sabato 23 novembre 2013

NOMEN OMEN


Due toni e un semitono, tre toni e un semitono: è tutto qui. E' la scala musicale.

In un celebre film di Sidney Pollack intitolato La mia Africa, Dennis Finch Hatton (interpretato da un iconografico Robert Redford) invita Karen Blixen (Meryl Streep) ad un suggestivo pic nic in un luogo sperduto nel cuore del Masai Mara. Mentre consumano il pasto discorrendo, Finch Hatton accende un grammofono dal quale si diffondono le note del Concerto per clarinetto in La maggiore K622 di Wolfgang Amadeus Mozart. Questo induce alcuni babbuini ad uscire incuriositi dal bush nel quale vivono nascosti e a disporsi in semicerchio, affascinati da quel suono inaspettato. Osservando divertito il loro stupore, Redford-Finch Hatton commenta più o meno così: "Pensa cosa deve essere per queste scimmie: prima il nulla. Poi Mozart".

Non ricordo quando fu che ascoltai la musica per la prima volta; ma sono certo che a me abbia fatto lo stesso effetto di Mozart su quei babbuini. Un rapimento ininterrotto, che ancora oggi mi domina e controlla il mio umore. Una droga benefica che mi turba ed eleva, molto più della marijuana, molto più dell'alcool; il tutto senza lasciare alcuno strascico di malessere, né danno permanente al mio organismo. E che tuttavia dà dipendenza.

Da piccolo ascoltavo Chopin: mio padre era pieno di dischi e io passavo i pomeriggi ad alternarli sul vecchio giradischi di marca Geloso, cercando di interpretare quella strana sensazione di struggimento che mi coglieva ad ogni sonata.

Un giorno, avrò avuto sei anni, venni invitato alla festa di compleanno di Lulù, una bambina francese che abitava sul mio stesso pianerottolo. Era una festa semplice, con tanti bambini timidi che si accalcavano intorno ai biscotti e ai tranci di pizza; le femmine confrontavano le proprie bambole, i maschi si prendevano a spintoni. Io, timido e un po' introverso, avevo trovato nello scatolone dei giocattoli di Lulù una piccola chitarra ed uno xilofono, ed avevo passato alcune ore - avulso dalla confusione che mi girava intorno - a scoprire i suoni che questi due strumenti emettevano. Tornai a casa e dissi chiaramente ai miei genitori che io da grande avrei voluto essere un musicista e che mi sarebbe piaciuto suonare la chitarra.

Mio padre, impiegato modello figlio di un operaio, denso di pragmatismo lombardo e profondo cultore del posto fisso nella stessa azienda, mi guardò perplesso. Mia madre scosse il capo, mi sorrise e - accarezzandomi sulla guancia - mi disse: "Ma no, Sigma, tu devi studiare e laurearti". Lo disse in modo così dolce e definitivo, che mi sembrò di aver detto una grande sciocchezza. E abbandonai l'idea di suonare uno strumento: anzi, quell'idea mi sembrò a lungo un'idea cretina.

Tuttavia, se non potevo suonare uno strumento, niente mi vietava di esplorare la musica. Ed è quello che feci. Certo, lo feci - come sempre quando mi metto ad esplorare - in modo confuso e privo di metodo. Ero un ragazzino che viveva a cavallo fra gli anni '70 e gli '80 e mi lasciavo sorprendere e incuriosire da tutto quello che le radio indipendenti trasmettevano disordinatamente. Ricordo Let's 'o chant, di Michael Zagger Band, Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, per arrivare (fortunatamente) a Another brick in the wall dei Pink Floyd. Senza trascurare Chopin, Beethoven e Domenico Modugno, del quale i miei genitori erano innamorati. Un melting pot totale, a pensarci bene.

Il rock si impadronì poi della mia adolescenza: passavo i pomeriggi con le cuffie in testa, ad ascoltare in loop Making Movies dei Dire Straits, piuttosto che Darkness on the Edge of town di Bruce Springsteen. O ancora l'intero concept album di The wall. E, mentre la musica mi fluiva dalle orecchie per animare tutto il mio corpo, mimavo i gesti di Mark Knopfler, di Steve Van Zandt o di David Guilmour, o di Eric Clapton fingendo di avere in mano una chitarra: mi dimenavo come se fossi su un palcoscenico, di fronte ad una folla che osannava il mio talento. Non mi sentivo per niente idiota, anche se alla fine di ogni brano scoprivo le mie mani vuote e una strana sensazione di incompletezza nelle vene. Capivo, che non sarei mai diventato una rockstar, e dovevo farmene una ragione.

Poi venne l'università, una malattia, il lavoro, la famiglia. E i miei sogni di ragazzino si sedimentarono nello strato di ciò che avrei voluto fare ma non ebbi il coraggio di intraprendere.

Finché non mi imbattei in Felice.

Felice ha l'aspetto di un vichingo incanutito: i capelli bianchi con il ciuffo sulla fronte, i folti baffi a manubrio color dell'argento. Gli occhi azzurri, quasi di ghiaccio, sempre socchiusi nell'espressione di chi scruta. Un vichingo in pensione. Sì, perché nella sua vita precedente è stato un manager apprezzato: e quando l'azienda svizzera per la quale coordinava le vendite gli ha proposto un contratto oltre il pensionamento, lui ha risposto: "No, grazie. Sono ancora giovane, voglio camminare in montagna e suonare la chitarra".

Nomen omen: ora Felice è felice; frequenta liutai, organizza jam session con jazzisti professionisti, accompagna maestri di canto, studia pianoforte, esplora la musica e gli strumenti musicali.

Il vichingo suona la chitarra da quando aveva sette anni: dall'età - cioè - in cui avrei voluto iniziare anche io. Ma non importa: adesso l'ho trovato, ed è diventato il mio maestro e adesso io ho di nuovo sette anni. Mi ha fatto comprare una chitarra da principiante e ogni settimana mi riceve nel suo bell'appartamento, nel quale mi insegna a leggere la musica, mi spiega la composizione di un accordo maggiore o minore. E - alla fine della lezione - parliamo di musica, spaziando dal jazz alla bossa nova, finendo al rock o alla lirica rivisitata con le sei corde.

Non sarò mai una rock star, questo è inevitabile. Ma ora suono, e questo mi basta, ed è una sensazione bellissima, anche se nessuno mi ascolterà mai. Tantomeno dei babbuini usciti dal bush.

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domenica 17 novembre 2013

MACNO (IL RE E' NUDO)

 

 
Gli ultimi mesi della storia di Silvio Berlusconi mi hanno riportato alla mente un romanzo di Andrea De Carlo, intitolato Macno. Con insospettabile anticipo sugli eventi attuali, De Carlo descriveva la storia di un dittatore immaginario che aveva acquisito il potere grazie al sapiente utilizzo della televisione. Una giovane e affascinante giornalista free lance, ed un cameraman innamorato di quest'ultima, si recano - per un'intervista-reportage - nel palazzo dove il dittatore vive ormai arroccato, quasi confinato, e lo scoprono solo e ostaggio del proprio potere.
Mi sembra che l'ormai ex Cavaliere del Lavoro ed ora pregiudicato cittadino B sia l'impersonificazione attualissima di Macno: un uomo vecchio, indebolito dalle recenti traversie processuali e politiche, stanco e sconfitto. Ostaggio, per di più, dei suoi fedelissimi che - in un modo o nell'altro - usano la sua figura un tempo carismatica per procurarsi un lasciapassare che permetta loro di varcare le Colonne d'Ercole del suo addio alla scena politica attiva.
Falchi, colombe, lealisti, pontieri, filogovernativi: tutti si stanno spartendo le vesti del leader decaduto, per trarne - in modo vergognosamente opportunista - un vantaggio che si traduca in appeal elettorale.
Da una parte, i cosiddetti lealisti sperano di raccoglierne il testimone mantenendo lo zoccolo duro dell'elettorato pidiellino, attraverso una patetica rivisitazione di Forza Italia, una minestra riscaldata che - rispetto al movimento del 1994 - manca del fondamentale elemento dirompente della novità e della sedicente estraneità al precedente sistema della Prima Repubblica da poco abbattuta.
Dall'altra, i filogovernativi usano Silvio Berlusconi per vantarsi presso gli elettori dell'impresa di aver salvato un Governo (che non merita tanti sforzi) e di aver abbattuto il vecchio leader in nome della legalità e del rispetto delle sentenze definitive.
Disordinatamente sparse ci sono inoltre figure ambigue che si legano disperatamente al dittatore al tramonto per prolungare la propria mediocre parabola politica, sfruttandone la vicinanza in modo imbarazzante e volgare: un esempio sia Daniela Santanché che di recente si é distinta per un involontariamente ridicolo reclutamento di forze fresche per rimpinguare l'ala dura del PDL, con il risultato di mettere in imbarazzo e fare oltretutto incazzare un Berlusconi ancora sufficientemente lucido da capire cosa giovi e cosa nuoccia al proprio partito.
E ancora: i figli del primo matrimonio, ansiosi di mettere definitivamente le mani sul patrimonio accumulato dal padre, e di gestire in totale autonomia un impero imprenditoriale a cui essi non hanno dato nessun contributo, ma che non vogliono più vedere dissanguato dalle iniziative politiche del fondatore.
Infine, ma non meno importante, la giovane fidanzata del Presidente, che cerca di tenerlo a galla per poter vivere di luce riflessa e godere dei benefici economici che la convivenza con l'anziano milionario le possono derivare. La querelle fra lei e la Bonev é una squallida chiosa a quello che é stato il percorso degli ultimi venti anni di un uomo vanitoso e ambizioso.
Decadenza o meno, il Re é nudo: debole e in balia di qualsiasi alleato che gli consenta di prolungare la propria agonia politica, Berlusconi mi ricorda nè più nè meno il Mussolini sfuggito alla prigionia di Campo Imperatore. Un'icona senza dimensione, una figurina da ostentare agli occhi del popolo bue.
Un re nudo, spogliato di carisma, di fascino, di energie, di credibilità, di autorità.
Ad offrirgli una minuscola foglia di fico é Enrico Letta, nipote del più fidato fra i consiglieri di Berlusconi che - dalla sponda che ancora si vuole presumere opposta - getta all'antico avversario una ciambella di sopravvivenza, sperando che questo gesto gli permetta di salvare un governo altrettanto fragile e nudo, in balia venti di cambiamento e di correnti interne ad ogni partito.
In tutta questa nudità, quelli che davvero si stanno prendendo un brutto malanno sono i cittadini che, aggrappati ad una zattera alla deriva (lo Stato Italiano), sono destinati ad un naufragio senza ritorno.
 

venerdì 15 novembre 2013

MORIRE, DORMIRE, SOGNARE FORSE



Mi gusto il fumo dell’ultima sigaretta prima di salire, certo che questo sia l’ultimo amaro che guasterà la mia bocca per molto tempo. Nel cortile, decine di enormi Audi, tutte austere, scure, e rigorosamente aziendali, mi osservano seriose dall’angolo dei loro fari sagomati.

Lui è di sopra che mi aspetta: sì, l’uomo del Valore Aggiunto uguale a zero sa già che cosa gli devo raccontare, e ciò mi riempie di una frenesia sarcastica e dissacrante. Schiaccio il mozzicone nel portacenere, sistemo il nodo della cravatta e abbottono la giacca: sono pronto. Entro nell’ascensore e mi appresto alla lenta ascesa verso il piano nobile, destinazione top management. Davanti allo specchio, nel grande ascensore blu, provo smorfie e linguacce. Sgrano gli occhi, aggrotto la fronte. Sbuffo. Faccio persino una pernacchia. Rido.

Parquet rossiccio, pareti bianchissime, porte socchiuse dalle quali si intravedono scrivanie lucide, serigrafie alle pareti e gigantesche piante di ficus elastica: Fantozzi è passato anche di qui. Le segretarie dei megadirettori sono eleganti e con la faccia deformata dal sussiego; mi incrociano senza capire lo stato catatonico che mi muove lungo quei corridoi silenziosi e solenni.

La porta del mio capo è aperta, questa volta. Strano, dal punto di vista di chi la trovavo sempre chiusa. C’era sempre qualcuno di più importante di me. Qualche manager americano, o giovani colleghe da suggestionare con atteggiamenti da Wall Street. Magari anche qualcuno dei miei collaboratori, desideroso di scavalcarmi e di trovare un orecchio comprensivo per le lamentele sulla mia pretesa di disciplina.

Ma oggi è il mio giorno e tutto mi si spalanca. VA-zero è in piedi, accanto alla sua scrivania, le braccia conserte, lo sguardo che vaga nel vuoto. Al telefono quando gli ho chiesto cinque minuti di tempo per presentargli di persona le dimissioni ha emesso un piccolo sospiro; no, meglio: un gemito soffocato, come se una stilettata lo avesse trafitto. Come se si aspettasse di avermi sempre nella sua squadra a smazzare, a correre, a sostituirmi alla sua assenza, e a subire le sue meschinità, le sue gelosie, le sue debolezze di uomo paranoico convinto sempre che esista al mondo qualcuno che vuole fotterlo, qualcuno da fottere.

Mi invita ad accomodarmi con un ampio gesto della mano, insolitamente ospitale. In questo istante sento un nodo allo stomaco e il respiro che fatica a fluire. "Questa ansia è figlia di un retro pensiero che non ha più senso di esistere – mi dico – lui non può più farmi male".

- Vuoi un caffè, Sigma? – mormora con la sua voce da bamboccio viziato, mentre armeggia dentro un armadietto alla ricerca delle capsule di Nescafé.

- No, grazie – la mia voce esce secca, mi è piaciuto il suo suono; fermo, sicuro, non tremolante come usciva di solito quando dovevo fronteggiare il suo umore scostante, il suo broncio infantile.

Prepara il suo caffè, appoggia alla scrivania la grossa tazza con i colori della Juventus e si siede. Mi fa un cenno con il capo per invitarmi a parlare, la pantomima diversiva è finita: tocca a me.

- Gli americani, quelli che ti piacciono tanto, suddividono il cambiamento in due tipi: change for gain – change for pain. Ecco, per me queste dimissioni sono un cambiamento: un change for pain, perché qui io sto malissimo, e la causa di questo mio malessere sei tu. Solo tu.

Resto a guardarlo un istante, mentre riceve il colpo. O fa finta di riceverlo. La sua faccia è così impermeabile alle espressioni sincere che non si ha mai la certezza di cosa stia provando. Avrei voglia di prendere quella tazza da bambinone e tirargli il caffè bollente in faccia. O picchiargliela sul cranio calvo.

- Non credo che le mie dimissioni ti sorprendano, né che ti dispiacciano, visto che hai quotidianamente fatto di tutto per mortificarmi, delegittimarmi, contrastarmi.

- Qui ti sbagli. Se sei obiettivo devi riconoscere che i progressi della tua carriera hanno scritto il mio nome e cognome.

- Certo. Fintanto che ti facevo comodo. Ora mi vedi come una minaccia e da anni stai facendo di tutto per destabilizzarmi. Hai vinto tu.

Ha vinto, eppure è lo sconfitto. Io ho perso, perché lascio tutto ciò che avevo seminato in dieci anni; eppure vinco, perché sono libero. Lui ha perso: ha perso me.

Mentre balbetta preconfezionate frasi di circostanza per definire in modo superficialmente lusinghiero ciò che io ho fatto e le ragioni per cui lui vorrebbe che restassi, stacco l'audio, smetto di ascoltarlo e penso.

Penso a quanto sia difficile dare un taglio, chiudere definitivamente una porta. Lasciarsi alle spalle decine di rapporti coltivati e rafforzati in dieci anni di fatica quotidiana, di confronti e incontri, di lavoro serio e stancante. Lasciare alle spalle tutto ciò, sopraffatto dalla gelosia altrui, dalle trame dell'invidia, dai piccoli soprusi clandestini; dalle piccole dosi di veleno quotidiano che ho dovuto assumere in silenzio, minacciato da un invisibile e gigantesco ricatto che metteva in discussione la mia posizione, il mio posto di lavoro.

Ogni distacco richiede coraggio, incoscienza, e stanchezza. Guardo VA-zero negli occhi, mentre le sue labbra continuano a pronunciare un non richiesto elogio funebre alla mia carriera in questa azienda; lo guardo e mi viene in mente Shakespeare e il monologo di Amleto: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Io ho combattuto a lungo contro la sua meschinità. Sono stanco, e questa stanchezza da troppo tempo mi ha parlato di fuga. Ecco perché oggi non ho paura di andarmene. La fuga mi ha sempre affascinato: oggi si mollano gli ormeggi, e da domani si va a scoprire un nuovo mondo.

Mi alzo, non sono sicuro che abbia finito di parlare, ma non ha molta importanza. Gli tendo una mano - retaggio di un'educazione elegante che mi é stata impartita e che mi insegna a sorridere anche quando avrei voglia di chiudere con un vaffanculo.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.

Ora non ho più remore.

domenica 10 novembre 2013

I GIACOBINI E L'ASSALTO ALL'ESTABLISHMENT

 
 
Sul Corriere della Sera di Giovedì scorso, nella rubrica dedicata alla corrispondenza dei lettori, Sergio Romano si è esibito in un sorprendente esercizio di arroganza difendendo il Ministro Cancellieri.
 
Rispondendo ad un lettore della sua stessa pasta, l'ex ambasciatore, ha espresso il seguente pensiero, sotto il titolo Il caso Cancellieri, un processo giacobino:
I critici [della Cancellieri] fingono di non sapere quale sia la vita quotidiana di un uomo pubblico in Italia. Parlamentare, alto funzionario dello Stato, imprenditore, sottosegretario o ministro, l’uomo pubblico è spesso oggetto di richieste e preghiere. Qualcuno chiede con garbo e discrezione, altri chiedono sfacciatamente e non esitano, se riescono a impadronirsi del suo numero di telefono, a disturbarlo in qualsiasi momento della giornata. Fra gli uomini politici vi sono quelli che si servono di queste richieste e della propria posizione per creare una clientela politica ed elettorale, ma vi sono anche quelli che cercano di dare una mano a chi merita di essere aiutato. Vi sono poi i vecchi amici, le vecchie conoscenze, i parenti vicini o lontani. Forse più che in altre democrazie ogni uomo pubblico, in Italia, si porta dietro una ingombrante famiglia allargata. Bisognerebbe tenere i familiari a distanza e dare prova di una certa fermezza, ma vi è sempre, inevitabilmente, l’eccezione. Il caso Cancellieri è scoppiato perché attraversiamo un momento in cui l’opinione pubblica, irritata dalla crisi e dagli scandali, cede spesso alla tentazione di chiedere ai suoi rappresentanti degli standard di moralità che mi sembrano in alcuni casi del tutto irrealistici. I movimenti populisti soffiano sul fuoco, i blog e le reti sociali agiscono come un acceleratore di particelle e fanno salire vorticosamente, nel giro di poche ore, l’onda dell’indignazione.
 
Immagino Romano, mentre - seduto nell'ampio soggiorno di una prestigiosa palazzina settecentesca, avvolto in una vestaglia di seta ricamata, con la preziosa gola protetta da un elegante fazzoletto - scrive le succitate parole, infastidito dalla rabbia e dallo sconforto di chi, quotidianamente deve fronteggiare gli abusi di una classe dirigente - in altri contesti definita correttamente casta - che pretende di poter disporre a piacimento del proprio potere per favorire conoscenti, amici e parenti, senza dover rendere conto di ciò e ai cittadini che fanno pur sempre parte di quello Stato di cui la Cancellieri è Ministro (della Giustizia, oltretutto) e che avrebbero il diritto di aspettarsi imparzialità da chi ne regge le sorti.
 
Scrivere che "gli standard di moralità richiesti [dal popolino rumoroso] sono in definitiva irrealistici" è l'arrogante manifesto di tutto ciò che in Italia è stato negli ultimi sessant'anni (per limitarci all'epoca repubblicana): l'irreprensibilità di un governante è una legittima pretesa dei cittadini di ogni Nazione civile.
 
Dire che alcuni dei detentori del potere si attivano "per aiutare chi davvero merita una mano", è un'affermazione emblematica del delirio di onnipotenza che investe chi alberga nella stanza dei bottoni; un Ministro, un Sottosegretario, un Capo di Gabinetto, un Ambasciatore, non deve dare una mano a chi lo merita: innanzitutto perché non ha la conoscenza esatta di tutti i meritevoli; in seconda battuta, perché la valutazione del merito è sempre soggettiva; infine perché esiste una legge all'interno della quale ci si deve muovere per promuovere la propria azione. E' il rispetto della legge, il rispetto integrale e imparziale, a tutelare i meritevoli; non certo l'erogazione paternalista da parte di un ancien regime che ricorda tanto quell'odiosa aristocrazia lassista che indispettì la popolazione parigina la quale decise di erigere le ghigliottine per le strade.
 
Il borioso Romano, uomo di potere, vorrebbe che la gente comune (mi piace usare questo termine proprio in contrapposizione alla definizione di notabili carichi di postulanti conoscenze e amicizie da tutelare) tacesse al cospetto di questi  abusi di potere, continuasse a tenere bassa la testa e continuasse a pagare le imposte. E' un po' l'atteggiamento che si rinviene nei boss di Cosa Nostra, per i quali non esiste una legge univoca, se non la propria; che erogano privilegi e danno una mano agli amici di amici; e che pretendono il silenzio al posto del dissenso.
 
Sono un blogger giacobino, forse sì: diversamente dall'Ambasciatore, sono felice che esistano i blog e i social network; in questo modo il dissenso può circolare, trasformarsi in protesta, forse; tentare un cambiamento di rotta.
 
Diversamente dovremmo accontentarci di ascoltare esclusivamente la voce della casta dalle pagine del più conservatore dei mezzi di informazione, quel Corriere della Sera che fornisce un pulpito esclusivamente a chi di quell'establishment fa parte.
 
E non è proprio il caso.
 

martedì 5 novembre 2013

NON E' UN PAESE PER POVERI




Quando, nel novembre 2011, il Governo guidato da Mario Monti si insediò, la maggior parte dei Ministri appartenenti a quell’esecutivo si esibì in atteggiamenti di superiorità al limite della tracotanza, fronteggiando il Parlamento con l’aria della persona competente che si rivolge ai dilettanti incapaci e disonesti.
Fra di essi, il Ministro Cancellieri diede prova di asprezza, sorreggendo la sua sanguinaria collega Elsa Fornero, Ministro del Welfare e del Lavoro, nello sferzare i giovani che – invece di cavarsela con le proprie forze e affrontare il mondo del lavoro a viso aperto – preferivano ricorrere all’aiutino dei propri genitori per togliersi dai guai. Scordatevi il posto fisso, è noioso e antiquato, starnazzavano in coro.
Due anni dopo o poco più, il Governo monti é stato dismesso dopo una serie più o meno lunga di fallimenti; Annamaria Cancellieri è riuscita peraltro a garantirsi quel noioso posto fisso su una rilevante poltrona di Ministro di Grazie e Giustizia; da Guardasigilli ha opportunamente fatto leva sulla propria posizione e sul potere che da essa deriva per sottrarre alla carcerazione preventiva una cara amica (nonché figlia di papà) che languiva in carcere in attesa di giudizio: Giulia Ligresti. Costei, insieme a gran parte dei propri familiari, a partire dal padre, è al centro di un’indagine della Guardia di Finanza e della Magistratura milanese.
Annamaria Cancellieri si è difesa dalle accuse di aver favorito un’amica sostenendo di aver preso in esame e di aver promosso la scarcerazione di altri 110 casi simili, aggiungendo che la Ligresti sarebbe morta in carcere per le precarie condizioni di salute, in quanto anoressica: è noto, infatti, che andare in carcere repentinamente provenendo dal mondo dorato derivante dagli abusi edilizi provoca gravi destabilizzazioni emotive, che non colpiscono invece la gente comune desueta alla bella vita.
Precarie condizioni di salute che non sono state sufficienti ad autorizzare, per esempio, la scarcerazione di Stefano Cucchi. Che la carcerazione preventiva sia un problema, è noto a chiunque, che venga affrontata in modo superficiale e personalistico da un cosiddetto Ministro tecnico, è inaccettabile.
Oltretutto viene il sospetto che questa ingerenza ministeriale abbia un recondito obiettivo, e trasversale nelle finalità: Giulia Ligresti e Piergiorgio Peluso, figlio della Cancellieri, hanno condiviso una parte rilevante nelle vicende relative a FonSai. Peluso è stato il DG che con scaltre operazioni di finanza creativa è riuscito di fatto ad estromettere i Ligresti da Fonsai.
Da un perverso angolo di osservazione l’atto di clemenza della Cancellieri sembrerebbe un parziale risarcimento per lo sgarbo di Peluso alla famiglia Ligresti, nonché un’azione per tacitare una possibile testimone a carico del figlio. Come a dire "Tu smetti di rompere le palle a mio figlio per le manovre all'interno di Fonsai e io scarcero te, mia cara amica".
Giudicare é sempre pericoloso; non sono mai stato in una posizione tanto rilevante da potermi permettere di aiutare un amico in difficoltà; nè so come mi comporterei in una situazione simile.
Resta valido, tuttavia, il concetto che chi si trovi a lavorare per lo stato debba essere al di sopra di ogni sospetto; sono convinto che questo sia il requisito minimo per poter aspirare a cariche pubbliche e poterle ricoprire in modo autorevole e privo di condizionamenti e ricatti.

Quando uno Stato sceglie di utilizzare i rapporti di amicizia e di famiglia come criterio discretivo nella somministrazione di sanzioni e privilegi, questo Stato si pone a livello dell'antistato. E' quindi bene che i Ministri abbiano la forza e l'onesta sufficienti per rimanere imparziali davanti alle scelte che compiono ricoprendo questa carica. Di fronte all'impossibilità di mantenere l'imparzialità, un Ministro non dovrebbe dunque attendere la fiducia di un Parlamento fatiscente, ma dovrebbe dimettersi spontaneamente.
Sempre che si abbia la pretesa di voler dare normalità e dignità a questo Paese. Altrimenti l'Italia continuerà a non essere un Paese per poveri.