martedì 18 marzo 2014

COME ELEANOR RIGBY




Sono cresciuto in quella parte dell'hinterland milanese che ancora non si può definire Brianza, perché collina non é, e che non si può più definire città, perché il vuoto dei campi pieni di stoppie e sterpaglie, punteggiato di tanto in tanto dalla presenza di qualche abitazione senza personalità, e tracciato da strade raramente movimentate, lascia intendere senza ombra di dubbio che la vitalità della metropoli si sia dissolta nel nulla.

Se sei adolescente e ti capita di vivere gli autunni in equilibrio sulla frontiera verso il nulla, senti quotidianamente il freddo e il grigiore che ti colano inesorabilmente nell'animo, spegnendoti progressivamente la luce. Se poi, hai la sfortuna di frequentare il Liceo Frisi di Monza, la fucina dove la classe dominante forgia le proprie generazioni future, il senso di smarrimento e di inadeguatezza diventa totale. Per cui ti ritrovi a quindici anni a percepire la tua relazione con i coetanei come una specie di deriva verso l'emarginazione, e una sottile sensazione di essere un disadattato ti coglie proprio quando invece avresti bisogno di compagnia ed affetto. Guardi le ragazzine ma non pensi sia il caso di avvicinarle perché hai la certezza che ti riderebbero in faccia; vorresti partecipare ad una conversazione con gli altri ragazzi della tua classe, ma sei timido e dubiti di riuscire a dire qualcosa di veramente intelligente, qualcosa che possa attirare l'attenzione su di te.

Per me l'adolescenza ha il sapore della solitudine. Che non significa necessariamente che sia un guaio: alla solitudine é meglio abituarsi prima possibile, perché é uno stato abbastanza ricorrente nell'esistenza di un individuo. 
Non era così brutta come vita: facevo grandi passeggiate per i campi coperti di rugiada della sera, tutto intorno casa mia, costeggiando i ruderi di una vecchia stamperia di mattoni arancioni, divenuta in seguito un magazzino di bottiglie, e poi un riparo per autotreni in transito e infine un diroccato monumento all'incuria. Passeggiavo e pensavo, pensavo tantissimo - senza soluzione di continuità e senza una direzione precisa da imprimere ai miei pensieri - lasciando che il freddo e il grigio mi avvolgessero.

Quando pioveva o faceva troppo freddo per uscire, mi rintanavo in camera, slanciando lo sguardo oltre la finestra, che dava su un capannone industriale dal tetto ondulato. Avevo recuperato a prezzi ragionevoli, in un negozio della vicina cittadina, due raccolte delle migliori canzoni dei Beatles. Non so perché avessi scelto di acquistare proprio dei dischi dei Beatles. Non ne sapevo nulla, e non erano certo il gruppo in voga al momento: più che altro alla radio passavano molto Der kommissar di Falco, Is there something I should know dei Duran Duran, piuttosto che There's something goin' on di Frida, l'ex voce degli Abba. 
Tuttavia le copertine di queste due raccolte mi avevano colpito, attirando irreversibilmente la mia attenzione; una rossa ed una blu con la foto dei quattro musicisti giovani e sbarbati che si sporgevano da una scala, e la stessa inquadratura riproposta quando gli stessi erano cresciuti ed avevano cambiato acconciatura, abiti, espressione e anche musica. La loro e quella del mondo che intorno a loro aveva girato.

Forse fu proprio quello il primo aspetto a colpirmi: vedere John, Paul, George e Ringo con le zazzere e la giacchetta nera di velluto, e poi vestiti con camicie di seta indiana a fiori, i capelli lungi, la barba: una metamorfosi interessante, forse anche una metafora di ciò che era successo nel decennio in cui ero nato. La proiezione di un desiderio che mi riguardava: abbandonare il mio aspetto convenzionale, così perbene e piccolo borghese, divenire stravagante, originale, eccentrico, più affine con ciò che avevo dentro, così diverso dall'ambiente ammuffito e modesto da cui provenivo che mi soffocava con la pretesa di uniformità e di omologazione. Avevo solo quindici anni e non avevo né carisma né coraggio per mostrarmi diverso da come mi si chiedeva di essere. E trovai riparo in quel quartetto.

Presi prima la raccolta rossa (ogni raccolta aveva due dischi) e misi un vinile sul mio stereo. I want to hold your hand, Love me do, Can't buy me love, Please please me. Erano canzoni d'amore, piene di ingenui pruriti: chiusi gli occhi e provai ad immaginarmi Londra, la swinging London dei figli dei fiori, di cui avevo letto da qualche parte: ragazze bionde, con coroncine floreali intorno ai capelli, minigonne e sorrisi raggianti; capelloni con abiti stravaganti che suonavano la chitarra agli angoli delle strade. Sollevai il braccio del giradischi, sostituii il vinile con uno della raccolta blu, e fui spettatore di un ribaltamento: Strawberry fields forever, A day in the life, Lucy in the sky with diamonds, While my guidar genlty weeps. 

Mi sorpresi a chiedermi se fosse lo stesso gruppo ad aver composto le prime canzoni e le altre. Lì dentro c'era qualcosa di diverso, una specie di evoluzione della coscienza, una perdita di incanto, il sopravvenire della disillusione, la percezione di un'esperienza extrasensoriale e psichedelica. Più tardi realizzai che i Beatles avevano camminato in equilibrio sulla sottile linea che separava l'epoca ingenua e speranzosa del dopoguerra dall'era disincantata della crisi e della rinegoziazione di tutti i sogni di cambiamento nati negli anni sessanta e soffocati dalla crisi e dalla recrudescenza della controriforma borghese. E questo gioco di equilibrismo li aveva cambiati tanto da condurli allo scioglimento: dissolvimento che ne aveva decretato allo stesso tempo l'immortalità.

Fu così che oltre i vetri della mia camera, un grigio tetto di lamiera, un prato incolto e una strada deserta potevano diventare la periferia di Liverpool, nella quale io potevo calarmi ad occhi socchiusi accompagnato da quella musica a volte gioiosa, a volte trasognata come la splendida Something, e immaginare di vivere in un mondo diverso dove la mia solitudine non fosse altro che un rifugio segreto nel quale incontrare questi quattro misteriosi musicisti e con essi dialogare sulle note della loro musica. 
Fighissimo, davvero.

Presto venni colpito dalla robusta malinconia di un brano: era una storia di solitudine, la storia di una ragazza di nome Eleanor che viveva di sogni, e attendeva davanti alla finestra. Fu così che mi immedesimai in Eleanor Ribgy e mi trastullai con quella solitudine.

Da lì iniziai una fantastica esplorazione di questo universo che é il mondo dei quattro scarafaggi di Liverpool: un universo costellato di episodi, dal PID, a John e Yoko, da Let it be naked alla famosa frase "Siamo più celebri di Gesù Cristo", dall'LSD al pacifismo. E man mano che mi immergevo nella conoscenza di questo universo ritrovavo tracce attuali nella musica, nelle citazioni, nei riferimenti culturali dei miei anni, nella mia stessa vita, contesa da immaginazione e realtà.

Musicalmente é difficile non ritrovare riferimenti ai Beatles in gran parte dei gruppi che da allora ai giorni nostri hanno fatto musica. Musicisti, artisti, registi tutti - in un modo o nell'altro - hanno un debito nei confronti dei Fab Four.

A volte mi chiedono "preferisci i Beatles o gli Stones?" Non tutto il mondo si regge su contrapposizioni, buon Dio! I Rolling Stones sono stati e restano tutt'ora un meraviglioso gruppo di blues/rock, ma la densità della storia - non solo musicale - dei Beatles lascia, a chi ha voglia di scoprirla, un'impronta che non si dissolve. E' sufficiente ascoltarli, con calma, ad occhi chiusi, per qualche ora, per capire le ragioni della magia di una band che da cinquant'anni continua ad influenzare i gusti musicali di milioni di persone: ecco cosa risponderei a chi mi chiedesse "perché ti affascinano tanto i Beatles?"