lunedì 24 novembre 2014

BUIO



Braccato dall'inquietudine del livido inverno. Come un feto dimenticato mi raccolgo sul divano. Le mie palpebre si arrendono. OBLIO. E' solo un effimero sollievo poiché il cuscino esplode in una nebbia di piume. Un cieco deserto acromo turbina dubbi e disorienta. Suoni sordi. Latrati nel buio freddo. La Menzogna sbava su di me, lurida mi confonde. Apparenza di abbandono la vertigine del sonno si impossessa degli occhi arrendevoli. Un lampo e la mia mente si rivela matassa vuota dipanatasi in uno sciamare di neri insetti forse chiodi aguzzi che - adornando i pensieri - li fanno sanguinare. STILLICIDIO. Dense gocce corrono dalle tempie violate. Mutano in lombrichi carminio e strisciano sulle guance. Si assottigliano in lame per solcare trasversali le labbra. Tutti i miei demoni come nero fiume sgorgano per tingere l'esangue deserto di un porpora agonizzante. Il sangue muta in mostruose formiche, ogni goccia si anima e moltiplica divorandomi. Mi metto a sedere sonnambulo inquieto. Le mani imbrattate cercano nel vuoto. Cammino scomposto. Un precipizio senza fondo rimbomba i lamenti del mio pensare malato. Invocazioni disperate, prive di udienza. METAMORFOSI. Uno stormo di corvi fluttua come ombra sulla luce. Il bagliore costante é Fede, Meta, Dogma. Si agghinda con le mie emozioni, riveste sé stessa dei miei sentimenti. Iene lupi sciacalli avvoltoi girano a spirale, vanamente minacciosi senza oscurarla. Nello stretto girotondo, un ghigno di filo spinato stritola il mio cuore, dono che le decora il petto. Dentro me fredde stalattiti emozioni sospese in attesa di una fine. In attesa del buio.
Ma fine non é. Come danza inquieta catalizza ogni demone scuro, stritola e rimescola. Redenzione e RISVEGLIO. Luce violenta appiattisce ogni ombra. Affila contorni. Delinea il pensiero. La consapevolezza mi investe con fragore di vento. Non più demone, é Vita. E' domani.

Occhi aperti.


Ph Gianna VIviani

giovedì 23 ottobre 2014

A CASA NOSTRA





Mi é capitato di recente di rivedere, nel giro di pochi giorni, due film che ho trovato molto belli e molto rappresentativi di ciò che é la società italiana nel secondo decennio del ventunesimo secolo. I film si intitolano A casa nostra, di Cristina Comencini e Il capitale umano di Paolo Virzì. le due pellicole sono uscite nelle sale con un intervallo di dieci anni l'uno dall'altro, ma sembrano girati contemporaneamente. 

Nel girare Il capitale umano, Virzì abbandona i luoghi familiari e il contesto pittoresco e popolano di Livorno, per ambientare la sua storia densa di cinismo e di amara rassegnazione, in una buia, fredda, nevosa e nebbiosa (o nervosa e rabbiosa) Lombardia: un'ambientazione a cavallo fra Varese, Milano e la Brianza per costituire un tutt'uno immaginario e simbolico di quella residua parte d'italia dove il benessere non é ancora - almeno all'apparenza - scalfito dalla crisi economica. Niente più case popolari, niente più cortili sgarruppati e pieni di calore umano anche se un po' rozzo, ma ville e palazzi settecenteschi, auto di lusso, cene rotariane e contesti raffinati.

Qualcuno, cercando una scorciatoia superficiale, ha letto il film come una satira amara sul lombardo ricco.

Troppo facile.

In questo film c'é tutta la miseria italiana dei nostri tempi. C'é la cinica ricerca dell'arricchimento rapido e senza rischi, c'é lo smarrimento dell'individuo - uno smarrimento emotivo e morale -, c'é il baratro che separa alcuni settori della società (settori esigui con patrimoni maggioritari) da altri completamente privi di privilegi; c'é il disprezzo per la vita umana. I personaggi - tratteggiati alla perfezione da attori in stato di grazia - sembrano stereotipi. Ma é la cultura contemporanea che sta spersonalizzando gli individui, incasellandoli in ruoli, stereotipandoli secondo una crudele selezione naturale. 

Il successo é il fattore evolutivo. Quello venalmente economico, ça va sans dire!

La lotta di classe, nel DNA di Virzì, é solo accennata qui, ed annacquata da un finale meno amaro di come avrebbe potuto essere. Resta il disgusto, secondo il regista, di vedere che il valore dell'individuo sia legato alla propria capacità di produrre ricchezza. Concetto fondamentalmente in vigore presso le istituzioni dei giorni nostri, dove far politica significa esclusivamente muovere denaro, sottrarlo, gestirlo. Mai creare benessere o redistribuire equamente quella ricchezza.

Un lento oblio etico che ha provocato una deriva i cui frutti si vedono quotidianamente.

Un oblio morale che Il film della Comencini, A casa nostra, analizza in modo asettico, come fosse un documentario. Ambientato nella Milano della Finanza aggressiva del 2000, una Milano smunta e anemica, espressa dalla quasi assenza di colori (il grigio é il colore dominante, come una cortina opaca che copre tutte le coscienze), racconta degli intrecci morbosi fra banchieri, finanzieri e politici. E fin qui niente di nuovo. 

Ma il denaro, ammonisce la Comencini, affascina chiunque e non solo gli spietati uomini di affari che lo maneggiano abitualmente e abilmente.

Il palazzinaro Gino (Fabrizio Bentivoglio) e lo chaffeur Gerry (Luca Argentero) dilettanti dell'arricchimento che sono disposti a gesti abietti pur di avere la loro fetta di torta, non sono migliori di Ugo (Luca Zingaretti) o Giovanni (il monumentale Fabrizio Gifuni) che di questo meccanismo malato sono i perni centrali e i protagonisti. Tutti, ciascuno a proprio modo, recitano una parte grottesca e meschina su questo palcoscenico. 

E i puri, se ci sono (nei due film sono forse rappresentati dalla figlia del palazzinaro e da Otello, il mentecatto che si innamora della prostituta), finiscono col soffrire ed essere emarginati.

Lungi dal tenere atteggiamenti moralisti, Comencini e Virzì sembrano chiedersi quando e che cosa e ha causato questa polarizzazione dell'individuo contemporaneo verso l'ossessione per la ricchezza facile. Differentemente dai film americani degli anni 50, buoni e cattivi non sono separati da una linea invisibile e manichea, ma si frammentano in mille pezzi incoerenti fra loro. Anche la regia é volutamente frammentaria: Virzì racconta la stessa storia da differenti punti di vista, la Comencini segue l'intreccio convulso di vite alla maniera di un Altman di America Today. Frammenti e schegge: macerie della disgregazione di uomini e donne, letteralmente tritati da un cambio di visione sulla vita, incapaci di trovare una strada alternativa e - quindi - destinati alla spersonalizzazione.

E il risultato di questa analisi é controqualunquista: la società malata produce una classe politica corrotta, e non viceversa, come spesso fa comodo credere.

lunedì 20 ottobre 2014

MATTEO RENZI, IL PRIMO LEADER POST-MODERNO




Non molto tempo fa, Fausto Bertinotti ha definito Matteo Renzi il primo grande leader postmoderno. Tale esternazione dell'ultimo leader della sinistra é stata accolta con eccessivo clamore e smodata indignazione dagli ambienti progressisti e post-comuisti.

A dispetto delle critiche, credo che l'attuale capo del Governo incarni in sé quelle che sono le caratteristiche basilari del leader politico moderno: l'opportunismo, il relativismo, una buona dose di cinismo, l'inclinazione alla menzogna, l'abilità a spararle grosse e una totale ignoranza dei problemi del Paese, un distacco totale da quella che é la situazione reale (quando parla di famiglie che devono accontentarsi di un reddito di 2.000 Euro, dimostra il totale scollamento con quelle che sono le difficoltà attuali delle famiglie).

Oltre ad un morboso utilizzo della propria immagine sui media, strumentale ad un monologo martellante nei confronti del popolo (in senso lato ed indefinito), unico interlocutore riconosciuto dall'ex Sindaco di Firenze.

La formazione del post-modernismo in politica ha origini ormai lontane: la caduta del Muro di Berlino ed il grossissimo equivoco che ne é derivato. Crollando, le sanguinarie dittature del socialismo reale si sono trascinate nell'abisso della Storia anche i principi socialisti ai quali - alla propria nascita - si erano (forse) ispirate.

E l'equivoco, il peccato originale di questa transizione ideologica, sta nel fatto che la sconfitta del Comunismo dell'Europa orientale dovesse per forza rappresentare la sconfitta degli ideali della sinistra. Dell'ideologia progressista, del concetto di sinistra.

Da questo peccato originale sono nati una serie di mostri bifronti, a partire dal New Labour di Tony Blair per finire, purtroppo, al meschino movimento pseudo-politico denominato Partito Democratico. Il quale, dopo una lunga oscillazione e un frenetico ricambio di Leader (Veltroni, Franceschini, Bersani) ha finalmente trovato una figura capace di rappresentare ed incarnare il vuoto incoerente che lo caratterizza: Matteo Renzi.

Renzi ha studiato bene la parabola politica di Silvio Berlusconi, e sta cercando di replicarla - mondandola degli eccessi che ne hanno costituito fino ad un certo punto la forza, ma anche la vulnerabilità.

Berlusconi aveva scelto una parte politica, la destra, scegliendo di fare leva sugli aspetti più biechi e facili da vellicare dell'elettorato conservatore: il machismo, l'odio per lo Stato, la lamentela sulle imposte e - soprattutto - l'anticomunismo. Proprio l'azione anticomunista da bar ha fatto in modo da abbattere le ultime deboli convinzioni di un elettorato fondamentalmente ignorante e disilluso, che ha spesso votato per opportunismo, indifferenza e cinismo, senza lasciarsi troppo coinvolgere - negli ultimi 30 anni - da impeti ideologici o - men che meno - idealistici.

In assenza di una sinistra solida e robusta, che sapesse difendere con convinzione i principi di solidarietà, uguaglianza, pari opportunità, propri dell'area di pensiero socialista, si é così progressivamente diffusa (in Italia ma anche in Europa, seppur con minor definizione) la convinzione che l'unico pensiero valido e degno di considerazione, sia quello liberista-capitalista.
Assodata l'estinzione del pensiero socialista o, meglio, banditi i temi sociali dal contesto politico italiano, gli unici argomenti degni di nota sono stati quelli - fondamentalmente nichilisti - relativi all'apparenza; apparenza che significa apparire in superficie e apparire sui media: tale tendenza é amplificata dallo sfondamento a livello di massa, dei social network.

Soppiantati e ridotti a fenomeni di nicchia i quotidiani su carta stampata, specie quelli prettamente politici (l'Unità ridotta a carta per avvolgere la frutta ne é un semplice esempio), occupate in modo strategico le televisioni, inondati i social network con cinguettii accattivanti a presa rapida, il MegaRenziShow é diventato un fenomeno endemico della nostra Nazione.


Matteo Renzi raccoglie consensi a scena aperta, senza che abbia fatto o detto nulla di rimarchevole, anche presso insospettabili del pensiero politico. Il tutto a colpi di slogan, banalità, promesse quasi disarmanti per quanto appaiono ingenue. E' che l'attuale Presidente del Consiglio, uomo scaltro ben oltre la sua apparenza da allocco, ha saputo studiare ed interpretare la pochezza politica dei propri interlocutori, siano essi rivali parlamentari o elettori in cerca di risposte.

A differenza del suo Padrino (in tutti i sensi), non si rivolge ad una parte. Parla a chiunque abbia voglia di ascoltarlo: il suo messaggio non ha connotazioni cromatiche; anzi, non ha proprio connotazioni. Il suo é un populismo all'acqua e sapone: pensieri deboli per menti deboli, qualcosa di simile al fast food della politica. Ricorda tanto le canzonette estive che diventano tormentoni proprio perché orecchiabili, pur se prive di sostanza poetica e musicale. 

Dammi tre parole: sole, cuore, amore.

Lui promette e scappa, rassicura e scompare, spara banalità a raffica, sottraendosi al contraddittorio che lo sbugiarderebbe, offrendo comunque la convinzione di essere presente ed attento. Fa dimenticare una promessa non mantenuta coprendola con una nuova, più semplice da comprendere e più accattivante.

"Almeno ha voglia di cambiare le cose", "almeno fa qualcosa": queste sono le frasi che sento ripetere ai bar, sui mezzi pubblici, dal panettiere. 

Qualcosa. L'obiettivo minimo richiesto a Massimo D'Alema da Nanni Moretti in Caro Diario.

Questo é il desolante livello raggiunto dall'azione politica del Governo. Per rottamare non ci vuole molto. Il difficile é fare spazio fra le macerie e costruire qualcosa che non abbia il senso effimero di uno slogan, e che permetta sopravvivenza dignitosa agli italiani.

Invece siamo fermi al qualcosa. Se non é nichilismo questo.

Il segnale più preoccupante é dato dal fatto che perfino Berlusconi é saltato, pur senza troppa pubblicità e a fari spenti, sul carro fiorentino. E ne ha ben donde: rinnegando il valore degli Organi Parlamentari, disprezzando il contributo delle parti Sociali, screditando la Magistratura, vedendo il Popolo come unico destinatario delle sue sparate da Danton borghese, Renzi sta rapidamente contribuendo all'obbiettivo finale della loggia P2, ossia lo smantellamento dello Stato, il tutto per lasciare campo libero all'azione di chi da tutto ciò ha da trarre tutti i vantaggi: la finanza e la grande industria.

 Facciamo qualcosa.

lunedì 8 settembre 2014

CASTIGAT RIDENDO MORES



Recentemente mi trovavo in un ristorante molto elegante, in una rinomata località turistica italiana. Al tavolo accanto al mio sedevano due giovani coppie di Roma: sufficientemente rumorose, con abiti mediamente pacchiani e gioielli in bella vista. Abbronzature lucide, labbra rifatte, capelli ossigenati e tutto il campionario di cliché dell'arricchito.

Non era difficile origliare le loro conversazioni: parlavano a voce talmente alta di viaggi alle Seychelles, di auto di lusso (il dibattito era fra il Grand Cherokee e il Porche Cayenne), di import-export, le mogli confrontavano i brillanti che avevano al dito e gli abiti presi a Forte dei Marmi o in Montenapoleone; al momento delle ordinazioni, la scelta cadde su del vino bianco. Poco dopo, il cameriere - dai modi sussiegosi ed affettati - giunse al tavolo esclamando fiero "Chardonnay!".


Al che, uno dei due maschi - sistemandosi il colletto della camicia - rispose "Ehm, no, guardi: parli pure italiano, 'semo de Roma". 


Sembrerebbe una barzelletta; é semplicemente uno spaccato di vita reale.



Ogni epoca ha i suoi cantori e i suoi censori. Gli anni 50 videro il neorealismo di De Sica  che descriveva l'Italia misera del dopo guerra e i suoi patetici sforzi per rialzarsi. Gli anni 70 ebbero Bruno Corbucci, Luciano Salce, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, eccellenti interpreti di un certo tipo di Italiano un po' cialtrone, malinconicamente mediocre e - tutto sommato - innocuo. Pudico nel suo essere mariuolo, ancora preoccupato di mantenere la forma pur nella meschinità.

Spesso mi sono chiesto se i fratelli Vanzina possano essere considerati alla stessa stregua dei grandi registi del passato, che hanno documentato e - in un certo modo stigmatizzato - i costumi dell'epoca in cui hanno vissuto. Io dico di sì: la loro sfortuna risiede nel fatto che hanno dovuto cantare un'epoca, gli anni '80, che cominciava ad impoverirsi, non tanto dal punto di vista economico, quanto invece del decoro.

Credo, bandendo ogni forma di snobismo improduttivo, che un minimo di analisi sulle opere di questi due fratelli romani padri del tanto fustigato cinepanettone, vada fatta. Senza pregiudizi stolti, figli di una supponenza intellettualoide che nulla ha portato al dibattito culturale; senza che si gridi alla blasfemia.

Vacanze di Natale, il capostipite della lunga serie di film che - sotto le feste invernali -  riempiono tutt'ora le sale cinematografiche, é una carrellata di personaggi grotteschi, apparentemente caricaturali. E' tuttavia girato con una modalità che non si discosta tanto da America Today di Altman: una investigazione (Altman mediante inseguimento con la steadycam, i Vanzina con inquadrature classiche) delle vite di personaggi, ciascuno disgiunto dagli altri, che convergono pochi giorni della loro vita a Cortina d'Ampezzo, durante le festività natalizie del 1983. C'é il macellaio romano arricchito che ostenta con rozzezza il proprio Rolex. C'é la famiglia finto aristocratica-alto borghese che sistematicamente muove dalla Capitale fino alla palazzina di famiglia, per celebrare il Natale. C'é il cumenda milanese, che alla bella moglie preferisce le disquisizioni sulle automobili, l'animatore piacione dalle tecniche seduttive abborracciate e ripetitive. C'é un'Italia che sta cambiando, sotto l'influenza della sottocultura artatamente (lo si vedrà dopo) diffusa dalla nascente stella di Canale5, spesso citato come strumento divulgativo del neo-pop che dieci anni dopo procurerà milioni di voti a Forza Italia..

Sanzionare i difetti dell'essere umano mettendone in ridicolo i caratteri distintivi, esaltandoli al punto da farne diventare una sineddoche vivente, era tecnica comune dai tempi di Plauto. I Vanzina hanno estremizzato tale tecnica mescolandola al vaudeville, virando quindi verso la farsa, perché la farsa é il genere che - purtroppo - meglio si addice agli ultimi decenni di storia della nostra Nazione.

Per fare questo hanno utilizzato i volti e i modi adeguati di Christian De Sica, di Gerry Calà, del compianto Guido Nicheli, di Claudio Amendola.

Macchiette, si diceva. O forse, tipi.

Proprio qui sta il nocciolo della questione: se oggi (a circa 30 anni di distanza dal capostipite dei cinepanettoni) si accostano i personaggi di Vacanze di Natale a ciò che la società italiana propone quotidianamente - qualsiasi sia lo strato al quale approfondire l'esplorazione - viene da chiedersi se I Vanzina abbiano giocato ad affermare che i protagonisti dei loro film esistono eccome, oppure se essi abbiano fatto emergere certi aspetti che covavano sotto la cenere formale dei comportamenti socialmente accettabili e che adesso sono conclamati.

Quindi i Vanzina come lente di ingrandimento o come fonte di influenza di costume, e non solo autori di sberleffi cinematografici. Un differente materiale umano, per un differente genere cinematografico.

Quando vedo i miei amici quarantenni che si sfiniscono di fantacalcio e di calcetto, non riesco a non pensare alla scena romantica in cui Antonellina Interlenghi si avvicina al fidanzato, romano e romanista, per fargli gli auguri di buon anno.

- Dì un po' - le chiede lui, abbracciandola - secondo te dove lo festeggia il Capodanno Toninho Cerezo*? Secondo me dorme, perché é un professionista.

Quindi la presunta deriva cinematografica da Vittorio De Sica ad Enrico Vanzina rappresenta fedelmente il percorso seguito dall'Italiano medio lungo gli ultimi sessant'anni, senza che ciò voglia esprimere un giudizio di carattere morale. Un neoverismo impietoso che trascende gli snobismi e le schizzinoserie da cineteca, su un'Italia ipocrita, omofoba, macha, sessista, e parvenue, chiosata alla perfezione dal monologo che Christian De Sica - trovato a letto con il maestro di sci - rivolge ai genitori:

"Papà a te t'ha fregato il benessere. Tu facevi il capomastro. Invece adesso c'hai soldi e ti scandalizzi"

martedì 12 agosto 2014

CARELESS WHISPERS (Racconto pornografico adolescenziale)*




Due colpi di batteria e poi il sassofono si strozzava impazzito come se si stesse lamentando.

La voce di George Michael usciva dagli altroparlanti e riempiva la piccola sala rivestita di legno: era "Careless whisper", e la conoscevo bene, perchè in quel periodo si sentiva su tutte le radio.
Le mie compagne al liceo la cantavano sempre all'intervallo e avevano le parole scritte sui loro diari.


Io stavo seduto sul divano, chiedendomi perplesso perché quel tipo così strano, con la barba e i capelli sbiondati e due grossi orecchini d'oro ai lobi, facesse tanto impazzire le mie compagne di scuola: nel video che trasmettevano a Dee Jay Television era addirittura conteso da due donne grandi, una bionda e raffinata con l'aria un po' triste, e una bruna che andava in giro con lui su un motoscafo, con lo sguardo fisso verso il mare. E la bionda era gelosa della bruna, capito?


Va be', comunque in fin dei conti, quella canzone aveva un senso e stava bene insieme alla neve che cadeva oltre i vetri, e le lucine di Natale appese al balconcino della villetta.

Valeria era di là, in bagno. "Vado a prepararmi" aveva detto.

Ma non avevo capito tanto bene cosa dovesse preparare. Cioè, mi sembrava già bella così, quando in sala giochi mi aveva detto che - siccome i suoi genitori erano andati a cena da amici - aveva la casa libera e quindi, se volevo, potevo andarci.  Io le avevo risposto "certo, va bene" anche se stavo giocando a flipper e la partita non mi stava andando affatto male: stavo quasi per battere il record di Pinball Champ, il record che aveva stabilito Fax, capito? Quello con la maglietta degli Iron Maiden e la fascetta di spugna sul polso, e che piaceva tantissimo alle ragazze della mia compagnia. 

Sinceramente mi arrabbiavo quando le mie amiche dicevano che Fax era bello. Sembrava uno zombie, sempre vestito di nero, con quei pantaloni stinti, e i capelli lunghi calati sugli occhi.

Anche Valeria, una volta aveva detto "Me lo farei" e io avevo sentito una specie di nodo allo stomaco, perchè mi sembrava una profanazione che lei fosse disposta a mettersi insieme a quello scheletro metallaro, così rozzo e prepotente.

Il mio amico Fabrizio diceva che alle ragazze piacciono quelli così, che allungano le mani e baciano con la lingua, anche se fanno finta che non sia vero e fingono di arrabbiarsi se tu tocchi loro il culo o le tette.

Ma io non volevo crederci, perchè io credevo che le ragazze fossero come angeli, e gli angeli non amano farsi toccare.

Mi rimbalzava nelle orecchie la parola rispetto, che il parroco ripeteva sempre.

E Fabrizio mi prendeva in giro, perchè diceva che invece sono esattamente come noi, e hanno le stesse voglie, e come noi vanno anche in bagno, e sudano, e al mattino hanno l'alito pesante. Tutte, compresa Valeria, diceva lui.

Va be'. Comunque Valeria era carina, con questi capelli ricci e neri, e le tette grosse. Certo, non era bella come la sua amica Laura, che era bionda e - anche
se aveva le tette più piccole - aveva un modo di camminare che mi piaceva moltissimo; e poi d'estate aveva dei sandali - che lei chiamava "alla romana" - che quando li metteva io non riuscivo più a toglierle gli occhi dalle gambe.

E in definitiva, a me le tette grosse non sono mai piaciute! 

Ma Laura non era venuta a Bratto quell'inverno, era andata a Cortina dal suo nuovo ragazzo, uno più grande, che aveva la moto Honda e faceva le gare di sci e aveva la casa lì.

Cioè, io ero arrivato in montagna contento perchè l'avrei vista, poi avevo visto Annalisa, la sua sorella più piccola, che mi aveva detto di Cortina e di tutto il resto. E mi ero incazzato, capito? Non incazzato, ma ci ero rimasto male, speravo di invitarla alla festa di Capodanno che volevamo fare nella casa sopra quella del parroco. 

E lei era a Cortina, fanculo!

Così ero andato a sfinirmi di Pinball Champ e avevo cercato di non pensarci più.
- A cosa stai pensando? - Valeria era uscita in silenzio dalla camera e mi aveva quasi spaventato. Si era messa il lucidalabbra e un fiocco bianco a legarle i capelli.
- A niente...ascoltavo la canzone.
- Adoro questo disco, me lo hanno regalato i miei zii per natale. Ti piace?
Si sedette sul divano e io percepii il suo profumo di fragola, come se fosse una Big Bubble. E anche in bocca sapeva di Big Bubble: lo dico perché all'improvviso mi ritrovai le sue labbra appiccicose di fragola stampate sulla bocca.
Si era messa a cavalcioni su di me. Le sue tette, davvero grosse, si schiacciavano contro il mio petto.

Pensai a Fabrizio e a quello che mi diceva sempre, e provai - non senza un certo impaccio - a metterle le mani sui fianchi e a baciarla.
Sì, non è che fosse un gran bacio, muovevo le labbra avanti e indietro, come avevo visto fare nei film. Indiana Jones baciava così la sua ragazza, quella che beveva un sacco di grappini senza ubriacarsi: la baciava così, o almeno credo. Perché ad un certo punto Valeria si è staccata e mi ha detto:
- Perchè non provi ad aprire la bocca?
Pensai "fanculo Fabrizio" e aprii la bocca e tirai fuori la lingua: all'inizio fu un po' strano, perchè pensavo che mi avrebbe fatto schifo sentire in bocca la saliva di un'altra persona. E invece mi sbagliavo, perché era bello e adesso non avevo più voglia di smettere; anzi le strinsi le mani sulle tette. Valeria faceva dei versi strani, come dei mugolii e cominciai a credere che Fabrizio avesse davvero ragione. 

Valeria si staccò dalla mia bocca - e sono sicuro di aver intravisto uno sguardo soddisfatto nei suoi occhi: forse l'avevo baciata davvero bene. Forse le piaceva che le avessi toccato le tette.

Forse Fabrizio aveva davvero ragione, no? E allora il parroco dell'oratorio si sbagliava di grosso!

Comunque, si slacciò la camicetta e scivolò fra le mie gambe. Prima che riuscissi ad immaginare o a sperare qualcosa, mi aveva già aperto i jeans. Incredibile vedere come fosse abile a slacciare i bottoni dei miei levi's: cioè, io ci mettevo sempre un sacco e invece a lei era bastato davvero poco e adesso aveva già la mano nella mia patta.
E mi guardava, e le sue labbra luccicavano, non so più se per il lucida labbra alla fragola o per i miei baci.
E poi sentii che mi aveva tirato fuori l'uccello e poi lo aveva messo in bocca.
Era la prima volta che...insomma, la prima volta che una mi prendeva in bocca l'uccello.
Una volta avevo visto un film porno, a casa del mio compagno di banco che nascondeva le cassette porno dietro ai film di Walt Disney della sorellina, così che dietro agli "Aristogatti" c'era "Moana e Cicciolina ai Mondiali".

Insomma, c'era questa svedese - cioè, credo fosse svedese, perché era bionda alta e sembrava proprio una svedese - che se lo infilava in bocca, quasi fino in gola, o forse davvero fino in gola.
E mi chiedevo se i denti di lei non facessero male all'attore. Beh, adesso potevo dirlo: i denti non si sentivano proprio! Sentivo solo la lingua e le labbra di Valeria. E mi piaceva.

Ma era davvero molto più bello di quando lo prendevo in mano io. A dire il vero, era bello anche quando lo prendevo in mano io, e chiudevo gli occhi e pensavo a Laura e mi immaginavo di essere in camera dei suoi genitori, sotto le lenzuola e di averla nuda sotto di me.
E poi non immaginavo più niente, perchè non serviva più. Insomma, mi sono spiegato, no?

Ecco, comunque la bocca di Valeria era molto meglio della mia mano, e sentivo il suo respiro sulla mia pancia.
E poi è successa una cosa strana, perchè mi è venuta in mente Laura e le sue gambe sottili nei sandali alla romana e ho immaginato di correrle dietro in un prato e di raggiungerla e di saltarle addosso e di baciarla, e poi sono sprofondato in una vertigine buia chiusa a spirale nei miei occhi serrati, mentre un formicolio mi partiva dal basso-ventre e si arrampicava lungo l'uccello. Cercai di dire qualcosa, tipo:

- Valeria...sto per... - ma Valeria non si fermava, anzi accelerava, mi spiego?

Anzi, a pensarci bene, mi rispose qualcosa come "mmmghh" che non capii bene cosa volesse dire, ma mi sembrava detto con un tono rassicurante, per cui mi rilassai sul divano e la lasciai continuare.
Non a lungo però, perchè dopo poco sentii che il formicolio stava aumentando e involontariamente mi misi a muggire, sì, muggire come un toro prima di incontrare El Cordobes e poi esplosi.
Le labbra di Valeria, quando si rialzò, erano ancora lucide, e non sono certo che fosse il lucidalabbra alla fragola.

Aveva il fiatone, e sorrideva, e i suoi occhi scuri erano vispi e luminosi.
Guardò l'ora e disse "Adesso vai, altrimenti i miei ti vedono qui".

Mi ritrovai per la strada, a canticchiare "Careless Whisper", camminando all'indietro per vedere l'impronta del carroarmato delle mie Timberland sulla neve fresca. Prima o poi l'inverno sarebbe passato, e io mi sarei ritrovato di nuovo lì, e forse avrei trovato anche Laura...







*Racconto già pubblicato su ISR nel 2008 a nome DarkS

giovedì 7 agosto 2014

E LA CHIAMANO ESTATE



L'afa é tale da aver trasformato l'aria in un vetro smerigliato spesso e opaco a coprire la spiaggia che sfuma con uniformità nel mare. Un mare piatto, blu, privo di onde. Poche nuvole candide galleggiano basse senza apparire incombenti. Ma ho l'impressione che - se alzassi la mano - potrei toccarle.

Gli ombrelloni e i lettini sono perfettamente allineati dalla mano paziente e meticolosa di un bagnino solerte, che ora sonnecchia sulla sua seggiola, cullato dal lento rumore della risacca. Nemmeno un filo di vento rompe l'equilibrio di questa mattina placida e pigra.

Un classico bar sulla spiaggia, dal sapore antico: un bancone in acciaio, un lungo specchio alle spalle, pizzette e panini nella vetrina; cedrate, tè freddo e coca cola. Una scatola di Goleador sulla sinistra, un espositore pieno di sacchetti di patatine San Carlo, sulla destra. Il profumo di caffè levita nella fresca penombra, mentre dagli altoparlanti della filodiffusione proviene musica italiana datata; molto datata, direi: canzonette anni sessanta, con un vago retrogusto evocativo.

In questo scenario, una coppia si inoltra discreta e silenziosa, come se fosse estranea a tutto, estranea agli altri bagnanti, estranea a sé stessa.

La ragazza é bassa di statura, pallida, con lunghi capelli neri e lisci; gli occhi, che voglio immaginare piccoli, scuri e privi di luce, sono nascosti da vistosi occhiali D&G. Indossa un camicione bianco che la disegna sulla vita e i fianchi. Non trasmette emozioni, si muove fluida ma priva di intenzioni, trattenendo sulla spalla un'ampia borsa di paglia.

Il ragazzo pare uscito da Harvard, con quel taglio vagamente kennediano al quale ha sottomesso i capelli castano chiaro: rasati ai lati del capo e sulla nuca, un folto ciuffo sulla fronte. E' ben nutrito, e il volto abbronzato é illuminato da un sorriso un po' ebete, che non manifesta gioia, quanto piuttosto assenza di pensiero. Sotto il braccio destro regge un plico di giornali, il Corriere della Sera, Auto Capital, Il Mondo (finanziario), Panorama.

Camminano silenziosi sulla passerella in legno fino alla sabbia. Prendono posto al loro ombrellone. Non parlano. 

Lei con sommessi mugolii da micetta autoritaria gli indica la posizione del suo lettino. Scuote la testa un paio di volte, insoddisfatta. Infine annuisce.

Lui esegue sorridendo con la fierezza di un solido maschio alfa che si prende cura delle necessità della propria femmina. Il lettino ora é completamente esposto al sole e lui invece può tornare all'ombra.

Lei si siede, fruga nella borsa, sceglie la crema solare, si increma il viso, le braccia, le gambe secche e bianchicce.

Lui si abbandona sulla sedia a sdraio, si batte le mani sulle cosce poderose. Osserva il mare, sorridendo soddisfatto. Tutto in lui esprime ottusa soddisfazione. Annuisce, inspira dalle ampie narici. Si sistema i Ray Ban modello vintage, con il profilo di metallo chiaro che contorna la parte inferiore della lente e le stanghette tartarugate. Passa la mano fra i capelli del ciuffo bostoniano. Pochi pensieri gli attraversano la mente. Gioca con le dita sul vistoso Rolex in oro e acciaio.

Lei si sdraia al sole. Sospira. Il ventre piatto si muove lentamente. Arriccia le labbra ed emette un mugolio annoiato.

Lui sfoglia il magazine automobilistico, sembra interessato alle prove su strada del nuovo Porsche Cayenne. Aggrotta la fronte e la bocca si storpia in un broncio perplesso.

Lei si mette a sedere. Percorre la pelle dello stinco con la punta dell'indice. Sembra contrariata. Alza il capo e getta lo sguardo verso il mare, quasi indispettita da quella visione. Si distende sul ventre, slaccia il top del costume. E sospira.

Lui ora sta sfogliando il Corriere della Sera. La pagina economica, rapidamente. Poi la cronaca italiana. Infine, un'intervista ad Erick Thohir, presidente dell'Inter. Il grugno si distende in sorriso.

Lei si é di nuovo messa a sedere. E' chiaramente inquieta. Si sta levando dei punti neri, desolata dall'evidenza di questa necessità. L'attività sembra rasserenarla, le sue labbra sono meno serrate, quasi si si distendono in un sorriso.

Lui ora sta sfogliando Panorama, legge l'occhiello di un articolo sul patto del Nazareno, non si sofferma troppo. Passa altre pagine, trova un articolo che gli pare interessante: parla delle wags, le compagne gnocche dei calciatori più in voga. Si abbandona allo schienale e si immerge nell'interessante lettura.

Lei si alza, sorpresa di essere riuscita a compiere quel gesto. Pochi passi guardinghi sulla sabbia rovente, e giunge sulla battigia, entrando in acqua fino a metà polpaccio. Si accarezza il ventre, controllando il tono degli addominali e l'assenza di adipe. Si volta, dando le spalle al mare, cercando con lo sguardo il compagno. Resta immobile a fissarlo. 

Lui non si accorge di quella richiesta di contatto visivo, preso com'é dalle misure di Abigail Clancy. 

Lei scuote il capo e amplia l'osservazione al resto della spiaggia.

Bambini che corrono e sguazzano nell'acqua, anziani che trotterellano sulla riva tenendosi per mano: si muovono verso una meta più distante. Adolescenti in pieno corteggiamento. Gruppi di adulti che chiacchierano stando a mollo nell'acqua tiepida. Voci, schiamazzi, rumori, risate, urla. 

Vita.

La ragazza torna ad osservare il proprio lettino vuoto, distante, troppo distante, dall'ombrellone e dal ragazzone ipernutrito ed ipersorridente. E la spiaggia é improvvisamente deserta.

E la chiamano estate.

martedì 5 agosto 2014

HALLELUJAH (Un'amara visione dell'amore)




Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l'altro se ne serva per affermare la sua forza.(Cesare Pavese)

Lo guardo con tensione febbrile, mentre dall'altra parte del banco mi prepara la mia dose quotidiana: pone un numero imprecisato di cubetti di ghiaccio nello shaker; ci aggiunge due dita di Martini dry, chiude, agita e scola nel lavandino il Martini; riapre, versa-tre parti-tre di Gin Tanqueray, agita per un tempo che a me sembra un'eternità. Lascia riposare, toglie un calice conico dal ghiaccio, me lo rigira sul banco. Mi sorride, ed in quel preciso momento mi accorgo che Matteo é un sosia di Roger Federer. Rovescia il contenuto dello shaker nel calice, che subito diventa esternamente opaco per la condensa. Aggiunge una scorza di limone tagliata a ricciolo, mi strizza l'occhio. 

Il fendente é partito.

Non sono capace di ubriacarmi con il vino, no: il torpore arriva lentamente e nel frattempo io devo percorrere - come un'infinita via crucis - tutti gli stadi del mio dolore. Con il Martini Cocktail é diverso: é un colpo di grazia, secco e preciso, alla base della nuca, una vera a propria esecuzione. Non si scivola nell'oblio, ci si trova all'improvviso spiazzati come dopo un salto di dimensione.

Truman Capote usava chiamare il Martini Cocktail la pallottola d'argento: mai definizione può definirsi più azzeccata. Eppure, dopo essermela sparata fino all'ultima goccia dentro al cervello, non riesco a sentirmi meglio. La mia solitudine non si é dissipata. Forse dovrei spararmene un'altra e chiudere i giochi. Non sarei meno solo, né meno afflitto, ma almeno perderei definitivamente i sensi. Sprofonderei nel torpore definitivo, per qualche ora, almeno.

O forse dovrei smettere di amare. Sì, perché amare mi ha reso solo. Quando pensi di poter aspettare qualcosa e quel qualcosa non ti arriva, beh, sei nella solitudine più nera.

Leonard Cohen, guru della musica americana, ha composto un brano che Jeff Buckley ha reso poi immortale: si intitola Hallelujah, uno dei pezzi d'amore più amari e disillusi. Una definizione dell'amore tanto spietata quanto quella che Capote fece del Martini Cocktail.

L'amore, questo sì, é identico ad una pallottola d'argento. Ti si infila nel cervello come una lama nel burro, te lo spacca in due, ti toglie ogni pensiero razionale e ti ottunde. Affermo ciò seduto al tavolino di un salotto in penombra: non so come ci sia arrivato, fatico a connettere i passaggi che mi hanno portato fino a lì; ma sono in compagnia di Leonard Cohen, Jeff Buckley,   Re David e - logico - Truman Capote, che osserva la scena con il suo sorriso ironico appena accennato e quel modo inconfondibile di tenere la sigaretta fra le dita. Re David, sì, proprio lui, l'interlocutore di Cohen. L'uomo che per amore si inventò una guerra e vi inviò il suo fedele soldato per poterne amare la moglie Betsabea. E Betsabea con quell'amore a riprova del patto di un Re con un Dio, arrivò a tormentarne la vita, in un'altalena di delizia e di frustrazione.

Hallelujah é un inno amaro, che definisce l'amore come un travaglio dal quale si esce comunque trafitti, sconfitti. Non é una marcia vittoriosa, non c'é nessuno che ha visto la luce, si tratta solo di trovare il modo di riuscire a sparare a chi é riuscito a premere il grilletto prima di te.

Tutto qui.

Un'escalation di aspettative e richieste, controbilanciata da offerte sproporzionate. 

David si siede, ha finito di parlare, accarezza malinconicamente il bracciolo di pelle consunta della sua poltrona, afferra il bicchiere con bourbon e cubetti di ghiaccio, ne assorbe due sorsi, e sospira. Non vuole aggiungere altro, ma la sua espressione ne deforma il volto, stravolto dall'amarezza. Cerca le sigarette nella tasca della camicia, se ne accende una e fuma, guardando il fumo che sale e si perde nel buio.

Jeff e Leonard, annuiscono gravemente, in silenzio. Leonard tiene le mani congiunte per i polpastrelli, molleggiandole sulle dita. Jeff scribacchia accordi su un taccuino. Il suo bicchiere é già vuoto. Chi di noi non ha avuto una Betsabea, nella vita? Maschio o femmina che sia.

Un'errata percezione della solitudine, un paradigma ingannevole. Leonard posa il sigaro, si schiarisce la voce. Prima che l'amore sopraggiunga, la solitudine consiste nel non avere nessuno intorno. Nessun progetto comune, una vita nell'attesa di un incontro, fatta di pranzi e cene in silenzio, di serate passate davanti alla televisione, di notti in un letto vuoto. Di passeggiate con un cane al guinzaglio, osservando quasi di nascosto le coppie che gli passano innanzi come una pubblicità della felicità.

Poi arriva qualcuno, che si muove fin dentro al cuore, e giunge come fosse un dono sacro; qualcuno che travalichi le barriere logiche e si faccia beffe della razionalità. Non si ama per una ragione. Si ama. Sotto quell'amore si vogliono ammassare risposte e giustificazioni per quello struggimento, senza ammettere che si tratta di un'utopia che si sorregge da sé. 

Che follia. Affidare le proprie debolezze, certi che l'altro non approfitterà di questa vulnerabilità per prendere il sopravvento. 

E invece.

Invece é semplicemente un miraggio autoindotto, l'abbaglio prodotto da una necessità impossibile da soddisfare. Uno stillicidio di aspettative che non verranno mai corrisposte, un perverso meccanismo di equilibri successivi dove l'equilibrio finale é l'affermazione della propria forza sull'altro. Dominazione, sottomissione. Controllo, abbandono.

Amore, questa menzogna.

Forse.

Dalla penombra del salottino proviene una voce. Da quella direzione non mi aspettavo di sentire parola. Pensavo non ci fosse nessun altro. E' una voce femminile, dietro alla quale spunta un volto dai lineamenti duri, eppure bello; una massa di ricci rossastri si agita come onde. E' una bella donna, e si presenta come Zelda, anche se non sembra Zelda Sayre Fitzgerald: é molto più attraente, con quelle estremità sottili che danno grazia ed eleganza al suo fisico longilineo.

La sua voce sembra il suono di un flauto, e mentre parla sorride. Ha una teoria.

Tu esisti, se qualcuno posa gli occhi su di te. Prima sei semplicemente un essere umano qualunque. Sei degno, ma non esisti. Puoi avere mille doti, mille universi. Ma se chi ti osserva non vuole quello che tu hai e sei, é inutile: tu non esisti.

Ma nel momento in cui diventi oggetto del desiderio di qualcun altro, hai trovato il tuo luogo, il luogo giusto in cui poterti esprimere. Ecco perché ci innamoriamo: ci sentiamo finalmente a casa.

Io posso essere chiunque, ma non sono nessuno se nessuno posa gli occhi su di me.

Sorride, mentre parla, e muove quelle mani asciutte e sottili con armoniosa eleganza. Volge lentamente lo sguardo allusivo su ciascuno di noi, mentre si alza in piedi e -  camminando con cura per non urtare il tavolino - svanisce nell'ombra, dall'altra parte rispetto a dove sedeva.

Il suo profumo é ancora lì, e sovrasta l'odore di fumo che riempie la stanza. Ma lei non é più lì; né tutti gli altri, scomparsi come volatilizzati.

E mi ritrovo con i gomiti sul banco di acciaio, con la musica lounge a martellarmi i timpani. Matteo é di fronte a me, mi guarda e ridacchia. 

Ne vuoi un altro?

No, grazie, per stasera é fin troppo.




[Grazie a ZNM]

domenica 20 luglio 2014

UN NUOVO PONTE




Spesso cammino radente ai muri, quasi nascondendomi al fiume di esseri animati e incravattati ed eleganti e ricchi e sicuri di sé, cammino strisciando i piedi calzati nelle mie scarpe rotte, zoppico fino ai margini elevati della città, mi siedo su un pendio erboso e resto lì ad osservare tutta quella vita brulicante, quel fluire di macchine, di esistenze, del quale non faccio più parte, del quale forse non ho mai fatto parte. Poi riprendo il cammino verso il centro, alla ricerca di un nuovo ponte, o di un angolino sufficientemente protetto e asciutto, non dico pulito, dove trascorrere la notte riposando lontano dal pericolo di venir malmenato da un gruppo di balordi annoiati o di essere arrestato per vagabondaggio.
Passo davanti ad una vetrina e vedo il mio volto cotto dal sole, i capelli bianchi appiccicati alle tempie, sporchi e sudati, gli occhi cerchiati da pesanti occhiaie violacee, la barba incolta, i miei modesti abiti gualciti e inzaccherati. 

La gente mi gira al largo, disturbata dal mio aspetto e probabilmente dall'odore. Lavarsi non è sempre facile, e spesso non ne ho nemmeno voglia. Oltretutto, a furia di respirarmi mi sono assuefatto a questo odore rancido, e non ci faccio nemmeno più caso. Tanto non mi si avvicinerebbe nessuno, se non per picchiarmi o per provare a rubare quel poco di vagamente prezioso che mi resta addosso. 

A dire il vero - adesso che ci penso - non so bene cosa mi resti di prezioso addosso, ma questa vita randagia e clandestina distorce la percezione, e chi è nelle mie stesse condizioni potrebbe provare l'impulso di uccidermi per rubarmi - che ne so - le mie scarpe da ginnastica con la tomaia che si sta squarciando inesorabilmente, o  questa cintura in similpelle che regge i miei pantaloni pieni di rammendi e strappi e chiazze di unto.

Li vedo, gli sguardi degli altri. Li vedo e li sento addosso, colmi di riprovazione e biasimo. Vai a lavorare, fannullone. Mi sembra di sentire mio padre: per lui era tutta una questione di buona volontà, rimboccarsi le maniche. Per lui la fatica era la redenzione dell'essere umano, la via per raggiungere ogni obiettivo. Il calvinismo declinato da un cattolico: fatica, sacrificio, senso di colpa  e senso del dovere. Un cocktail mortifero.

Per me non era una questione di via, era una questione di obiettivi.

Chi mi osserva, disgustato dal mio aspetto e dalla mia condizione, pensa con certezza che io sia sempre stato così. Un accattone del cazzo, fiorito sotto un ponte in una mattina di luglio, senza passato e definitivamente senza futuro. Eppure non ero così, una volta.

Nemmeno troppi anni fa, adesso non ricordo bene quando, avevo un lavoro di prestigio, una casa, una moglie e una figlia. Vivevo una vita di agi ed ero circondato da amici e conoscenti. Più conoscenti che amici, forse. Ero perfettamente incastrato nel meccanismo della città, un ingranaggio perfettamente oliato che girava all'unisono con tutte le altre rotelline dentate, ordinato nel traffico, mimetizzato nell'abbigliamento, nel comportamento, nell'espressione. Inquadrato in regole assimilate, focalizzato su obiettivi suggeriti dall'esterno.

Insomma, omologato e convinto di essere felice.

Poi un giorno realizzai che quello stano peso che premeva il petto senza soluzione di continuità, quella tachicardia insistita che metteva a soqquadro il mio torace era stanchezza, stanchezza che stringeva le sue maglie circondandomi come una gabbia invisibile, una gabbia di rifiuto per tutto ciò che rappresentava la mia esistenza. Stanchezza mentale, non fisica. Gesti e azioni ripetuti meccanicamente: alzarsi ogni giorno alla stessa ora, radersi, lavarsi, annodare quella maledetta cravatta, saltare in macchina, guizzare nel traffico, rispettare orari, lavorare, accodarsi alla fila di auto del rientro, sottomettersi alla routine domestica. Come un criceto in gabbia, che corre su una ruota, e non si muove di un millimetro. Condensare tutte le aspettative di riposo, di divertimento, di svago in due soli giorni - il sabato e la domenica - nei quali fare tutto ciò che la routine mi impediva di fare negli altri giorni.

Venni travolto da un'ingovernabile sensazione di nausea. Mi sentii improvvisamente svuotato. Sprofondai in uno stato catatonico irreversibile, che mi trasformò in una specie di automa. Passavo ore seduto davanti al computer, in ufficio, senza quasi muovere una mano, ipnotizzato dalla mia apatia. La mia collega mi teneva d'occhio, scuoteva la testa preoccupata, cercava di scuotermi. Niente da fare, ero nella fase del rifiuto. Rifiuto epr quella città, per quelle abitudini. Per quel sistema di regole. Scoprii con disgusto che niente mi interessava, niente catalizzava le mie energie.

Cominciai a restare sveglio di notte: sprofondato nel divano, annotavo su di un taccuino tutto ciò di cui potevo fare a meno, per riuscire a sopravvivere senza dover lavorare. Ero entrato in una spirale pericolosa. La lista si allungava inesorabilmente, comprendendo perfino il cibo e gli affetti più stretti. Niente più valeva la mia fatica, i miei sforzi prospettici, le mie aspettative. Scrollavo le spalle e annotavo, scuotevo il capo e annotavo.

Il brutto di questa spirale consiste nel fatto che se cominci a convincerti di poter rinunciare a tutto, hai già cominciato a rinunciarvi e stai già camminando con passo spedito su quella strada che a poco a poco diventa un sentiero deserto. Il tuo passo, spedito e sicuro all'inizio, finisce per diventare strascicato, lo stesso passo che adesso mi muove da uno all'altro degli angoli dei sobborghi, colmi di solitudine e vuoti di bellezza.

Finii col perdere il lavoro: un giorno il mio capo, che da troppo tempo osservava con sconcerto la mia abulia in attesa che ne uscissi, mi chiamò in ufficio e mi consegnò la lettera di licenziamento. Non parlò molto, era solo deluso, nemmeno incazzato. La ricevetti con la stessa indifferenza con cui avevo vissuto fino a quel punto. Lui fu irritato dalla mia definitiva assenza di reazione. Non dissi nemmeno una parola, mi infilai la lettera in tasca e girai lentamente sui tacchi.

Uscii per strada, un'ondata di afa mi stordì. Notai che i passanti - col loro passo accelerato - tendevano ad aggirarmi a scansarmi. Lo notai per la prima volta. Come fossi un corpo estraneo al flusso regolare della città. Barcollavo, sollevato e spento, mentre tutti mi evitavano. Ero ben vestito, pettinato, indossavo occhiali da sole pregiati, e un grosso orologio di acciaio ed oro. Ma emanavo già il tanfo del perdente, dello sconfitto. Sconfitto da sé stesso, peggio ancora.

Non tornai a casa, non avevo voglia di dare spiegazioni. Né avevo voglia del pietismo degli amici, né del loro sincero e generoso aiuto. Tutto mi sembrava opprimente, persino la generosità. Persino l'amicizia.

Presi la via della periferia, sperando fosse la frontiera dell'oblio. Mi ritrovai in una zona che non conoscevo, alti casermoni verniciati di grigio violaceo, il sole stava cominciando a tramontare, ma ciò non mi dava sollievo. C'era un vecchio ufficio postale abbandonato, girai sul retro e mi accovacciai contro un muro. Scoppiai a piangere, abbracciandomi le ginocchia. Non era un pianto di paura, né di malinconia. Si trattava di un'insana sensazione di sollievo. Sentii le energie fluirmi lentamente, come se mi avessero tolto un tappo e tutto di me fluisse sull'asfalto. Mi addormentai. Il giorno dopo mi risvegliai intorpidito e cigolante. Mi stiracchiai e guardai in giro, pensando a come organizzare la mia nuova giornata.

Dopo meno di una settimana ero calato perfettamente nell'invisibile vita parallela della città, sapevo esattamente quali luoghi evitare, come ottenere un pasto, dove ripararmi dalle piogge o dove schiacciare un pisolino. Non avevo paura e sentivo la città come un'unica entità pulsante, e ne percepivo la bonaria amicizia. L'amicizia di quella stessa città che mi aveva suscitato il rifiuto e la nausea.

Un giorno in cui avevo scelto di bighellonare per il centro, mi sentii afferrare per un braccio, mi voltai e vidi un volto che sentivo di dover ricordare, ma - lì per lì non mi diceva nulla. Il tizio mi sorrise, un sorriso aperto e sincero, e mi disse "Sigma, ma che fine hai fatto? Siamo tutti in pensiero per te. Torna a casa, dai: ti aiutiamo a ricominciare, cosa vuoi che sia?". Io biascicai qualcosa, con la bocca impastata dall'alcool. In effetti quella mattina ero riuscito a rubare una bottiglia di gin di terz'ordine, dal retro di un Lidl nella periferia ovest. Pensavo di poter berne un goccio, tanto per provare la stessa ebbrezza di quando mi bevevo un Martini Cocktail nei migliori lounge bar del centro. Un goccio, a canna, per poi chiudere la bottiglia e nasconderla dentro un cespuglio di un giardinetto, un luogo che consideravo sicuro. Ma il gin era caldo, non shakerato, non c'erano né le patatine né i salatini. Figuriamoci l'oliva o la scorzetta di limone. E allora decisi di berne ancora un goccio e un altro ancora, finché non mi ritrovai con la bottiglia quasi vuota. Fatto sta che non riuscii a rispondere nulla di sensato, anzi, non risposi proprio nulla. Gli diedi una manata per liberarmi dalla sua presa e mi allontanai.

Ora sono qui, il sole sta calando, e io ripenso al sorriso di quello sconosciuto e mi chiedo se sia più folle pensare di poter ricominciare o pensare di doversi cercare un altro ponte sotto il quale passare la notte. In più adesso ho questa sensazione di aver buttato via tutto, la mia vita, i miei affetti, il mio stesso sangue.

Accidenti, si sta pure rannuvolando.


A volte mi sembra impossibile pensare che non ci sia nessuno, lì fuori; è davvero duro accettare che sia tutto solo... 




martedì 1 luglio 2014

AVRAI


[A Rachele]

Ad ogni fulmine che saetta fuori dalla finestra, si rannicchia contro il mio petto, nascondendosi nel mio abbraccio fino a quando il fragore del tuono non si é dissolto nel grigio del cielo. Poi riemerge dal nascondiglio, mi guarda con occhi verdi e vivaci, la bocca spalancata, con i riccioli biondi che le cadono sulla fronte. Mi stupisco sempre della sua mimica facciale. Sorride divertita, prima che un nuovo fulmine la convinca a rintanarsi  - ridendo - di nuovo contro di me. Io la abbraccio e la tengo stretta, respiro il suo profumo, come se cercassi di tenermela vicina per tutta la vita.
Dopo, quando il nubifragio é scivolato a nord-est, restiamo proni uno accanto all'altra, puntellati sui gomiti, le mani come appoggio per il mento; guardiamo fuori, oltre la finestra, oltre il diluvio che sta scaricando le ultime gocce sulla città. La sento vicina, Rachele, e mi sembra logico avere una figlia, adesso. Mi sto abituando alle sue risate, alla sua allegria, alle sue parole svelte, alla sua mimica plateale ed ingenua.

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle. Non credo che esista al mondo una canzone con un incipit tanto bello, tanto bene augurale. Quando Claudio Baglioni scrisse Avrai, per la nascita del primogenito Giuseppe, io ero ancora un ragazzino inconsapevole che si esaltava per la recente vittoria della Nazionale di calcio al Mundial di Spagna. Ignoravo cosa la vita mi avrebbe riservato. 

Tuttavia mi scoprivo meditabondo ogni volta che mi capitava di ascoltare questa canzone, intensa nella melodia e nelle parole. La percepivo dalla prospettiva del figlio, ovviamente, al quale un padre parla. Non capivo fino in fondo. Eppure, sdraiato sul letto, mentre il caldo dell'estate sfumava in un placido settembre, pensavo che sarebbe stato bello, un giorno, provare le stesse emozioni che avevano ispirato l'artista a scrivere quel brano. Non avevo bene presente di che sensazioni si trattasse, ma le riconducevo ad un legame protettivo.

Quando, ventisette anni dopo, nel parcheggio sotterraneo della Clinica Mangiagalli sentii quella stessa canzone, pur non essendo scaramantico né superstizioso, qualche dubbio a proposito dell'esistenza di un destino mi venne.


§

Tredici anni prima, ero seduto nell'ambulatorio del Prof. Pogliani, eminente ematologo dell'ospedale San Gerardo di Monza. Lo osservavo con indifferente silenzio, mentre esaminava gli esiti della mia biopsia: referti, radiografie, tac e tutto il resto. Scuoteva il capo, senza che questo gesto scalfisse minimamente la mia apatia. Era come se gli esami che aveva fra le mani fossero di qualcun altro, uno sconosciuto infelice e sfortunato appeso alla vita per un filo.

Pogliani spostò sulla fronte gli occhiali bifocali, si sfregò gli occhi, congiunse le mani e appoggiò i gomiti sulla scrivania. Mi fissò in silenzio per alcuni secondi, comunque troppo per la mia noia. Prese un lungo respiro e parlò con una voce profonda solo lievemente alterata dalla cadenza brianzola.
- Sigma, é grave. E' molto grave.
Guardai fuori dalla finestra. Luglio era esploso; la sua luce violenta sbiancava ogni cosa, là fuori.
La voce di Pogliani mi scivolava addosso, elencando i passi della terapia e le conseguenze varie. Avrei perso tutti i capelli e sarei dimagrito tantissimo.
- Inoltre, con grande probabilità, la chemioterapia ti renderà sterile.
Inarcai le sopracciglia, stupito dall'inattesa gravità della sue espressione, così distante dalla mia preoccupazione. Mi sembrava peggio perdere i capelli. 

Rinunciare alla fertilità a 29 anni, non si presentava come una gran perdita, per me. Per gli orizzonti che avevo. La sconfitta della cura contro il mio male mi sembrava la prospettiva più allettante. Ero infelice, stavo con una ragazza complicata che probabilmente non mi amava, non riuscivo a laurearmi e avevo un lavoro disgustoso. Avrei perso i capelli, avrei passato mesi a vomitare l'anima, avrei perso peso. Forse sarei morto. Fanculo ai miei spermatozoi, non me ne ero mai fatto un granché e non pensavo che li avrei mai usati. La natura, in modo beffardo e contorto, stava portando avanti la sua selezione: i geni di uno come me non avevano ragione di propagarsi.

Ma Pogliani non riusciva a sentire il rimbombare dei miei pensieri, e andava avanti imperterrito. Prese un foglio della sua carta intestata. Annotò sopra un paio di nomi ed un numero di telefono.

- Vai alla Clinica della Fertilità, in Mangiagalli. Fai il deposito del seme. Così, nel caso la terapia ti rendesse sterile, puoi sempre procreare.

Procreare. Pro-creare. A vantaggio di chi sarebbe avvenuta questa creazione? Quale figlio disgraziato avrebbe voluto avere un padre come me? Insicuro, egoista, senza progetti.
Non ebbi nemmeno la forza di rispondere, di spiegargli che non me ne fregava niente, che volevo correre a casa a guardarmi le Olimpiadi di Atlanta e dimenticarmi di quel pasticcio. Mi porse il foglio, con l'imperturbabilità di chi non riesce nemmeno a concepire di restare inascoltato. 
Uscii dallo studio, confuso; infastidito - più che altro.

Ma ci andai, ci andai per l'insistenza di mia madre, testarda e ottimista come sempre. Ci andai per non sentirla più insistere, per placarla.

La Clinica della Fertilità constava ai tempi, di un lungo corridoio con delle poltroncine metalliche su entrambi i lati. In fondo ad esso, una scrivania che ricordava quelle della scuola, alla quale stava seduta una Dottoressa. Sulle poltroncine metalliche, solo coppie. Tutte coppie, mano nella mano, sguardi negli sguardi, cuori all'unisono, progetti condivisi, profusione d'amore. Tutti, tranne me. Solo e perplesso, fuori luogo come mi capita spesso di essere.
Quando la dottoressa mi chiamò, feci il corridoio ad occhi bassi, quasi strisciando i piedi. L'umidità di settembre era insopportabile in quell'androne in penombra. Mi porse un contenitore di plastica troppo grande per quello che avevo intuito ne fosse l'uso. E così, sotto gli occhi che volevo credere colmi di scherno di quelli che mi vedevano passare, strisciai in direzione dei bagni.

La cinematografia americana ha costruito una vergognosa mistificazione sui luoghi dove viene fatta la raccolta del seme: un ambiente patinato, riviste pornografiche sui tavolini, infermiere discinte e seducenti, poltrone ergonomiche di pelle dai colori neutri. 

Niente di tutto ciò. Ovviamente.

In piedi, in un cubicolo con tanto di turca, i muri scrostati, con i pantaloni abbassati al ginocchio, misi le basi per una mia eventuale futura paternità.


§

Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle. La musica usciva dagli altoparlanti nascosti dietro le colonne di cemento. Il parcheggio seminterrato fra i Giardini della Guastalla, la Clinica Mangiagalli e la Sinagoga di Milano, era sempre animato da un viavai di macchine. Eppure, colsi subito la voce roca e vibrante di Claudio Baglioni. Riconobbi immediatamente la canzone, e mi dissi "Allora ci siamo".

Alla reception della Mangiagalli venni a sapere che ora il materiale biologico congelato veniva conservato alla Clinica Regina Elena, sull'altro lato della strada. A quel punto, mi rassegnai all'idea di essere all'interno di un Disegno: io sono nato alla Clinica Regina Elena di Milano, una piccola premura dei miei genitori che - per il loro primogenito - avevano deciso di non badare a spese.

Così finalmente vidi il luogo dove ero nato, che non avevo mai visto da quel giorno. Provai una strana vertigine, una suggestione forse: come rinascere di nuovo, come ritornare alla vita dopo la malattia, dopo la paura. Ritornare alla vita in un modo diverso, come padre, come futuro padre, o - almeno - come potenziale padre. Una rinascita, una trasumanazione dolorosa.

Vidi la mia città dall'alto, la mia vita fino a quel momento, tutte le certezze che stavo rimettendo in discussione. Le abitudini egoiste, pizzetta-cinemino, l'happy hour milanese del venerdì sera, i brunch con gli amici, le notti a tirar tardi e le mattine a dormire fino a mezzogiorno, i week end lontano da casa, le domeniche allo stadio. Chiusi gli occhi e tirai un sospiro profondo. Dimentica tutto, Sigma.

Lottai contro i miei demoni: quelli che mi chiedevano con che coraggio osassi trascinare in questo mondo confuso un essere innocente che non aveva chiesto di nascere. Quelli che sventolavano la paura di non aver ricevuto sufficiente amore per poter restituirlo a qualcuno di cui non conoscevo ancora nulla. Il timore di annullarmi con troppe rinunce. La paura di fallire come padre, o - peggio ancora - che il percorso della fecondazione assistita si rivelasse un calvario per me e la mia compagna e si concludesse con un fallimento.

La paura di fallire e la paura di riuscire, insomma.

E poi, un tardo pomeriggio dei primi di gennaio mi ritrovai in mano una creatura grinzosa, che strizzava gli occhi alla prima luce, e miagolava come Billie Holiday. Guardai oltre la sua pelle ancora grigia e imbrattata di liquido amniotico, la avvicinai al petto per percepirne tutta la fragilità. "Chi sei tu, piccola sconosciuta che viene a sconvolgermi la vita?" Aprì gli occhi e mi fissò, sicuramente senza vedermi distintamente, e miagolò.

Adesso che sono sul letto, ad osservare il temporale che scroscia nella notte estiva, e lei mi é accanto e ride e mi chiama papà, nemmeno ricordo come fosse la mia vita prima di lei. Mi guardo indietro e rido delle paure che mi avevano assalito e mi sento sciocco per aver visto ciò che stavo perdendo, senza capire ciò che stavo per guadagnare.

E quando voglio andare a prendermi un aperitivo, beh, lei é sempre lì con me a sgranocchiarsi patatine.

venerdì 20 giugno 2014

IL MIO ANNO PREFERITO*



Quando ero adolescente l'attenzione di tutta la mia settimana era focalizzata sulla domenica. Gli ormoni sonnecchiavano ancora e - in quella pigrizia adolescenziale - spiccava la passione irrefrenabile per il pallone.

La stagione 1984-85 trova un posto speciale nei miei ricordi: non perché sia stato carico di vittorie, ma perché é il primo campionato vissuto da abbonato; un giorno ero andato al botteghino dello stadio, avevo tirato fuori cinquantamila lire e mi ero garantito l'accesso al paradiso per i mesi autunnali, invernali e primaverili. 


Per la prima volta il Presidente Giussy Farina, un veneto dallo sguardo vispo, con il sorriso sornione nascosto da due baffetti sale e pepe (ed una fedina penale destinata nel corso degli anni a macchiarsi di reati contro il patrimonio e l'Erario, prima di passare la mano a Silvio Berlusconi, un altro esperto di fedine penali), aveva per quell'anno deciso di fare le cose in grande, portando a Milano giocatori di rilievo come Terraneo - un portiere che aveva fatto buone cose al Torino; Agostino Di Bartolomei - già capitano della Roma campione d'Italia; Ray Wilkins e Mark Hateley - inglesi (Raymond Colin Wilkins - fra l'altro - aveva un pedigree mica da ridere), e soprattutto Pietro Paolo Virdis, il tamburino sardo che aveva sì la pecca di essere stato juventino, ma che garantiva un capitale di gol non indifferente.
In più, ad allenare la squadra era stato chiamato Nils Liedholm, il barone svedese dai gloriosi trascorsi milanisti, uno dei tre componenti del Gre-No-Li il cui pensiero ancora commuove mio papà: una garanzia, insomma.


Quando il Milan giocava un turno casalingo, dal venerdì incominciavamo a darci le coordinate con gli amici, compagni con cui condividevo il tempo in classe e quello sulle gradinate di San Siro. Si concordava l'appuntamento, sebbene fosse superfluo tutto quel lavoro di affinamento: abitualmente ci si trovava a Desio davanti all'edicola lungo Corso Garibaldi, poco oltre l'incrocio con via Carcano (dove abitava il mio amico Alberto), per comprare due copie de La Gazzetta dello Sport, e i biglietti andata/ritorno per il tram a gasolio che, provenendo da Seregno, ci avrebbe portati a Milano.


La mattina della domenica mettevo in scena un piccolo rito, solitario: senza particolari ragioni, non ero scaramantico, ma mi rafforzavo nella ripetizione di gesti abitudinari. Mi svegliavo lentamente dal torpore della notte e - rigorosamente al buio, muovendomi a tentoni, incespicando, smadonnando ogni volta che a piedi nudi inciampavo in uno spigolo - arrivavo fino allo stereo, dal quale facevo suonare Sono ancora in coma, un vecchio brano di Vasco Rossi, con quell'interminabile sequenza inziale di riff e colpi di batteria. La ascoltavo un paio di volte dopo essermi rimesso a letto, poi alzavo le tapparelle, preparavo cuscinetto e sciarpa rossoneri, mi lavavo, vestivo, facevo colazione.


Finalmente ero pronto.


Sebbene la partita iniziasse alle tre del pomeriggio, la nostra domenica calcistica iniziava alle dieci, appunto, davanti alla cartoleria.  Da lì, arrivati Fabio, Alberto e Andrea, si proseguiva fino alla Casa di Riposo Pio e Ninetta Gavazzi, dove era la fermata del tram più lento del mondo. Noi arrivavamo regolarmente con dieci minuti di anticipo, rispetto al trenino. Non perché ci fosse rischio di perderlo, ma perché era bello aspettare insieme: sporgendoci dal marciapiede per cercare di scorgerlo all'orizzonte, parlando di calcio, prendendoci a pacche sulle spalle, rivisitando in chiave grottesca le piccole vicende scolastiche della settimana, parlando di femmine in modo timido ed evasivo, si bruciavano quei dieci minuti di attesa. Ed eravamo insieme.


Pensare adesso a quel tram ridefinisce su vari piani il concetto del passare del tempo. Viene da ridere, in quest'epoca in cui la velocità dei trasferimenti é diventata un'ossessione della vita quotidiana, concepire che meno di trent'anni fa ci fosse un mezzo talmente lento da coprire in ben due ore i venti chilometri che separano Desio da Milano. Eppure era divertente: nessuno di noi aveva la macchina, ma avevamo tempo illimitato, cosa che costituisce la bellezza di quell'epoca della vita che é l'adolescenza. Per cui, prendevamo posto nel vagone deserto, la cui aria era vagamente viziata dall'odore del cherosene. A volte un paio di anziani sedevano qualche sedile più in là del nostro, e guardavano fuori dal finestrino con occhi vuoti, tenendosi per mano. Intraprendevamo così quel trasferimento dal sapore vagamente andino, attraverso la banalità del paesaggio meta-periferico.


Facevamo una gran confusione. Ci spartivamo le pagine della Gazzetta, commentavamo, cantavamo in modo plateale i cori da stadio. Sciorinavamo tutto il campionario di cretinate proprio di un gruppo di adolescenti maschi in libera uscita. Verso mezzogiorno arrivavamo in via Farini, ancora lontani dalla meta. Giusto di fronte alla fermata del tram c'era un antenato dei moderni fast food, la cui insegna recitava Burger Frog, il cui aspetto era meno glamour di un moderno McDonald's, ma i cui panini erano saporiti e poco costosi. Dubito che - a dispetto del nome - le polpette fossero di carne di rana.


Altre volte, invece di sostare da Burger Frog ci portavamo il pranzo da casa, riempiendo gli zaini di panini sostanziosissimi (cotoletta, o frittata, o l'allappantissimo panino e formaggio, dopo il quale occorreva bere ettolitri di acqua prima di riuscire a deglutire nuovamente) che condividevamo con i nostri vicini di posto, più sprovveduti e impreparati.

In ogni caso, una volta rifocillati, riprendevamo l'avvicinamento a San Siro.



Da via Farini passava "la 90": a Milano non dici "la linea 90", "l'autobus numero 90"; devi dire "la 90" o ti guardano come se tu fossi un marziano o un giargianés. Insomma, questo autobus articolato e lungo - a differenza del tram della mattina - era stracarico e denso come un torpedone di New Dehli, in quanto raccoglieva tutti i milanesi e non che si recavano allo Stadio. Dopo una buona mezz'ora di apnea e schiacciamento, respirando aria malsana, venivamo vomitati in Piazzale Lotto, dove ci si aprivano due vie.


Farsi di nuovo stipare in un pullmino fino allo Stadio. O farsi a piedi tutto Viale Federico Caprilli. Mancando una vita all'inizio della partita, si optava per la seconda scelta, almeno nelle domeniche senza pioggia. Era bello camminare lungo l'Ippodromo del Galoppo, in mezzo a giganteschi platani con molti decenni sul tronco, confondendosi con uno sciame di altri ragazzi e uomini e bambini, tutti con un qualche segno identificativo rosso e nero, tutti intenti a parlare di zona, di 4-4-2, di fuorigioco, di difesa in linea.


Camminavamo di buon passo, tuttavia: infatti, negli anni 80 non esistevano ancora i posti numerati e vigeva la regola del "chi prima arriva, meglio alloggia". Per cui la passeggiata lungo Viale Caprilli assumeva le caratteristiche di una marcia podistica, dall'effetto un po' comico. Tutti, chi con la sigaretta in bocca e il cappello calcato sulla fronte, chi con le mani in tasca e il giornale sotto il braccio, chi con il figlio ragazzino per mano e il colletto del giubbetto di jeans alzato sul collo, o la fidanzata stranita ed annoiata sottobraccio, acceleravano il passo: nel vento carico di foglie rosse dell'autunno, con il cielo grigio ad incombere su Milano, pareva di assistere ad un film dell'epoca del muto, con i movimenti dei protagonisti innaturalmente svelti e goffi.


Un affannarsi inutile in vero: una volta giunti nel piazzale dello Stadio, lo si scopriva affollato come un formicaio di gente già in coda, ottusamente accalcata ai cancelli ancora chiusi, come barriere che separavano la massa grigia dagli steward immobili in attesa dell'assalto di quell'orda.


Chi ha vissuto in quegli anni ricorderà che gli obliteratori degli steward potevano essere di tre tipi: quelli che facevano il buco a forma di pallino, a forma di mezzaluna o a forma di stellina. Farsi bucare la tessera con una stellina era causa di grande euforia: a tale evento si attribuivano importanti poteri beneauguranti, seppur smentiti ripetutamente dai fatti di sconfitte disastrose benché precedute da una stellina sulla tessera.


San Siro constava ancora di due soli anelli ed era senza copertura. Gli altoparlanti diffondevano prima della partita una pubblicità ripetitiva e locale, che ancora oggi nelle mie orecchie suona rassicurante e familiare. Gli sponsor erano appena tre: Il Marsala Pellegrino ("il Marsala é un grande vino e Pellegrino é un grande Marsala", slogan emozionante, non c'é che dire), Estintori Meteor, e Motel Siesta. Non ho mai avuto il piacere di infrattarmi nelle stanze di quel motel, che non so nemmeno dove si trovi (in un imprecisato punto lungo la Milano-Laghi) ma nel mio immaginario il Siesta ha a lungo assunto i contorni di un luogo mistico. La voce dello speaker era impersonale e composta, così lontana dalla platealità con cui ora viene annunciata la formazione di casa.


La partita diventava così solo il cuore nobile di una giornata piena di piccoli eventi, che aveva un valore in sé a prescindere dal risultato e dal gioco bello o brutto che si vedeva in campo. Certo quell'anno, pur in assenza di risultati gloriosi ci si divertì parecchio: battemmo due a uno l'Inter con un gol di Mark Hateley, nel finale, il giorno di San Simone; e la Juve, per tre a due, nonostante il solito generoso rigore concesso a Michel Platini. Pietro Paolo Virdis ci regalò grandi emozioni, e ci qualificammo solo per la Coppa Uefa. Però fu una stagione entusiasmante, perché vissuta con i miei amici, dal mattino alla sera, quando ci separavamo per correre a casa e vedere la sintesi della partita di cartello della domenica, e Domenica Sprint in cui riguardare le immagini della partita a cui avevamo assistito solo poco prima. Guardare quelle immagini e dirsi "io ero lì".


E anche adesso che le logiche del marketing hanno trasformato il pallone in un veicolo per vendere merchandising, anche adesso che Sky ha portato ogni partita nel salotto di casa - levando quella percezione di esclusività che pervadeva chi aveva il biglietto per la partita, anche adesso che si gioca dal venerdì al lunedì e non si ha più certezza di quando tocchi alla tua squadra, anche adesso che - dopo venticinque anni di onorata carriera da abbonato - una biondina dai capelli ricci e gli occhi verdi mi ha convinto che é più bello stare a casa a guardare Peppa Pig invece di prendere freddo sui gradini dello stadio, anche adesso che tutta la poesia povera di quegli anni di calcio rustico é scemata travolta da un fiume di denaro spersonalizzante, quando la sera mi ritrovo con Fabio e Alberto per seguire davanti ad una birra le meste attuali imprese di questo Milan scalcinato dell'ultima, sciagurata, gestione Berlusconi, ancora adesso - dicevo - ci ritroviamo a ricordare con nostalgia quel tram-lumaca e i panini di Bruger Frog. E ci brillano gli occhi.


Sciocchi, inguaribili nostalgici che non siamo altro.








* Il mio anno preferito é un libro voluto e realizzato da Nick Hornby (edito in Italia da Guanda) in cui sono raccolti brevi racconti dei principali scrittori contemporanei inglesi, in cui ciascuno di essi parla della stagione calcistica che in loro suscita i migliori ricordi. Dato che Nick si é scordato di chiedere il mio contributo, ho deciso di pubblicare questo articolo sul mio blog.