martedì 29 gennaio 2013

INTO THE WILD


«Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». 
Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?" E disse: "Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia". 
Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?" Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio»
[Lc 12, 13-21]

La storia dell'umanità é attraversata sporadicamente da figure che hanno saputo distaccarsi dalla ricchezza materiale per trovare il senso della propria esistenza in valori intangibili: San Francesco rinunciò alle fortune accumulate del padre per dedicarsi all'estasi meditativa di Dio; Madre Teresa spese la sua vita nell'inferno terreno delle baraccopoli indiane per portare soccorso a poveri e malati; Ernesto Guevara abbandonò la vita comoda dell'universitario ben pasciuto presso la sua ricca famiglia a Buenos Aires per combattere e morire in nome della libertà degli oppressi.

Ma anche senza riferirsi a santi ed eroi, ci sono altri esempi di persone che hanno saputo dare una rilevanza residuale al concetto di ricchezza. Penso a Fabrizio de André figlio di un importante industriale genovese che - ad una sicura carriera di manager - scelse la carriera del cantautore e una vita un po' più randagia.

E penso a Christopher McCandless: questo ragazzo della West Virginia, poco dopo la laurea, si separò dalla famiglia, e inseme ad essa si distaccò  da tutte le convenzioni legate allo stile di vita dell'americano ricco, per intraprendere un viaggio senza schemi nè programmi, alla scoperta dell'America più genuina. Il suo viaggio, avventuroso ed affascinante, terminò - insieme alla sua giovane vita - in Alaska, per un bizzarro scherzo della sorte. La sua storia é stata narrata da John Kraklauer in un libro intitolato Nelle terre estreme. Questo libro - basato sul diario che il ragazzo tenne per tutto il suo vagare nelle terre più selvagge degli Stati Uniti - ha ispirato Sean Penn, che da esso ha tratto un bellissimo film, intitolato Into the wild.

McCandless é una figura emblematica per questa nostra epoca. Una specie di anti-modello dei giorni nostri perché ha saputo rinunciare al mero benessere economico per rincorrere un concetto tanto vago quando fragoroso che é la libertà. Una scelta più intima e minimalista, forse anche egoista, mirata al soddisfacimento di urgenze meno convenzionali.


Non é casuale che la colonna sonora del film di Penn sia stata composta da Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam uno dei gruppi simbolo del movimento grunge. Nato a Seattle sul finire degli anni ottanta, da semplice stile musicale si trasformò in fenomeno culturale nei primi anni novanta: incarnava ideali minimalisti ed era contro il potere precostituito e le convenzioni dell'America di quegli anni.

E' ancora possibile provare ad imprimere una svolta alla propria vita e indirizzarla verso l'indipendenza dagli oggetti? L'attuale struttura della nostra società, quella dell'accumulo, del consumismo, del possesso di oggetti, é  davvero la migliore a cui possiamo aspirare, considerati tutti i fattori pro e contro di essa? E' ragionevole pensare di rinunciare a tutti i progressi materiali che hanno caratterizzato il mondo negli ultimi cento anni, senza creare danni peggiori di quelli che stiamo lamentando ultimamente?
La violenta aggressione di una parte della società - quella dei produttori di beni di consumo - e l'impostazione estrema che il capitalismo sta imprimento alle nostre vite, con la richiesta di una produttività sempre maggiore, e la conseguente necessità di dedicare sempre più tempo al lavoro, sottraendolo alla cura dei propri affetti e della riflessione sul senso della propria vita, ci pone al centro di una vera contrapposizione.
Da una parte c'é la civiltà del possesso, della schiavitù degli oggetti, la cultura dominante oggi, in una società estremamente comparativa, le cui misure di riferimento sono status symbol predefiniti: auto, telefonini ultratecnologici, vesititi di lusso, vacanze esclusive, gioielli.

Dall'altra c'é la scelta di vivere il tempo in modo diverso, libero dalle cose, consapevoli che il tempo é l'unico bene non replicabile, non rigenerabile. L'ossessione per il possesso ci sta trasformando in una generazione di schiavi, completamente ottenebrata dalla necessità dell'acquisto, totalmente manovrabili da chi ha bisogno della nostra schiavitù per dominare ed arricchirsi.

Le vite della maggior parte delle persone, specialmente nelle grandi città e nelle periferie, sono condizionate da questa schiavitù. Traffico, pendolarismi, orari a volte estremi, stress, frustrazioni varie, inaridimento culturale ed emotivo, solitudine.
Passo gran parte delle mie giornate chiuso in un ufficio, circondato da gente incazzata, seduto davanti ad un computer a fare un lavoro tutto sommato grigio e totalmente frustrante. In cambio di tutto ciò, ricevo uno stipendio più che invidiabile.

Ho una moleskine su cui annoto - ogni giorno - le cose delle quali potrei fare a meno senza che questa rinuncia pregiudichi un'esistenza più che soddisfacente. La lista si allunga quotidianamente. Presto potrei non avere più bisogno di fare questo lavoro (che una volta amavo nella sua essenza), potrò rinunciare alle responsabilità e agli oneri che mi avvelenano i giorni: rinunciando ad essi dovrò logicamente rinunciare allo stipendio cospicuo; a quel punto sarò libero.

Quando ne parlo con colleghi o amici, mi accorgo di essere considerato un matto o un visionario dal cervello un po' bacato: trascurare la carriera, disprezzare il posto fisso, proprio ora, poi! Una sconsideratezza. Ma non ci posso fare niente, questo pensiero mi accompagna quotidianamente, da qualche anno.

D'altronde sono un convertito, non sono sempre stato così, lo ammetto; una volta ero ambizioso, ma questa ambizione si é sciolta davanti all'improvvisa consapevolezza di essere un criceto che gira sempre sulla stessa ruota. Sono certo che se riuscissimo tutti a ridurre la dipendenza compulsiva dall'acquisto di beni superflui, vivremmo meglio. Tutto dipende da come si occupa il tempo.

Ho ancora nelle orecchie la lezione che un sorprendente ragazzino di quattordici anni - mio fratello - fece ai nostri genitori che un giorno criticarono due amici di famiglia per aver rinunciato ad una carriera importante scegliendo invece l'insegnamento presso una scuola statale.
"Non capite che così - disse mio fratello - avranno più tempo per stare con i loro figli piccolini? E' più importante questo che non diventare direttore di una fabbrica".

Ora quel ragazzino é cresciuto, é diventato top manager di una delle più importanti istituzioni finanziarie del mondo, e dedica alle figlie poche ore alla settimana.

Ma la sua lezione di tanti anni fa non ha perso il proprio valore.

mercoledì 16 gennaio 2013

NON ANCORA



 
[breve racconto sconclusionato e datato]



Ero arrivato decisamente in anticipo. Da mezz'ora aspettavo, sprofondato in un divanetto di pelle antica, con in mano un giornale di arredamento per abitazioni prestigiose. Il ticchettio costante di una grossa pendola mi cullava, calandomi in un dondolio ipnotico favorito dalla penombra di quell'elegante sala d'aspetto e dall'aria condizionata che mi dava finalmente tregua dal caldo che da settimane infiammava la città.


La segretaria si alzava frequentemente dalla sua scrivania passando davanti a me e offrendomi così il notevole spettacolo delle sue gambe tornite. Sentivo il frusciare dei collant ad ogni suo passo, e mi chiedevo come quella ragazza riuscisse a portare i collant con quel caldo africano. Mi chiedevo anche come sarebbe stato passare il palmo della mano fra quelle cosce. Antonella, si chiamava: in quella mezz'ora, dal suo ufficio, il notaio Masone l'aveva chiamata per nome almeno quattro volte, con una voce roca e strascicata. E lei ogni volta si era alzata e - ancheggiando lentamente - era entrata nel suo ufficio e ogni volta ne era uscita con delle carte, sempre con lo stesso passo da pianura, sempre con lo stesso sorriso enigmatico e distante a curvare le labbra rosa e carnose.

Lo stesso sorriso impersonale con cui, mezz'ora prima, mi aveva - con fredda gentilezza - fatto notare di essere arrivato in anticipo di tre quarti d'ora. Ma non mi importava di dover star lì ad aspettare tre quarti d'ora. Avrei aspettato anche due ore, quel giorno. Mi accomodai meglio sul divanetto e cominciai a pensare a come sarebbe cambiata la mia vita da lì in poi. A come si sarebbe dilatata la mia libertà una volta uscito da quell'ufficio. Basta giacca, basta cravatta. Questa era una certezza. E sicuramente niente levatacce al mattino per tuffarmi nel traffico fino all'ufficio. Nè orari da rispettare. Nè ordini da prendere. No, niente di tutto ciò.

La voce gentile di Antonella mi strappò delicatamente a quelle fantasie.
- Signor Ripamonti, il notaio Masone adesso la può ricevere. Mi segua, prego.
La ragazza lasciava dietro di sè una scia di profumo secco come un bicchiere di Martini Cocktail. Seguii volentieri quel fluido ondeggiare di fianchi fino all'ufficio del notaio: un camerone quadrato, dal soffitto altissimo, le cui pareti erano completamente rivestite da una libreria antica, colma di libri di ogni genere, quasi tutti tomi giuridici e codici, ma anche edizioni eleganti di classici della letteratura. E giornali sparsi ovunque, ingialliti e pieni di polvere.
Al centro, un'imponente scrivania di mogano, pesante e scura, e delle poltroncine in pelle nera. Numerose piante d'appartamento facevano sembrare l'ufficio una via di mezzo fra una giungla e una serra. Una grossa finestra si apriva sull'antico quartiere e la luce del mattino entrava abbagliante, odore di tabacco da pipa e di carta antica tutt'intorno.
Il notaio Masone mi venne incontro, sorridendo bonario e tendendomi una mano, mentre con l'altra sembrava quasi volermi abbracciare. Mi fece accomodare su una delle due poltrone davanti alla scrivania. Ero completamente a mio agio, per quanto una certa smania mi stesse montando dentro lentamente, come chi ha atteso una vita ed ora non riesce a reggere i pochi istanti che lo separano dall'obiettivo.
- Signor Ripamonti, stia tranquillo è tutto a posto - Masone mi parlava, seduto dall'altro lato della scrivania, con il busto leggermente inclinato in avanti, accompagnando le parole con lenti tentennamenti del capo, che volevano essere rassicuranti - Mi scusi se l'ho fatta aspettare qualche giorno in più, ma ho voluto fare le cose con calma. Proprio per assicurare il massimo della discrezione.

Mentre mi elencava le accortezze e le premure prese per garantirmi la massima discrezione, frugava maldestramente con la mano sinistra in un cassetto nel quale dava l'idea di volersi tuffare per intero alla ricerca di qualcosa, che poi capii essere una chiave. Me la mostrò sorridendo e si alzò andando ad aprire la grossa cassaforte accanto alla finestra.
Ne tolse una comune valigetta da rappresentante, che appoggiò sotto i miei occhi, prima di aprirla. Dentro vi erano tanti rettangoli di carta bianca, con impresso il marchio della banca che li aveva emessi e dei numeri stampigliati sopra. Restò in silenzio a gustarsi la mia vertigine, poi proseguì.
- Sono quattromilacinquecento assegni circolari del valore di diecimila euro l'uno.
- Quindi quarantacinque milioni di euro.
- Esatto. Ho incassato io personalmente la somma e poi ho provveduto a fare emettere gli assegni a suo nome. E' più sicuro - poi guardò verso la porta e gridò roco - Antonella, venga un momento per favore!
Rimasi seduto, sforzandomi di restare impassibile davanti a quella fortuna. Ma il sangue mi affluiva alle gote, e il cuore pulsava imbizzarrito. Sentii alle mie spalle i passi della ragazza. Con la coda dell'occhio vidi le sue caviglie sottili, i polpacci affusolati.
Ma non riuscivo a staccare gli occhi da quella valigetta. Mi scappò detto:
- Raramente ho visto qualcosa di più eccitante.

Antonella si voltò quasi di scatto ad occhi spalancati, perdendo per un istante la flemma che fino a quel momento le avevo riconosciuto. Un lieve rossore le colorò le guance.
- Mi riferivo alla valigetta, mi scusi - sussurrai distrattamente.

Il notaio sorrise, scosse il capo e mi diede dei fogli da firmare. Li siglai senza quasi nemmeno guardare cosa ci fosse scritto. Masone rincontrollò tutto, congedò Antonella, infine si adagiò sullo schienale della poltrona a scrutarmi silenzioso.
- Adesso sono suoi. Dicono che quando si ottengono senza fatica abbiano un sapore migliore.
- Ne sono certo. Se si vincono, come li ho vinti io, non puzzano di sudore - sorrisi - Mi perdoni il cinismo, ma io non credo alla retorica della fatica. E nemmeno lei, credo.

Masone sorrise accondiscendente. Si accese la pipa e tirò un paio di boccate. Provai ad immaginare quel fumo caldo e amarognolo nella mia bocca e mi venne la nausea, pensando a quel caldo afoso che l'aria condizionata dell'ufficio appena mitigava.

- Mi permetta di pregarla di non perdere la testa, ora. Mi raccomando: è una somma enorme, c'è chi è impazzito per molto meno. Che farà ora, con quei soldi?
- Non ho ancora programmi, per la verità. Potrei andare a vedere il concerto di Paul McCartney al Circo Massimo.
- Beh, ma quello è gratis, può andarci chiunque!
- Lo so. Ma è l'unico programma che ho al momento. Mi manca ancora qualcosa per poter realizzare il mio progetto. E non so se l'avrò mai.
- Certo, capisco - sorrise - qualcosa di molto più importante, immagino. Le auguro buona fortuna.

Si alzò in piedi mi strinse la mano e mi accompagnò verso l'uscita. Antonella, seduta alla scrivania mi seguì con lo sguardo e il busto eretto, sorridendo gentile ed altera come sempre.

Mi ritrovai nella via affollata e inondata di luce e caldo umido. La camicia mi si appiccicò addosso subito, passeggiai per qualche minuto, strisciando contro i muri alla ricerca di minime zone d'ombra, stringendo il manico della valigetta fino ad imprimergli la forma della mia mano. Ridevo, ridevo sguaiatamente tutto solo. Ridevo senza trattenermi, indifferente agli sguardi sospettosi degli altri passanti accaldati che sbuffavano su e giù dai marciapiedi, con le camicie gorate di sudore. Mi sentivo leggero e pesante insieme. Tutto quello di cui avevo bisogno al momento era una banca. Una semplice, banalissima banca.

 *  *  *
La luce filtrava dalle fessure delle persiane e andava a disegnare strisce irregolari di chiaroscuro sulla schiena di Esther, sul suo sedere e sulle sue gambe. Nuda, riversa sul letto, respirava lentamente e in silenzio, sfinita dal caldo, e dall'amplesso clandestino che avevamo consumato in silenzio, muovendoci lentamente uno dentro l'altra, guardandoci negli occhi, scambiandoci baci profondi e parlando sottovoce senza smettere di muoverci.
Il sesso con Esther era un'oasi di calma nella frenesia quotidiana: ogni volta era come se improvvisamente tutto si fermasse, smettesse di fluire nell'inutile isteria, e ci attendesse. Come se tutto ci aspettasse per il tempo che ci serviva. E ogni volta mi sentivo svuotato da tutta quella fretta che mi aveva agitato e trascinato fino a lì, una fretta che aveva una sola giustificazione: Esther, appunto, solo lei. Rallentare insieme a lei era una sensazione bellissima, così come era bellissimo muoversi dentro di lei, perdermi nei suoi occhi chiari, respirare il suo odore intenso. E ascoltarne la voce soffiata e gentile. Ora lei era rannicchiata accanto a me, con la testa sul mio petto.



Pensavo. Pensavo ad un sacco di cose, e la testa mi girava per il caldo, per una strana sensazione di deriva, per i mille pensieri di fuga che mi animavano da sempre e che ora, forse, potevo realizzare. Pensavo e guardavo ipnotizzato la grossa ventola in legno e ottone che girava appesa al soffitto e che muoveva appena l'aria collosa di quell'estate impazzita, proiettandovi ombre indefinite in continuo movimento. E pensavo. Ai miei pensieri si sovrapponevano i rumori lievi della città che correva fuori, sotto, oltre le finestre e che filtravano attutiti dagli spessi vetri. Sentivo il respiro leggero di Esther, mentre la mia mano scendeva lungo la sua schiena fino ad indugiare sulla curva morbida del sedere.

Il corso dei miei pensieri si stava trasformando ormai in un naufragio. Non riuscivo a dominarli, si susseguivano troppo rapidamente, e io cercavo di affrontarli senza riuscire a risolverli. Affondai il naso nei suoi capelli chiari, la strinsi a me e mi venne in mente la prima volta che ci eravamo baciati, il suo sguardo colmo di spavento e sorpresa, la smorfia stupita di una resa inevitabile davanti ad un'evidenza che io avevo percepito molto tempo prima di lei, forse troppo. Un bacio che era una svolta, e che pure non rappresentava la soluzione. Non eravamo mai stati solo amici, non avremmo potuto essere più intimi di quanto già lo fossimo. Esther lo aveva previsto, io lo avevo voluto: quel bacio avrebbe cambiato tutto. E in effetti tutto era cambiato, quantomeno nelle prospettive.

Esther si mosse, rialzandosi sui gomiti e mi fissò, mi fissò con due occhi furbi e chiari, dalle pupille dilatate come quelle di un felino notturno.
- A cosa pensi?
Allungai la mano sul tavolino, cercando a tentoni il pacchetto di sigarette. Ne accesi una, soffiai il fumo in alto, impegnandomi inutilmente a trovare una risposta adatta a dissimulare il caos che avevo in testa. La leggerezza della mattina sembrava essersi sciolta nel caldo del pomeriggio.
- A tuo marito - risposi ridacchiando e soffiando di nuovo in alto il fumo, per poi osservarlo disperdersi nella penombra della stanza, come se il dissolversi del fumo potesse rappresentare anche il dissolversi di suo marito. Mi venne in mente per un istante il volto di quell'uomo, il suo sorriso compiaciuto e saccente, la sensazione di antipatia provate nell'unica occasione in cui gli avevo parlato, senza che lui sapesse chi fossi davvero. Ricordavo perfino di aver pensato malignamente all'ironia della circostanza: mentre lui, sorseggiando un bicchiere di vino bianco ad un'elegante festa natalizia organizzata per beneficienza dalla società di cui era vicepresidente, mi raccontava - con pedanteria e fierezza - l'amore per il proprio lavoro, che lo costringeva a trascurare la moglie. Si illuminava di un sorriso da topo, mi aspettavo quasi di sentirlo squittire. "Non potrei rinunciarvi mai", mi disse sorridendo, strizzando i suoi occhietti in un'espressione ottusa e orgogliosa.
"Nemmeno io potrei rinunciarvi" gli risposi velenoso e condiscendente, guardando Esther da lontano, senza che lui riuscisse ad intuire - tutto preso dalla propria boria - che la mia non era invidia per il suo lavoro, ma sincero sollievo per il fatto che lui volesse starsene così spesso lontano da casa, trascurando così la sua giovane moglie, di cui ormai io non potevo più fare a meno. Più tardi, affacciato al balcone dell'elegante palazzo per sottrarmi al vociare festoso e molesto degli invitati, ai brindisi e ai finti sorrisi, e ai finti abbracci e ai finti auguri, mi ero trovato a considerare quante forme di tradimento potevano mutilare un matrimonio senza essere condannate dalla morale: la mancanza di rispetto, di entusiasmo, di affetto, di attenzione; l'appiattimento di prospettive su una quotidianità devastante, fatta di trascuratezze e di sottointesi; la non-condivisione di scelte e decisioni. Tutto era concesso. Tutto. Tranne naturalmente l'adulterio. I miei pensieri erano stati interrotti dall'arrivo di Esther, che guardando fissamente davanti a sè, la città illuminata, mi aveva stretto la mano, stupendomi di quel gesto affettuoso e non protetto, non calcolato, non nascosto agli occhi dei presenti, così spontaneo e manifesto da farmi colare la dolcezza in fondo al cuore. "Ultimamente - mi disse - è come se la mia vita fosse un fiume che mi scorre attraverso" e continuava a guardare lontano, ma sorrideva. Dentro al salone, suo marito intratteneva - con aneddoti di lavoro declamati a voce alta - due signore ridanciane, eccessivamente truccate, a loro agio nei loro vestiti costosi. Quando a notte inoltrata Esther se ne era andata insieme al marito, ero stato aggredito da un violento istinto di spaccare tutto, rovesciare tavoli, frantumare bicchieri, sentire rumori sgradevoli di oggetti che si rompono, e urla e tonfi. E di sentire il dolore di un pugno nello stomaco o magari di un manrovescio sulle guance, qualsiasi forma di dolore che potesse distrarmi da quello - reale ed improvviso - che mi soffocava salendo dalla bocca dello stomaco.

Quella sensazione di dolore inevitabile riaffiorava adesso, mentre mi specchiavo negli occhi blu di Esther. Il volto le si era illuminato di un buffo sorriso, e gli occhi le si erano assottigliati come lame affilatissime. Con un movimento rapido si era messa a cavalcioni su di me, e mi aveva accolto dentro. Muoveva lentamente il bacino, in modo estenuante e lento, e mi guardava con espressione assente, ma con gli occhi fissi su di me.
- Vediamo se riesco a non farti pensare a lui - la sua voce era sospesa, e sorrideva provocatoria e beffarda. Avrei voluto dirle quello che pensavo dalla mattina. Avrei voluto parlarle della fortuna che avevo versato su un conto corrente di una banca del centro, avrei voluto chiederle di partire con me, avrei voluto convincerla a buttarsi dietro tutto, a scegliermi in modo definitivo. Avrei anche potuto provare a rapirla, stringendola per un polso e trascinandola dietro di me. Ma sapevo che non era ancora il momento.

Conoscevo a memoria le sue ragioni, le sue risposte. Aveva bisogno di tempo, era una decisione coraggiosa che non era ancora pronta a prendere. E io cominciavo a pensare che non sarebbe mai stata pronta a determinare una frattura così profonda nella propria vita. Sapevo benissimo che non sarebbe nemmeno stata capace di separarsi da me, sapevo di essere entrato senza preavviso nel suo cuore, e che a quel punto anche il separarsi da me sarebbe stata una frattura dolorosa. Non potevo aspettarmi nessuna decisione da lei. Toccava a me prenderla per entrambi, per quanto mi risultasse difficile. Ma quello era il momento giusto. Era una questione di sopravvivenza. Io dovevo sopravvivere, e dovevo anche far sopravvivere quel che di buono si era creato fra noi, prima che una catena di rimorsi, di recriminazioni, di pretese e di incomprensioni venisse a logorarlo. Esther socchiudeva gli occhi, inconsapevole del fatto che - proprio mentre mi regalava ancora una volta il piacere - avevo deciso di separarmi da lei.

Scendemmo per strada, il calore montava dal porfido e ci abbracciava ad ondate frequenti. Attraversammo via del Corso, con gli occhi protetti da lenti scure. Il sole, ancora alto, rimbalzava sui vetri delle finestre, sbucava dai tetti delle case, nel cielo ritagliato dai palazzi antichi. Camminavamo l'uno accanto all'altra, in silenzio, confusi dal torrido che non accennava a diminuire, evitando i turisti che a gruppi sostavano agli angoli delle vie, camminando senza una direzione precisa, solo per mescolarci alla folla, e stare ancora un
po' vicini, in quell'affollato pomeriggio di luglio. Presi Esther per mano, e me la tirai appresso, sgusciando nella folla. Mi fermai a guardarla: era bellissima. I capelli chiari le scendevano sulle spalle, e il vestito di lino le si adagaiava mollemente alle forme, mentre il seno saliva e scendeva per la corsa a perdifiato nel pullulare disordinato del pomeriggio romano. La appoggiai rudemente contro il muro e la baciai, con foga, con disperazione anche. Cercavo di trovare la conferma alla mia decisione, speravo di restare indifferente a quel bacio. Ma era inutile. Più la baciavo più mi riusciva difficile separarmi da lei. Eppure dovevo.

La presi di nuovo per un braccio e la trascinai dentro un portone. In quell'angolo in penombra e fresco, con il vociare dello struscio domenicale, la appoggiai senza delicatezza contro il muro, le alzai la gonna, e - tenendole una coscia con la mano - mi infilai rudemente
dentro di lei, senza lasciarle il tempo di parlare, senza smettere di baciarla, senza chiudere gli occhi; perchè non volevo smettere di guardarla. Quegli occhi mi sarebbero mancati per sempre.

Mentre si ricomponeva, sorridendo confusa e stupita, le dissi a bruciapelo:
- Domani mattina parto.
- Come?
- Sì, Esther, ho deciso. Me ne vado.
- Perchè?
- Perchè non ce la faccio più. Vorrei averti ogni momento. Vorrei poter andare in giro con te senza dovermi guardare intorno, senza dover temere che qualcuno ti riconosca - sbuffai - no, cazzo! Non è per questo. Lo sai già. E' solo perchè voglio averti.
- Ma tu mi hai! E più di quanto io avrei mai immaginato possibile...Io non riesco a darti più di questo ...non sarà mai abbastanza per accontentarti?
- Non mi accontento, mi conosci. E' quest'ingordigia che mi mangia da dentro, non riesco ad accontentarmi. Voglio tutto. E' una questione di orizzonti.
- Non ce la faccio a gettar via tutto il resto, Niccolò ...nè a fare a meno di te! Non sono ancora pronta... - e nei suoi occhi c'era uno sguardo spaventato, quasi un'implorazione.
- Lo so, forse non lo sarai mai. Forse faccio del bene più a te che a me, ad andarmene adesso. Forse, così, almeno i tuoi rimorsi si calmeranno. Forse, almeno, smetterai di sentirti in colpa. Forse soffrirò tantissimo...anzi sono sicuro. Soffrirò tantissimo.
- Non andare via, Niccolò! Non ancora.
La guardai negli occhi, proprio mentre l'azzurro stava per affogare nelle lacrime. Alzai le spalle, e uscii dal portone, lasciandomela alle spalle.

Non so per quanto tempo passeggiai, cercando di scrollarmi di dosso la sgradevole sensazione di quel distacco ruvido da Esther, un distacco che era avvenuto come uno strappo. Cercavo di pensare al mio viaggio, mi sforzavo di immaginare posti esotici o città frenetiche e moderne e affascinanti, piene di gente interessante e nuova. Ma non riuscivo ad attutire l'eco della voce di Esther che mi diceva di non andarmene.

"Non ancora". Camminavo a testa bassa, quasi barcollando, risalendo controcorrente il fiume di giovani e turisti che si dirigevano verso il Circo Massimo, mentre il sole stava per scendere dietro ai monumenti e ai palazzi e le ombre si allungavano. Contemplavo la fermezza assurda della mia decisione che mi avrebbe portato lontano da ogni luogo, ma non dalla mia testa e dai miei pensieri intrisi di Esther. Una decisa brezza si stava levando, portando un inatteso refrigerio dal caldo che da giorni stava martellando senza tregua la città. Turbini di polvere e brandelli di carta si sollevavano in una danza improvvisa. Piegai in via Condotti ed arrivai in piazza di Spagna. Turisti con i piedi a mollo nella barcaccia, un calessino con un cavallo accaldato sotto la bardatura, tavolini fuori dai bar, una coppia di giapponesi sorridenti alla ricerca di qualcuno che scattasse loro una foto con lo sfondo della scalinata. Il marito mi venne incontro e dopo un inchino mi porse la digitale di ultima generazione. Svuotato com'ero non mi lasciai vincere dall'insofferenza, e aspettai che si mettessero in posa, che avessero il sorriso giusto, che nessuno si frapponesse fra loro e l'obiettivo: loro, almeno, erano insieme e felici. Inquadrai, e scattai.

Mentre restituivo la macchina fotografica vidi una scritta blu su un muro "Nesta traditore". sorrisi inebetito e ripresi a camminare. La sera stava arrivando e io ero ancora lì, ad interrogarmi su dove andare. Mi accorsi che c'erano troppi tradimenti in questa storia. Il marito di Esther tradiva la moglie con il proprio lavoro. Esther tradiva il marito con me. Nesta aveva tradito i tifosi della lazio per andare al Milan. E soprattutto, io stavo tradendo me stesso, lasciando l'unica persona che avrei voluto avere sempre accanto.

Il cielo rimbombò di un tuono lontano e finalmente cominciò a scendere una pioggia fresca e allegra. L'acqua cadeva dritta e pesante, rimbalzava sui tetti delle macchine, sulle tende dei negozi, sui tavolini abbandonati velocemente. Un profumo di terra asciutta mi si impresse nelle narici e mi schiarì le idee. Mi tornarono alla mente le parole del notaio Masone "adesso non perda la testa". Inspirai ancora una volta l'aria fresca del temporale. La mia fortuna era ancora lì.
Il mio biglietto aereo - qualunque fosse la destinazione - poteva star chiuso ancora un po' nelle mie tasche. Sapevo che, forse, un giorno avrei dovuto abbandonare Esther, ma quello non era ancora il momento. Per il momento, sarei restato, almeno per vedere come sarebbe finita fra noi


martedì 15 gennaio 2013

L'ARMA A DOPPIO TAGLIO


Di Eugenio Scalfari, lo storico direttore e fondatore de La Repubblica, si diceva che portasse sfortuna ai candidati della sinistra: infatti, ogni volta che li sponsorizzava, ne sposava la causa, li supportava tramite il proprio quotidiano, questi perdevano le elezioni.

Di Santoro, al contrario, possiamo senz'altro dire che porti fortuna a Berlusconi.

Premetto che non faccio parte dei nove milioni che hanno avuto la fortuna di assistere al duello televisivo fra Silvio Berlusconi e l'accoppiata Santoro Travaglio. Ho seguito lo scontro attraverso un'esilarante cronaca fatta in Facebook da una mia amica, e leggendo il giorno dopo numerosi resoconti e commenti su quotidiani e siti internet. Naturalmente ho anche origliato divertito i numerosi dibattiti improvvisati al bar, sui mezzi pubblici e tutto il resto.

Mi sono fatto l'idea che Santoro sia caduto nella madre di tutti i tranelli. Credo che la presunzione che alimenta il proprio ego illimitato lo abbia persuaso ad invitare Berlusconi per farlo friggere sulla graticola, convinto che la pubblica esecuzione del gran visir di tutti i farabutti gli avrebbe portato in dote un'audience spaventosa e l'investitura a leader morale di tutti gli antiberlusconiani.

Sicuramente l'obiettivo dell'audience é stato raggiunto: era anche quello più facile da centrare, dato che il battage pubblicitario dei giorni precedenti aveva creato un'aspettativa simile a quella che gli antichi romani devono aver provato ai tempi delle competizioni dei gladiatori nell'Anfiteatro Flavio.

Sugli altri fronti Santoro ha subito una débacle degna di Wateloo. Berlusconi é tornato a casa con una crescita di 4 punti percentuali in tasca e la giusta convinzione di essere uscito indenne da un'imboscata. Inoltre ha sottratto pubblico a Porta a Porta, dove Bersani stava accompagnando fra le braccia di Morfeo quei quattro gatti che hanno preferito Rai Uno a La7.

Game. Set. Match.

Il giornalista rosso ha sottovalutato la capacità del Cavaliere di sapersi destreggiare con naturalezza in una rissa televisiva. Errore imperdonabile: sì, perché Berlusconi ha inventato questo genere di televisione; é stato lui - ad inizio degli anni ottanta - ad aver abbattuto un certo tipo di tv, fatto di compostezza, di eleganza, di misura, di argomentazioni; é stato lui - in nome di una svolta contro il vecchio - ad aver introdotto la televisione del dolore, della rissa, dei sentimenti esternati in modo plateale, degli scontri aventi come unica regola il "niente regole", delle accuse sparate senza fondamento, delle vicende private trasformate in questioni pubbliche. Lui ha trasformato un buon giornalista - Emilio Fede - in uno scribacchino al servizio del partito. Praticamente l'arena mediatica di Servizio Pubblico era il suo terreno preferito, e ci ha giocato con destrezza vincendo per cappotto.
Prima ha mostrato il lato affabile della sua poliedrica personalità, giocando a fare il pagliaccio. Poi si é offerto in pasto a Santoro, recitando il ruolo di vittima sacrificale, l'agnellino innocente sbranato dal lupo, quel cattivone di Santoro il comunista. Poi ha lanciato accuse di parzialità e ha ribaltato su Marco Travaglio la questione giudiziaria.

Niente di nuovo, sia chiaro, tutte cose già viste. Da una parte e dall'altra. Santoro e Travaglio a fargli la predica; lui a respingere platealmente le accuse e a riversarne delle altre sugli interlocutori. Ineccepibile: é riuscito perfino a recitare il garantista, spiegando a Travaglio che in Italia esistono tre gradi di giudizio.

Mi vengono in mente a questo punto due considerazioni.

La prima, nemmeno troppo originale, é che Santoro abbia tanto bisogno di Berlusconi, quanto Berlusconi abbia bisogno di Santoro. Se non ci fosse il Cavaliere, il conduttore di Servizio Pubblico e Anno Zero finirebbe presto i propri argomenti e scivolerebbe nell'oblio dello spettatore. Contestualmente, senza il suo acerrimo nemico, e la schiera di intellettualoidi di sinistra (la Dandini, Nanni Moretti e tutta quella cianfrusaglia radical chic che popola i salotti pseudo intellettuali di Roma farneticando su temi progressisti senza nemmeno capirne granché) Berlusconi non potrebbe giocare la sua partita ideale fatta di contrapposizioni, e quindi non riuscirebbe a catalizzare intorno a sè quella parte dell'elettorato infastidito dagli atteggiamenti schizzinosi dei progressisti snob.

La seconda, un po' più articolata, pone la questione sul ruolo del giornalista. Avere delle idee, delle opinioni politiche, non significa dover alterare artificiosamente l'esposizione dei fatti. Dopo decenni di faziosità pro (spesso) o contro (raramente) il potere, sarebbe opportuno che in italia ci fossero dei giornalisti capaci di documentare, di illustrare, di spiegare ciò che accade, limitando il più possibile l'espressione della propria opinione, lasciando allo spettatore o al lettore il compito di giudicare, di decidere, senza dovergli per forza inculcare un'opinione precotta e predigerita. Sarebbe una prova di maturità e anche di professionalità, che si concretizza poi in un termine: obiettività, la bussola del bravo giornalista.

Questo non perché creda che sia il caso di limitarne la libertà di informazione, ma proprio per la ragione opposta: il giornalismo esercitato in questo modo lede il valore dell'informazione, perché contribuisce solo a fare confusione e a creare convinzioni errate.

Diventando un'arma a doppio taglio.

San Michele l'Arcangelo Punitivo ha voluto usare quest'arma a doppio taglio; voleva abbattere Berlusconi durante un rito dedicato al culto della propria personalità; voleva sacrificare una pagina di buon giornalismo in nome dell'audience. Voleva troppe cose, ma ha finito per nuocere alla causa: quest'arma lo ha mutilato forse irreversibilmente.

giovedì 10 gennaio 2013

IL GRANDE GIOCO





[Ovvero: dell'opportunismo pernicioso delle Nazioni occidentali
nei luoghi dell'Asia Centrale e nel Medio Oriente]

Ho recentemente ultimato la lettura di un saggio di Peter Hopkirk, intitolato Il grande gioco.
Il grande gioco é la definizione che R. Kypling dà di tutta una serie di attività belliche, militari e diplomatiche in senso lato, svolte principalmente da Russia e Inghilterra nel corso dei secoli XVIII e XIX e tese ad ottenere l'egemonia in una vastissima area dell'Asia Centrale compresa fra il Caucaso, i confini meridionali della Russia, la Cina e l'India.
Terre dai nomi carichi di fascino - Buchara, Samarcanda, Chiva, - valichi oscuri come il passo Bolan o il Kiber, fiumi misteriosi e mitologici il cui corso é tuttora parzialmente inesplorato (l'Oxus), deserti difficili da attraversare (il Karakum) e celebri catene montuose come il Karakorum o l'Hymalaia, nonché regioni ancor oggi di attualità, la Persia e l'Afghanistan su tutti, divennero per due secoli abbondanti lo scenario di occupazioni, carneficine, rivolte e soprattutto missioni diplomatiche e commerciali.
La ragione dell'impegno di tante risorse, economiche e militari, e del sacrificio di innumerevoli vite, risiede nel fatto che questi territori erano strategici per la Russia zarista che intendeva allargare la propria area di influenza  verso il mar Mediterraneo e l'Oceano Pacifico. Inevitabile quindi che gli sbocchi fossero la Turchia e l'India.
Di contro, l'Inghilterra aveva interesse a bloccare l'avanzata russa per evitare che si avvicinasse troppo al proprio forziere asiatico: l'India.
Per far questo aveva bisogno di creare una serie di stati-cuscinetto che garantissero una certa resistenza contro eventuali manovre aggressive degli Zar, e assicurassero la tranquillità ai traffici del Regno Unito. Da notare che mai gli eserciti ufficiali di Russia e Inghilterra pervennero - in quegli anni - ad uno scontro diretto: era preferibile, allora come oggi, allearsi o imbonirsi i governanti di questi piccoli Stati, trasformandoli in veri e propri strumenti tattici, lasciare che fossero loro a combattere contro l'invasore, piuttosto che impegnarsi in scontri sanguinosi e costosi anche a livello di credibilità verso il mondo.

E allora ecco sovvenzioni, invii di esperti militari per addestrare i mal organizzati eserciti locali, agenti istigatori a fomentare rivolte contro la parte avversaria, forniture di armi; oltre ad una incessante attività di ambasciatori e consoli, abili a blandire, minacciare, corrompere; tutto era lecito, purché propedeutico al raggiungimento dell'obiettivo: la contrazione della presenza nemica e l'arretramento del suo confine.

Il libro di Hopkirk é un lungo resoconto di trionfi e sconfitte, di imprese fallite a causa di mezzi inadeguati, di sfide sovrumane contro le terribili intemperie, di massacri perpetrati dagli Europei ai danni delle popolazioni indigene, ma anche degli Afghani ai danni degli Inglesi o dei Chivani ai danni dei Russi.

Esploratori coraggiosi, predoni e sovrani sanguinari, generali ambiziosi e uomini intriganti si sono succeduti su questo palcoscenico conquistando fugacemente il ruolo di protagonisti per poi uscire di scena quasi sempre di morte violenta.
La parte che ho trovato più entusiasmante é quella che narra le vicende degli esploratori, geniali e spregiudicati pionieri di quelle zone tutt'ora ostili e impenetrabili, che avevano l'incarico di mappare i territori al fine di trovare vie percorribili da eventuali eserciti invasori, con lo scopo o di predisporrne l'attacco o organzzarne la difesa.
Durante la lettura consideravo quanto manchi nei libri di storia l'analisi delle ragioni di fondo che hanno mosso gli eserciti e scatenato le guerre. Spesso, sui banchi di scuola, mi sono reso conto di quanto la vanità di un potente - Re, Zar o Imperatore - fosse insufficiente a giustificare tutte le guerre che hanno insanguinato questo piccolo pianeta dall'inizio della sua storia. Non erano ideali filosofici, non era la necessità di imporre una religione sull'altra, non era l'ambizione di un regnante superbo, nè la follia di un dittatore che intendeva imporre una razza superiore sulle altre.
La vera ragione, spesso occulta, all'origine dei conflitti bellici, soprattutto in questa zona del mondo brulla, impervia, spesso coperta di neve e comunque ostile, é stato il commercio. Tutto ciò che la Storia ci ha raccontato a proposito dei grandi conflitti degli ultimi secoli é l'anticamera di quello che oggi chiamiamo con una certa indifferenza globalizzazione.
C'é sempre un interesse economico dietro ad ogni guerra. Prima della rivoluzione industriale le guerre rappresentavano il tentativo di annettere terre migliori, più fertili, con giacimenti maggiori o di maggior qualità. Dopo la Rivoluzione Industriale é venuto a crearsi un surplus di prodotto che non veniva smaltito sui mercati interni di ogni Nazione: si é reso quindi necessario per ogni Stato estendere il proprio mercato oltre i confini.

Come in un gioco, appunto, da giocare sul grande tabellone del Mondo. Risiko. O Monopoli, forse: occupare, significava - e significa tutt'ora - allargare la propria clientela, spesso sottraendola al nemico.  Invadere un altro Paese, poteva voler dire conquistare uno sbocco sul mare o su un corso d'acqua, che erano le vie più comode e veloci per esportare prodotti in nuove terre.

L'ultimo episodio del Grande Gioco in Asia centrale é rappresentato dall'invasione dell'Afghanistan ad opera dell'Unione Sovietica. Per l'URSS era indispensabile espandersi per poter instaurare il sistema economico fondato sul socialismo reale: diversamente - lo stesso Stalin ne aveva coscienza - il comunismo si sarebbe estinto; l'unica via era l'imperialismo.

A difesa dei mujaheddin si impegnò in forma semiclandestina il Congresso degli Stati Uniti, che stanziò somme inaudite per fornire armi ultramoderne ai ribelli. Un film di Mike Nichols, La guerra di Chalrie Wilson, descrive brillantemente il cinismo con cui gli americani affrontarono questa vicenda. Nessuno ebbe a cuore la libertà di quei popoli che subirono l'invasione dell'Armata Rossa. Fondamentale era mettere i bastoni fra le ruote al nemico di tanti anni di Guerra Fredda, impedirgli di crearsi nuovi sbocchi commerciali.

Tuttavia una volta ricacciati i sovietici oltre le sponde dell'Oxus, nessuno ebbe l'acume di portare avanti una politica di miglioramento delle vite di quelle tribù ingovernabili che ancora oggi popolano gli altipiani centroasiatici. Sebbene fu sufficientemente facile  portare armi evolute e tattici ispirati che istruirono i ribelli, fu ritenuto meno interessante costruire scuole ed ospedali.

Finché i giovani afghani si scoprirono nemici dell'Occidente, o vennero educati ad esserlo dalla classe politica che aveva interesse a renderli tali.

Sì, perché questo comportamento opportunista - ripetuto in Iraq, e più di recente nella Libia del dopo Gheddafi - se dal punto di vista dell'egemonia economica può portare a risultati di breve o medio periodo, da un punto di vista politico produce solo ostilità.

Il cinismo con cui gli Stati Uniti d'America - ma anche le Nazione aderenti all'Unione Europea - valutano se e come intervenire per portare la libertà in una Nazione scossa dalla guerra civile é palese e spesso disgustoso. L'interesse economico é la ratio che guida le scelte, la paura di restare invischiati in conflitti disastrosi o in incidenti diplomatici ad ampio raggio la regola per i comportamenti in materia di politica estera.

Da un punto di vista pratico, possiamo anche ritenerlo legittimo: ciò che trovo discutibile é l'aura altruista e libertaria con cui si vogliono ammantare queste azioni belliche.

Quando sento usare l'espressione esportare la democrazia, traduco automaticamente in implementare un'economia di mercato. Infatti quello che é importante é poter imporre le leggi liberiste, prima ancora che i principi liberali. In virtù delle prime si potrà trasformare i popoli in consumatori (o, nel caso del petrolio, in fornitori compiacenti), e invaderli non più con le armi, ma con i prodotti. Soffocando nella maggior parte dei casi le economie autoctone, con buona pace del libero mercato.

Finché non si renderà necessaria una nuova espansione, nuove guerre e nuovi interessi da nascondere dietro l'ipocrita maschera della democrazia imposta.

mercoledì 2 gennaio 2013

RIUSCIRA' UN MEZZ'UOMO A SALVARE L'ITALIA?



[dall'assalto finale del Capitale]

Lo scenario politico che si sta rivelando in questa fase iniziale della campagna elettorale piacerebbe tantissimo a J.R. Tolkien: non tutti lo sanno ma la metafora sottesa alla colossale favola fantasy dell'autore sudafricano è lo scontro fra l'uomo moderno e l'ambiente; la devastazione dell'industrializzazione contro la purezza della natura. Molti hanno letto nel Signore degli Anelli un richiamo al nazismo; in realtà il messaggio era più ecologista che bellico.
Oggi, Tolkien aggiornerebbe il suo libro, rileggendolo in chiave politica italiana. La grande coalizione di centro che si sta formando, ricorda l'unione delle forze cooptate da Saruman per servire il Signore del Male, Sauron.

Proviamo ad analizzare le componenti principali di questo raggruppamento di moderati di centro che - parole di Mario Monti - "non é nè moderato nè di centro" (tanto per sgombrare il campo da equivoci).
Il principale animatore é Luca Cordero di Montezemolo, Presidente di Ferrari, uomo caro alla famiglia Agnelli, la madre di tutte le miserie italiane. Già Presidente di Confindustria, già presidente di FIAT, già Direttore Generale del comitato organizzatore di Italia 90. Attuale Vicepresidente di Unicredit, nonché fondatore della società Nuovo Trasporto Viaggiatori (quello di Italo, per intenderci: il treno per gli snob che non vogliono viaggiare con Frecciarossa; il treno dove la prima classe si chiama Relax e la seconda Smart, perché fa più figo; chissà se un giorno la NTV progetterà anche dei treni per pendolari, a classe unica, che arrivino puntuali e i cui vagoni non assomiglino a carri bestiame, di modo che quegli snob di lavoratori costretti dalla periferia a scendere in città per lavorare possano viaggiare comodi).
Insomma, possiamo dire che Montezemolo sia uno con le mani in pasta: interrogando Wikipedia si trovano in capo a LCdM una serie di cariche da fare spavento. Con un potenziale conflitto di interessi da fare invidia a Silvio Berlusconi.
Montezemolo ha da qualche anno dato vita ad un movimento politico chiamato Azione Futura, che ha rotto gli indugi nel tardo autunno del 2012, e di fatto presenterà propri candidati alle elezioni politiche.
Azione Futura sosterrà - ça va sans dire - Mario Monti quale candidato Presidente del Consiglio. Il Rettore della Bocconi, dopo aver giurato e spergiurato dodici mesi fa di non essere interessato ad un impegno politico, ha costituito il proprio movimento battezzandolo Agenda Monti per l'Italia. Se Montezemolo rappresenta la grande e media industria, MM rappresenta l'alta finanza. Basti guardare la lista del suo Governo per vedere quanti provengono dai CDA dei principali Istituti di Credito. Monti contribuisce al progetto con una schiera di tecnici preparati e presuntuosi, convinti che la tecnocrazia sia la soluzione alla crisi economica che imperversa da anni. In cima alla lista di questi tecnici operosi c'é Elsa Fornero, la triste mietitrice desiderosa di completare il lavoro iniziato nella legislatura in via di conclusione. L'Agenda Monti vuole un'Italia più green e pink. Magari anche meno choosy, ecco. Idee vaghe per affascinare i media e mascherare il disegno più ampio che ci sta dietro.

Come se non bastasse, Monti ha anche l'appoggio incondizionato dei vertici dell'Unione Europea e di Frau Angela Merkel che della massoneria industrial-finanziaria é da sempre la paladina.

A saldare questi due movimenti appena sorti, un politico di professione, nonché esponente dell'ultima componente di questa periniciosa coalizione: Pierferdinando Casini, il fautore del Grande Centro, il Dottor Frankenstein che intende con questa alleanza riportare in vita l'orrenda creatura che una volta si chiamava Democrazia Cristiana. Casini raccoglie i voti dei cattolici, di quei cattolici, diciamo, che non si riconoscono appieno in Monti nè in Montezemolo.

In questo modo industria, finanza e Vaticano (che ha già benedetto MM) metterebbero definitivamente ed in modo palese le mani sulla nostra Nazione, spremendo le ultime gocce di ricchezza da un frutto ormai avvizzito da anni di malgoverno e di uso personalistico del potere. E porrebbero le basi per instaurare con strumenti all'apparenza democratica un sistema di Stato in cui le classi meno abbienti sarebbero definitivamente senza rappresentanza e senza tutela, a beneficio di quelle elevate che detterebbero legge nel vero senso della parola. 

Siamo davvero sicuri di volerci far governare da questa gente?

Come nel Signore degli Anelli, in questa Terra di Mezzo si muovono personaggi deformi dagli scopi oscuri. C'è il Nano, Silvio Berlusconi, che per ora fa  corsa a sè, ma potrebbe unirsi alla scuderia vincente al momento propizio, in modo da ottenere di nuovo visibilità e qualche carta da giocare a favore del proprio elettorato dalla reputazione discutibile. I Troll di caverna della Lega Nord si muovono guardinghi per cercare di ricostruirsi una reputazone presso il loro elettorato rozzo ed integralista, scosso e deluso dalle vicende di casa Bossi. Per ora sembrano fuori dai giochi, e di questo credo che ci sia da rallegrarsi. L'asse con Berlusconi che una volta garantiva una maggioranza solida ora é impossibile e addirittura controproducente. Per i Lumbard si prefigura una legislatura di opposizione, come quella che sembra pospettarsi per il M5S di Beppe Grillo che - già scalfito prima di partire da polemiche, atteggiamenti despotici del suo leader ed espulsioni immotivate -  non può in nessun modo costituire un'ipotesi di governo, data la natura contestatrice e picconatrice dell'organizzazione voluta dal comico genovese.

A fronteggiare questo variegato esercito di orchi, troll e nani, non ci sono elfi, non ci sono maghi, non ci sono cavalieri con un futuro vincente nel proprio destino.

C'é un hobbit, un mezz'uomo. Il suo nome é Pierluigi Bersani. Mezz'uomo perché é diviso in due: da una parte é ostaggio della tentazione europeista, subisce il fascino di MM e lo vorrebbe dalla sua parte. Dall'altra, voltandosi ad osservare le fila del proprio esercito, si accorge che la propria natura é quella progressista, che le sue origini tradiscono un'estrazione popolare. E in virtù di ciò é spezzato in due come peraltro il suo stesso partito, animato da troppe correnti contraddittorie.

Come Frodo Baggins, anche Bersani si sente soffocare dall'Anello, che nella saga rappresenta il Potere con tutti i suoi lati oscuri. Anche Pigì é affascinato dall'idea di vincere le elezioni, di governare. Ma non ha ancora deciso come conquistare il potere, prima, e come esercitarlo, poi. Ai comizi sembra un leader post comunista, a Bruxelles sembra un moderato liberale. Speriamo che si chiarisca le idee per tempo.

La disperazione di chi si avvicina al voto consiste proprio nel fatto che l'unica speranza di poter vivere ancora in una Nazione che non sia asservita alle banche e ai capricci dei grandi industriali risieda in quest'uomo fragile e indeciso, seppur competente.

L'aspettativa é che - presto - la sinistra, intesa come quell'ampia area a impronta social-democratca, riesca a superare le divisioni (che da duecento anni la frammentano in rivoli ideologici, particolarismi, questoni di principio e distinguo vari) diventi pragmatica e si accordi finalmente su un progetto comune che abbia al centro del programma le esigenze della popolazione, il lavoro, la questione morale, la legge sul conflitto di interessi, il fisco equo e il concetto di pubblico.

MM sostiene, con la supponenza che ormai gli riconosciamo, che destra e sinistra sono concetti superati. Eh no, accidenti: destra e sinistra hanno ancora un significato! La destra, questa destra che si sta ricompattando, é una forza al servizio del capitale e di interessi localizzati in ambiti ristretti. La sinistra, quella sinistra che ancora manca, si occupa di interessi diffusi trasversalmente all'interno della popolazione.

Aggrappiamoci all'hobbit. Non sono sicuro che ci porti fuori dalla tempesta, ma di sicuro dall'altra parte c'é il disastro.