera categoria.
Si può dire che nella concitazione di un corteo, la violenza genera tensione da entrambe le parti e qualcuno può perdere la bussola e rendersi autore di azioni violente inutili.

Ci può stare tutto.

Ma l'applauso, lucido, ragionato ed accorato che i commilitoni hanno riservato ai poliziotti  condannati per l'omicidio di Federico Aldrovrandi mi provoca una forma di disagio più profondo di vedere qualcuno che sbaglia o delinque pur stando dalla parte del giusto.

Dietro quell'applauso c'é la confusione di uno Stato che lotta contro sé stesso. Di uno Stato ormai svuotato di rotta e di bussola, che si sta introflettendo, fino a collassare definitivamente.

La Polizia di Stato fa parte delle forze dell'ordine, insieme ai Carabinieri fa confluire elementi nella Polizia Giudiziaria che é coordinata dalla Magistratura ed insieme ad essa agisce nella fase investigativa ed istruttoria, fase che poi porta ad un processo svolto nel rispetto delle garanzie democratiche, per le modalità con cui sono state raccolte le prove ed effettuati gli arresti.

Polizia e Carabinieri sono garanti delle regole. Garanti dello Stato democratico: qualsiasi spina che faccia la leva nei Carabinieri, qualsiasi giovane che entri in polizia, deve studiarsi i fondamenti di Diritto Penale e di Diritto Processuale Penale.

I poliziotti che, per un malinteso spirito corporativo, ne hanno applauditi altri condannati da quel sistema di cui essi stessi sono parte e pilastro fondamentale, significa che c'é in atto un conflitto schizofrenico dal quale non se ne esce.

Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto, i poliziotti condannati per omicidio colposo, hanno picchiato a morte un ragazzo di 18 anni, violando le basilari norme di rispetto per gli esseri umani espressi nella nostra costituzione. A prescindere dalle possibili imputazioni future a carico di Aldrovrandi, avevano il dovere di tenere comportamenti legali, di difendere i deboli dai soprusi e dalla violenza. Invece, in quattro, hanno preso un ragazzino e lo hanno massacrato. Prima di un processo, prima di averne accertato le responsabilità. Senza contare che l'uso della violenza, di questa violenza (non di maniere spicce, che si possono concedere a chi quotidianamente mette a repentaglio la propria vita per garantire il rispetto della legge) é inaccettabile in qualunque caso.

Ci si aspetta che chi entra in Polizia lo faccia per difendere i deboli dai soprusi, una specie di codice d'onore: vedere che chi indossa quella divisa é l'autore dei soprusi fa male; vedere questi violenti applauditi dai colleghi che dovrebbero invece escluderli per aver tolto valore a quella divisa, fa ancora più male.

In un film di Rob Reiner intitolato proprio Codice d'onore, Tom Cruise conclude dicendo "non servono mostrine per essere un uomo d'onore". 

Esattamente. A volte non servono mostrine. A volte non bastano.