giovedì 23 maggio 2013

SE IL LEGISLATORE PORTA LA COPPOLA


 
 
Ricorrono, oggi, i ventun anni dalla strage di Capaci, in cui il Giudice Falcone e la sua scorta morirono in un attentato clamoroso: un intero tratto autostradale fu spazzato dalla furia dell'esplosivo collocato per interrompere la vita di un magistrato che stava avvicinandosi troppo a delle scomode verità riguardanti i rapporti fra interi pezzi dello Stato italiano e Cosa Nostra.
 
Pochi giorni fa - con un'impeccabile scelta di tempo - il PDL avanzava una proposta di legge per dimezzare la pena in caso di concorso mafioso esterno in associazione mafiosa e negare la possibilità di intercettare le telefonate degli indagati per tale reato.
 
Dando per assodato che il PDL ormai se ne fotte (permettetemi il linguaggio) della mancanza di tempismo presentando questa bestemmia legislativa in concomitanza con questa drammatica ricorrenza, viene da fare tre considerazioni.
 
La prima riguarda il fatto che tale decisione (poi rientrata in seguito all'indignazione diffusa) è una aperta dichiarazione di quali siano gli interessi che stanno dietro al PDL: non c'è ragione, nessuna ragione, per ridurre la pena a carico di chi si renda responsabile di concorso esterno all'associazione mafiosa. Il reato di concorso esterno è stato concepito proprio in considerazione di tutti quei comportamenti orientati a favorire i boss e compiuti da individui che - per posizione istituzionale o altro - non erano in condizione di affiliarsi ufficialmente a Cosa Nostra. Pretendere che uno Stato depenalizzi e tuteli la privacy dei collusi con la Mafia, significa dichiarare che si intende proteggere la Mafia: forse non avevamo bisogno di un ulteriore indizio a carico di Berlusconi e dei suoi burattini, ma lo abbiamo avuto.
 
La seconda considerazione è legata alla prima: questo Parlamento ha priorità più impellenti della revisione di un codice penale che - sulla carta - è sì perfettibile, ma che non è certo la parte peggiore del complesso istituzionale. Occupazione, evasione fiscale, legge elettorale, sviluppo.
 
Proporre questo disegno di legge rappresenta un doppio schiaffo per gli italiani onesti: significa antepoprre, ancora una volta, interessi individuali a interessi superiori.
 
Infine, mi chiedo con quale coraggio il PD continui a mantenere un'alleanza - oltretutto passiva e supina - con questa gente. La risposta mi viene automatica: il PD è ormai integrato nel sistema Berlusconi, lo ha assorbito e fatto proprio. Assecondare le follie di Berlusconi, limitandosi a protestare, significa essere corresponsabile  dei danni che sta procurando all'Italia.
 
Per restare in tema, significa coprirsi del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
 

venerdì 17 maggio 2013

DICERIA DELL'UNTORE



I percorsi della politica sono bizzarri, a volte: le figure esecrabili vegono confuse con quelle semplicemente discutibili, le alleanze ambigue sono da preferire a quelle chiare. I nemici sono probabili alleati e il male minore non sempre coincide con il meno peggio.
In Italia esiste un personaggio che da vent'anni è protagonista assoluto sulle scene giudiziarie prima ancora che politiche. Che in questi stessi vent'anni ha subito numerosi processi dai quali è uscito indenne non in virtù di un'assoluzione con formula piena, ma semplicemente grazie all'istituto della prescrizione.
Un uomo d'affari spregiudicato che ha costruito la propria ricchezza muovendosi nelle zone d'ombra della legislazione nazionale. Che ha corrotto politici, giudici, testimoni. Che è fortemente sospettato di avere legami con gli ambienti mafiosi. Che nei tardi anni settanta fino ai primi anni ottanta ha attivamente partecipato ai lavori di una loggia segreta - denominata P2 - strutturata e organizzata con lo scopo di sovvertire il regime democratico del Paese.
Quest'uomo, una volta entrato in politica, ha prima di tutto cercato di trasferire nel proprio programma di governo quelli che erano gli obiettivi della suddetta Loggia P2 (indebolimento della magistratura, controllo della stampa, collocazione di uomini di fiducia all'interno delle grandi aziende pubbliche, riduzione del ruolo dell'apparato parlamentare, controllo diretto o indiretto delle principali aziende private, influenza dirigista sul sistema bancario nazionale); in seconda battuta ha organizzato tutta l'attività dei governi da lui presieduti in modo da tutelare esclusivamente i propri interessi privati, sia personali (tramite il tentavio di ottenere l'immunità da qualsiasi provvedimento giudiziario a proprio carico) sia economici (attraverso provvedimenti che garantissero alle proprie aziende una posizione dominante sul mercato).
Questo personaggio, durante la bufera economica che stava travolgendo la nostra Nazione proprio mentre era Presidente del Consiglio, studiava leggi ad personam e trascurava i problemi del paese per dilettarsi con giovani donne alle quali garantiva successivamente cariche istituzionali a livello locale o nazionale. Così come ha garantito cariche istituzionali a figure che non avevano nella trasparenza il prioprio punto di forza. Lo stesso, pur di rimanere in carica ancora il tempo necessario per ultimare il complesso legislativo che gli garantisse a vita l'immunità da condanne penali, non ha esitato a comprare i voti di deputati appartenenti a schieramenti opposti, con promesse di denaro o di incarichi di rilievo all'interno del suo governo.
Questo è Silvio Berlusconi, leader redivivo del Popolo delle Libertà. Nemico dichiarato del Partito Democratico e della sinistra italiana.
Eppure, oggi il PD forma con il PDL l'asse portante della coalizione che sostiene il Governo di Enrico Letta. Di contro, il PD continua a demonizzare, irridere, trascurare ed ignorare il Movimento 5 Stelle come interlocutore per un programma di governo.

M5S è un partito giovane, rozzo e pieno di mille contraddizioni, privo di un'anima che vada in un'unica direzione. Un movimento che probabilmente non avrà futuro. Ma sinceramente non riesco a capire la caparbia ostilità dei leader e della base del PD verso Grillo e sodali. Va bene, Casaleggio è una figura che desta sospetto: probabilmente nel progetto di Beppe Grillo c'è un interesse che trascende quello politico; ma il livore verso i grillini è sproporzionato, soprattutto se congiunto all'appiattimento e alla riverenza sostanziale che il PD riserva al PDL.

Qualcuno vuole dirmi che Casaleggio é più inquietante di Berlusconi?

Perchè questo è il messaggio che si vuole trasmettere, a partire dalla stampa italiana che ha scelto di erigere un muro contro Grillo e al contempo di offrire l'ennesima chance a Berlusconi, che ha definito i grillini "analfabeti della democrazia, burattini i cui fili sono tirati da un'unica mente malata". Sembra la descrizione dei deputati PDL, vero?

E così Grillo e i suoi seguaci sembrano la causa di tutti i mali, un comportamento simile a quello tenuto nei decenni bui del milleseicento, quando si tacciavano dei poveri disgraziati di essere untori causa della peste.

Prendiamo, per esempio, il drammatico caso di quell'uomo disperato che ha sparato davanti a Montecitorio. Colpa di Grillo, hanno sentenziato stampa, Democratici e Pidiellini. E in breve è stata montata una campagna denigratoria contro il M5S, accusato di incitare alla violenza. Dimenticando che in epoche non lontane gli ex comunisti e i berlusconiani hanno stretto alleanze a livello nazionale e locale, con la Lega Nord di Umberto Bossi, il quale, ad ogni comizio non ha mai smesso di incitare il popolo verde alla guerriglia, minacciando la secessione anche con l'uso delle armi. Più volte Bossi ha dichiarato di avere nascoste le armi. Eppure, partecipando alla spartizione della torta, Bossi è stato assimilato e integrato nel sistema. Sono certo che l'M5S non sia la causa dei mali italiani.

Se il PD non riesce a capire qual'è il vero nemico, e continua a demonizzare i 5 Stelle, stringendo alleanze con Berlusconi, la nostra democrazia è attesa da prove drammatiche. Ma forse la realtà sta ad indicare che il PD ormai si è assimilato al PDL e si è trasformato nella più efficace macchina elettorale a disposizione di Berlusconi: un gruppo di burattini i cui fili sono tirati da un'unica mente malata.

mercoledì 15 maggio 2013

PILLOLE DI DEMAGOGIA


Non nego che - a pelle - il nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta mi piaccia più di chi lo ha di recente preceduto; non ci vuole molto, è vero: nè Mario Monti tantomeno Silvio Berlusconi generano pensieri rassicuranti per chi vorrebbe un po' di equità e di giustizia e un mondo libero dall'avidità della finanza.

Tuttavia non riesco a scrollarmi di dosso lo scetticismo che mi accompagna da quando è iniziata questa avventura governativa, figlia di una sconclusionata tornata elettorale. Mi sembra che tutto abbia un'aria di preconfezionato, di volutamente accattivante. Una rassicurante coperta cucita con un'abile operazione di marketing politico, da stendere sull'opinione pubblica per garantirle sonni tranquilli in vista di operazioni ancora una volta scomode e sbilanciate a favore della solita classe dominante.

Vedo troppa demagogia nei programmi e nelle azioni recenti di questa coalizione coatta. A partire dal mirabile discorso tenuto alla Camera dei Deputati dal Presidente del Consiglio incaricato, durante il dibattito per la fiducia in cui ho riscontrato retorici riferimenti ai giovani, al futuro da garantire loro, all'equità, allo sviluppo. Idealismo a basso costo, cibo precotto per bocche affamate da anni di cinismo.

Un tema su tutti si è sviluppato nei giorni successivi all'insediamento a Palazzo Chigi: la restituzione dell'IMU, quasi a certificare che il vero Presidente del Consiglio sia proprio Silvio Berlusconi che rappresenta l'indelebile peccato originale di questa maggioranza e che fortemente ha voluto questo provvedimento populista.

L'Imu e la sua restituzione sono un falso problema. Di tutte le imposte è quella che impatta meno sulle finanze dei cittadini, ed è anche quella - diciamo così - più democratica: chi ha una casa prestigiosa in un quartiere elegante paga una somma più elevata di chi è proprietario di un brutto appartamento in una zona periferica. Tassare la casa non è il provvedimento più astruso, dato che colpisce in minima parte chi un patrimonio è riuscito - anche se a costo di sacrifici - ad accantonarlo. C'è anche chi non può permettersi la casa di proprietà. 

Restituire questa imposta significa favorire ancora una volta i ceti più elevati: è evidente che a chi ha versato in misura maggiore (perchè ha la casa migliore) verrà restituito in misura maggiore; questo aumenterà la sperequazione della ricchezza all'interno del Paese.

La vera battaglia da combattere è per l'aumento degli scaglioni sui redditi più alti; è per l'introduzione di una patrimoniale; è - infine - per una revisione dell'IVA, una revisione che crei una nuova aliquota sui beni di lusso, e riduca al 20% l'imposizione sugli altri beni.

La restituzione dell'IMU non cambierà la vita delle famiglie e in compenso costringerà lo staff di Saccomanni a trovare altre fonti con cui alimentare la macchina dei servizi statali. O obbligherà lo stesso Ministro a proporre ulteriori tagli: e questo sarebbe il vero danno per i cittadini.

Ma a quel punto gli stessi cittadini saranno ottenebrati dalla demagogia, e non si accorgeranno di nulla.




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mercoledì 1 maggio 2013

QUANDO IL LAVORO DIVENTA SOLO UNA POSTA DI BILANCIO



La sala congressi dell'elegante albergo nel centro di Milano é piena di giovani sbarbati in giacca e cravatta. Tutti hanno un blocco per gli appunti, una penna blu e lo sguardo attento e concentrato sul relatore.

Il relatore si chiama Guido Mariani, da molti chiamato Guidocazzo Mariani per il frequente utilizzo di questa espressione, intercalare al suo vivace ed interessante eloquio.

Guido Mariani sa quello che dice, Guido Mariani ci sa fare. Guido Mariani é brillante, simpatico, arguto e sa mantenere l'attenzione su di sè. E dice spesso cazzo.

Guido si ferma alla lavagna e con un pennarello nero a punta grossa scrive due numeri: 2013 e 130. Poi chiarisce il senso delle due cifre: duemilatredici é l'anno in cui viviamo, centotrenta sono gli Euro che, in India , un ingegnere neolaureato guadagna ogni mese. Impiegato presso un'azienda europea che ha optato per una politica retributiva non restrittiva; ripeto: non restrittiva, nel senso che questo giovane laureato, per svolgere in India il lavoro qualificato che gli si richiede, avrebbe potuto essere retribuito anche solo con 100 Euro al mese.

In Italia, un neolaureato al corso di laurea più difficile e prestigioso ha o avrebbe uno stipendio di ingresso di circa sette volte maggiore, aggirandosi intorno ai 900 Euro.

Allontanandoci dal seguito della dissertazione di Mariani, che verteva su altri temi, resta evidente il peso di questo mismatch geografico, trasformato dagli opportunisti imprenditori del ventunesimo secolo in leva con la quale speculare per massimizzare il proprio profitto ai danni dei lavoratori.

Trasferendo le produzioni - tanto per proseguire con l'esempio di Mariani - in India l'imprenditore occidentale riesce a danneggiare in un solo colpo sia il lavoratore italiano che resta disoccupato, sia quello indiano che viene retribuito sette volte meno per svolgere le stesse mansioni del lavoratore europeo.

Infine, il bene prodotto nel terzo mondo a costi decisamente ridotti ritorna sul mercato occidentale e qui rivenduto a prezzi elevati: in questo modo, il consumatore paga a prezzo pieno un bene che - a causa della dislocazione geografica - viene a costare al produttore un settimo del costo originario.

In questo modo il margine di profitto é dilatato e finisce tutto nelle tasche dell'imprenditore, mentre il lavoratore italiano si impoverisce a causa della disoccupazione e quello indiano non si arricchisce come dovrebbe a causa del salario minimo; anche il consumatore italiano é sistemato, perché paga sette quello che é costato uno. Questa logica speculativa tende ad appiattire tutto verso il basso: crea povertà ad Occidente e non genera ricchezza nel Terzo Mondo costantemente sfruttato.

Tutte le grandi aziende (da Nike, a Fiat, a Vodafone), in un modo o nell'altro, stanno adottando questa strategia da anni. E' cannibalismo allo stato puro. Un cannibalismo che nasce dalla miope presunzione dei manager che guidano le aziende, i quali sono convinti che il lavoro sia solo ed esclusivamente una posta di bilancio, con la medesima valenza di una materia prima, di un bene di consumo.

Nessuno di questi ben remunerati manager ha la percezione della responsabilità sociale che grava sull'impresa. Un'impresa non produce solo beni, non genera solo profitti in capo ai soci o agli azionisti. Attorno alle imprese gravitano anche gli interessi di migliaia di persone che vi prestano lavoro e che in virtù di ciò possono permettersi una vita. L'impresa, l'azienda definisce il tessuto sociale del luogo dove si colloca ed eleva o abbassa la qualità della vita di quel territorio. Le regioni dove c'è disoccupazione tendono ad abbruttirsi e a trasformarsi in luoghi di sopravvivenza, cosa ben diversa dalla vita.

Abraham Maslow - uno psicologo americano - propose nel 1954 un modello motivazionale dello sviluppo umano basato su una “gerarchia di bisogni” disposti a piramide in base alla quale la soddisfazione dei bisogni più elementari è la condizione per fare emergere quelli di ordine superiore.

Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza, cibo, alloggio, medicine, ecc.; al gradino immediatamente successivo c'è il bisogno di sicurezza, ossia la certezza che la soddisfazione di questi bisogni materiali sia ripetuta nel tempo; e così via fino a raggiungere il vertice della piramide costituito dal soddisfacimento dei bisogni immateriali come il senso di appartenenza, il rinconoscimento e l'autorealizzazione.

Ridurre i lavoratori a semplici beni strumentali significa negare l'evidenza che anch'essi abbiano diritto ad una vita. Significa sgretolare la piramide di Maslow alle fondamenta; significa - ancora - negare a chi presta la forza lavoro la possibilità di poter ambire all'autorealizzazione. Significa, quindi, privare l'essere umano della propria essenza, trasformandolo in un oggetto animato il cui valore e le cui prospettive vengono negoziate secondo logiche puramente economiche.

Ma l'economia non é la legge attraverso cui regolare la vita.

L'imprenditore, per il semplice fatto di godere del privilegio di potersi permettere questo ruolo, dovrebbe sentirsi investito della responsabilità verso chi questo privilegio non l'ha avuto.

Ci sono due parole di origine anglosassone che definiscono la sfera degli interessi che ha come centro l'impresa: shareholders (soci o azionisti) e stakeholders (portatori di interessi). I bilanci delle grandi multinazionali dedicano numerose pagine introduttive all'elencazione dei portatori di interessi, proprio a dimostrazione che i detentori delle quote non sono gli unici ad essere coinvolti nella vita dell'azienda: quello di Coca Cola co. é esemplare per come viene redatto da questo punto di vista.

Fra i vari stakeholders, oltre alle banche, ai fornitori, allo Stato, agli Enti, ci sono anche i lavoratori e la comunità dove l'azienda ha la sede. Una comunità dove la disoccupazione dilaga, e la precarietà diventa la regola, é una comunità che si disgrega, che perde identità, che si abbandona ad una deriva che non é solo emotiva, ma é culturale e morale. E porta all'annullamento, come un gorgo che trascina tutto in sè.

Comprese le aziende che rimarranno prive del proprio interlocutore unico: il consumatore.