domenica 27 aprile 2014

PERCHE' NON SIA SOLO UNA FESTA



Il 25 aprile 1945, la folla di Milano accorse a Piazzale Loreto per celebrare il macabro rito - tipico della parabola storica di ogni dittatura - dell'esposizione del tiranno abbattuto e ucciso. 

Benito Mussolini era stato catturato mentre, a bordo di un camion tedesco, tentava disperatamente di oltrepassare il confine con la Svizzera dove l'avrebbe atteso una vecchiaia tranquilla e protetta. Venne invece trattenuto una notte in compagnia di Claretta Petacci, in una cascina a Giulino di Mezzegra, e il mattino dopo venne fucilato. Da lì, la salma venne appositamente trasferita a Milano,  la città che - più di Roma - era stata il palcoscenico della sua ascesa politica e, prima ancora, professionale. 

Milano che per certi versi era stata la città dove la guerra civile aveva toccato i momenti più aspri. In una Piazza Loreto che anni prima era già stata teatro di una brutalità compiuta dai fascisti e per questo motivo ancor più simbolica nell'immaginario vendicativo di un popolo oppresso.

Milano, quindi, come il tempio stravolto da bombardamenti e feroci battaglie urbane, luogo ideale dove svolgere la tetra cerimonia dell'ostentazione del tiranno ormai cadavere da oltraggiare, come simbolo della fine di una dittatura, della guerra, dell'orrore. Come esorcismo di tutte le paure e le brutture di un regime totalitario e violento.

L'Italia, dunque, é una Repubblica che si fonda - prima ancora che su un lavoro che non c'é - sull'oltraggio di un cadavere, anzi, di più cadaveri, perché insieme a Mussolini, vennero appesi Claretta Petacci e alcuni gerarchi del defunto regime. I servizi segreti americani deciso di occultare (cosa che da sempre sanno fare benissimo) le immagini di quelle ore, che ritennero eccessivamente crude e atte a negare la dignità ad un popolo che cercava, sin da quelle ore, di costruirsi un futuro civile e democratico.

Di quel giorno, pertanto, ci arriva la densa simbologia della cacciata dell'oppressore tedesco, della caduta di un regime totalitario, dello slancio di un popolo liberato e redento che guardava al futuro con speranza e voglia di ricominciare.

La speranza e la voglia di ricominciare furono inevitabilmente frustrate nei decenni successivi da numerosi episodi dal sapore di regime: Piazza Fontana, Bologna e le altre stragi di Stato senza un colpevole riconosciuto; il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro; l'accordo Stato-Mafia; diverse edizioni di Tangentopoli che hanno coinvolto tutti i partiti dell'arco costituzionale, senza una soluzione a comportamenti divenuti costume, habitus.

Sul suolo italiano, dalle coste siciliane ad Anzio, per finire proprio a Milano, americani e tedeschi combatterono duramente, chi per mantenere la supremazia sul nostro territorio, chi per conquistarla. Oggi, l'Italia é ancora terreno di razzia commerciale e preda deputata per le ambizioni tedesche ed americane, un semplice mercato, sottomesso a logiche opprimenti e - tutto sommato - degradanti per la sovranità di quella che si vuole una Nazione.

Sessantanove anni dopo, nella ricorrenza di quel anniversario, dal prestigioso pulpito del primo canale della televisione nazionale, un politico pregiudicato, condannato e dichiarato decaduto da un tribunale legittimamente insediato, provoca gli spettatori sostenendo che é un illuso chi crede di vivere in un Paese normale.

Paradossalmente questa é la prima grande verità mai detta da Silvio Berlusconi: l'Italia non é un Paese normale. Non lo é perché in nessun Paese normale, un politico con una condanna in giudicato per evasione fiscale, decaduto dalla propria carica di Senatore della Repubblica, con una condanna in primo gradi a sette anni di reclusione per induzione sfruttamento della prostituzione, potrebbe andare in televisione e pontificare davanti al genuflesso conduttore della trasmissione.

Come ogni 25 aprile, folle di giovani e meno giovani hanno annodato fazzoletti rossi al collo, sono scesi in piazza, hanno levato il pungo chiuso, inneggiato slogan, sventolato bandiere rosse e cantato Bella ciao.

Questo é tutto ciò che é giunto fino a noi, a proposito della resistenza e del 25 aprile 1945: solo simboli?

I simboli hanno valore quando aiutano a guidare scelte, azioni e comportamenti da essi ispirati. Ma se si riducono ad una liturgia trita e reiterata, priva di conseguenze, non sono altro che gesti vuoti privi - da un punto di vista storico e politico - di significato e di valore. Privi di potenza.

Il 25 aprile si celebra la volontà di migliaia di individui che hanno rischiato in prima persona, fino al limite della morte, per cambiare le cose, nella speranza di diffondere nella terra a cui si sentivano legati, i valori della libertà, della democrazia, della giustizia, dell'eguaglianza, dell'onestà, del rispetto, della solidarietà. Valori, con la V maiuscola.

Oggi, di quei valori, non vi é nemmeno l'ombra. Scendere in piazza, fare delle marce, cantare canzonette e sventolare bandiere, non rispecchia minimamente la volontà di coloro che si sono battuti e sono morti con questo sogno. Limitarsi a questo, é inutile, offensivo per quella memoria.

Per onorare davvero la Resistenza, occorre battersi ogni giorno contro la corruzione, i piccoli e grandi abusi di potere, i privilegi, i segreti di stato, e tutti quei comportamenti che mantengono in vita un Regime, anche se sotto le mentite spoglie di uno Stato Democratico. Significa combattere l'indifferenza quotidiana che tali comportamenti ammette e sopporta. Significa non accettare niente che non sia legale.

La Resistenza non é affare di una mezza giornata di festa. La Resistenza é un'attitudine quotidiana.

sabato 19 aprile 2014

QUESTA NON E' UNA PENA



Ho sempre odiato la guerra e tutto ciò che con essa avesse inerenza. Armi, divise, bandiere e il malinteso concetto di eroismo, coraggio ed onore ad essa sotteso. Mi  sempre sembrato che dietro quelle parole si celasse fondamentalmente un ottuso machismo, privo di valori superiori, se non il culto per la violenza, il disprezzo per la vita umana (specie l'altrui) ed uno smodato culto di sè, condito di piccoli o grandi soprusi, inquadrati nella generica definizione di nonnismo.

Così, quando - raggiunta la maggiore età - mi trovai ad affrontare la visita di leva, optai immediatamente per l'obiezione di coscienza. In un enorme stanzone della Caserma Centrale del Distretto Militare di Como, in una plumbea e piovosa giornata di dicembre, sotto gli occhi sdegnosi di un sottufficiale inquadratissimo che, solo pochi minuti prima, aveva arringato alcune centinaia di sbarbati pallidi e stralunati cercando di convincerli ad entrare nel corpo dei paracadutisti, compilai un modulo nel quale dichiaravo la mia intenzione di non svolgere il servizio militare e richiedevo l'assegnazione ai servizi sociali.

Pochi mesi dopo ricevetti una cartolina che m'invitava a recarmi presso un distaccamento del Distretto Militare di Milano per sottoscrivere una dichiarazione di obiezione di coscienza e la richiesta di essere dispensato dalla leva.

Il distaccamento era un lugubre ufficio seminterrato nella zona più decrepita dei Navigli, con locali scarsamente illuminati da deboli luci al neon, pochi militari seduti nelle anguste stanze dall'arredamento ridotto all'osso. Attesi di essere convocato per una buona mezz'ora, seduto solitario in un corridoio in penombra; tutto mi sembrava luttuoso e clandestino, come se la mia scelta rappresentasse un'opzione infame da trattare con il massimo riserbo, quasi da occultare.

Finalmente sentii chiamare il mio nome e venni invitato a prendere posto in un ufficio dove mi fu sottoposto un foglio dattiloscritto in cui, con il massimo della deferenza tollerabile da un essere umano, chiedevo all'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, la possibilità di essere esentato dal servire la Patria mediante il servizio militare per svolgere il sostitutivo servizio civile. Firmai senza esitazione, attesi che finisse la raffica di timbri sulle due copie, presi la mia e me ne tornai a casa.

Alcuni anni dopo ricevetti dal Distretto Militare di Monza una cartolina verde, di carta spessa, ruvida e porosa, dove mi si indicava data e luogo dello svolgimento del mio servizio civile: ero stato assegnato ai Servizi Sociali del comune di Gazzada Schianno, in provincia di Varese.
Ero al quarto anno di Università, che frequentavo in modo saltuario e svogliato, trascinandomi senza entusiasmo fra un esame e l'altro. Quasi non mi ricordavo più di dover saldare il debito con lo Stato, e sprofondavo in una deboscia relativa, fra feste, aperitivi, visite ai musei e flirt occasionali ed effimeri.

Giunsi a Gazzada il giorno dopo la stupefacente affermazione elettorale di Silvio Berlusconi e della sua prima, improvvisata, alleanza con Fini, Casini e Umberto Bossi: negli uffici del Comune gli impiegati discutevano di politica, scambiandosi dubbi e accuse a proposito della capacità del Cavaliere di risolvere i problemi italiani. Insieme a me c'erano due ragazzi più giovani, Saul e Daniele, provenienti dalla familiare Brianza. Il primo era uno studente di lettere classiche e nel corso di quell'anno m'insegnò ad amare Dostoevski e mi fece conoscere Leo Perutz un autore ebreo praghese che resta uno dei miei autori preferiti. Daniele, invece, aveva l'aspetto stralunato di Lupin III, e si guardava intorno come se stesse cercando la via di uscita da quel luogo.

Fummo assegnati a Giovanna, l'assistente sociale, una quarantenne dagli azzurri occhi, resi opachi da anni di delusione e frustrazione per un lavoro poco riconosciuto, mal sostenuto e non agevolato in un Paese che avrebbe voluto fondarsi su valori sociali. Giovanna ci spiegò alla bell'e meglio quali sarebbero stati i compiti da svolgere per quell'anno. Si andava dal servizio sull'autobus comunale che portava al centro riabilitazione un gruppo ragazzini con vari generi di problemi (comunque gravi), all'assistenza agli anziani e agli infermi, al servizio mensa alla scuola media, all'aiuto all'integrazione degli appartenenti ad una nutrita comunità di immigrati dal nord Africa, più varie ed eventuali, come l'attività di tutoraggio di una serie di ragazzini del posto appartenenti a famiglie disastrate che li trasformava in veri e propri disadattati. 

Dopo un'ora mi trovavo già sottobraccio ad un ragazzino autistico di nome Roberto, che mi ripeteva sempre la stessa domanda, senza che io capissi che quella era un'affermazione posta sotto forma di interrogazione. Alla fine del primo giorno mi ritrovai seduto sui gradini del Municipio a fissare il vuoto e a chiedermi se stessi vivendo una specie di incubo, dal quale sarei uscito rapidamente per ritornare alla mia facile vita; o se davvero avrei dovuto attraversare quell'incubo di altri 364 giorni in mezzo a ragazzini con varie forme di handicap, sbavanti e urlanti, storpi e strabici, bisognosi di continuo aiuto, ad anziani malmostosi e puzzolenti da spogliare, lavare, rivestire, mettere seduti sul letto ed imboccare. Senza contare quell'odioso servizio alla mensa scolastica, fra ragazzini senza problemi se non una vita da figli viziati di genitori benestanti e superficiali. Una volta realizzato che non si trattava di un incubo, ma della realtà, mi alzai e mi diressi verso l'alloggio.

L'alloggio assegnatoci era un bilocale sopra la casa del parroco, Don Sigismondo, un ometto magro e miope che ci guardava e sorrideva incapace di comprendere questi tre giovani così distanti dalla usa vita. In quell'appartamento ci rilassavamo, confrontando le nostre esperienze quotidiane e le sensazioni che ci davano; a volte esorcizzavamo lo smarrimento ridendone, cercando di non mancare (troppo) di rispetto a coloro che ci venivano assegnati. Abusavamo di alcol e (a volte) di droghe leggere; ogni tanto - organizzandoci adeguatamente - riuscivamo anche a portare qualche ragazza, rimorchiata nei bar del circondario o per le vie di Gazzada. In breve tempo scoprii che quella vita intensa era molto pi densa di significato rispetto a quella che avevo vissuto fino a quel momento.

Era spesso faticosa (la sera, il più delle volte si crollava sul divano a metà di un film, e non solo a causa delle sbronze), a volte ributtante: entrando in case abitate da anziani, a volte mi mancava il respiro per l'odore di chiuso, di escrementi di animali, di urina e di tutto il resto, e non riuscivo a starvi se non praticando una prolungata apnea degna di un olimpionico; lavare intimamente un anziano infermo con tanto di catetere non era facilissimo, così come tenere abbracciato un ragazzino oligofrenico che ogni volta mi riversava sulla spalla abbondanti fili di saliva e veniva colto da spasmi rabbiosi.

Eppure, accidenti, mi sentivo utile, per la prima volta in vita mia. Non trovavo umiliante ciò che facevo, soprattutto quando cominciai ad accorgermi che chi aiutavo mi rivolgeva gratitudine e affetto. Quando realizzai che il mio contributo, insufficiente, imperfetto e non competente, serviva comunque a ridurre le complicazioni di vite menomate dalla sfortuna mi sembrò tutto più facile e cominciai a guardare con fastidio lo scorrere del tempo che mi avrebbe riavvicinato alla mia vita da universitario esperto di cazzeggio.

Pochi mesi dopo eravamo gli eroi locali (sebbene la parola eroi venisse spesso utilizzata da noi e dagli altri non senza un'accezione di allegra ironia). Non avevamo sparato a nessuno, non avevamo difeso nessuna cima o testa di ponte, nè disattivato mine esplosive, o abbattuto postazioni nemiche. Non vi erano nemici, avversari, tradimenti o fedeltà. Vi era bisogno, un infinito bisogno di aiuto, di solidarietà, di sostegno, di umanità.

Quando ricevemmo la Licenza per avvenuto svolgimento del Servizio Civile, facemmo un giro del paese per salutare tutte quelle famiglie toccate dal dolore e che ci avevano quotidianamente accolto con un sorriso pur nella difficoltà e nella sofferenza. Mangiammo un numero sconsiderato di torte appositamente preparate per il nostro commiato, ingollammo un numero pericoloso di caffé, o di bicchieri di vino, ricevemmo abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, sorrisi, baci, anche qualche carezza.

Mi ritrovai, seduto sui gradini del Municipio, insieme a Saul e Daniele, con le lacrime agli occhi, confusi da un miscuglio di commozione e malinconia per quell'anno che era passato come un turbine, travolgendoci e cambiandoci.

Alcuni mesi fa  Silvio Berlusconi  stato riconosciuto colpevole dalla Corte Di Cassazione della Repubblica Italiana dell'infame reato di evasione fiscale per un considerevole importo in Euro. In virtù della sua età avanzata, delle prerogative politiche che nel corso di questi vent'anni (curiosamente da quando io presi servizio presso il Comune di Gazzada fino ad oggi) ha immeritatamente acquisito tramutandoli in privilegi arbitrari, ha potuto ottenere che la sua condanna alla carcerazione (che giustamente spetterebbe a chi ha commesso tale reato) fosse convertita in un'assegnazione ai Servizi Sociali. Ciononostante, il decaduto leader di Forza Italia, benché nei fatti la pena sia molto più che blanda, ha avuto modo di contestare l'assurdità di tale assegnazione, chiedendosi e chiedendo a noi il senso di tale scelta.

L'augurio che gli faccio, figlio di una grande utopia, é che mediante questo servizio tanto simile a quello svolto da me e da tanti di quelli che come me non hanno evaso nemmeno un centesimo di euro riesca a scoprire che questa che gli  stata comminata non é una condanna, certo non una pena, ma un'opportunità, un'occasione per stare davvero a contatto con il dolore della gente, per scoprire che la vita reale é quella e - a volte - ha un valore intrinseco a prescindere dal dolore e dall'assenza di lussi e ricchezze.

Qualcuno può dire che io sia un sognatore, ma non  detto che io sia il solo. In fondo voglio sognare che le persone possano cambiare e che ci siano eventi atti a cambiarle.

Diversamente, in un mondo altrettanto ideale, uno come il cittadino B, avrebbe dovuto essere assegnato ai lavori forzati in una cava di pietre, per scontare la pena di ciò che ha fatto ed essere di esempio per chiunque si macchi (non senza vanto) di un reato tanto infame come l'evasione fiscale. Quello sì un gesto privo di eroismo, un vergognoso tradimento nei confronti dei propri concittadini.

Comminare a Silvio Berlusconi quattro ore settimanali di servizi sociali  un'offesa - non solo per chi la legge la rispetta sempre - ma anche per chiunque abbia fatto volontariato e per chiunque abbia bisogno di assistenza. Chi ha preso questa decisione ha mostrato di essere, oltre che pavido e assoggettato alle solite logiche di potere secondo le quali al potente é concesso tutto; ma anche insensibile e incapace di comprendere il reale senso e il valore di ciò che l'assistenza significa in Italia.