lunedì 28 ottobre 2013

WALK ON THE WILD SIDE



Siamo tutti diversi, in questo mondo. Dipende dal punto di vista dal quale ci osserviamo; il colore della pelle, le inclinazioni e le abitudini sessuali, la fede religiosa, l’abbigliamento, il look, interessi e passioni, le opinioni politiche, la passione calcistica, i gusti musicali, la corporatura e chi più ne ha più ne metta: tutto  differenzia ciascuno di noi da chiunque altro.
In natura la diversità viene vissuta come una ricchezza, la cui mancanza impoverirebbe il mondo. Fra gli esseri umani, al contrario, succede che un gruppo dominante composto da individui che si sono coagulati fra loro sulla base dell’individuazione di pochi fattori comuni si arroghi l’autorità di tracciare una linea per definire arbitrariamente che cosa sia giusto e cosa sbagliato all’interno dell’ordine precostituito del quale fanno parte e che li ha posti al vertice della comunità. Indifferenti al dubbio se questi criteri siano corretti ed etici.
Nasce così, per esempio il temine WASP, acronimo che indica – negli Stati Uniti americani – la razza superiore: white, anglo-saxon, protestant. Bianco, anglosassone, protestante. Detieni queste tre caratteristiche e sei in; non le detieni sei out. Fuori dal giro buono, emarginato, invisibile. Dimenticato.
Lou Reed è cresciuto nei quartieri alti della New York degli anni 60, in quel Greenwich Village in cui cominciava a fermentare una rivoluzione culturale in contrapposizione al conservatorismo sul quale la classe dirigente fondava il proprio potere e la propria sopravvivenza.
Attraverso il potente strumento del rock, il quasi trentenne Lou Reed fece propria la missione di scandalizzare l’America perbenista portando avanti il concetto di diversità, vista dal lato dei consumatori di eroina, degli omossessuali, dei perdenti.
Loser, negli Stati Uniti è un termine totem, l’ossessione di chiunque: uscire sconfitto da un’impresa qualunque equivale tutt’ora a farsi imprimere sulla fronte la L di loser (perdente); nel gergo gestuale dei ghetti e degli ambienti sportivi americani, portarsi alla fronte la mano con le dita piegate a disegnare una L equivale a sbeffeggiare il proprio interlocutore accusandolo di essere un perdente. Che, in quanto tale, va disprezzato.
Lou Reed non ha esattamente avuto cura del proprio corpo: droga, alcool e una vita sregolata hanno minato il suo organismo. Ieri questo organismo logoro e vecchio ha ceduto, portandone via la mente provocatoria e iperattiva.
Quasi a rappresentare una forma di contrappasso, a Roma un giovane omosessuale si è suicidato perché non riusciva più a sopportare la discriminazione che quotidianamente gli si opponeva come un fronte invisibile e silenzioso: a 21 anni ha deciso che questa vita da altri definita sbagliata era insopportabile. Nel biglietto d’addio ha invitato gli omofobi a fare i conti con la propria coscienza.
E’ il terzo suicidio, nel 2013, per ragioni simili. Un’enormità.
Quello che mi agita è l’incapacità di comprendere le ragioni dell’omofobia, così come quelle di ogni forma di discriminazione precostituita e aprioristica: non sono certo uno che ama tutti, ma cerco di evitare che i miei comportamenti e le mie scelte siano guidati da preconcetti.
In Walk on the wild side, uno dei suoi più celebri brani – non il mio preferito che resta Tripitenas’s song – Lou Reed invita a saltare al di là della barricata di pregiudizi che rappresenta la rassicurante coperta dei benpensanti, per scoprire cosa c’è sulla sponda selvaggia della vita.
Credo sia proprio questo quello che manca tutt’ora: nel diverso, nello sconosciuto si vede il pericolo, per una forma istintiva di diffidenza. La conoscenza, sotto forma di istruzione, di informazione, riduce quella zona oscura che genera la diffidenza. E’ il motivo per cui in città cosmopolite come Londa o San Francisco, dove si mescolano genti di differenti colori, culture e abitudini, sia molto meno probabile rinvenire forme di discriminazione rispetto a luoghi, come l’Alabama o la Brianza dove le infiltrazioni dall’esterno sono molto più rare e quindi suscitano il rigetto. Sorprende tuttavia che in una città come Roma che da millenni è soggetta a flussi migratori da ogni parte del mondo e che ha sei milioni di abitanti, la diversità sia vista ancora come un facile obiettivo della prepotenza e del bullismo.
Certo, in Italia il discorso é complicato: l’approccio alla sessualità è influenzato in modo determinante da un malinteso messaggio della Chiesa – per secoli guidata da un’ottusa omofobia che solo ora viene lievemente scalfita dalle parole e dagli atteggiamenti di un Papa illuminato; ciò ha generato una forma di machismo che nel corso della storia ha trovato sponsor importanti. Da Mussolini che spediva al confino gli omosessuali e invitava la donna ad essere la macchina per riprodurre la specie italica (e capirai!), a Berlusconi che, per difendersi non senza ingenuità dalle accuse dei giudici durante il Ruby-gate, sostenne che è comunque meglio interessarsi alle belle ragazze che essere gay, come se essere gay fosse una malattia, una colpa, un vizio.
Spesso inoltre l’omosessualità è stata associata alla pedofilia. Frutto dell’ignoranza, dicevamo. La strada da percorrere per il rispetto (perché è di questo che stiamo parlando) e la convivenza pacifica è ancora lunga: lunga e sconnessa perché insiste sul vuoto culturale e sull’intelligenza complessiva di un popolo.
E allora, let’s take a walk on the wild side.

giovedì 24 ottobre 2013

HIC ET NUNC



A: Quanto tempo può stare sottoterra
un uomo, prima di diventar marcio?

B: Dipende. Se non è marcito prima
(e tutti di carogne putride ogni giorno
ne abbiamo veramente una caterva,
che si riesce appena a seppellirle),
ci vorranno, che so, otto-nove anni.

                                                                                      [W. Shakespeare, Amleto]


Nella bara giace un cadavere. Membra inerti, sangue coagulato, muscoli rattrappiti dal rigore della morte. Ossa, cartilagini, pelle, capelli. Materiale destinato alla decomposizione, pura materia priva di vita che presto si confonderà nella terra, nell'acqua, nell'aria; fosforo e cenere che arricchiranno il terreno, indipendentemente dal campo nel quale quello scomodo cadavere verrà sepolto.

Inseguire un feretro e prenderlo a calci é stupido; è altrettanto stupido e criminale inneggiare a quel cadavere utilizzando croci uncinate e saluti romani. Un cadavere resta un cadavere, sia appartenuto ad un santo o ad un criminale. Trovo che restare attaccati ai simboli sia la rappresentazione di un'incapacità di pensiero articolato; e tutto ciò genera dei paradigmi che bloccano l'evoluzione del pensiero politico nel nostro Paese.

La baraonda scatenata intorno ai funerali di Eric Priebke, prima e durante la tentata cerimonia presso il convento dei frati lefebvriani rende la misura di come in Italia ci sia un'assurda capacità di complicare le cose e di come si riesca ad attirarsi i fallimenti annunciati, anche quando il buonsenso suggerirebbe di tenersi alla larga.

La morte di Eric Priebke era annunciata: quell'uomo era molto più che anziano, per giunta malato; inevitabile che morisse. Data la scomodità del personaggio, la lungimiranza avrebbe suggerito di studiare la strategia più opportuna dal punto di vista dell'ordine pubblico; strategia da realizzare nel momento stesso in cui il maledetto militare delle SS avesse chiuso gli occhi.

Questa strategia si chiama giocare d'anticipo: individuare una fossa, buttarcelo dentro il più rapidamente possibile e coprirla di terra. Niente esequie pubbliche, nessun corteo: solitamente un corteo offre alla folla l'opportunità di rendere omaggio al defunto che in vita ha compiuto del bene; questo defunto non meritava nessun omaggio, la sua vita é stata solo orrore.

Per la religione cattolica il perdono si consegue attraverso il pentimento, ossia la presa di coscienza del dolore provocato dalle proprie azioni, il dolore derivante da tale presa di coscienza e il serio proposito a non ricadere più nel medesimo errore. Eric Priebke non si è mai pentito e il videotestamento sta a dimostrarlo (perchè solo i farabutti affidano al video i propri pensieri, ultimamente?)
Tuttavia sia Papa Giovanni XXIII che Papa Francesco sostengono che il peccato sia degradante in sè, ma l'essere umano non perda mai la propria dignità anche nel compimento del peccato. Cosa da teologi; e la religione dell'amore, quella cristiana, é difficile da apprendere in epoche come queste. Priebke non era un praticante cattolico; si esercitava in altre pratiche, da giovane. Quindi la cerimonia religiosa era un falso problema, che un monaco benevolo avrebbe anche potuto officiare.

Ancora più geniale sarebbe stato caricarlo su un'ambulanza, portarlo in gita a Norimberga o a Monaco, dove avrebbe potuto tirare le cuoia in mezzo ai suoi sodali che in Baviera non mancano mai. Ancora una volta la Germania ha affrontato con distacco ed indifferenza la questione relativa al proprio passato, abituata com'é a puntare l'indice contro le altre Nazioni senza mai considerare la propria storia in chiave autocritica.

Sarebbe in ogni caso bastato stabilire un luogo di sepoltura e interrarlo lì: la Normandia, per esempio, é piena di cimiteri tedeschi dove sono sepolti militari delle SS e della Wermacht morti dopo il 4 giugno 1944; tali cimiteri non sono certo luoghi di culto e di ritrovo per ottusi neonazisti: io stesso ne ho visitati alcuni lungo il percorso doloroso nonché educativo che dalla citta di Caen porta alla spiaggia di Omaha. Sono luoghi mesti, silenziosi e poco frequentati, che si prestano a riflessioni su quanto inutile e improduttiva sia la violenza che anima gli esseri umani contro i propri simili.

[L'ipotesi di cremarlo e di spargerne le ceneri su una discarica sarebbe piaciuta molto a Dante Alighieri che vi avrebbe visto una forma di contrappasso per quanto compiuto in vita dai suoi camerati nei campi di sterminio: ma per questioni di igiene questa ipotesi non ha potuto nemmeno essere presa in considerazione]

In ogni caso, la consueta incertezza di chi aveva le leve decisionali ha lasciato spazio e opportunità a chi era in cerca di clamore: per primo l'avvocato del nazista, arrogantello narcisista in cerca di facile pubblicità; a seguire gruppi politici o parapolitici che cavalcavano la tigre (di carta, per la verità) dei funerali per poter manifestare in modo sguaiato ed inefficace l'odio verso la fazione rivale, a dimostrazione che resteremo per sempre la patria dei Guelfi e dei Ghibellini, la Terra dove nessuna questione possa essere discussa con equilibrio; la Comunità Ebraica che non esista a far sentire la propria voce anche quando il buonsenso suggerirebbe di lasciar correre; infine i media, desiderosi di distrarre l'attenzione popolare dalle questioni relative alla politica italiana per concentrarla su uno sterile cavillare intorno ad un corpo senza vita.

Perchè questo é il nocciolo della questione: è un cadavere ad aver fatto paura, mentre dovremmo preoccuparci dei vivi.

Il nazismo e ogni forma di violenza verso il prossimo va combattuto contro i vivi che lo professano: qui e adesso. Oltraggiare la bara di un nazista, o appendere dei corpi martoriati a Piazzale Loreto per pisciarci sopra, non aggiunge niente alla battaglia contro la discriminazione razziale, contro i totalitarismi, contro la prevaricazione dei forti contro i deboli.

Sono le idee, la voglia di manifestarle in modo comprensibile, la capacità di sostenerle con coraggio e pazienza, a sconfiggere i fascismi del mondo. Non l'indignazione o le scenate isteriche. La battaglia va combattuta prima e non dopo che il fascismo si é imposto.

E se intorno alla tomba di Priebke dovessero raggrupparsi ottusi fanatici di un credo che conoscono solo nel linguaggio e nei gesti, ben vengano: sarebbe l'opportunità per le forze dell'ordine di procedere a comodi rastrellamenti di una pericolosa marmaglia che meriterebbe lunghi soggiorni a Dachao ad Auschwitz, di certo lontano dalla vita civile di tutti i giorni.

SHE'S SO HEAVY


 

Julie Taymor è una regista americana che è diventata celebre per la biografia cinematografica di Frida Kahlo, un affresco policromo della vita avventurosa della pittrice messicana.
Meno noto, ma di altrettanto valore, è il musical Across the universe, ispirato – come si può immaginare dal titolo – alle canzoni dei Beatles. Il film narra la storia di un gruppo di giovani che si trovano ad incrociare le proprie vite nel Greenwich Village di New York City durante il periodo hippy. In Across the universe si rinvengono numerosi messaggi provenienti da quegli anni, mescolati come in un mercatino variopinto – animato dal talento visionario della regista e del coreografo Daniel Ezralov, e sorretto dalla musica dei Fab Four di Liverpool rivisitata da un gruppo di solidi musicisti e performer: la liberazione sessuale, il confronto fra le classi sociali, la rivolta dei ghetti neri in tutta America, la guerra del Vietnam.
Una delle scene più robuste da un punto di vista simbolico è quella in cui un gruppo di marines marcia faticosamente nella jungla vietnamita sorreggendo la Statua della Libertà, sulle note di I want you (she's so heavy): una evidente metafora del ruolo che gli USA si sono scelti, ossia quello di esportatori del loro personalissimo concetto di libertà e democrazia. L’accostamento fra il brano di Lennon-McCartney, il testo allusivo che in origine era rivolto ad una donna e che qui è invece riferito al richiamo che lo Zio Sam con il suo cappello a stelle e strisce rivolge ad ogni potenziale soldato, è di forte impatto emotivo e la coreografia è suggestiva al punto da risultare inquietante.
Il ritornello che i marines ripetono ossessivamente mentre fanno avanzare il pesante corpo della Statua della Libertà recita She’s so heavy, letteralmente “è così pesante”.
Questo è il punto: il peso della democrazia esportata negli ultimi duecento anni dalle stanze di Washington è eccessivamente pesante per i presunti beneficiari. Senza contare che nel Paese della Democrazia d’esportazione, fino a pochi decenni fa un nero non poteva sedersi su un autobus di bianchi, né pranzare in ristoranti per bianchi, trascurando il fatto che per convertire il Giappone alla democrazia sono state lanciate due bombe atomiche che hanno ucciso un numero imprecisato di civili.

Basta quindi volgere l’occhio – senza andare troppo lontano – alle vicende europee del secondo dopoguerra: per scongiurare il vero o presunto spauracchio comunista, le Nazioni appena liberate dal Nazismo grazie al sacrificio di migliaia di vite americane hanno dovuto - in misura diversa - ma tutte indistintamente - mostrare la propria riconoscenza accettandone l’influenza. Tale influenza ha assunto forme variegate, ma tutte decisamente invasive e condizionanti dello sviluppo naturale della democrazia del Vecchio Continente. Trattati commerciali, adesione alla Nato, accoglienza nelle zone strategiche di ciascuna nazione di basi militari americane, sottrazione di cittadini americani ad azioni processuali di Tribunali locali, obbligo più o meno esplicito di partecipare a missioni militari per portare la Statua della Libertà in altri Stati, invasione dei mercati con prodotti a stelle e strisce e così via.
Negli ultimi mesi – da quando cioè Eddy Snowden ha dato vita con le proprie rivelazioni allo scandalo denominato Datagate – tutti sembrano essersi accorti che l’influenza degli Stati Uniti oltrepassava la soglia della normale prepotenza che una Nazione ricca e ben armata riserva abitualmente ai propri alleati: il fatto che le telefonate di 35 leader europei siano state regolarmente intercettate e sezionate dai servizi segreti americani ha creato un notevole scalpore, seguito dall’abituale indignazione, inevitabile in queste circostanze. Per non parlare della finta sorpresa di chi – nelle stanze dei bottoni, da Roma a Parigi a Berlino – conosceva già la verità e per opportunismo la manteneva celata.
Tuttavia, chi ha seguito con un minimo interesse le vicende di storia contemporanea italiana, sa bene che l’ingerenza occulta della CIA o delle differenti agenzie che costituiscono i servizi segreti americani ha origini antiche e azioni che si possono già riconoscere intorno agli anni ’60, quando la strategia della tensione fu uno strumento efficacissimo per stabilizzare il nostro Paese nelle mani della DC, partito gradito a Washington. La strategia della tensione, nata a Milano il 12 dicembre 1969 con l’esplosione di alcuni ordigni all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, si basava sull’infiltrazione di numerosi agenti filoamericani all’interno delle cellule eversive di destra o sinistra, con lo scopo di indirizzarne le azioni in modo tale da suscitare nella popolazione la paura e di conseguenza l’esigenza di equilibrio e stabilità che la Democrazia Cristiana sembrava offrire. Le indagini seguite a quell’attentato (che causò una quindicina di morti) misero più volte in evidenza queste ingerenze, ma ben presto furono insabbiate artatamente.
Ora, senza voler scendere nell’analisi storica e politica degli ultimi cinquanta anni, ci si ritrova a riscontrare per l’ennesima volta la totale inadeguatezza dell’Europa davanti alla necessità di fronteggiare in modo efficace ed unitario minacce – di qualsiasi tipo – provenienti dall’esterno: incapacità di fronteggiare l’aggressività commerciale della Cina, incapacità di costituire un fronte comune nei confronti dell’invadenza statunitense, incapace di dettare una politica estera comune durante le crisi (tipo quella libica e quella siriana).
Se l’unione Europea cessasse di essere semplicemente un ente ratificatore di bilanci nazionali e di politiche economiche devastanti, e si trasformasse in un forte interlocutore con una linea condivisa e interessante per tutti gli appartenenti e non solo per pochi, vicende di questo genere verrebbero rapidamente sanzionate e scongiurate per il futuro.
Diversamente, rimarremo un debole coagulo di Stati votati all’interesse individuale e continueremo ad essere preda del gigante americano. Che continua a volerci in modo intenso per proseguire la somministrazione dell’idea distorta di democrazia.

domenica 13 ottobre 2013

UOMINI E NO

 
 
Nella giornata di ieri è morto Erik Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui - per un atto di mera ritorsione - soldati delle SS macellarono a colpi di fucile trecento e trentacinque civili e militari italiani.

Pare che Erik Priebke, che - insieme ad Herbert Kappler - comandava tali soldati tedeschi, abbia lasciato un testamento morale. Pur al cospetto di un evento tanto definitivo come la morte, fatico ad accostare con serenità il vocabolo morale alla fine della vita efferata, violenta e priva di rimorso di questo nazista. La morale di questo criminale potrebbe impartirci una macabra lezione di superiorità di una razza rispetto all'altra, di indifferenza per la morte di altri esseri umani, di sopraffazione, di crudeltà. Una lezione di cui non abbiamo bisogno.
 
La stessa morale, in un certo senso, che mi è parsa di cogliere in tanti commenti su quanto è avvenuto settimana scorsa nel mare di Lampedusa. Esistono siti in internet e gruppi in Facebook che si rivelano davvero agghiaccianti per chi pensa ancora che l'umanità sia tutto sommato costituita da esseri ragionevoli. Ho raccolto opinioni raccapriccianti dopo aver postato qui il mio articolo Homo homini lupusAlcuni giudizi mi sono rimasti impressi: "questi sono negri, che vengono qui, vivono allo sbando, spacciano, finiscono preda della criminalità organizzata, stuprano le vostre figlie; meglio se sono morti". Ho chiuso un istante gli occhi e mi sono trovato in Alabama durante la Grande Depressione, o nella Germania nazista dei forni crematori, dove la vita altrui veniva sottovalutata e spezzata con metodo: Siamo ancora a Berlino, nel 1935, nonostante siano passati ottanta anni.
 
Nel 1944 Elio Vittorini scrisse un libro intitolato Uomini e no, una travagliata storia d'amore ambientata negli anni della Resistenza. Le vicende sentimentali si alternano alla crudezza degli eventi: in esso vengono descritte rappresaglie tedesche che insanguinarono Milano in quel confuso biennio.
 
Uomini e no, questo titolo che equivale ad una paradigma tuttora valido, mi è venuto in mente proprio riflettendo sulle considerazioni ciniche di chi ha saputo di una mattanza di vite e non è riuscito a leggerla se non in chiave di opportunità politiche, od economiche o di limitazione dei propri privilegi. Non nego che la questione legata all'immigrazione clandestina sia un problema complicato che il Ministro Kyenge ancora non è riuscita ad abbracciare in modo efficace. Ma non è auspicando altre stragi dei mari che possiamo pensare di risolverlo.
 
Nel 1963 Martin Luther King auspicava una convivenza pacifica ed equilibrata fra i cittadini bianchi e quelli neri all'interno dei confini degli Stati Uniti d'America. Martin Luther King, fu ucciso a Memphis cinque anni dopo, mentre divulgava il suo messaggio. Sembra che il suo sogno sia rimasto incompiuto, se ancora dobbiamo argomentare sul colore della pelle o su questioni di appartenenza territoriale o di fede religiosa, per applicare dei distinguo, per stabilire chi ha diritto di vivere o morire.
 
Sotto l'abito che portano, dietro al simbolo religioso che idolatrano, oltre la lingua che parlano, sotto il colore della pelle, ci sono esseri umani, con sangue che scorre e un cuore che pulsa rapido o lento a seconda della paura e della percezione del pericolo, della fame e della malattia, per non parlare degli affetti che agitano questo cuore. Sotto il colore della pelle sono uomini.
 
Non si può dire altrettanto di chi resta impassibile davanti ad una tragedia e che non tende la mano a chi sta affogando. O che specula su tali tragedie per portare avanti ciniche battaglie politiche od economiche. 
 
Ad un uomo in mare, ad un uomo in fuga dal dolore e dalla persecuzione, dalla fame e dalla guerra, si tende sempre una mano. Poi si può procedere a definire i termini delle convivenza, sanzionando i comportamenti illeciti e tutelando quelli leciti. Aiutando, educando, eliminando le ragioni che causano le migrazioni. Ma certo non sia l'indifferenza a guidarci.
 
E' ciò che definisce se siamo uomini o no.

venerdì 4 ottobre 2013

HOMO HOMINI LUPUS



"In Eritrea era un inferno: per questo abbiamo cercato di raggiungere l’Italia"
Nella testimonianza di una delle poche sopravvissute al macello di Lampedusa troviamo l’essenza tragica di una storia che da troppi decenni viene raccontata senza che l’indifferenza dell’occidente civilizzato venga scossa. E’ una storia con molti protagonisti, alcuni dei quali carnefici, molti ancora vittime, altri spettatori più o meno disinvolti.

In italiano esiste un vocabolo, umanità, che rappresenta il sentimento di rispetto della vita umana; questo vocabolo equivalente a pietà (termine dalla connotazione prettamente religiosa) ha un’etimologia latina che la collega al termine homo, ossia uomo, essere umano; come a dire che l’essere umano, essendo dotato dell’humanitas, é differente dall’animale proprio per il fatto che sa portare rispetto per la vita in ogni suo aspetto.

La parola homo ritorna tuttavia anche in una delle più celebri teorie del filosofo inglese Thomas Hobbes, il quale afferma (riprendendo il poeta latino Plauto) "homo, homini lupus" ossia "l’uomo è un lupo per l’uomo": l’essere umano, quindi, non è altro che una creatura animata dall’egoismo, che non esita a trasformarsi in lupo per sopraffare un proprio simile.

Homo homini lupus dovrebbe essere il motto dell’Occidente industrializzato: un Occidente dove la maggioranza degli individui ha tre pasti quotidiani, vive in case solide, in condizioni climatiche sopportabili, in regimi pacifici più o meno democratici, lontano da guerre civili e da epidemie e carestie; lo stesso Occidente che dall’alto dei privilegi di cui gode, si permette di guardare con distacco la tragedia di molti milioni di essere umani – uguali in tutto e per tutto a quelli che vivono a Berlino, a New York o a Roma – senza compiere gesti rilevanti per mutarne le condizioni di vita.

Il fatto che trecento fra uomini e donne, alcune gravide, abbia deciso di imbarcarsi su una chiatta arrugginita e piena di falle, pagando uomini spregiudicati, per compiere una traversata senza certezze nell’Oceano agitato, pur di arrivare a mettere piede in quell’Europa che si piange addosso per la riluttante crescita del PIL e il rischio default di alcune nazioni, la dice lunga sul livello di disperazione e insegna una triste lezione sulla differenza di punti di vista che separano il mondo: ciò che noi chiamiamo recessione, per gli Eritrei è il benessere.

Mio padre ha vissuto tutta una vita lavorando da impiegato in un’azienda chimica: ha sempre fatto il proprio dovere, ha sgobbato, non glielo si può negare; ciò lo autorizza a sostenere che l’Occidente ha meritato questo benessere perché si è rimboccato le maniche, ha piegato la cannetta e ha sudato; dalla tavola imbandita del ricco pranzo domenicale, appena tornato dalla Messa, pensa sinceramente che se gli africani si decidessero a darsi da fare, potrebbero anch’essi vivere tranquillamente quella stessa vita borghese che lui conduce nell’operosa Brianza.

La Brianza è una tronfia regione che ha fatto del culto del lavoro uno stile di vita, e che crede che la soluzione ad ogni problema risieda nella fatica. In un bar, stamattina, ho sentito commenti raccapriccianti su quanto è successo ieri; quello che sintetizza meglio (o forse è meglio dire peggio) la filosofia di Hobbes è "bene, almeno imparano a venire qui; devono capire che qui non c’è niente; non siamo mica il bengodi, c’è la crisi!".

Questi pensieri da massa ignorante vengono poi sublimanti da membri del Parlamento italiano: numerosi deputati leghisti non hanno trovato di meglio che speculare su questa tragedia incolpando il ministro Kyenge e la Presidente della Camera dei Deputati Boldrini ree, a detta loro, di aver incoraggiato questi sbarchi.

Un gradino più su nella scala dell’indifferenza è l’Unione Europea che – tramite un suo portavoce – ha detto che l’Italia va aiutata a fronteggiare questa emergenza. Non è l’Italia a dover essere aiutata, è il Terzo Mondo!

Una delle materie più interessanti e al tempo stesso sconcertanti che ho studiato all’università, è stata Teoria dello sviluppo economico: tale disciplina analizza le condizioni che hanno permesso all’Europa di svilupparsi ed arricchirsi, con lo scopo di replicarle pari pari nei Paesi in via di sviluppo, in modo da portarli velocemente a regimi economici e politici simili ai nostri. L’analisi delle condizioni propedeutiche allo sviluppo trascurava, tuttavia, tre elementi: il tempo (l’Europa ha impiegato circa 250 anni a diventare quello che è oggi), le condizioni climatiche e il colonialismo; l’Europa è riuscita a crescere perché non era gravata dallo sfruttamento parassitario che invece l’Africa, il Sud America e buona parte dell’Asia hanno dovuto subire per alcuni secoli proprio dagli stessi Paesi che grazie anche a quella colonizzazione si sono arricchiti; sfruttamento che ha negato loro il progresso, ha tolto risorse e confuso la popolazione, ha trasformato continenti in immense miniere da impoverire ed abbandonare. E’ questa l’idea di sviluppo che ha in mente il capitalismo?

Finché l’Occidente industrializzato non si sentirà responsabile – come invece dovrebbe – dell’enorme divario che lo separa dal Terzo Mondo, non farà nulla di efficace per risolvere questi problemi. Per evitare tragedie di questo genere, occorre investire in modo non utilitaristico in quelle Nazioni dove l’economia, la democrazia e la cultura sono tre temi critici. Occorre vendere meno armi, e diffondere più cultura del rispetto; speculare meno sulla commercializzazione dei farmaci ed educare al controllo delle nascite; costruire scuole e ospedali; insegnare a produrre, invece che a combattere; sovvenzionare la nascita di aziende locali, invece che aprire grandi stabilimenti dove rinchiudere schiavi a basso costo; elevare i salari degli impiegati nelle multinazionali in loco. In poche parole rendere queste popolazioni autonome ed educate. Donare, invece che prendere. Messaggio che da mesi un Papa illuminato sta diffondendo.

Ma per arrivare a questo obiettivo, le Nazioni dominanti dovranno rivedere i propri standard di benessere: scelta che non costerebbe che pochi benefici irrilevanti ai fini della sopravvivenza. Fino ad allora sarà un proliferare di tragedie e di lupi.

giovedì 3 ottobre 2013

2 OTTOBRE 1977


Nella vita di ogni ragazzino arriva il momento dell’esperienza mistica, quella che ti segna nel profondo: una specie di marchio riconosciuto da subito e, con altrettanta immediatezza, ammesso nella ristretta cerchia dei sentimenti destinati a trascendere lo scorrere del tempo e a durare tutta la vita, nella buona e nella cattiva sorte: una fase destinata a non essere superata.

La mia esperienza mistica è datata 2 ottobre 1977.

Non sto parlando dell’amore, o della prima esperienza sessuale, o del giorno in cui scoprii quale fosse la mia vocazione professionale e la mia fede religiosa (su questi ultimi due temi vado ancora cercando certezze).
Il 2 ottobre 1977 coincide con la mia prima esperienza allo stadio. 
Milan – Lanerossi Vicenza. 
A quei tempi il Milan non era la corazzata travolgente che negli ultimi 30 anni ha dominato l’Europa; negli anni settanta era semplicemente una squadra dal passato glorioso che lottava pur sempre ai vertici e aveva nelle sue fila degli splendidi campioni.
Questo passato glorioso non era nemmeno importante, per quanto mi riguardava.
Spesso ci si perde nel tentativo di spiegare con percorsi logici le ragioni di una scelta; la verità è che le emozioni – l’amore per una donna, il tifo per la propria squadra del cuore, l’amicizia, la passione per un gruppo musicale – non hanno il sostegno della razionalità, vengono fatte d’impulso e solo successivamente le si riempie di motivazioni che si rivelano surrettizie. 
Non mi innamorai del Milan perché vinceva ogni partita, perché tutti i giornali ne parlavano o i miei compagni di classe erano in maggioranza milanisti.
Del Milan mi piacque il fatto che fosse la squadra della mia città, che avesse un bell'accostamento di colori (il rosso e il nero), che giocasse in uno stadio meraviglioso e che fosse la squadra per la quale faceva il tifo mio papà: tanto mi bastava. 
Mi approcciai al Milan con serena fiducia.
Di quel giorno ho memorie ovattate dal passare del tempo, ma non per questo meno vive.
Il giorno precedente quella domenica mio padre mi disse "se domani non piove andiamo a vedere la partita"; ai tempi Milano era ancora una città dal clima sub mediterraneo, pertanto gli autunni partivano in modo dolce e la pioggia, insieme alla nebbia, arrivava solo a novembre. 
"Se domani non piove". 
Passai il sabato pomeriggio ad osservare il cielo, nel timore di vedere nuvole incombenti sulla città e sulla mia partita; si trattava di una paura immotivata, il 2 ottobre si presentò infatti come una giornata soleggiata e tiepida.
Lo Stadio di San Siro, non ancora ingigantito dal terzo anello costruito per i mondiali del 1990, si presentava come un enorme catino di cemento grigio, dall'aspetto monumentale e un po’ lugubre; tutt'intorno, però, era un brulicare di carretti dei gelati, di venditori di caldarroste e di panini, di bancarelle che vendevano maglie, bandiere, cuscinetti e fotografie di Gianni Rivera, l’idolo indiscusso; il merchandising ufficiale che adesso pare rappresentare la principale fonte di sostentamento di una società di calcio non esisteva ancora: pertanto ogni banchetto aveva un prodotto differente dall'altro, senza che si potesse parlare di contraffazione. 
Era come andare ad un’allegra fiera di paese, con la differenza che questa precedeva un evento sportivo, ed era ambientata in una zona semicentrale di una metropoli e non nella piazza di un paesino dal contesto rurale o medioevale. 
Mio padre mi comprò una bandierina di un metro per un metro e un cuscinetto di gomma piuma con i colori della nostra squadra. Poi mi allungò un cartoccio fatto con carta di giornale nel quale fumavano una decina di caldarroste. L’aria era satura di tanti profumi mescolati: pane tostato, castagne abbrustolite, zucchero filato, frittelle, fumo di sigaretta e tabacco da pipa.
L’accesso agli spalti avveniva tramite delle rampe che come enormi fasce a spirale sovrapposte avvolgono il corpo delle gradinate: io e mio fratello corremmo ripetutamente avanti e indietro su quelle rampe, meravigliandoci di vedere la città dall'alto e il brulicare degli spettatori che si affrettavano agli ingressi. Io guardavo sventolare la mia bandierina di viscosa e mi sentivo felice. Finché non svoltammo l’ultima curva della rampa d’accesso: il colore verde del campo ci abbagliò insieme alle innumerevoli bandiere e striscioni che tappezzavano lo stadio.
Prendemmo posto in gradinata e mio padre iniziò a spiegarci come funzionava la faccenda: ci indicò la curva degli ultras, il tunnel da cui sarebbero entrati i giocatori, il tabellone rudimentale che segnava l’ora e il risultato, i riflettori utilizzati per le partite in notturna. Tutto mi sembrava estremamente affascinante (e il bello è che ancora oggi, ogni volta che ci metto piede, provo lo stesso entusiasmo).
Della partita ricordo poco: il Milan vinse 3 a 1, con un gol di Turone e due gol di Maldera; Gianni Rivera recitò il ruolo predestinato del numero 10 tutto genio e sregolatezza da cui la folla si aspetta sempre meraviglie: in quell'occasione fu più sregolatezza che genio e si beccò un’infinità di insulti; il carico maggiore di offese personali fu tuttavia riservato ad Egidio Calloni un centravanti talmente brocco da costringere Gianni Brera a scomodare Alessandro Manzoni e affibbiagli il soprannome di Sciagurato Egidio
Ciò mi stupii: imparai presto che il tifoso ama in modo viscerale e che – come un innamorato deluso – può arrivare anche ad insultare l’oggetto della propria idolatria, salvo poi rimetterlo sul piedistallo alla prima giocata pregevole. Gran parte del corposo bagaglio di parolacce e volgarità che tutt'ora utilizzo, lo appresi su quegli spalti, da quel giorno in avanti: una specie di tradizione orale che si tramanda di generazione in generazione; avevo dieci anni e mi trovavo a gridare e a sbracciarmi, seguendo degli adulti che si agitavano, imprecavano ed esultavano in modo talmente teatrale e coordinato da dare l’illusione che ci fosse una regia superiore: mi sentivo parte di qualcosa, e non era affatto spiacevole.
Negli anni 70 i calciatori erano semplicemente uomini e ragazzi che giocavano delle partite di pallone: non erano modelli, indossatori di capi alla moda; non recitavano nelle pubblicità, non erano testimonial di occhiali da sole; , non si accompagnavano a veline e attricette; non frequentavano discoteche di tendenza né party con modelle e tutte quelle cianfrusaglie da fighetti che contraddistinguono la vita quotidiana dei giocatori del 2000 molto più simili a tamarri che ad atleti.
A vederli dalle gradinate dei popolari, però, questi ragazzi dalle vite ordinarie e dalle pettinature un po’ beat sembravano appena scesi dall'Olimpo del Calcio. La distanza che mi separava dal campo, se alla vista li rimpiccioliva tanto da farli sembrare pupazzetti del Calcio-balilla, ne sovradimensionava il fascino, facendoli assomigliare a semidei irraggiungibili.
In trentacinque anni le cose sono cambiate: le televisioni hanno obbligato le squadre a giocare in qualsiasi momento del giorno, in qualsiasi giorno della settimana; ogni cosa viene pesata e valutata, il denaro è lo scopo del gioco, non lo scudetto o la coppa; i giocatori sono veicoli pubblicitari, i presidenti investitori o politici che cercano di accattivarsi la simpatia ed il voto dei tifosi dalle menti semplici e il cuore grande. In tribuna vanno le autorità in cerca di consenso, le starlette in cerca di pubblicità. Gli stadi hanno dovuto di conseguenza trasformarsi in lussuosi salotti, dove alloggiare anche negozi e ristoranti, per non venire classificati come obsoleti.
Per questa ragione, ancora adesso, mi piace rintanarmi su in cima, al terzo anello che è il più popolare dei settori: lì, lontano dallo sfarzo degli assurdi skybox della tribuna centrale, dai vip che la popolano, si parla solo di calcio, di schemi e di tiri in porta; si sente odore di marjiuana e di birra; ogni tanto incontro qualche bimbo che sale i gradini tenendo per mano il papà mentre sgrana gli occhi per l’emozione di trovarsi nella pancia di quel mastodonte di cemento e acciaio e mi rivedo in lui e so esattamente cosa sta provando.
Lì in alto non vedo tutto lo showbiz che ruota intorno a questo sport, non vedo i tatuaggi e le pettinature alla moda dei miei giocatori.
E mi sembra di assistere solo a una banale partita di pallone.