domenica 19 gennaio 2014

UN DATO DI FATTO

 Chi teme la liason Renzi-Berlusconi

 
Non c'era bisogno di aspettare che Silvio Berlusconi facesse visita alla sua succursale del Nazareno per realizzare che il Partito Democratico (o i suoi antenati DS e Ulivo) è da sempre la quinta colonna del Leader di Arcore.
 
La conclamata completa sintonia fra Matteo Renzi e il cittadino B ha una genesi lunga: parte dal 1996, quando Prodi e chi lo sosteneva ebbero il match point per escludere il fondatore di Forza Italia dalla scena politica mediante una legge che regolasse il conflitto di interessi: non la fecero e Forza Italia tornò a vincere alle successive elezioni politiche. E' proseguita con la costituzione del partito Democratico in cui i valori fondamento della sinistra venivano annacquati da un brodo neoliberista che serviva solo a confondere le idee dell'elettore e sperare (vanamente) di portare a casa un successo che non è mai arrivato. Ha avuto il suo apice con Enrico Letta che - pur di prolungare l'inoperosa agonia di un governo fatto di ciarlatani aggrappati alla poltrona - ha esitato a decidere della sua decadenza per una sentenza della Corte di Cassazione, offrendogli un incondizionato appoggio e cedendo ai suoi ricatti grossolani.
 
La verità è che questa sinistra ha bisogno di Silvio Berlusconi per affermare la propria esistenza: non avendo altri valori su cui appoggiarsi, non avendo argomenti politici da offrire all'elettorato, non avendo gli attributi per sostenere una battaglia laburista e socialista, afferma sé stessa come l'antitesi di Berlusconi, e in questo valzer perverso si è talmente confusa con il proprio nemico dichiarato da identificarsi con esso.
 
La prima volta che vidi Matteo Renzi in tv (e che lo ascoltai) pensai che fosse una macchietta frutto della satira politica; uno di quei comici toscani che ultimamente fioriscono su ogni rete televisiva, che recitasse il ruolo di un politico del PD dalle idee confuse, un po' come quando Sabrina Guzzanti faceva il verso a Massimo D'Alema rappresentandolo come un aristocratico indispettito dalle richieste del popolo.
 
Quando capii che si trattava davvero del Sindaco di Firenze, mi misi ad ascoltarlo con attenzione: dopo mezz'ora di fitto parlare, di metafore scontate, di provocazioni più simili agli sketch di Panariello o Pieraccioni che non ad un dibattito politico degno di questo nome, di strizzatine d'occhio al qualunquismo da sempre latente nell'elettorato, esclamai "Ma questo non ha nulla da dire!"
 
Mi stupisco che un simile cialtrone, di estrazione alto borghese e dal rapido percorso politico, sia riuscito a salire alla guida di quello che dovrebbe essere il grande partito della sinistra. Parlando con conoscenti, amici e sconosciuti incrociati rapidamente bevendo un caffè raccolgo quasi sempre questa considerazione: "Ma almeno lui vuole cambiare le cose".
 
Il cambiamento è un percorso che si compie partendo da una condizione di sofferenza o inadeguatezza per giungere ad una condizione risolutiva. Ora, l'inadeguatezza del sistema politico italiano è sotto gli occhi di tutti, così come la sofferenza (economica, morale e materiale) che essa genera. E non c'era bisogno che venisse un nuovo comico toscano a mostrarcela. Avremmo bisogno di qualcuno che disegnasse un percorso, serio e concreto, per uscire da questo pantano. Rottamare, rinnovare, sono frasi che lasciano il tempo che trovano e che - al limite - suonano più convincenti in bocca a Grillo.
 
Renzi per ora ha solo cavalcato il malessere (scelta facile e minimalista); non ha ancora spiegato quale sia la sua ricetta, quale sia il proprio orientamento politico, quali siano i propri principi e valori. Anzi, quando lo ha fatto si è smascherato, negando il valore dell'Art.18 e dichiarando la completa sintonia con Silvio Berlusconi.
 
La morale di questo sketch venuto male è che oggi le istanze della sinistra italiana non hanno rappresentanza politica. Peggio, forse: non esistono istanze politiche di sinistra, se è vero che è la base PD ad aver scelto il proprio leader a maggioranza quasi bulgara. E questo è un dato di fatto.
 
E questa è la vittoria di Berlusconi, che pur se sconfitto, pur se escluso dalla vita parlamentare ha ben tre stampelle con le quali percorrere il suo mortifero programma politico: Forza Italia, la nuova Destra di Alfano e il PD della strana coppia Letta-Renzi.
 
Non c'è davvero niente da ridere.

domenica 12 gennaio 2014

LOBOTOMIA DI UN POPOLO

In un libro di José Saramago intitolato Cecità, la popolazione di una città immaginaria - in un tempo immaginario - perde progressivamente la vista. I cittadini divenuti ciechi vengono quindi ricoverati in una specie di ospedale dai tratti molto simili ad un carcere, dove vengono accuditi da quelli che ancora non sono stati aggrediti dalla malattia. In tale carcere si viene a sviluppare una nuova organizzazione che prescinde dalle convenzioni, dalle abitudini e dalle leggi che avevano regolato la società fino a quel momento: in virtù di tale nuovo sistema - in cui evidentemente è il più forte a dominare - si scatena una lotta in cui ciascuno è contro tutti gli altri; la conseguenza è la nascita di una dittatura dei pochi che, avendo ancora la vista, possono inevitabilmente dominare i malati.
E' evidente la metafora che l'autore portoghese ha voluto sviluppare in relazione al buio delle coscienze nella società attuale e al ruolo determinante che la (dis)informazione ha giocato nel  realizzare il sistema politico nel quale ci troviamo.
Cecità potrebbe essere ambientato in Italia.
La progressiva perdita della vista ha origini lontane: possiamo individuare i primi anni ottanta come il momento in cui tale malattia ha avuto il suo sviluppo decisivo; la nascita delle televisioni commerciali e l'ascesa di Silvio Berlusconi sono elementi di un disegno preciso, anche se non immediatamente evidente. Le TV private di Cologno Monzese hanno iniziato a proporre una sottocultura e una modalità di informazione mai viste in precedenza. Eccezion fatta, forse, per il TG5 di Enrico Mentana (discutibile fin che si vuole ma improntato ad un tipo di giornalismo di stampo classico).
Per instaurare una dittatura c'è bisogno di due elementi cardine: il controllo delle informazioni e la trasformazione di un popolo pensante in un popolo senza aspirazioni e spinte, quindi manovrabile. Per raggiungere questo scopo è stato messo in atto un progetto su vasta scala, nel quale la televisione ha giocato il suo ruolo decisivo.
La potenza dello strumento televisivo si può percepire analizzando il linguaggio dei bambini di quattro anni, comparandolo con quello dei bambini di alcuni decenni orsono: i piccoli del giorno d'oggi hanno un lessico, una proprietà di linguaggio di ben lunga maggiori rispetto ai piccoli che eravamo noi. Lo sapeva benissimo Alberto Manzi che per primo sfruttò le potenzialità del tubo catodico per diffondere cultura fra le masse analfabete di un'Italia che stava affrontando la transizione da Paese agricolo a Paese industrializzato.
La televisione, entrando in ogni casa, consegna un prodotto che - una volta assimilato - determina incisivamente le nostre opinioni, il nostro linguaggio, l'oggetto dei nostri pensieri. Per le nuove generazioni la tv sta diventando una specie di droga, sulla quale si discute poco.
E qui si viene ad innestare il disegno di chi aspira ad instaurare un sistema dittatoriale: proponendo programmi ad hoc, negli ultimi trenta anni, chi controllava le principali emittenti nazionali ha praticato una precisa lobotomia sui cervelli di un'ampissima fascia della popolazione, modificandone aspirazioni, valori, obiettivi. Lenendo preoccupazioni legittime, soffocando slanci, indirizzando intenzioni.
Dall'altra ha regolato e distorto il flusso delle informazioni distorcendo la percezione della realtà politica, economica e finanziaria, fornendo punti di vista preconfezionati e surrettizi, creando mostri e nemici ad hoc, occultando eventi rilevanti, rendendo lo spettatore (termine che al giorno d'oggi è equiparabile al termine elettore) di fatto incapace di formarsi un'opinione propria ed indipendente, quindi libera.
E' riduttivo pensare che solo Berlusconi abbia operato per rendere cieca la popolazione italiana: una volta capito il metodo, molti ne hanno seguito l'esempio, per esercitare quella forma intermedia di potere finalizzata al perseguimento di quello superiore e finale.

E' impressionante sedersi davanti alla tv ed assistere ad uno qualunque dei principali notiziari: la cronaca politica è superficiale, fumosa e si focalizza più sulle schermaglie fra esponenti di opposte parti politiche piuttosto che esaminare e chiarire al telespettatore la portata dei provvedimenti approvati in Parlamento e le conseguenze che leggi e decreti avranno sulla vita quotidiana di ciascuno. La cronaca Internazionale si limita a fatti di costume o comunque marginali, senza alcun risvolto importante sulla comprensione degli eventi, nemmeno quando si parla di guerre. La cronaca nera, al contrario è morbosa, dettagliata: serve ovviamente a catalizzare la curiosità malata che alberga in ciascuno di noi. Un delitto efferato, uno stupro, storie violente di trasgressione aiutano a non pensare a ciò che non si è capito della cronaca politica e internazionale. Per infiocchettare il pacchetto disinformativo quotidiano, poi, ecco la cronaca rosa: una spruzzata di calendari - culi e tette funzionano da sempre -, di personaggi del Grande Fratello colti a fare shopping a Milano, e l'immancabile Balottelli-story. La marchetta quotidiana a vantaggio del produttore discografico e cinematografico che ha pagato di più, e il telegiornale è fatto. In un'ora scarsa lo spettatore pensa di avere avuto l'opportunità di farsi un'idea sul mondo che gli gira intorno: nei fatti, ne sa meno di prima.
Risultato: cecità totale su ciò che ci succede intorno. Sfogliando i giornali e guardando la tv in questi giorni scopro la virulenza del dibattito sulle unioni gay e sulla liberalizzazione della cannabis. Temo sia fumo negli occhi per nascondere qualcosa di ulteriore che piomberà a babbo morto.

A questo punto dell'operazione di lobotomia del Popolo Italiano si innesta un sistema di riforme ad hoc dell'apparato scolastico, quello che costituiva, o ha costituito per secoli il fiore all'occhiello del nostro Paese.
Italo Calvino affermò: Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o perché  i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce la sua istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere

Dei politici che ci hanno governato possiamo dire che fossero dei delinquenti, dei farabutti, ma non possiamo dire che fossero stupidi: il pensiero - di stampo vagamente qualunquista - che al governo ci siano sempre incapaci, fannulloni e stupidi è un ulteriore slancio verso la dittatura. Chi ci governa e chi ci ha governato ha sempre saputo perfettamente ciò che faceva. I danni fatti alla scuola pubblica non sono frutto di incompetenza, ma rientrano in un disegno mirante a trasformare gli individui in una massa indistinta di ignoranti privi di discernimento, incapace di autodeterminarsi e quindi bisognosi di una guida. Quel popolo bue che Mussolini conosceva molto bene.
Un Paese privo di una scuola di livello e di una stampa matura e competente, non potrà mai essere libero. Se i programmi di approfondimento giornalistico, le produzioni di divulgazione culturale e l'entertainement di qualità, vengono confinati sui canali secondari della Rai (perché le produzioni migliori non vengono mandate sui primi tre canali e bisogna andare a spulciare i canali Rai del digitale terrestre?) e ad orari assurdi, se Felti, Minzolini e Sallusti vengono considerati giornalisti credibili, e Le Iene e Striscia la Notizia programmi di informazione, che speranza avremo di essere davvero un Paese libero?
Ma la domanda che mi pongo alla fine di questo post è quella che riguarda ciascuno di noi: saremo capaci, nonostante le condizioni disastrose dell'informazione italiana e anche della scuola, di riaprire gli occhi con il nostro solo sforzo e di riacquistare vista e conoscenza, o saremo destinati ad un futuro di totale cecità?

mercoledì 8 gennaio 2014

L'EPOCA DEI VAMPIRI







Ora che anche Moody's ha sollevato dei dubbi sulla solidità della struttura finanziaria di Fiat dopo l'acquisizione di Chrysler, i cori e le genuflessioni della stampa di potere che hanno osannato Marchionne sembrano ciò che in realtà sono sempre stati: uno strampalato balletto di servi di scena, un cacofonico concerto di pappagalli addomesticati.


Chi, dotato di un'intelligenza degna di questo nome, ha letto i titoli trionfalistici che - solo pochi giorni fa - annunciavano l'incorporazione del marchio di Detroit nell'impero di Casa Agnelli - non può che avere storto il naso: l'esultanza di Marchionne era lecita dal personalissimo punto di vista del CEO di Fiat e della famiglia che storicamente ne detiene il pacchetto di maggioranza; tuttavia non poteva essere condivisa e corrisposta dall'Italia intesa come Stato, Popolo, Sistema Economico. Quei giornali che definivano l'operazione come una vittoria per l'Italia trascuravano infatti alcuni punti fondamentali che rappresentano lo sviluppo passato e futuro della storia di Fiat in Italia, almeno per quanto riguarda gli ultimi settanta anni di storia economica e politica del nostro paese.


Innanzitutto, la Fiat che si é permessa di impiegare un volume ingente di risorse finanziarie per regalarsi il giocattolo americano é la stessa azienda che - dagli anni settanta in avanti - ha ricevuto un continuo sostegno dallo Stato Italiano, sotto forma di finanziamenti a fondo perduto per investire in zone depresse; é la stessa azienda che ha scaricato sullo Stato italiano il peso dei fallimenti del proprio management, mediante lunghissimi e onerosi cicli di cassa integrazione; é la medesima azienda che - dopo aver ricevuto i suddetti finanziamenti a scopo di incentivo ad investire al Sud - ha scelto di chiudere o ridimensionare quegli stessi stabilimenti che avrebbero dovuto essere il frutto dell'incentivo all'investimento; infine, é la stessa azienda che ha optato per l'apertura di siti produttivi in Paesi del Terzo Mondo, dove sfruttare la manodopera a basso costo per costruire baracche da vendere in italia a prezzi elevati, creando disoccupazione in Italia e una classe di operai sottopagati in Brasile e Polonia.


E' la Fiat cannibale che ha acquistato a prezzi stracciati, nel corso degli anni, la Innocenti, l'Autobianchi, la Lancia, l'Alfa Romeo; con l'intento apparente di risanarle e rilanciarle; di fatto, poi, le fabbriche di tali ditte sono state smantellate, il personale licenziato e solo il marchio mantenuto in un disegno che prevedeva l'imposizione di un monopolio in uno specifico settore dell'auto sul territorio italiano, almeno fino all'arrivo delle case giapponesi.


Nel giorno del supposto trionfo, Marchionne sembra aver dimenticato la disponibilità  che i Governi della Repubblica hanno mostrato per almeno quattro decenni; nemmeno a parlarne di restituire quanto ricevuto: i fondi risultanti da lustri e lustri di vampirismo finanziario e imprenditoriale a danno delle aziende italiane facenti parte del cosiddetto indotto Fiat, ai danni delle casse dello Stato, ai danni della gran parte dei lavoratori italiani, sono stati investiti in una impresa finanziaria vanagloriosa e priva di alcun orizzonte interessante per chi vive e lavora all'interno dei confini italiani.


"Ora siamo costruttori globali" ha affermato Sergio Marchionne. Avremmo preferito che Fiat fosse un costruttore italiano, sensibile alla responsabilità che un imprenditore deve avere nei confronti del proprio ruolo di manutentore del tessuto sociale del luogo di appartenenza, che  - in questo caso - dovrebbe essere l'Italia.

Senso di responsabilità che avrebbe dovuto fargli porre domande del tipo: l'acquisizione di Chrysler porterà benefici agli operai e agli impiegati del Lingotto, di Termini Imerese, di Pomigliano d'Arco? Porterà benefici all'economia italiana? Creerà nuovi posti di lavoro o rimetterà in movimento l'economia di molte piccole imprese che per moltissimi anni sono state strangolate da Fiat? Domande che - naturalmente - nessuno della proprietà, nè del top management si é posto.



L'Headquarter di Fiat é di fatto a Detroit dove il vampiro ha già il proprio castello e le risorse stanno già fluendo in direzione del Michigan. E se ad un certo punto Fiat dovesse manifestare una eccessiva fragilità finanziaria derivante dal dover sostenere un impegno tanto gravoso, non c'é problema: ci sarà sempre un Governo Italiano pronto a gettare una ciambella di salvataggio, sotto forma di aiuti, incentivi alla rottamazione, cassa integrazione, negoziazioni per la chiusura temporanea o definitiva di siti produttivi nel Sud.

Soprattutto se - come é ormai evidente - i paladini del più grande partito della sinistra, ispirati ad un new-new labour e capitanati dal rottamatore Renzi che ritiene secondaria la battaglia sull'Art.18, conquisteranno Palazzo Chigi nelle prossime elezioni politiche.


E allora, qualcuno sa spiegarmi la ragione per tanto entusiasmo?

mercoledì 1 gennaio 2014

TESTOSTERHOMUS



 

Cosa spinge un uomo di 44 anni - con un glorioso passato sportivo alle spalle, una bella famiglia ed un invidiabile patrimonio in cassaforte - a sfidare una sorte che con lui era stata fino a quel punto benevola (essendo uscito vivo e pressoché illeso da una professione - quella del pilota di Formula1 - già di per sè rischiosa) per effettuare con gli sci una stupida incursione fuoripista, attività oltretutto notoriamente vietata?

Ci deve essere un residuo primordiale nel DNA maschile, una piccolissimo cristallo di proteina nascosto nel fondo di un cromosoma, che ci spinge a malintendere il concetto di virilità; che ci costringe ad interpretare la vita come una continua sfida.

Come se vincere la sfida, una qualunque sfida, ci rendesse migliori, più forti o più appetibili agli occhi della femmina con cui procreare e tramandare il nostro DNA.

Mettere a repentaglio la propria vita non é coraggio: é idiozia. Un malinteso, appunto.

Daniel Defoe, in memorie di un cavaliere, descrive le vicende del protagonista, un cavaliere settecentesco, tutto preso dalla foga di "farsi onore": a quell'epoca, farsi onore significava sfidare a duello e sconfiggere quanti più cavalieri possibili. Per cui ogni pretesto era lecito per giungere a singolar tenzone e far scorrere sangue altrui.

L'onore nel corso dei secoli ha cambiato nome varie volte: ora si chiama cercare il proprio limite, oppure assecondare la propria necessità di sfida. Queste azioni mi ricordano le gesta degli arditi frutto di una parziale interpretazione del superomismo di Nietsche: D'Annunzio il temerario, D'Annunzio il conquistatore, D'Annunzio il modello per l'uomo del fascismo. Appunto.

Sfidare la morte per scacciarla lontano. E spesso, invece, incontrarla.

Felix Baumgardtner - che si getta da una mongolfiera spedita ai limiti dell'atmosfera -, Patrick De Gayardon - che si tuffa in un cratere con un paracadute ridotto-, Michael Schumacher - che si porta il figlio in un fuoripista con neve fresca e rocce affioranti - cercano i limiti umani o semplicemente si rendono autori di azioni sconsiderate per sentirsi più machi? A che pro?

Noi maschi siamo quelli del sesso olimpico ("Sono andato avanti per un'ora"), dei nodi alla collanina per ogni ragazza che ci siamo scopati, delle patetiche partite di calcetto per ribadire la propria superiorità, del "chi ce l'ha più lungo" o del "ce l'ho duro"; siamo quelli che dobbiamo fare più carriera, guadagnare di più, avere avuto più donne degli altri. Quelli della partitina a poker, delle sfide alla playstation, del bet and win. Una misurazione continua, per sentirci vincitori, per sentirci vivi.

Non credo che la competizione sia la strada per il miglioramento. Non sempre, almeno.

"Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza": lo dice Ulisse, ai suoi, nel XXVI canto dell'Inferno. Quale virtute o canoscenza si persegue sfidando leggi della fisica già accertate? La forza di gravità, detta "g" é una forza misurata e certificata da Newton in poi: chi si butta senza paracadute seguirà la canoscenza di spiaccicarsi al suolo ad una velocità di 9,8 metri al secondo. Niente di nuovo.

E se esci vivo da una di quelle imprese tanto virili, non hai superato i limiti: secondo me hai avuto solo culo.

Dante, per bocca di Ulisse, parlava di una diversa curiosità, quella capacità di guardare oltre gli ordini precostituiti, oltre i limiti delle convenzioni, oltre le differenze superficiali. Quella capacità che ha rappresentato il fulcro del progresso.

Quel pezzo di cromosoma che da XX muta in XY rappresenta la sintesi di un'evoluzione bruciata. Ci ritroveremo un giorno a prenderci a testate (o a cornate) per il possesso di I-Phone, o per il supposto diritto ad accoppiarci con una femmina, che sceglierà liberamente, a prescindere dall'esito della contesa, o forse sceglierà un terzo, seduto in disparte a leggersi un libro.

O almeno si spera.