venerdì 27 dicembre 2013

FUMO SULL'ACQUA (E FIAMME NEL CIELO)


La mattina del 4 dicembre 1971 il cielo di Montreux era nitido e l'aria frizzante e tersa. I villeggianti - fossero essi ricchi banchieri ginevrini, imprenditori parigini in cerca di pace, semplici turisti o hippies alla ricerca del contatto con la natura -  passeggiavano a coppie sul lungolago, parlando a voce bassa, stringendosi al petto raffinati abiti dal gusto vagamente inglese o giacche di lana alpaca tessute artigianalmente in qualche comune. Gli eleganti palazzi si specchiavano nella gelida acqua blu, riflettendo le linee art déco e liberty che rendevano la cittadina un gioiello fra le montagne. I dehors degli alberghi e dei caffè erano pieni nonostante il freddo dell'inverno che avanzava. Nell'aria si percepiva Chanel N°5 o acre tabacco da pipa.

In ogni caso nessuno voleva perdersi il tepore di quel sole deciso e brillante.

Splendide Jaguar e Aston Martin scivolavano tronfie per le strade fiorite, saturando l'aria con il rombo brillante dei propri motori, per poi scomparire lungo i tornanti che portavano verso la grande città.

Capita, a volte, che impercettibili coincidenze si verifichino per cambiare involontariamente il corso della storia. Capita, per esempio che quel giorno a Montreux soggiornassero contemporaneamente Frank Zappa e i Deep Purle, miti in ascesa del panorama rock mondiale.

Frank quella sera era in cartellone al Casinò insieme ai The Mothers, mentre i Deep Purple avevano deciso di trasferire lo studio di incisione (noleggiato dai Rolling Stones) all'interno di alcuni locali del Casinò: la loro vena esplodeva di creatività e il loro entusiasmo era chiaro a tutti i menbri della crew. Machine Head il prossimo disco, era sulla rampa di lancio: gran parte dei pezzi erano pronti per essere incisi e altra roba frullava nelle teste dei musicisti.

I ragazzi decisero di prendere alloggio poco distante dal luogo dove avrebbero lavorato per i giorni successivi. Nel pomeriggio il fermento per il concerto di Zappa era già palpabile e una folla eterogenea e variopinta cominciava a muovere verso il Teatro.

I Deep Purple per quel giorno si erano regalati una giornata di pausa e riflessione. Campeggiavano nell'enorme suite dove avevano fissato la propria base, cercando di evitarsi a vicenda, non per antipatia reciproca, ma solo per concentrarsi sul lavoro che li attendeva, in attesa che il buio calasse dalle montagne e li traghettasse all'indomani quando avrebbero imbracciato gli strumenti e prodotto quella musica che ormai veniva definita hard rock e che stava spazzando ogni altro genere moderno.

Jon Lord, il celebre tastierista del gruppo era sulla terrazza, impegnato in una lunga intervista con un giornalista francese, giunto fin lì proprio per intervistarlo e chiedergli della genesi di Child in time, il brano pacifista che egli aveva saputo rendere immortale con le note del suo Hammond. Di Ian Paice si erano perse le tracce: uscito con il cappellino da baseball ben calato sulla fronte, gli occhiali scuri e le mani sprofondate nelle tasche di un pesante giaccone col bavero alzato, aveva preso una via interna, tenendo un buon passo ed era scomparso. Il suo viso era cristallizzato in un'espressione impenetrabile.

Ritchie Blackmore, stranamente taciturno, era sprofondato in una poltrona e pizzicava con due sole dita le corde della sua Fender ripetendo ossessivamente - lo sguardo perso nel vuoto - un riff a cui non riusciva a dare un seguito. Il suono non era male, ma la smorfia sul suo volto lasciava intendere che il processo creativo non fluiva come avrebbe voluto.

Roger Glover, il bassista del gruppo, con un enorme bicchiere di whiskey miscelato con Coca Cola, lo guardava perplesso annuendo ritmicamente mentre cercava di assorbire quella combinazione di accordi. Forse semplicemente cercava di incoraggiare l'amico a proseguire l'esplorazione. Si raccolse i capelli in una coda rudimentale e si sedette sulla poltroncina accanto al chitarrista.
- Non é male - bofonchiò dopo aver ingollato l'ennesima sorsata di coca e whiskey - non é per niente male.  
Ritchie lo spiò da dietro la zazzera ricciuta, rivolgendogli uno sguardo sarcastico. Non amava i commenti di nessuno e Roger quel giorno sembrava preda delle tipiche smanie che precedevano ogni incisione. Sbuffò e si fregò il volto con l'avambraccio: poi riprese, toccando le corde libere del la e del re, poi le stesse corde al terzo tasto, poi al quinto, poi ancora libere, poi al terzo, al sesto, al quinto, poi daccapo e ancora al terzo e infine libere.
- Non é male, dici? L'ho in testa da settimane, ma non esce altro. Dov'é Ian?
Glover fece spallucce e con un movimento del capo indicò oltre la porta:
- L'ho visto che entrava con due groupies, credo che ci stia dando dentro - ridacchiò e camminò come un gorilla stanco, picchiando i piedi sul parquet, le braccia molli lungo i fianchi, fino agli ampi finestroni che offrivano un magnifico scorcio sul lago. Da lì si vedeva benissimo l'ingresso al Casinò.
- Ritchie, ascolta: Frank fa musica al Casinò, stasera, lo sai?
- Sì, ho saputo.
- Dovremmo andarci: credo che ci farebbe bene. Ci svagherebbe.
- Non credo, ci confonderebbe solo le idee. Domani si incide.
Roger saltò in ginocchio su un divano, palpando le tasche del giubbotto di pelle alla ricerca di qualcosa da fumare. Scosse la testa:
- Piano, ragazzo: si incide, sempre che ci venga l'ispirazione. Non credo che sia sufficiente aver noleggiato lo studio mobile di Mick per poter mettere insieme un disco decente. Ammettiamolo - sibilò mentre accendeva una canna di marjiuana - non é che al momento si produca qualcosa di buono. Questo luogo claustrofobico mi toglie definitivamente l'ispirazione - fissò Blackmore con pietà - guardati, Ritchie: ti accanisci su quei quattro accordi; la verità é che anche tu sei spompo; abbiamo fatto mesi di superproduzione, dovremmo distrarci un po'.

Dall'altra stanza arrivavano urletti e risatine: Ian se la stava spassando. Le due giovani groupie erano rimaste in biancheria e si strusciavano lascive sul frontman del gruppo, passandosi bottiglie di birra, rovesciandone maldestramente parte del contenuto su Gillan e baciandolo a turno. La porta della camera era socchiusa e Blackmore intravvedeva le cosce rosa di una delle ragazze.

- Lui sembra ispirato - ridacchiò accarezzando la Fender.
- Forse dovremmo darci da fare anche noi.
- Che palle, Roger. Non oggi: é così tutte le volte che ci muoviamo. Raccattiamo manciate di ragazzine, ce le passiamo, ci svuotiamo e poi cambiamo aria. Oggi non ne ho voglia. Oggi sto qui, con la Fender, e lavoro su questi accordi.
- Come vuoi, contento tu...
- Roger, ci sta andando tutto alla grande, alla grandissima, direi. Di cosa ti lamenti? Stiamo spaccando, letteralmente spaccando le classifiche, la gente ci vuole, vuole i nostri dischi: gli Stones ci hanno offerto il loro studio, ti rendi conto? Contento io, certo! Cosa potrei volere di più in questo momento?

L'orologio a muro segnava le otto, e il buio si era rovesciato dalle montagne per spegnere ogni bagliore sulla superficie del lago. Solo le luminarie dei grandi alberghi facevano ancora luccicare l'acqua. Il Casinò era illuminato a giorno. Il concerto di Frank Zappa aveva sicuramente avuto inizio. Glover guardò sconsolato l'ennesima bottiglia di Talisker vuota e inutile.
- Vorrei dell'altro whiskey e del ghiaccio! Ecco cosa vorrei adesso.
- Forse hai bevuto troppo, Roger. Di questo passo moriremo tutti. E rapidamente.
Roger scrollò le spalle; prese la giacca di pelle, se la chiuse fino alla gola ed uscì sul balcone.
- Magari da qui si sente qualcosa - gridò a Blackmore.
- Vado a mangiare un boccone - gli rispose l'altro - vedrai che mi torna l'ispirazione!

Il cielo si era rannuvolato e aveva assunto in aspetto incombente, quasi inquietante. Roger fumò di tutto, in solitudine, sfidando il freddo e la fame. Rimase con lo sguardo perso nel vuoto, captando le note di Zappa & The Mothers come un suono misterioso e magico. Rimpianse di non aver vicino Ian Paice: almeno avrebbero lavorato un po' alla sessione ritmica dei brani recenti, gli sarebbe passata quella smania che - in quelle occasioni - lo colmava di frustrazione. Iniziò a tamburellare sul parapetto, simulando di tanto in tanto con le dita il movimento sulle corde del basso. Poi udì con nettezza un botto. Come un'esplosione. E la musica cessò all'improvviso, per venire sostituita da un rombo sommesso, un vociare confuso e crescente. Pochi minuti dopo - non molti, per la verità - un fumo nero prese ad oscurare le luminarie all'altezza del casinò. Dalla finestra non era ben chiaro di cosa si trattasse, ma - poco dopo - il bagliore delle fiamme fu ben visibile.

- Por-ca put-ta-na - sillabò - che cazzo sta succedendo là in fondo?

Quello che stava succedendo dipendeva dal fatto che al concerto di Frank Zappa qualcuno - un grandissimo idiota irresponsabile - aveva sparato un razzo segnalatore contro il pavimento, appiccando colpevolmente un incendio: si era arrivati all'assolo di tastiera di un brano intitolato King Kong quando il fuoco era divampato inondando di fumo acre tutto l'ambiente. King Kong, lo scimmione, il palazzo in fiamme: sembrava una macabra metafora, invece era solo un incubo a mille gradi.

I musicisti erano stati abili a fuggire svelti dietro alle quinte e da lì a sottrarsi alle fiamme. Ma il pubblico in sala era stato colto da un panico scomposto e centinaia di persone di accalcavano all'uscita, mentre lingue di fuoco si allungavano nel cielo, rischiarando tragicamente la notte e arrossando le nuvole che - addensandosi lentamente - avevano formato un coperchio su Montreux.

L'adrenalina, unita all'aria fresca, avevano scosso dal torpore Roger Glover, che ora seguiva lucidamente tutta la vicenda. Le dita quasi impresse nel parapetto a cui si aggrappava pieno di orrore e senso di partecipazione. Vedeva grosse nuvole di fumo diradarsi sull'acqua nera, il fuoco divampare verso l'alto; udiva urla di spavento e richieste di soccorso. Dal suo balcone poteva vedere con chiarezza l'attività frenetica di Claude Nobs, il direttore del Casinò. L'uomo, abbandonata la giacca del suo smoking, entrava di continuo nel locale ridotto a fornace, per uscirne ogni volta sorreggendo persone scosse o disperate.
- Quell'uomo é tosto - ridacchiò ammirato Glover, mentre seguiva le operazioni. Perse il conto di quanti furono gli spettatori salvati dal Directeur, mai in preda al panico, eroicamente impegnato nelle attività di soccorso.

Alla fine di quella drammatica nottata il Casinò era un cumulo fumante di legno e cemento e vetro, ma avrebbe potuto andare peggio. Glover si sentiva stanco come se avesse lavorato fianco a fianco con Nobs. O forse erano stati la droga e l'alcool a bruciargli le energie. Fatto sta che strisciò fino alla sua camera, senza accorgersi di essere rimasto solo nella suite. Cadde sfinito sul letto e si calò in un sonno profondo, tracciato da un sogno lento e definito come una cicatrice.

Riprese i sensi dopo moltissime ore. Era quasi pomeriggio. Sentiva delle voci: erano Paice e Gillan che discutevano animatamente. Barcollò fino al salone, in mutande e giaccone di pelle, i calzini calati alle caviglie: era inguardabile; i due compagni gli rivolsero un'occhiata colma di disgusto.
- Il Casinò é stato distrutto da un incendio, ieri sera.
- Lo so bene, ho visto tutto. Quel tipo, Nobs, l'ho conosciuto due giorni fa, si é dato parecchio da fare per mettere in salvo gli spettatori.
Gillan alzò un sopracciglio.
- Per poco il fuoco non si fotteva il nostro studio mobile.
- Cazzo, non ci ho pensato. Jagger ci avrebbe aperto il culo...
- Vestiti dai, che dobbiamo spostare gli strumenti.
- Ok, ma dovete ascoltarmi, mentre andiamo: ho fatto un sogno, a proposito di questo incendio. Devo parlarne con Ritchie, stava infilando degli accordi ieri sera: ho in mente delle strofe, potrebbe venirne fuori qualcosa di buono.
- Va bene, Roger, ma andiamo: dobbiamo spostare tutto al Pavillon.
- Al Pavillon? Ma é un buco di teatrino!
Ian lo prese per le spalle, mentre Roger si abbottonava la patta dei pantaloni:
- Hai ragione Roger, ma vedrai: andrà benissimo per noi - sorrise, colmo di fiducia e di entusiasmo - oggi si incide!!!

Arrivarono al Pavillon che era pomeriggio inoltrato. Roger aveva rimediato una bottiglia di Jack Daniels. Una groupie aveva portato delle bottigliette di coca cola da un bar del quartiere; la brunetta era riuscita persino a rimediare del ghiaccio ed ora guardava Glover sbattendo le palpebre dalle lunghe ciglia in attesa di gratitudine.
Glover sembrava posseduto: le rivolse solo un movimento del capo e, mentre mescolava i due liquidi brunastri, raccontava a Blackmore il suo sogno.
- Che ne dici? Sei andato avanti con la base musciale?
Blackmore increspò le labbra in un sorriso e gli fece sentire la sequenza di accordi che si era decisamente allungata nella notte. Glover lo seguì, preda di un rapimento repentino, con gli occhi fissi sulle sei corde; muoveva la testa a ritmo, avanti e indietro, avanti e indietro. Fece un cenno con due dita, per richiamare l'attenzione di Gillan. Questi abbandonò i tecnici del suono e si inginocchiò vicino a loro. Il bassista gli allungò un pezzo di carta intestata dell'albergo dove soggiornavano. Era tutta accartocciata e l'inchiostro presentava alcune sbavature. In più era macchiato di scuro, presumibilimente del Talisker. Le strofe erano ben chiare, tuttavia e narravano di un incendio che aveva devastato il Casinò di Montreux durante il concerto di Frank Zappa & The Mothers. Gillan lo lesse, poi restò ad ascoltare. Inarcò le sopracciglia e fece spallucce.
- Non é male, se ci avanza spazio sul disco possiamo metterla. Portiamola avanti e vediamo se funziona. Adesso diamoci da fare, perché oggi si incide fino a notte fonda!
Strizzò l'occhio a Glover e gli diede una pacca sulle spalle:
- Come hai deciso di intitolarla, Roger?
Roger si lisciò il mento e disse:
- Pensavo di intitolarla Smoke on the water.

giovedì 5 dicembre 2013

LA VIA DELLA DECONTAMINAZIONE




Placatasi l'ingenua euforia che ha accompagnato la votazione del Senato che ha recepito la sentenza della Corte di Cassazione ed ha di conseguenza decretato la decadenza di Silvio Berlusconi, restano i problemi che prima e dopo questo dibattito rappresentano la palla al piede della nostra Nazione.

Affermare, come ho sentito, che - decaduto Berlusconi - l'Italia é un posto migliore é un'idiozia, oltre ad essere una grossolana scorciatoia ideologica.

L'Italia non é un Paese migliore solo perché ogni tanto vi si applica una legge, considerando oltretutto che - fra la sentenza della Cassazione e la decadenza del pregiudicato cittadino B - sono passati parecchi mesi, cosa che - di per sè - rende l'Italia una volta di più un Paese anomalo e ci rende ridicoli agli occhi dei nostri vicini.

L'Italia sarebbe un Paese migliore se venissero estirpati certi costumi morali che hanno rappresentato i cardini di un meccanismo lineare ed efficace che si può definire berlusconismo, meccanismo di cui Silvio Berlusconi é stata l'incarnazione più eclatante, ma non l'unica; il prodotto e non l'autore, la conseguenza e non la causa.

E' facile cadere nell'abitudine, endemica per l'Italia, di concentrare su un unico soggetto prima tutte le aspettative virtuose e - successivamente alla sua caduta - tutte le colpe e responsabilità, quasi ad voler esprimere con una forma di metonimia perversa le aspettative e la volontà di milioni di persone. Berlusconi, Craxi, Mussolini: una continua sineddoche politica dietro la quale, nel corso della storia un popolo cialtrone, cannibale e incapace di imparare dai propri errori si é accodato, nascosto, inferocito e ribellato.

Berlusconi é (momentaneamente) caduto, ma il berlusconismo é ancora fra noi: è sulle diverse sponde dell'emiciclo parlamentare e si manifesta attraverso prese di posizioni figlie dell'opportunità e non dell'ideologia o della coerenza; è nella finanza, negli appalti truccati, nelle tangenti; é sulle corsie preferenziali, negli abusi di potere grandi e piccoli; nei privilegi delle innumerevoli caste che si autoalimentano come tanti vampiri; é nei mezzucci e nelle scorciatoie per il successo; é nella quotidiana evasione fiscale grande e piccola di cui tutti noi, in un modo o nell'altro siamo responsabili.

Il berlusconismo é nell'ossessione per l'arricchimento facile e veloce, nel rifiuto delle regole, nella sopraffazione del debole e della genuflessione verso il potente.

Anima la Santanché che si é prostituita al Piccolo Capo per avere un barlume effimero di visibilità politica. E' in Marina Berlusconi che sostiene che questo Paese dovrebbe vergognarsi per ciò che ha fatto al padre, senza accorgersi che é il padre che dovrebbe vergognarsi per ciò che ha fatto al Paese; ha circonfuso Anna Maria Cancellieri che non molla la poltrona sebbene sia chiara la propria connivenza con i Ligresti; é in Enrico letta, capace di salti mortali grotteschi pur di non abbandonare Palazzo Chigi; lo si riconosce in Francesca Pascale che pretende che il Papa si prodighi per la salvezza del vecchio malfattore.

Berlusconi é caduto, ma la corte dei miracoli che gli si é stretta intorno per venti lunghi anni, é ancora al proprio posto: fatta di nani, ballerine, giocolieri e acrobati, occupa i banchi del parlamento e prosegue nella propria squallida azione del potere per il potere.

Il berlusconismo ha messo radici presso la stampa italiana, visto che centinaia di giornalisti si sono letteralmente sputtanati schierandosi a sua difesa; Feltri, Sallusti, Minzolini, Ferrara: la lista di teste che - tutto sommato - si potevano ritenere pensanti e da cui, invece e purtroppo, sono arrivate solo idee balzane, sproloqui imbarazzanti, falsità e faziosità è lunghissima.

E', ancora, nel cuore e nelle teste di tutti coloro che nonostante tutto si ostinano a coagularsi con le bandiere di Forza Italia sotto i balconi del monarca decaduto, pronti ad idolatrarlo e a farsi rendere mansueti dalle parole del vecchio imbonitore.

Il berlusconismo é uno spirito al momento apparentemente dissolto in una forma di latenza, ma che di fatto aspetta solo il momento giusto per reincarnarsi in un nuovo leader capace di mettersi a capo della masse e ammansirle raccontando loro ciò che vogliono sentirsi dire: ghe pensi mì.

Occorre(rebbe) intraprendere un percorso di decontaminazione, ma quale dovrebbe essere il primo passo? La domanda é al momento senza risposta; certo è, invece, chi dovrebbe compierlo: tutti quanti, tutti insieme.

sabato 23 novembre 2013

NOMEN OMEN


Due toni e un semitono, tre toni e un semitono: è tutto qui. E' la scala musicale.

In un celebre film di Sidney Pollack intitolato La mia Africa, Dennis Finch Hatton (interpretato da un iconografico Robert Redford) invita Karen Blixen (Meryl Streep) ad un suggestivo pic nic in un luogo sperduto nel cuore del Masai Mara. Mentre consumano il pasto discorrendo, Finch Hatton accende un grammofono dal quale si diffondono le note del Concerto per clarinetto in La maggiore K622 di Wolfgang Amadeus Mozart. Questo induce alcuni babbuini ad uscire incuriositi dal bush nel quale vivono nascosti e a disporsi in semicerchio, affascinati da quel suono inaspettato. Osservando divertito il loro stupore, Redford-Finch Hatton commenta più o meno così: "Pensa cosa deve essere per queste scimmie: prima il nulla. Poi Mozart".

Non ricordo quando fu che ascoltai la musica per la prima volta; ma sono certo che a me abbia fatto lo stesso effetto di Mozart su quei babbuini. Un rapimento ininterrotto, che ancora oggi mi domina e controlla il mio umore. Una droga benefica che mi turba ed eleva, molto più della marijuana, molto più dell'alcool; il tutto senza lasciare alcuno strascico di malessere, né danno permanente al mio organismo. E che tuttavia dà dipendenza.

Da piccolo ascoltavo Chopin: mio padre era pieno di dischi e io passavo i pomeriggi ad alternarli sul vecchio giradischi di marca Geloso, cercando di interpretare quella strana sensazione di struggimento che mi coglieva ad ogni sonata.

Un giorno, avrò avuto sei anni, venni invitato alla festa di compleanno di Lulù, una bambina francese che abitava sul mio stesso pianerottolo. Era una festa semplice, con tanti bambini timidi che si accalcavano intorno ai biscotti e ai tranci di pizza; le femmine confrontavano le proprie bambole, i maschi si prendevano a spintoni. Io, timido e un po' introverso, avevo trovato nello scatolone dei giocattoli di Lulù una piccola chitarra ed uno xilofono, ed avevo passato alcune ore - avulso dalla confusione che mi girava intorno - a scoprire i suoni che questi due strumenti emettevano. Tornai a casa e dissi chiaramente ai miei genitori che io da grande avrei voluto essere un musicista e che mi sarebbe piaciuto suonare la chitarra.

Mio padre, impiegato modello figlio di un operaio, denso di pragmatismo lombardo e profondo cultore del posto fisso nella stessa azienda, mi guardò perplesso. Mia madre scosse il capo, mi sorrise e - accarezzandomi sulla guancia - mi disse: "Ma no, Sigma, tu devi studiare e laurearti". Lo disse in modo così dolce e definitivo, che mi sembrò di aver detto una grande sciocchezza. E abbandonai l'idea di suonare uno strumento: anzi, quell'idea mi sembrò a lungo un'idea cretina.

Tuttavia, se non potevo suonare uno strumento, niente mi vietava di esplorare la musica. Ed è quello che feci. Certo, lo feci - come sempre quando mi metto ad esplorare - in modo confuso e privo di metodo. Ero un ragazzino che viveva a cavallo fra gli anni '70 e gli '80 e mi lasciavo sorprendere e incuriosire da tutto quello che le radio indipendenti trasmettevano disordinatamente. Ricordo Let's 'o chant, di Michael Zagger Band, Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, per arrivare (fortunatamente) a Another brick in the wall dei Pink Floyd. Senza trascurare Chopin, Beethoven e Domenico Modugno, del quale i miei genitori erano innamorati. Un melting pot totale, a pensarci bene.

Il rock si impadronì poi della mia adolescenza: passavo i pomeriggi con le cuffie in testa, ad ascoltare in loop Making Movies dei Dire Straits, piuttosto che Darkness on the Edge of town di Bruce Springsteen. O ancora l'intero concept album di The wall. E, mentre la musica mi fluiva dalle orecchie per animare tutto il mio corpo, mimavo i gesti di Mark Knopfler, di Steve Van Zandt o di David Guilmour, o di Eric Clapton fingendo di avere in mano una chitarra: mi dimenavo come se fossi su un palcoscenico, di fronte ad una folla che osannava il mio talento. Non mi sentivo per niente idiota, anche se alla fine di ogni brano scoprivo le mie mani vuote e una strana sensazione di incompletezza nelle vene. Capivo, che non sarei mai diventato una rockstar, e dovevo farmene una ragione.

Poi venne l'università, una malattia, il lavoro, la famiglia. E i miei sogni di ragazzino si sedimentarono nello strato di ciò che avrei voluto fare ma non ebbi il coraggio di intraprendere.

Finché non mi imbattei in Felice.

Felice ha l'aspetto di un vichingo incanutito: i capelli bianchi con il ciuffo sulla fronte, i folti baffi a manubrio color dell'argento. Gli occhi azzurri, quasi di ghiaccio, sempre socchiusi nell'espressione di chi scruta. Un vichingo in pensione. Sì, perché nella sua vita precedente è stato un manager apprezzato: e quando l'azienda svizzera per la quale coordinava le vendite gli ha proposto un contratto oltre il pensionamento, lui ha risposto: "No, grazie. Sono ancora giovane, voglio camminare in montagna e suonare la chitarra".

Nomen omen: ora Felice è felice; frequenta liutai, organizza jam session con jazzisti professionisti, accompagna maestri di canto, studia pianoforte, esplora la musica e gli strumenti musicali.

Il vichingo suona la chitarra da quando aveva sette anni: dall'età - cioè - in cui avrei voluto iniziare anche io. Ma non importa: adesso l'ho trovato, ed è diventato il mio maestro e adesso io ho di nuovo sette anni. Mi ha fatto comprare una chitarra da principiante e ogni settimana mi riceve nel suo bell'appartamento, nel quale mi insegna a leggere la musica, mi spiega la composizione di un accordo maggiore o minore. E - alla fine della lezione - parliamo di musica, spaziando dal jazz alla bossa nova, finendo al rock o alla lirica rivisitata con le sei corde.

Non sarò mai una rock star, questo è inevitabile. Ma ora suono, e questo mi basta, ed è una sensazione bellissima, anche se nessuno mi ascolterà mai. Tantomeno dei babbuini usciti dal bush.

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domenica 17 novembre 2013

MACNO (IL RE E' NUDO)

 

 
Gli ultimi mesi della storia di Silvio Berlusconi mi hanno riportato alla mente un romanzo di Andrea De Carlo, intitolato Macno. Con insospettabile anticipo sugli eventi attuali, De Carlo descriveva la storia di un dittatore immaginario che aveva acquisito il potere grazie al sapiente utilizzo della televisione. Una giovane e affascinante giornalista free lance, ed un cameraman innamorato di quest'ultima, si recano - per un'intervista-reportage - nel palazzo dove il dittatore vive ormai arroccato, quasi confinato, e lo scoprono solo e ostaggio del proprio potere.
Mi sembra che l'ormai ex Cavaliere del Lavoro ed ora pregiudicato cittadino B sia l'impersonificazione attualissima di Macno: un uomo vecchio, indebolito dalle recenti traversie processuali e politiche, stanco e sconfitto. Ostaggio, per di più, dei suoi fedelissimi che - in un modo o nell'altro - usano la sua figura un tempo carismatica per procurarsi un lasciapassare che permetta loro di varcare le Colonne d'Ercole del suo addio alla scena politica attiva.
Falchi, colombe, lealisti, pontieri, filogovernativi: tutti si stanno spartendo le vesti del leader decaduto, per trarne - in modo vergognosamente opportunista - un vantaggio che si traduca in appeal elettorale.
Da una parte, i cosiddetti lealisti sperano di raccoglierne il testimone mantenendo lo zoccolo duro dell'elettorato pidiellino, attraverso una patetica rivisitazione di Forza Italia, una minestra riscaldata che - rispetto al movimento del 1994 - manca del fondamentale elemento dirompente della novità e della sedicente estraneità al precedente sistema della Prima Repubblica da poco abbattuta.
Dall'altra, i filogovernativi usano Silvio Berlusconi per vantarsi presso gli elettori dell'impresa di aver salvato un Governo (che non merita tanti sforzi) e di aver abbattuto il vecchio leader in nome della legalità e del rispetto delle sentenze definitive.
Disordinatamente sparse ci sono inoltre figure ambigue che si legano disperatamente al dittatore al tramonto per prolungare la propria mediocre parabola politica, sfruttandone la vicinanza in modo imbarazzante e volgare: un esempio sia Daniela Santanché che di recente si é distinta per un involontariamente ridicolo reclutamento di forze fresche per rimpinguare l'ala dura del PDL, con il risultato di mettere in imbarazzo e fare oltretutto incazzare un Berlusconi ancora sufficientemente lucido da capire cosa giovi e cosa nuoccia al proprio partito.
E ancora: i figli del primo matrimonio, ansiosi di mettere definitivamente le mani sul patrimonio accumulato dal padre, e di gestire in totale autonomia un impero imprenditoriale a cui essi non hanno dato nessun contributo, ma che non vogliono più vedere dissanguato dalle iniziative politiche del fondatore.
Infine, ma non meno importante, la giovane fidanzata del Presidente, che cerca di tenerlo a galla per poter vivere di luce riflessa e godere dei benefici economici che la convivenza con l'anziano milionario le possono derivare. La querelle fra lei e la Bonev é una squallida chiosa a quello che é stato il percorso degli ultimi venti anni di un uomo vanitoso e ambizioso.
Decadenza o meno, il Re é nudo: debole e in balia di qualsiasi alleato che gli consenta di prolungare la propria agonia politica, Berlusconi mi ricorda nè più nè meno il Mussolini sfuggito alla prigionia di Campo Imperatore. Un'icona senza dimensione, una figurina da ostentare agli occhi del popolo bue.
Un re nudo, spogliato di carisma, di fascino, di energie, di credibilità, di autorità.
Ad offrirgli una minuscola foglia di fico é Enrico Letta, nipote del più fidato fra i consiglieri di Berlusconi che - dalla sponda che ancora si vuole presumere opposta - getta all'antico avversario una ciambella di sopravvivenza, sperando che questo gesto gli permetta di salvare un governo altrettanto fragile e nudo, in balia venti di cambiamento e di correnti interne ad ogni partito.
In tutta questa nudità, quelli che davvero si stanno prendendo un brutto malanno sono i cittadini che, aggrappati ad una zattera alla deriva (lo Stato Italiano), sono destinati ad un naufragio senza ritorno.
 

venerdì 15 novembre 2013

MORIRE, DORMIRE, SOGNARE FORSE



Mi gusto il fumo dell’ultima sigaretta prima di salire, certo che questo sia l’ultimo amaro che guasterà la mia bocca per molto tempo. Nel cortile, decine di enormi Audi, tutte austere, scure, e rigorosamente aziendali, mi osservano seriose dall’angolo dei loro fari sagomati.

Lui è di sopra che mi aspetta: sì, l’uomo del Valore Aggiunto uguale a zero sa già che cosa gli devo raccontare, e ciò mi riempie di una frenesia sarcastica e dissacrante. Schiaccio il mozzicone nel portacenere, sistemo il nodo della cravatta e abbottono la giacca: sono pronto. Entro nell’ascensore e mi appresto alla lenta ascesa verso il piano nobile, destinazione top management. Davanti allo specchio, nel grande ascensore blu, provo smorfie e linguacce. Sgrano gli occhi, aggrotto la fronte. Sbuffo. Faccio persino una pernacchia. Rido.

Parquet rossiccio, pareti bianchissime, porte socchiuse dalle quali si intravedono scrivanie lucide, serigrafie alle pareti e gigantesche piante di ficus elastica: Fantozzi è passato anche di qui. Le segretarie dei megadirettori sono eleganti e con la faccia deformata dal sussiego; mi incrociano senza capire lo stato catatonico che mi muove lungo quei corridoi silenziosi e solenni.

La porta del mio capo è aperta, questa volta. Strano, dal punto di vista di chi la trovavo sempre chiusa. C’era sempre qualcuno di più importante di me. Qualche manager americano, o giovani colleghe da suggestionare con atteggiamenti da Wall Street. Magari anche qualcuno dei miei collaboratori, desideroso di scavalcarmi e di trovare un orecchio comprensivo per le lamentele sulla mia pretesa di disciplina.

Ma oggi è il mio giorno e tutto mi si spalanca. VA-zero è in piedi, accanto alla sua scrivania, le braccia conserte, lo sguardo che vaga nel vuoto. Al telefono quando gli ho chiesto cinque minuti di tempo per presentargli di persona le dimissioni ha emesso un piccolo sospiro; no, meglio: un gemito soffocato, come se una stilettata lo avesse trafitto. Come se si aspettasse di avermi sempre nella sua squadra a smazzare, a correre, a sostituirmi alla sua assenza, e a subire le sue meschinità, le sue gelosie, le sue debolezze di uomo paranoico convinto sempre che esista al mondo qualcuno che vuole fotterlo, qualcuno da fottere.

Mi invita ad accomodarmi con un ampio gesto della mano, insolitamente ospitale. In questo istante sento un nodo allo stomaco e il respiro che fatica a fluire. "Questa ansia è figlia di un retro pensiero che non ha più senso di esistere – mi dico – lui non può più farmi male".

- Vuoi un caffè, Sigma? – mormora con la sua voce da bamboccio viziato, mentre armeggia dentro un armadietto alla ricerca delle capsule di Nescafé.

- No, grazie – la mia voce esce secca, mi è piaciuto il suo suono; fermo, sicuro, non tremolante come usciva di solito quando dovevo fronteggiare il suo umore scostante, il suo broncio infantile.

Prepara il suo caffè, appoggia alla scrivania la grossa tazza con i colori della Juventus e si siede. Mi fa un cenno con il capo per invitarmi a parlare, la pantomima diversiva è finita: tocca a me.

- Gli americani, quelli che ti piacciono tanto, suddividono il cambiamento in due tipi: change for gain – change for pain. Ecco, per me queste dimissioni sono un cambiamento: un change for pain, perché qui io sto malissimo, e la causa di questo mio malessere sei tu. Solo tu.

Resto a guardarlo un istante, mentre riceve il colpo. O fa finta di riceverlo. La sua faccia è così impermeabile alle espressioni sincere che non si ha mai la certezza di cosa stia provando. Avrei voglia di prendere quella tazza da bambinone e tirargli il caffè bollente in faccia. O picchiargliela sul cranio calvo.

- Non credo che le mie dimissioni ti sorprendano, né che ti dispiacciano, visto che hai quotidianamente fatto di tutto per mortificarmi, delegittimarmi, contrastarmi.

- Qui ti sbagli. Se sei obiettivo devi riconoscere che i progressi della tua carriera hanno scritto il mio nome e cognome.

- Certo. Fintanto che ti facevo comodo. Ora mi vedi come una minaccia e da anni stai facendo di tutto per destabilizzarmi. Hai vinto tu.

Ha vinto, eppure è lo sconfitto. Io ho perso, perché lascio tutto ciò che avevo seminato in dieci anni; eppure vinco, perché sono libero. Lui ha perso: ha perso me.

Mentre balbetta preconfezionate frasi di circostanza per definire in modo superficialmente lusinghiero ciò che io ho fatto e le ragioni per cui lui vorrebbe che restassi, stacco l'audio, smetto di ascoltarlo e penso.

Penso a quanto sia difficile dare un taglio, chiudere definitivamente una porta. Lasciarsi alle spalle decine di rapporti coltivati e rafforzati in dieci anni di fatica quotidiana, di confronti e incontri, di lavoro serio e stancante. Lasciare alle spalle tutto ciò, sopraffatto dalla gelosia altrui, dalle trame dell'invidia, dai piccoli soprusi clandestini; dalle piccole dosi di veleno quotidiano che ho dovuto assumere in silenzio, minacciato da un invisibile e gigantesco ricatto che metteva in discussione la mia posizione, il mio posto di lavoro.

Ogni distacco richiede coraggio, incoscienza, e stanchezza. Guardo VA-zero negli occhi, mentre le sue labbra continuano a pronunciare un non richiesto elogio funebre alla mia carriera in questa azienda; lo guardo e mi viene in mente Shakespeare e il monologo di Amleto: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Io ho combattuto a lungo contro la sua meschinità. Sono stanco, e questa stanchezza da troppo tempo mi ha parlato di fuga. Ecco perché oggi non ho paura di andarmene. La fuga mi ha sempre affascinato: oggi si mollano gli ormeggi, e da domani si va a scoprire un nuovo mondo.

Mi alzo, non sono sicuro che abbia finito di parlare, ma non ha molta importanza. Gli tendo una mano - retaggio di un'educazione elegante che mi é stata impartita e che mi insegna a sorridere anche quando avrei voglia di chiudere con un vaffanculo.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.

Ora non ho più remore.

domenica 10 novembre 2013

I GIACOBINI E L'ASSALTO ALL'ESTABLISHMENT

 
 
Sul Corriere della Sera di Giovedì scorso, nella rubrica dedicata alla corrispondenza dei lettori, Sergio Romano si è esibito in un sorprendente esercizio di arroganza difendendo il Ministro Cancellieri.
 
Rispondendo ad un lettore della sua stessa pasta, l'ex ambasciatore, ha espresso il seguente pensiero, sotto il titolo Il caso Cancellieri, un processo giacobino:
I critici [della Cancellieri] fingono di non sapere quale sia la vita quotidiana di un uomo pubblico in Italia. Parlamentare, alto funzionario dello Stato, imprenditore, sottosegretario o ministro, l’uomo pubblico è spesso oggetto di richieste e preghiere. Qualcuno chiede con garbo e discrezione, altri chiedono sfacciatamente e non esitano, se riescono a impadronirsi del suo numero di telefono, a disturbarlo in qualsiasi momento della giornata. Fra gli uomini politici vi sono quelli che si servono di queste richieste e della propria posizione per creare una clientela politica ed elettorale, ma vi sono anche quelli che cercano di dare una mano a chi merita di essere aiutato. Vi sono poi i vecchi amici, le vecchie conoscenze, i parenti vicini o lontani. Forse più che in altre democrazie ogni uomo pubblico, in Italia, si porta dietro una ingombrante famiglia allargata. Bisognerebbe tenere i familiari a distanza e dare prova di una certa fermezza, ma vi è sempre, inevitabilmente, l’eccezione. Il caso Cancellieri è scoppiato perché attraversiamo un momento in cui l’opinione pubblica, irritata dalla crisi e dagli scandali, cede spesso alla tentazione di chiedere ai suoi rappresentanti degli standard di moralità che mi sembrano in alcuni casi del tutto irrealistici. I movimenti populisti soffiano sul fuoco, i blog e le reti sociali agiscono come un acceleratore di particelle e fanno salire vorticosamente, nel giro di poche ore, l’onda dell’indignazione.
 
Immagino Romano, mentre - seduto nell'ampio soggiorno di una prestigiosa palazzina settecentesca, avvolto in una vestaglia di seta ricamata, con la preziosa gola protetta da un elegante fazzoletto - scrive le succitate parole, infastidito dalla rabbia e dallo sconforto di chi, quotidianamente deve fronteggiare gli abusi di una classe dirigente - in altri contesti definita correttamente casta - che pretende di poter disporre a piacimento del proprio potere per favorire conoscenti, amici e parenti, senza dover rendere conto di ciò e ai cittadini che fanno pur sempre parte di quello Stato di cui la Cancellieri è Ministro (della Giustizia, oltretutto) e che avrebbero il diritto di aspettarsi imparzialità da chi ne regge le sorti.
 
Scrivere che "gli standard di moralità richiesti [dal popolino rumoroso] sono in definitiva irrealistici" è l'arrogante manifesto di tutto ciò che in Italia è stato negli ultimi sessant'anni (per limitarci all'epoca repubblicana): l'irreprensibilità di un governante è una legittima pretesa dei cittadini di ogni Nazione civile.
 
Dire che alcuni dei detentori del potere si attivano "per aiutare chi davvero merita una mano", è un'affermazione emblematica del delirio di onnipotenza che investe chi alberga nella stanza dei bottoni; un Ministro, un Sottosegretario, un Capo di Gabinetto, un Ambasciatore, non deve dare una mano a chi lo merita: innanzitutto perché non ha la conoscenza esatta di tutti i meritevoli; in seconda battuta, perché la valutazione del merito è sempre soggettiva; infine perché esiste una legge all'interno della quale ci si deve muovere per promuovere la propria azione. E' il rispetto della legge, il rispetto integrale e imparziale, a tutelare i meritevoli; non certo l'erogazione paternalista da parte di un ancien regime che ricorda tanto quell'odiosa aristocrazia lassista che indispettì la popolazione parigina la quale decise di erigere le ghigliottine per le strade.
 
Il borioso Romano, uomo di potere, vorrebbe che la gente comune (mi piace usare questo termine proprio in contrapposizione alla definizione di notabili carichi di postulanti conoscenze e amicizie da tutelare) tacesse al cospetto di questi  abusi di potere, continuasse a tenere bassa la testa e continuasse a pagare le imposte. E' un po' l'atteggiamento che si rinviene nei boss di Cosa Nostra, per i quali non esiste una legge univoca, se non la propria; che erogano privilegi e danno una mano agli amici di amici; e che pretendono il silenzio al posto del dissenso.
 
Sono un blogger giacobino, forse sì: diversamente dall'Ambasciatore, sono felice che esistano i blog e i social network; in questo modo il dissenso può circolare, trasformarsi in protesta, forse; tentare un cambiamento di rotta.
 
Diversamente dovremmo accontentarci di ascoltare esclusivamente la voce della casta dalle pagine del più conservatore dei mezzi di informazione, quel Corriere della Sera che fornisce un pulpito esclusivamente a chi di quell'establishment fa parte.
 
E non è proprio il caso.
 

martedì 5 novembre 2013

NON E' UN PAESE PER POVERI




Quando, nel novembre 2011, il Governo guidato da Mario Monti si insediò, la maggior parte dei Ministri appartenenti a quell’esecutivo si esibì in atteggiamenti di superiorità al limite della tracotanza, fronteggiando il Parlamento con l’aria della persona competente che si rivolge ai dilettanti incapaci e disonesti.
Fra di essi, il Ministro Cancellieri diede prova di asprezza, sorreggendo la sua sanguinaria collega Elsa Fornero, Ministro del Welfare e del Lavoro, nello sferzare i giovani che – invece di cavarsela con le proprie forze e affrontare il mondo del lavoro a viso aperto – preferivano ricorrere all’aiutino dei propri genitori per togliersi dai guai. Scordatevi il posto fisso, è noioso e antiquato, starnazzavano in coro.
Due anni dopo o poco più, il Governo monti é stato dismesso dopo una serie più o meno lunga di fallimenti; Annamaria Cancellieri è riuscita peraltro a garantirsi quel noioso posto fisso su una rilevante poltrona di Ministro di Grazie e Giustizia; da Guardasigilli ha opportunamente fatto leva sulla propria posizione e sul potere che da essa deriva per sottrarre alla carcerazione preventiva una cara amica (nonché figlia di papà) che languiva in carcere in attesa di giudizio: Giulia Ligresti. Costei, insieme a gran parte dei propri familiari, a partire dal padre, è al centro di un’indagine della Guardia di Finanza e della Magistratura milanese.
Annamaria Cancellieri si è difesa dalle accuse di aver favorito un’amica sostenendo di aver preso in esame e di aver promosso la scarcerazione di altri 110 casi simili, aggiungendo che la Ligresti sarebbe morta in carcere per le precarie condizioni di salute, in quanto anoressica: è noto, infatti, che andare in carcere repentinamente provenendo dal mondo dorato derivante dagli abusi edilizi provoca gravi destabilizzazioni emotive, che non colpiscono invece la gente comune desueta alla bella vita.
Precarie condizioni di salute che non sono state sufficienti ad autorizzare, per esempio, la scarcerazione di Stefano Cucchi. Che la carcerazione preventiva sia un problema, è noto a chiunque, che venga affrontata in modo superficiale e personalistico da un cosiddetto Ministro tecnico, è inaccettabile.
Oltretutto viene il sospetto che questa ingerenza ministeriale abbia un recondito obiettivo, e trasversale nelle finalità: Giulia Ligresti e Piergiorgio Peluso, figlio della Cancellieri, hanno condiviso una parte rilevante nelle vicende relative a FonSai. Peluso è stato il DG che con scaltre operazioni di finanza creativa è riuscito di fatto ad estromettere i Ligresti da Fonsai.
Da un perverso angolo di osservazione l’atto di clemenza della Cancellieri sembrerebbe un parziale risarcimento per lo sgarbo di Peluso alla famiglia Ligresti, nonché un’azione per tacitare una possibile testimone a carico del figlio. Come a dire "Tu smetti di rompere le palle a mio figlio per le manovre all'interno di Fonsai e io scarcero te, mia cara amica".
Giudicare é sempre pericoloso; non sono mai stato in una posizione tanto rilevante da potermi permettere di aiutare un amico in difficoltà; nè so come mi comporterei in una situazione simile.
Resta valido, tuttavia, il concetto che chi si trovi a lavorare per lo stato debba essere al di sopra di ogni sospetto; sono convinto che questo sia il requisito minimo per poter aspirare a cariche pubbliche e poterle ricoprire in modo autorevole e privo di condizionamenti e ricatti.

Quando uno Stato sceglie di utilizzare i rapporti di amicizia e di famiglia come criterio discretivo nella somministrazione di sanzioni e privilegi, questo Stato si pone a livello dell'antistato. E' quindi bene che i Ministri abbiano la forza e l'onesta sufficienti per rimanere imparziali davanti alle scelte che compiono ricoprendo questa carica. Di fronte all'impossibilità di mantenere l'imparzialità, un Ministro non dovrebbe dunque attendere la fiducia di un Parlamento fatiscente, ma dovrebbe dimettersi spontaneamente.
Sempre che si abbia la pretesa di voler dare normalità e dignità a questo Paese. Altrimenti l'Italia continuerà a non essere un Paese per poveri.

lunedì 28 ottobre 2013

WALK ON THE WILD SIDE



Siamo tutti diversi, in questo mondo. Dipende dal punto di vista dal quale ci osserviamo; il colore della pelle, le inclinazioni e le abitudini sessuali, la fede religiosa, l’abbigliamento, il look, interessi e passioni, le opinioni politiche, la passione calcistica, i gusti musicali, la corporatura e chi più ne ha più ne metta: tutto  differenzia ciascuno di noi da chiunque altro.
In natura la diversità viene vissuta come una ricchezza, la cui mancanza impoverirebbe il mondo. Fra gli esseri umani, al contrario, succede che un gruppo dominante composto da individui che si sono coagulati fra loro sulla base dell’individuazione di pochi fattori comuni si arroghi l’autorità di tracciare una linea per definire arbitrariamente che cosa sia giusto e cosa sbagliato all’interno dell’ordine precostituito del quale fanno parte e che li ha posti al vertice della comunità. Indifferenti al dubbio se questi criteri siano corretti ed etici.
Nasce così, per esempio il temine WASP, acronimo che indica – negli Stati Uniti americani – la razza superiore: white, anglo-saxon, protestant. Bianco, anglosassone, protestante. Detieni queste tre caratteristiche e sei in; non le detieni sei out. Fuori dal giro buono, emarginato, invisibile. Dimenticato.
Lou Reed è cresciuto nei quartieri alti della New York degli anni 60, in quel Greenwich Village in cui cominciava a fermentare una rivoluzione culturale in contrapposizione al conservatorismo sul quale la classe dirigente fondava il proprio potere e la propria sopravvivenza.
Attraverso il potente strumento del rock, il quasi trentenne Lou Reed fece propria la missione di scandalizzare l’America perbenista portando avanti il concetto di diversità, vista dal lato dei consumatori di eroina, degli omossessuali, dei perdenti.
Loser, negli Stati Uniti è un termine totem, l’ossessione di chiunque: uscire sconfitto da un’impresa qualunque equivale tutt’ora a farsi imprimere sulla fronte la L di loser (perdente); nel gergo gestuale dei ghetti e degli ambienti sportivi americani, portarsi alla fronte la mano con le dita piegate a disegnare una L equivale a sbeffeggiare il proprio interlocutore accusandolo di essere un perdente. Che, in quanto tale, va disprezzato.
Lou Reed non ha esattamente avuto cura del proprio corpo: droga, alcool e una vita sregolata hanno minato il suo organismo. Ieri questo organismo logoro e vecchio ha ceduto, portandone via la mente provocatoria e iperattiva.
Quasi a rappresentare una forma di contrappasso, a Roma un giovane omosessuale si è suicidato perché non riusciva più a sopportare la discriminazione che quotidianamente gli si opponeva come un fronte invisibile e silenzioso: a 21 anni ha deciso che questa vita da altri definita sbagliata era insopportabile. Nel biglietto d’addio ha invitato gli omofobi a fare i conti con la propria coscienza.
E’ il terzo suicidio, nel 2013, per ragioni simili. Un’enormità.
Quello che mi agita è l’incapacità di comprendere le ragioni dell’omofobia, così come quelle di ogni forma di discriminazione precostituita e aprioristica: non sono certo uno che ama tutti, ma cerco di evitare che i miei comportamenti e le mie scelte siano guidati da preconcetti.
In Walk on the wild side, uno dei suoi più celebri brani – non il mio preferito che resta Tripitenas’s song – Lou Reed invita a saltare al di là della barricata di pregiudizi che rappresenta la rassicurante coperta dei benpensanti, per scoprire cosa c’è sulla sponda selvaggia della vita.
Credo sia proprio questo quello che manca tutt’ora: nel diverso, nello sconosciuto si vede il pericolo, per una forma istintiva di diffidenza. La conoscenza, sotto forma di istruzione, di informazione, riduce quella zona oscura che genera la diffidenza. E’ il motivo per cui in città cosmopolite come Londa o San Francisco, dove si mescolano genti di differenti colori, culture e abitudini, sia molto meno probabile rinvenire forme di discriminazione rispetto a luoghi, come l’Alabama o la Brianza dove le infiltrazioni dall’esterno sono molto più rare e quindi suscitano il rigetto. Sorprende tuttavia che in una città come Roma che da millenni è soggetta a flussi migratori da ogni parte del mondo e che ha sei milioni di abitanti, la diversità sia vista ancora come un facile obiettivo della prepotenza e del bullismo.
Certo, in Italia il discorso é complicato: l’approccio alla sessualità è influenzato in modo determinante da un malinteso messaggio della Chiesa – per secoli guidata da un’ottusa omofobia che solo ora viene lievemente scalfita dalle parole e dagli atteggiamenti di un Papa illuminato; ciò ha generato una forma di machismo che nel corso della storia ha trovato sponsor importanti. Da Mussolini che spediva al confino gli omosessuali e invitava la donna ad essere la macchina per riprodurre la specie italica (e capirai!), a Berlusconi che, per difendersi non senza ingenuità dalle accuse dei giudici durante il Ruby-gate, sostenne che è comunque meglio interessarsi alle belle ragazze che essere gay, come se essere gay fosse una malattia, una colpa, un vizio.
Spesso inoltre l’omosessualità è stata associata alla pedofilia. Frutto dell’ignoranza, dicevamo. La strada da percorrere per il rispetto (perché è di questo che stiamo parlando) e la convivenza pacifica è ancora lunga: lunga e sconnessa perché insiste sul vuoto culturale e sull’intelligenza complessiva di un popolo.
E allora, let’s take a walk on the wild side.

giovedì 24 ottobre 2013

HIC ET NUNC



A: Quanto tempo può stare sottoterra
un uomo, prima di diventar marcio?

B: Dipende. Se non è marcito prima
(e tutti di carogne putride ogni giorno
ne abbiamo veramente una caterva,
che si riesce appena a seppellirle),
ci vorranno, che so, otto-nove anni.

                                                                                      [W. Shakespeare, Amleto]


Nella bara giace un cadavere. Membra inerti, sangue coagulato, muscoli rattrappiti dal rigore della morte. Ossa, cartilagini, pelle, capelli. Materiale destinato alla decomposizione, pura materia priva di vita che presto si confonderà nella terra, nell'acqua, nell'aria; fosforo e cenere che arricchiranno il terreno, indipendentemente dal campo nel quale quello scomodo cadavere verrà sepolto.

Inseguire un feretro e prenderlo a calci é stupido; è altrettanto stupido e criminale inneggiare a quel cadavere utilizzando croci uncinate e saluti romani. Un cadavere resta un cadavere, sia appartenuto ad un santo o ad un criminale. Trovo che restare attaccati ai simboli sia la rappresentazione di un'incapacità di pensiero articolato; e tutto ciò genera dei paradigmi che bloccano l'evoluzione del pensiero politico nel nostro Paese.

La baraonda scatenata intorno ai funerali di Eric Priebke, prima e durante la tentata cerimonia presso il convento dei frati lefebvriani rende la misura di come in Italia ci sia un'assurda capacità di complicare le cose e di come si riesca ad attirarsi i fallimenti annunciati, anche quando il buonsenso suggerirebbe di tenersi alla larga.

La morte di Eric Priebke era annunciata: quell'uomo era molto più che anziano, per giunta malato; inevitabile che morisse. Data la scomodità del personaggio, la lungimiranza avrebbe suggerito di studiare la strategia più opportuna dal punto di vista dell'ordine pubblico; strategia da realizzare nel momento stesso in cui il maledetto militare delle SS avesse chiuso gli occhi.

Questa strategia si chiama giocare d'anticipo: individuare una fossa, buttarcelo dentro il più rapidamente possibile e coprirla di terra. Niente esequie pubbliche, nessun corteo: solitamente un corteo offre alla folla l'opportunità di rendere omaggio al defunto che in vita ha compiuto del bene; questo defunto non meritava nessun omaggio, la sua vita é stata solo orrore.

Per la religione cattolica il perdono si consegue attraverso il pentimento, ossia la presa di coscienza del dolore provocato dalle proprie azioni, il dolore derivante da tale presa di coscienza e il serio proposito a non ricadere più nel medesimo errore. Eric Priebke non si è mai pentito e il videotestamento sta a dimostrarlo (perchè solo i farabutti affidano al video i propri pensieri, ultimamente?)
Tuttavia sia Papa Giovanni XXIII che Papa Francesco sostengono che il peccato sia degradante in sè, ma l'essere umano non perda mai la propria dignità anche nel compimento del peccato. Cosa da teologi; e la religione dell'amore, quella cristiana, é difficile da apprendere in epoche come queste. Priebke non era un praticante cattolico; si esercitava in altre pratiche, da giovane. Quindi la cerimonia religiosa era un falso problema, che un monaco benevolo avrebbe anche potuto officiare.

Ancora più geniale sarebbe stato caricarlo su un'ambulanza, portarlo in gita a Norimberga o a Monaco, dove avrebbe potuto tirare le cuoia in mezzo ai suoi sodali che in Baviera non mancano mai. Ancora una volta la Germania ha affrontato con distacco ed indifferenza la questione relativa al proprio passato, abituata com'é a puntare l'indice contro le altre Nazioni senza mai considerare la propria storia in chiave autocritica.

Sarebbe in ogni caso bastato stabilire un luogo di sepoltura e interrarlo lì: la Normandia, per esempio, é piena di cimiteri tedeschi dove sono sepolti militari delle SS e della Wermacht morti dopo il 4 giugno 1944; tali cimiteri non sono certo luoghi di culto e di ritrovo per ottusi neonazisti: io stesso ne ho visitati alcuni lungo il percorso doloroso nonché educativo che dalla citta di Caen porta alla spiaggia di Omaha. Sono luoghi mesti, silenziosi e poco frequentati, che si prestano a riflessioni su quanto inutile e improduttiva sia la violenza che anima gli esseri umani contro i propri simili.

[L'ipotesi di cremarlo e di spargerne le ceneri su una discarica sarebbe piaciuta molto a Dante Alighieri che vi avrebbe visto una forma di contrappasso per quanto compiuto in vita dai suoi camerati nei campi di sterminio: ma per questioni di igiene questa ipotesi non ha potuto nemmeno essere presa in considerazione]

In ogni caso, la consueta incertezza di chi aveva le leve decisionali ha lasciato spazio e opportunità a chi era in cerca di clamore: per primo l'avvocato del nazista, arrogantello narcisista in cerca di facile pubblicità; a seguire gruppi politici o parapolitici che cavalcavano la tigre (di carta, per la verità) dei funerali per poter manifestare in modo sguaiato ed inefficace l'odio verso la fazione rivale, a dimostrazione che resteremo per sempre la patria dei Guelfi e dei Ghibellini, la Terra dove nessuna questione possa essere discussa con equilibrio; la Comunità Ebraica che non esista a far sentire la propria voce anche quando il buonsenso suggerirebbe di lasciar correre; infine i media, desiderosi di distrarre l'attenzione popolare dalle questioni relative alla politica italiana per concentrarla su uno sterile cavillare intorno ad un corpo senza vita.

Perchè questo é il nocciolo della questione: è un cadavere ad aver fatto paura, mentre dovremmo preoccuparci dei vivi.

Il nazismo e ogni forma di violenza verso il prossimo va combattuto contro i vivi che lo professano: qui e adesso. Oltraggiare la bara di un nazista, o appendere dei corpi martoriati a Piazzale Loreto per pisciarci sopra, non aggiunge niente alla battaglia contro la discriminazione razziale, contro i totalitarismi, contro la prevaricazione dei forti contro i deboli.

Sono le idee, la voglia di manifestarle in modo comprensibile, la capacità di sostenerle con coraggio e pazienza, a sconfiggere i fascismi del mondo. Non l'indignazione o le scenate isteriche. La battaglia va combattuta prima e non dopo che il fascismo si é imposto.

E se intorno alla tomba di Priebke dovessero raggrupparsi ottusi fanatici di un credo che conoscono solo nel linguaggio e nei gesti, ben vengano: sarebbe l'opportunità per le forze dell'ordine di procedere a comodi rastrellamenti di una pericolosa marmaglia che meriterebbe lunghi soggiorni a Dachao ad Auschwitz, di certo lontano dalla vita civile di tutti i giorni.

SHE'S SO HEAVY


 

Julie Taymor è una regista americana che è diventata celebre per la biografia cinematografica di Frida Kahlo, un affresco policromo della vita avventurosa della pittrice messicana.
Meno noto, ma di altrettanto valore, è il musical Across the universe, ispirato – come si può immaginare dal titolo – alle canzoni dei Beatles. Il film narra la storia di un gruppo di giovani che si trovano ad incrociare le proprie vite nel Greenwich Village di New York City durante il periodo hippy. In Across the universe si rinvengono numerosi messaggi provenienti da quegli anni, mescolati come in un mercatino variopinto – animato dal talento visionario della regista e del coreografo Daniel Ezralov, e sorretto dalla musica dei Fab Four di Liverpool rivisitata da un gruppo di solidi musicisti e performer: la liberazione sessuale, il confronto fra le classi sociali, la rivolta dei ghetti neri in tutta America, la guerra del Vietnam.
Una delle scene più robuste da un punto di vista simbolico è quella in cui un gruppo di marines marcia faticosamente nella jungla vietnamita sorreggendo la Statua della Libertà, sulle note di I want you (she's so heavy): una evidente metafora del ruolo che gli USA si sono scelti, ossia quello di esportatori del loro personalissimo concetto di libertà e democrazia. L’accostamento fra il brano di Lennon-McCartney, il testo allusivo che in origine era rivolto ad una donna e che qui è invece riferito al richiamo che lo Zio Sam con il suo cappello a stelle e strisce rivolge ad ogni potenziale soldato, è di forte impatto emotivo e la coreografia è suggestiva al punto da risultare inquietante.
Il ritornello che i marines ripetono ossessivamente mentre fanno avanzare il pesante corpo della Statua della Libertà recita She’s so heavy, letteralmente “è così pesante”.
Questo è il punto: il peso della democrazia esportata negli ultimi duecento anni dalle stanze di Washington è eccessivamente pesante per i presunti beneficiari. Senza contare che nel Paese della Democrazia d’esportazione, fino a pochi decenni fa un nero non poteva sedersi su un autobus di bianchi, né pranzare in ristoranti per bianchi, trascurando il fatto che per convertire il Giappone alla democrazia sono state lanciate due bombe atomiche che hanno ucciso un numero imprecisato di civili.

Basta quindi volgere l’occhio – senza andare troppo lontano – alle vicende europee del secondo dopoguerra: per scongiurare il vero o presunto spauracchio comunista, le Nazioni appena liberate dal Nazismo grazie al sacrificio di migliaia di vite americane hanno dovuto - in misura diversa - ma tutte indistintamente - mostrare la propria riconoscenza accettandone l’influenza. Tale influenza ha assunto forme variegate, ma tutte decisamente invasive e condizionanti dello sviluppo naturale della democrazia del Vecchio Continente. Trattati commerciali, adesione alla Nato, accoglienza nelle zone strategiche di ciascuna nazione di basi militari americane, sottrazione di cittadini americani ad azioni processuali di Tribunali locali, obbligo più o meno esplicito di partecipare a missioni militari per portare la Statua della Libertà in altri Stati, invasione dei mercati con prodotti a stelle e strisce e così via.
Negli ultimi mesi – da quando cioè Eddy Snowden ha dato vita con le proprie rivelazioni allo scandalo denominato Datagate – tutti sembrano essersi accorti che l’influenza degli Stati Uniti oltrepassava la soglia della normale prepotenza che una Nazione ricca e ben armata riserva abitualmente ai propri alleati: il fatto che le telefonate di 35 leader europei siano state regolarmente intercettate e sezionate dai servizi segreti americani ha creato un notevole scalpore, seguito dall’abituale indignazione, inevitabile in queste circostanze. Per non parlare della finta sorpresa di chi – nelle stanze dei bottoni, da Roma a Parigi a Berlino – conosceva già la verità e per opportunismo la manteneva celata.
Tuttavia, chi ha seguito con un minimo interesse le vicende di storia contemporanea italiana, sa bene che l’ingerenza occulta della CIA o delle differenti agenzie che costituiscono i servizi segreti americani ha origini antiche e azioni che si possono già riconoscere intorno agli anni ’60, quando la strategia della tensione fu uno strumento efficacissimo per stabilizzare il nostro Paese nelle mani della DC, partito gradito a Washington. La strategia della tensione, nata a Milano il 12 dicembre 1969 con l’esplosione di alcuni ordigni all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, si basava sull’infiltrazione di numerosi agenti filoamericani all’interno delle cellule eversive di destra o sinistra, con lo scopo di indirizzarne le azioni in modo tale da suscitare nella popolazione la paura e di conseguenza l’esigenza di equilibrio e stabilità che la Democrazia Cristiana sembrava offrire. Le indagini seguite a quell’attentato (che causò una quindicina di morti) misero più volte in evidenza queste ingerenze, ma ben presto furono insabbiate artatamente.
Ora, senza voler scendere nell’analisi storica e politica degli ultimi cinquanta anni, ci si ritrova a riscontrare per l’ennesima volta la totale inadeguatezza dell’Europa davanti alla necessità di fronteggiare in modo efficace ed unitario minacce – di qualsiasi tipo – provenienti dall’esterno: incapacità di fronteggiare l’aggressività commerciale della Cina, incapacità di costituire un fronte comune nei confronti dell’invadenza statunitense, incapace di dettare una politica estera comune durante le crisi (tipo quella libica e quella siriana).
Se l’unione Europea cessasse di essere semplicemente un ente ratificatore di bilanci nazionali e di politiche economiche devastanti, e si trasformasse in un forte interlocutore con una linea condivisa e interessante per tutti gli appartenenti e non solo per pochi, vicende di questo genere verrebbero rapidamente sanzionate e scongiurate per il futuro.
Diversamente, rimarremo un debole coagulo di Stati votati all’interesse individuale e continueremo ad essere preda del gigante americano. Che continua a volerci in modo intenso per proseguire la somministrazione dell’idea distorta di democrazia.