venerdì 27 settembre 2013

IL DEFAULT DELLA DEMOCRAZIA


Come si può far capire a Silvio Berlusconi che la più seria minaccia per la democrazia in Italia è costituito da tutti coloro che – come lui – hanno recepito in modo distorto il concetto di libertà, piegandolo ai propri interessi? Questa generazione di imprenditori neo-liberisti ha voluto confondere l’interesse privato con quello pubblico e - soprattutto - ha giocato sull’equivoco che libertà significhi assenza di regole; l’assenza di regole porta all’anarchia e al disordine, l’introduzione di regole sotto forma di buone leggi porta ad un equilibrio, che a volte si può chiamare ordine, senza che questo termine debba essere visto come una gabbia che imprigioni l’individualità. Ancora, individualità non significa individualismo, non quando si è parte di un’organizzazione (che si chiami famiglia, azienda, partito politico o Stato). L’appartenenza ad un’organizzazione pone la necessità di un rispetto delle regole che questa stessa organizzazione si è data e su cui essa stessa si fonda.
Rifiutare una sentenza definitiva, compiutasi dopo tre gradi di giudizio ed emessa da un Tribunale competente e legittimamente insediato, equivale a disconoscere l’esistenza stessa dell’organizzazione chiamata Stato Italiano. E’ bene che chiunque ne rappresenti le Istituzioni operi in modo determinato, attivo ed efficace per eliminare questa minaccia; Silvio Berlusconi, infatti, rifiutando la sentenza che lo condanna della Corte di Cassazione, si macchia di un reato ben più grave di quello già spregevole di evasione fiscale: rifiutando le regole del gioco, mette a repentaglio la struttura stessa del Sistema Stato. La sua azione disgregante, pur se condotta con strumenti diversi, è identica a quella delle organizzazioni terroristiche che negli anni 70 hanno scosso la Nazione. E’ simile all’atteggiamento di negazione proprio delle organizzazioni mafiose, che non riconoscono le leggi dello Stato e creano un’organizzazione sotterranea e parallela: non per niente Berlusconi è un affiliato alla Loggia P2.
Silvio Berlusconi non riconosce niente che non sia dalla propria parte: contesta il risultato delle consultazioni elettorali in cui non esce vincitore, contesta le sentenze di condanna, contesta le leggi che imbrigliano la sua spregiudicata attività imprenditoriale.
Su Repubblica di oggi Ezio Mauro rimprovera al mondo politico e Istituzionale la propria passività ventennale nei confronti del piccolo dittatore brianzolo; un’incapacità congenita di opporsi in modo strutturato al fine di limitarlo e neutralizzarne gli aspetti eversivi. Mi trovo in linea con le sue considerazioni: le responsabilità del problema che stiamo affrontando ricadono su tutte quelle forze politiche che hanno negoziato con questo delinquente. Ricadono anche su chi si è offerto o non ha rifiutato di fare da cassa di risonanza per le idee farneticanti del Capo pidiellino. Quando mai un Vallanzasca, un Riina, un Curcio, un Freda hanno avuto l’opportunità di diffondere sulle reti nazionali un videomessaggio in cui dichiarare la propria innocenza, attaccare la Magistratura, offendere i propri avversari politici ed incitare alla rivolta? A Berlusconi è stata data questa opportunità (o meglio: si è preso questa opportunità senza che nessuno lo fermasse): questo – per l’Italia è più umiliante di uno spread a 450%; questo è il default della democrazia.
Da troppi mesi le altre forze politiche ne minimizzano gli atteggiamenti, per non urtarne la suscettibilità, fingono di ignorarne gli obiettivi, cercano di incontrare le sue richieste eversive, il tutto con lo scopo di tenere in piedi un Governo inconcludente che dovrebbe rassicurare gli investitori e le altre Nazioni consorelle nell’Unione Europea. Non vedo come questo esecutivo - fragile e nell’incombenza di un gigantesco ricatto – possa rassicurare qualcuno (forse l’unico ad esserne rassicurato è proprio il signor B.).
E in ogni caso, prima di badare allo spread, all’UE, agli investitori stranieri, occorre raggiungere l’obiettivo della legalità: uno Stato che immola la legalità per evitare una crisi parlamentare (o perfino una crisi economica) è uno Stato che non ha prospettive: la crisi – la crisi a livello complessivo, economica, politica, istituzionale, sociale – arriverà nel modo meno reversibile possibile. Quando mai uno Stato in mano a dei briganti ha costruito qualcosa di duraturo e positivo? Mai.
Quindi potremmo interpretare la decisione delle dimissioni di massa dei parlamentari PDL come l’occasione – la prima occasione – per fare pulizia in Parlamento di pregiudicati, incompatibili e impresentabili. Successivamente – non essendo finita la legislatura – andrebbero indette le elezioni suppletive nei collegi dei dimissionari per coprire i seggi vacanti (con che coraggio il PDL presenterebbe ancora dei candidati?).
I fatti di questi giorni dimostrano che va rivisto il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica: l’idea del vecchio saggio dal passato nobile, quieto e silenzioso garante delle istituzioni, è superata: non per niente è stato Berlusconi a voler riconfermare Napolitano; gli faceva comodo avere un vecchio stanco e fragile in quel ruolo, così come a Hitler fece comodo avere un Hindenburg incapace di opporsi alla sua ascesa criminale.
Non ci serve un nonno che dia buoni consigli e che vada a dormire presto; ci occorre che il Quirinale sia occupato da una persona giovane, forte e dinamica, moralmente ineccepibile che sappia contrastare per il futuro attacchi alla democrazia come quelli che si stanno verificando ultimamente.

martedì 24 settembre 2013

TIME E IL LATO OSCURO DELL'INDIVIDUO CONTEMPORANEO

Waters - Guilmore - Mason - Wrght, in altre parole i Pink Floyd. Ogni volta che passo del tempo ad ascoltarli, mi rendo conto di quanto essi abbiano rappresentato, nel panorama culturale occidentale, un faro filosofico cui fare riferimento.
L'ultima volta in cui mi sono trovato a fare questo genere di considerazione è stato ieri, mentre ascoltavo Time, un brano tratto dal celebre The dark side of the moon, disco che dal marzo 1973 ancora staziona nelle classifiche inglesi: stiamo parlando di quaranta anni.
Time è un brano che trovo si adatti alla perfezione al momento attuale, periodo storico che vede - più che mai - l'individuo perso alla rincorsa di obiettivi più simili a miraggi destabilizzanti che deformano il senso della vita soggiogando l'individuo.
Il testo di Time è sibillino tanto da apparire premonitore se riletto quarant'anni dopo: nello stillicidio di secondi che rendono noiosa una giornata, l'individuo dilapida e spreca le ore della propria vita, prendendo a calci pezzi di terra nella propria città, in attesa di qualcuno o qualcosa che gli indichi la via, convinto che la vita sia lunga e che ci sia tempo da ammazzare. Finché non si ritrova vecchio e corto di fiato, in definitiva ogni giorno più vicino alla morte.
Ogni giorno della mia vita vedo intorno a me un brulicare di esseri che si agitano senza soluzione di continuità, mossi dalla convinzione di essere prossimi al raggiungimento che renderà significativa la propria esistenza.
In essi io mi rispecchio e - fuoriuscendo da me stesso - mi ritrovo invischiato in quella massa, perso anche io dietro a qualcosa che non riconosco e che ormai stento a ricordare cosa sia, dimenticando che il tempo è una risorsa non replicabile, non rinnovabile.
Achievement, un termine anglosassone ancora una volta aberrato dall'etimologia della carriera, sottoprodotto culturale di retaggio americano. L'unico raggiungimento che l'individuo è attualmente autorizzato a perseguire è il successo professionale, quel pernicioso stato di servizio che permette di distinguere i vincenti dai perdenti, i giusti dagli sbagliati. In e out.
Ogni sera, abbandono il mio lavoro - ad un'ora che considero già tarda - e vedo altri uffici ancora occupati; mi fermo nei bar della mia città e sento pronunciare frasi come "ieri sera sono uscita dall'ufficio alle 10 di sera" oppure "ho lavorato persino domenica"; colgo in queste affermazioni una sorta di autocompiacimento solo in parte mascherato da un tono lamentoso.

C'è una trasformazione, degna di analisi antropologica, che colpisce il maschio e della femmina irretiti in questo turbine snaturante della carriera: abito grigio lui, tailleur grigio lei, un'uniformazione spersonalizzante che li rende tutti uguali. Milano, in questo senso è un museo a cielo aperto sulla mutazione genetica del manager. Ne rido, ma con una certa inquietudine, perché in un certo senso io mi sono spinto - per impostazione educativa e altro che sto ancora esplorando - ai margini di questo universo, che mi ha attratto e spaventato al tempo.

Ripenso a mio papà, un uomo diligente e colmo del senso del dovere, ma che tuttavia non avrebbe mai concepito né accettato l'idea di trascorrere il 50% della propria vita chiuso in un ufficio, aggrappato ad un laptop e ad un blackberry.

"Che idiozia!" lo sento esclamare spesso.

Mi piace osservare gli esseri umani, investigarli più o meno da lontano, studiarli. Provare ad immaginare i loro pensieri, le loro emozioni. E poi avvicinarli, stabilire un contatto, conoscerli. Faccio la stessa cosa con i cinque eletti del top management della mia azienda e scopro che dietro al loro successo, ai loro fottuti achievements, c'è un vuoto abissale. Uno strapiombo nel nulla.

Il CFO, per esempio: mastica principi contabili internazionali come se fossero noccioline; ha una capacità di lettura dei numeri incredibile. Lavora dalle sette di mattina alle nove di sera.
"Cos'hai fatto lo scorso week end?" gli chiesi un giorno. Mi restituì uno sguardo vacuo, mentre mi rispondeva "Niente. Ho letto le mail a cui non riesco a rispondere durante la settimana".
 
Ci si può valutare solo in relazione al tempo lavorato?

E' la trappola di questa epoca: l'esca del successo diventa la gabbia all'interno del quale anche l'individuo dotato di intelligenza si rinchiude, per farsi dire cosa è giusto fare, a cosa ambire, cosa comprare, cosa ostentare, come essere e cosa avere, per venire infine spremuto in nome della produttività e del profitto, reso mansueto con il miraggio dell'autoaffermazione attraverso il percorso dell'evoluzione professionale ascendente.

E intanto il tempo passa, e la fine si avvicina senza che il grande miraggio sia stato raggiunto, finché all'orizzonte si stagliano tutte le inevitabili prese di coscienza tardive, che si accompagnano al logorio del proprio organismo e al vuoto di un cuore nel quale l'ambizione ha scacciato tutte le altre soddisfazioni.

E voltarsi indietro è superfluo: il grande miraggio sta sorgendo per qualcun altro, qualcun altro a cui non interessa l'esperienza appena maturata. L'importante è rincorrere.


Pink Floyd - Time

venerdì 20 settembre 2013

LA PROSPETTIVA DI UNA REALTA'



Il mio amico Saul é veramente un tipo strano. Sembra un profugo proveniente dagli anni sessanta, almeno nel tempo libero; durante il giorno - questo é estremamente curioso - è regolarmente calato in un'irreprensibile e rigorosa divisa da manager: abito di grisaglia, camicia azzurra e cravatta; passa ogni giorno seduto ad una scrivania ad analizzare numeri e cifre, ipnotizzato davanti ad un computer. Non mi nasconde - lo ammette ridendo - che il silenzio nel quale é calato, disturbato solo dal sottilissimo ronzio del computer (una specie di interferenza che si sovrappone ai suoi pensieri), spesso gli ha indotto una sonnolenza difficile da combattere: a fatica ha scacciato la tentazione di impilare un paio di codici sul quale adagiare la testa e schiacciarsi un pisolino. Nel suo lavoro é presumibilmente bravo, ma non lo dà mai a vedere. Chi non lo conosce, non gli darebbe due lire.
- Questo lavoro non mi piace - confessa - é sterile ed impersonale. Mi serve per campare; per campare egregiamente, aggiungo senza false ipocrisie. Ma non é il mio destino.
Quale sia il suo destino nessuno lo sa. Tantomeno lui, che continua ad inerpicarsi in sogni fantastici che riguardano la sua vita e la svolta che prima o poi riuscirà ad imprimervi. Quando esce dall'ufficio, getta la maschera: smette i panni che lo spersonalizzano e indossa camicie di lino o di seta, pantaloni larghi e calza sandali. Accende l'impianto stereo e ascolta la musica che ama di più: il rock degli anni sessanta, ovviamente. Doors e Jimi Hendrix. Cream e Rolling Stones. Beatles e Who.
- Dobbiamo andare a San Francisco, prima o poi. Dovevamo andarci quarantasei anni fa, anzi: ci avresti visti, nella summer of love, Sigma? Droga, sesso libero, grandi opportunità e orizzonti illimitati - dice ridendo convinto, mentre mi stringe la spalla con le sue mani forti come tenaglie.
A volte, come stasera, si stravacca sul divano, con in mano la chitarra e strimpella accordi malinconici, lasciando andare lo sguardo nel vuoto. Ha voluto che lo raggiungessi, per fargli compagnia: "Ho un pacchetto di marijuana appena comprato. In Piazza Vetra c'è uno spacciatore nuovo e l'erba che vende é di quella buona".
Così siamo qui a passarci il primo spinello di una lunga serie, che ci accompagnerà per tutta la serata, e a parlare di musica e di sogni, due argomenti che lo affascinano da quando é ragazzino.
Aspira un po' di fumo, nel suo modo inconfondibile: tira dal rollino di carta, poi apre la bocca per lasciare che il fumo gli esca dalle labbra e resti sospeso in aria: infine lo aspira dalle narici, richiamandolo a sè e chiudendo gli occhi; restando poi in meditazione per alcuni istanti, nell'attesa che il fumo gli arrivi al cervello e lo confonda.
- Sai cosa mi piace della droga? - mi chiede con la voce leggermente arrochita - Che alimenta i sogni, sprigiona la fantasia. Chi dice che fa male, semplicemente non l'ha mai provata.
Allontana con un gesto della mano ciò che ha appena detto e muove le dita su un La minore che suona particolarmente languido.
- Lo so - soggiunge - la droga uccide; ma solo - alza un dito indice come un predicatore improvvisato - se non la sai assumere nel modo giusto.
Ride, con i dentoni che gli spuntano dalle labbra come se fosse un bambino colto sul fatto. Sa di aver detto una cazzata, eppure sembra convinto di quello che ha detto: almeno parzialmente. Scuote la testa, si accarezza la folta barba.
- I momenti migliori della mia vita li ho vissuti con l'immaginazione. Intendiamoci: non ho avuto una vita reale così insignificante. Ma con l'immaginazione ho vissuto esperienze meravigliose. E chi ha il coraggio di affermare che ciò che si é percepito solo con il pensiero non sia reale? Perché il vero deve essere solo ciò che é sorretto dalla materialità? Non é esperienza anche ciò che si é pensato? E'un po' come i miei vestiti: la realtà é il mio abito grigio, quello lì appeso alla gruccia, con la cravatta e la camicia stirata; ma io - il vero io - sono questo. Quale delle due parti é più vera, eh? La maschera o ciò che si cela dietro?
Mi guarda con due occhi blu talmente profondi da sembrare neri.
- Sigma, ti giuro che la mia immaginazione si è applicata in modo così violento da darmi una percezione talmente intensa da rendere la realtà uno stato secondario.
Tira due boccate, poi un'altra ancora. Chiude gli occhi; sorride. Inizia a parlarmi di una ragazza; la sua voce sembra provenire da una dimensione non terrena. E' cavernosa, pastosa, non é la sua voce é qualcosa di diverso. Me la descrive, e sembra che le sue parole stiano modellando dell'argilla come mani che diano forma alla materia. Davanti a me questa ragazza si manifesta, e non sono più sicuro se sia l'effetto dell'erba, della capacità espressiva di Saul o se questa ragazza sia davvero qui, davanti a me, davanti a noi e si muova come il fumo delle candele che Saul ha acceso per rendere meno buia la notte. E così appaiono i suoi folti ricci scuri, le sue gambe lunghissime e i suoi occhi castani che sembrano una voragine per sprofondare nell'anima di questa giovane donna e scrutare nel buio della sua anima tutto tutto ciò che Saul sembra aver visto di lei, molto più di quanto lei stessa sia riuscita a sapere di sè. E le sue labbra, dischiuse sempre in un sorriso capace di sciogliere e scaldare e tormentare e trascinare.
- Vedi, Sigma, io non l'ho nemmeno toccata con un dito. L'ho sfiorata più volte con le opportunità, l'ho sognata, immaginata, rapita per portarla via con me, ci ho giocato, ho scherzato e pianto con lei, ho lasciato che mi scoprisse, l'ho inseguita cercata, scacciata, ripresa e ripersa. Ma é sempre rimasta in un limbo. Eppure - accidenti - lei é stata talmente reale per me. Ho percepito la sua anima e assaporato al sua amerezza...il nome che porta significa triste, richiama l'amarezza. Curioso, non trovi?
Il fumo mi stordisce un po', e questa penombra onirica tende a confondermi le idee. E forse proprio per questo riesco a capire quello che Saul mi sta dicendo: lo seguo perfettamente nelle contorte evoluzioni che assomigliano tanto alle volute di fumo che si libera dallo spinello che tengo fra le dita. Mi parla dell'inquietudine di questa donna, dei suoi freni e delle sue paure.
Poi Saul si sdraia e tace, fissando il soffitto, con un braccio sulla fronte e il labbro inferiore stretto fra i denti.
- Hai mai letto La Tempesta, Sigma? Shakespeare a dire a Prospero: "Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita" - tira l'ultima boccata prima di buttare il piccolo mozzicone nel portacenere - ecco, io credo che ciò che ho provato sia spiegato da tutto ciò.
Si passa le mani nei capelli, mi sorride.
- Sai cosa le rimprovero, Sigma? Le rimprovero di non essere stata sufficientemente coraggiosa da permettere a sè stessa di sognare. Così, sulla base di questo divieto che si è imposto, ha costruito una gabbia di ragione che ci ha sbalzati lontano dalla prospettiva di una realtà.
 
- Non hai paura, Saul, che sia il tuo sognare a sbalzarti fuori dalla realtà, offrendoti un'assuefazione simile a quella che sopraggiungerà quando avremo consumato spinello dopo spinello, tutta l'erba in circolazione?
Ride, e sussurra "Magari".
- Magari, Sigma. Ma sarebbe meglio così. Tanto la realtà dettata dalla ragione mi sembra una limitazione continua. Farsi sbalzare equivarrebbe ad una fuga. E la fuga, si sa, é solo l'opportunità di scoprire nuovi percorsi.
Guardo i suoi occhi chiari e in quella trasparenza riesco a comprendere il percorso che permette alla vita di diventare reale, trascendendo le regole della ragione.
Ma forse é solo l'allucinazione prodotta da uno spinello.

domenica 15 settembre 2013

NIENTE DA CAPIRE

 
 
In una recente intervista, Francesco De Gregori ha confessato di non riconoscersi più in nessun partito della sinistra, tantomeno nel Partito Democratico.

Non sorprende lo sconcerto di tanti elettori di vecchia data che hanno dovuto assistere alla metamorfosi di un'organizzazione politica che - nel corso di venticinque anni - si è trasformata da partito di lotta e di opposizione a movimento di potere.

Le figure di spicco del PCI erano Berlinguer, Ingrao, Pajetta, Amendola: gente così, poco glamour, molto pratica, a volte spietata nelle proprie posizioni, che piacessero o meno (non sempre mi piacevano, ma le apprezzavo perché quelli che le portavano avanti erano persone rispettabili per la determinazione con cui le sostenevano e difendevano); si parlava di lavoro, di lotta di classe, di redistribuzione del reddito, di aborto, di divorzio, di diritto allo sciopero, di appartenenza o meno all'alleanza Atlantica. Non si ponevano questioni relative all'essere o meno fotogenici, nè alla modernità del proprio metodo comunicativo: sapevano comunicare quanto bastava, alla propria maniera, e arrivavano al bersaglio.

Oggi i leader della sinistra sono ossessionati dal confronto con il Re dell'Apparenza, e - come lui - vogliono proporre una facciata patinata e rassicurante: dietro la facciata, purtroppo, abbiamo scoperto non esserci niente; Rutelli, Veltroni, Franceschini con la barba, Renzi e tutti gli altri: belli, bucano il video, niente da dire; ma dopo aver bucato il video, cosa fanno passare da questo buco? Niente. Il vuoto cosmico.

Piuttosto mi lascia perplesso l'affermazione di De Gregori a proposito della metamorfosi del Grande Partito della Sinistra: mi lascia perplesso perchè, a mio parere si deve anche a lui la deriva che ha trasmigrato questo partito da movimento operaio a icona radical chic per intellettual(oid)i e snob altolocati; è come se il Giuseppe Bottazzi di Brescello avesse tolto cappellaccio e fazzoletto rosso e si fosse rivestito da Dolce&Gabbana per sedersi sui divani accoglienti dell'annoiata alta borghesia milanese e romana.

Mentre in parlamento si ammassavano elementi assetati di potere e indifferenti alle cause sociali, nel nuovo partito hanno avuto un ruolo egemone, da un punto di vista ideologico e visivo, numerose figure che della lotta operaia non se ne facevano nulla, e che si caratterizzavano per un atteggiamento altezzoso. aristocratico: da De Gregori a Nanni Moretti, al gruppo satirico coagulato intorno a Serena Dandini (vero braccio armato della propaganda) per arrivare a Fabio Fazio, Jovanotti (!) e Valter Veltroni.

Quest'ultimo, dopo aver trasformato L'Unità - il quotidiano bandiera della classe operaia - in oggetto di marketing, ha rivoluzionato l'antico PCI, dandogli una parvenza kennediana, come se l'impronta kennediana fosse rilevante per i grandi problemi che assillano le classi meno abbienti del tessuto sociale italiano degli ultimi venti anni.

In tutto ciò, il PD non ha fatto altro che specchiarsi nel suo grande rivale - Silvio Berlusconi - al punto che si è confuso nel suo riflesso ed ora non riesce a vivere senza garantire all'antagonista la sopravvivenza politica (immeritata). In sottofondo un ininterrotto bla bla di lotte intestine che non hanno portato nessuna proposta seria; solo posizioni uniformate a quelle del PDL, e un europeismo retorico quanto sterile.

Ora ci ritroviamo, quindi, con una classe dirigente che si nasconde dietro ad un venditore di aria fritta - Matteo Renzi - mentre la base si guarda intorno sconfortata, chiedendosi che fare e i disoccupati e i precari si chiedono dove cercare tutela al momento del voto.

Non c'è niente da capire - come direbbe appunto De Gregori: questa è la conseguenza di ciò che è stato fatto.

mercoledì 11 settembre 2013

QUANDO MILANO ERA DA BERE


Spesso mi sono chiesto se i pubblicitari che hanno realizzato lo spot dell'Amaro Ramazzotti, avessero l'ambizione non solo di incrementare le vendite del proprio cliente, ma anche di lasciare un'impronta duratura nel costume e nel linguaggio italiano. Fatto sta che al giorno d'oggi l'espressione "Milano da bere" restituisce un significato beffardo alla lettura dietrologica di quelli che sono stati gli anni ottanta nel capoluogo meneghino.

Lo spot era un'efficace carrellata su quelli che ai tempi erano i luoghi simbolo della vita serale e notturna milanese, che possiamo definire - con un termine dal sapore anglofilo - smart. Non si trattava di mistificazione, ma di un effettivo modo di vivere, spregiudicato, scioccamente spensierato, ambizioso e superficiale.
Recentemente mi è capitato di rivedere alcuni spezzoni di due film dei fratelli Vanzina, Yuppies e Vacanze di Natale, e mi sono intenerito a dove ammettere che non si trattava di sciocchi film contemporanei ma di veri documentari dai riflessi vagamente satirici di un'epoca che si è chiusa con Tangentopoli ma che bisogna accettare come parte della nostra storia recente.
Ho ritrovato la stessa atmosfera leggendo il libro dell'esordiente Angelica Russotto, intitolato - guarda caso - Quando Milano era da bere. Immaginate due ragazze sufficientemente gnocche e disinibite, una città fiammeggiante animata da locali elegantissimi, popolati da una fauna di arricchiti snob e cafoni, in un'epoca precedente al pool di Mani Pulite; mettete in sottofondo, che ne so, un pezzo degli ABC o degli Spandau, fatevi circonfondere da un'atmosfera vagamente erotica da fast food del sesso e iniziate a leggere. La storia scorre via facilmente, si potrebbe dire che si beve proprio come un'amaro: sì perché in fondo a questo breve romanzo, Angelica Russotto ci fa assaporare l'amarezza che - chiunque abbia attraversato i favolosi anni 80 - ha poi trovato alla fine di quel decennio di incoscienza: alla fine del luccicante trenino durato dieci anni scarsi, c'era la resa dei conti.
Jay McInerney aveva descritto la crisi degli eighties ne Le mille luci di New York: il manager che aveva dissipato la sua vita fra cocaina e party con modelle, si ritrova solo e senza lavoro in una calda mattina d'estate nel cuore di Manhattan e scopre le motivazioni per ricominciare assaggiando un pezzo di pane appena sfornato. Nel libro della Russotto, la protagonista trova - in un freddo mattino milanese - le forze per rialzarsi e la risposta alle domande che l'accompagnano per tutto il romanzo. Questa presa di coscienza di ciò che è stata la sua vita recente è il passo per il suo nuovo inizio.