mercoledì 31 ottobre 2012

LA MARCIA SU ROMA, NOVANT'ANNI DOPO


Il 28 ottobre 1922 da tutta Italia, ma principalmente da Milano e dalla campagna emiliana, sciami di fascisti fecero convergenza sulla Capitale per mostrare i muscoli sotto il palazzo del Quirinale che ai tempi ospitava i Savoia. Il giorno successivo, lo stesso Re Vittorio Emanuele III conferì a Benito Mussolini l'incarico per formare il nuovo governo, dando di fatto inizio a quello che sarebbe stato poi definito il Ventennio Fascista.

Sono sempre i vincitori a scrivere la storia: quindi riguardo le cause e gli effetti,  oltre alla realtà di quei due decenni scarsi di dittatura non avremo mai un idea precisa, poiché i fatti storici vengono sempre filtrati dalle opinioni e dall'orientamento politico di chi li riporta: e chi può narrare i fatti, senza mediazione con lo sconfitto, é chi sopravvive allo scontro.

Sarebbe il caso di avanzare alcune considerazioni su quel periodo, per cercare di ripulirlo da ideologie, controideologie, nostalgie, dietrologie e prevenzioni. Il tutto, senza scadere nell'apologia, nel fanatismo e nella retorica.

Si può valutare un'esperienza politica sulla base della morte e della violenza che essa ha causato? Oppure è più costruttivo valutare gli eventi soppesandone le cause e contestualizzando i fatti, rapportandoli cioè all'epoca in cui si sono svolti e valutando tutti gli elementi rilevanti?
Se dovessimo giudicare ogni epoca misurando il sangue versato dal regime di turno - si salverebbe ben poco: la Prima Repubblica Italiana, per esempio, nata dallo scempio compiuto sul cadavere del tiranno caduto, è proseguita bellamente fra stragi di stato, morti misteriose, brigatismi di vari colori controllati dai governi allo scopo di mantenere il potere; per non parlare dei delitti mafiosi. Non é un bel quadro.
Inoltre, pesare eventi di quasi cento anni fa sulla scorta dell'esperienza maturata successivamente, rischia di condurre a conclusioni errate, che sarebbero un pessimo strumento per chi deve affrontare il futuro cercando di evitare gli stessi errori.

Inutile considerare il Fascismo come un'anomalia politica tutta italiana. La storia politica ed economica degli anni venti e trenta ci presenta l'Europa come un continente devastato dalla Guerra Mondiale e che si trovava ad affrontare la ricostruzione e la crisi economica.
L'autoritarismo era l'orizzonte logico, in quel contesto e in quell'epoca: Karl Polany, nel suo saggio intitolato - Cronache della grande trasformazione - rappresenta i totalitarismi degli anni venti e trenta del secolo scorso, e i regimi politici che li hanno generati e creati (fascismo, nazismo e comunismo) come inevitabili conseguenze del liberismo selvaggio che da duecento anni stava imperversando sul Continente, creando una frattura all'interno della popolazione sotto forma di sperequazione economica. Il Capitalismo old style come origine dei totalitarismi. Il dirigismo di stato come diga per arginare il dilagare del capitalismo. Interessante prospettiva.

Per di più la prima Guerra Mondiale aveva aggravato le condizioni della parte meno abbiente del popolo.
Da un lato, i contadini e gli operai venivano costretti al fronte da cui tornavano  traumatizzati e disoccupati. Da un altro, le sanzioni post belliche imposte alla Germania aggravarono ulteriormente la situazione, innescando una crisi economica senza precedenti che ha avuto il suo elemento più identificativo nel crollo di Wall Street. Tali sanzioni, oltre a provocare - come detto - ripercussioni economiche in tutto il mondo industrializzato, crearono anche i presupposti per un sentimento revanchista presso l'orgoglioso popolo tedesco: tale sentimento si dimostrò l'humus ideale per il totalismo in stile teutonico tanto pernicioso negli anni a venire.

In Italia la situazione era di poco diversa. La vittoria nella guerra (ammesso che una guerra si vinca) e i contraddittori patti post bellici dai quali l'Italia usciva con benefici minimi se non nulli, avevano acceso il vittimismo popolare e l'animosità dei reduci di guerra che si sentivano doppiamente defraudati.
Nelle campagne le brigate comuniste - esaltate da ciò che era recentemente successo in Russia - picchiavano duro, sequestravano mezzi di produzione, occupavano campagne e città. Le notizie di ciò che era accaduto a San Pietroburgo rimbalzavano per l'Europa sventolando la minaccia bolscevica in ogni capitale.
L'esigenza miope di ordine, il terrore che l'Italia si trasformasse in una piccola Russia, spianò la strada a Benito Mussolini. Sostenere però, come ho letto di recente, che il fascismo ha avuto un'estrazione e un'ispirazione borghese é quanto di più surrettizio, falso e antistorico.

Il fascismo ha una matrice popolare, populista e socialista. Ha fatto presa prima nelle classi inferiori per poi espandere la propira influenza anche presso la borghesia. Ma è la borghesia ad aver cavalcato il fascismo non il contrario. Il regime - come chiunque vuole governare in Italia - ha dovuto scendere a patti con essa, e con la Chiesa Cattolica. Questo l'ha trasformato da movimento rivoluzionario a movimento conservatore, con tutto quello che ciò comporta. Ma in più comizi Mussolini dichiarò che il nemico principale del fascismo era la borghesia che, con i suoi costumi laschi andava ad indebolire l'Italiano, che egli voleva - al contrario - marziale.

Resta il fatto che l'impostazione concettuale alla base del fascismo è a matrice sociale e che l'anima originaria é rivoluzionaria.
E anche lo Stato che ne uscì, uno stato con una logica - per quanto molti possano storcere il naso - con un'organizzazione, con un fine ultimo ben definito e non del tutto astruso, se si pensa che gran parte delle strutture statali sono arrivate intatte fino a noi.

Ho letto da qualche parte che la Marcia su Roma non fu vera gloria. Quest'affermazione è perfino banale nella sua verità assoluta. La Marcia su Roma fu un'esbizione puramente scenografica che non influì minimamente sulle decisioni del Re: la nomina di Mussolini era già stata decisa e preparata in precedenza; i tumulti dei mesi precedenti, le trattative fra le parti, un certo orientamento della maggioranza della popolazione verso questo movimento nuovo e in linea con il sentimento popolare dell'epoca, le paure dei Savoia di finire come i Romanov portarono Mussolini a Palazzo Chigi. Non certo la passeggiata più o meno bellicosa dei fascisti.

Cosa ci resta di quel periodo?

Potremmo dire che ci restano solo le notizie sulla forte limitazione delle libertà individuali, la carcerazione o eliminazione fisica degli avversari politici, la vergognosa alleanza con Hitler, la discesa in guerra e le leggi razziali. 


Non dimenticherei, come ho già detto, l'approccio ideale ad un concetto di Stato come entità da rispettare e difendere, che si è poi manifestato in chi ha saputo traghettare l'Italia dal dopoguerra al boom economico. Non dimenticherei le politiche di stampo assistenziale, più o meno recentemente defninite paternalistiche da chi vuole uno Stato assente: certo, i treni per le vacanze e le colonie estive, per esempio, ispirano tenerezza al giorno d'oggi. Mi chiedo, però, quale beneficio avessero queste vere e proprie istituzioni sulle famiglie di operai del 1934.

La concezione di un sistema pensionistico o di un Ente chiamato Istituto per la Ricostruzione Industriale continuano ad apparirmi degni di considerazione anche sotto il regime ultraliberista di Mario Monti. Il Governo attuale vuole affrontare la crisi giocando in difesa: taglia pensioni e cerca di salvare le banche con manovre stravaganti. Mussolini cercò di affrontare la crisi giocando d'attacco: creò l'Inps e l'IRI per salvare le banche sull'orlo della bancarotta. Concependo, oltretutto, istituti di carattere sociale come l'Inail, vera direttrice di una politica indirizzata ad introdurre concetti di sicurezza sul lavoro culminata nel D.Lgs. 81/2008, di recente attuazione. Senza contare che il Codice Civile e il Codice Penale che tutt'ora - pur se novellati, e modificati - vigono nel nostro Paese si devono alla gestione politica di quegli anni.

Un'idea di Stato, un progetto con un percorso ed un fine ultimo.

Chi irride la retorica Mussoliniana, confrontandola con il modo attuale di fare politica, per stigmatizzare quel regime, non si accorge che è passato un secolo, e che le pose di Mussolini, la battaglia del grano, l'anglofobia, e tutto il resto stanno al 1930 come i girotondi, le campagne elettorali in pullman, o le berlusconate stanno al 2012.

Infine ci é rimasto un antifascismo dogmatico e bellicoso, che grava in modo penalizzante sull'Italia da settant'anni, portando divisioni manichee e incapacità di fare autocritica.

Archiviare quell'esperienza semplicemente come un lungo segmento di storia influenzato da un incosciente buffone con manie di grandezza, c
ontinuare a ridicolizzare ciò che è stato di quegli anni, assegnare tutte le colpe a una sola parte e prendersi tutti i meriti, demonizzare qualunque azione venuta dal Fascismo,  negare la figura di Mussolini come statista, impedisce una corretta analisi e ostacola un processo di crescita civile e sociale.

Reiterare la sterile retorica antifascista, come gran parte della sinistra si ostina a fare, non porta altro risultato che creare ulteriori divisioni in un Paese già bravo a contrapporre parte a parte, a stabilire il giusto e lo sbagliato.

Individuare invece un ruolo che la sinistra potrebbe avere per evitare di rinnovare esperienze simili a quella di novant'anni fa, evitare di appiattirsi sui desideri dell'alta borghesia attuale e ricuperando la propria natura socialista e popolare, priva di snobismi e di distinguo finalizzati al semplice raggiungimento del potere, sarebbe il modo migliore per essere antifascisti.

L'alternativa degradante e pericolosa sarebbe altrimenti quella di sfilare ogni 25 aprile verso Piazzale Loreto, ciascuno con il proprio fardello di retorica, ripetendo slogan insultanti contro l'avversario politico di turno.

Proprio come facevano le camicie nere nella Marcia su Roma.

mercoledì 17 ottobre 2012

MARIO MONTI FOREVER!!



Sembra che in questa fase crepuscolare della Seconda Repubblica gli uomini politici non siano più interessati all'esercizio del potere; anzi, non vogliono proprio più governare. Circa un anno fa, la nascita del governo tecnico guidato da Mario Monti ha rappresentato uno spartiacque fra passato e futuro, modificando l'approccio della classe politica nei confronti dell'elettorato.
Se nelle precedenti legislature i partiti letteralmente si scannavano per poter piazzare i propri esponenti nei ruoli chiave dell'esecutivo, mettendoci in qualche modo la faccia e rischiando la figuraccia con l'elettorato, negli ultimi mesi abbiamo scoperto una nuova frontiera della delegitimazione di questa istituzione bistrattata chiamata Parlamento: sono finiti i bei tempi in cui Craxi, De Mita, Andreotti e Berlusconi sgomitavano per potersi sedere sulla poltrona di Presidente del Consiglio, in cui i partiti, anche quelli con il minor riscontro elettorale, volevano dettare legge, pretendendo ministri se non addirittura il Primo Ministro.

Il fatto che sia così frequente sentire parlare di ministri tecnici indica un'imbarazzante ignoranza generalizzata di quello che dovrebbe essere il ruolo del governo: il Governo, se espresso da una maggioranza eletta, dovrebbe dare un indirizzo politico alla nazione che é chiamato a guidare. I tecnici - ogni ministero é stracolmo di tecnici di grande qualità - servono a realizzare quelle che sono le linee guida del governo, quali che siano. Nel momento in cui i tecnici prendono il posto dei politici, significa che ci troviamo in assenza di un indirizzo preciso, ed é la condizione in cui ci troviamo attualmente, dove le idee scarseggiano e l'appiattimento é diffuso.

Stiamo respirando una rarefatta atmosfera che possiamo anche definire solennemente "sospensione della democrazia". Più ci avviciniamo alle elezioni di fine legislatura e più assisitiamo ad un florilegio di paradossi. La figura che funge da collettore finale di tutti questi paradossi é il Professor Mario Monti che, forte dell'impalpabilità della sua azione di Governo nel portarci fuori dalla crisi economica, forte ancor di più dell'investitura arbitraria ricevuta circa un anno fa, senza un effettivo riconoscimento popolare, rischia di diventare l'unico vincitore - probabilmente senza nemmeno avere la necessità di candidarsi - della prossima tornata elettorale.

Il paradosso che ruota intorno a Mario Monti ha una molteplicità di aspetti che - ancora una volta, nel corso della Storia -  rende l'Italia una Nazione non normale. Proviamo ad esaminare le molte facce dell'assurda vicenda politica che ruota intorno alla figura del Rettore della Bocconi.

E' arrivato a Palazzo Chigi come una specie di Coriolano con la missione di abbassare lo spread e rimettere in sesto l'economia italiana, per poi ritirarsi dalla scena e riprendere a fare quello che faceva prima (cosa faceva prima? Non l'ho mai capito tanto bene).

Lo spread si é dimostrato indifferente alle sue misure, in compenso l'economia continua ad agonizzare. Ha elevato le imposte sul carburante, l'Iva, respinto l'idea della patrimoniale, allungato l'età pensionabile, bloccato gli aumenti ai dipendenti pubblici, tagliato la spesa pubblica partendo dalla sanità, proposto una riforma del lavoro per consentire di falciare liberamente i lavoratori dipendenti, concesso finanziamenti alla scuola privata, e attuato una spending review fantasma tutta mirata a contrarre i servizi pubblici a vantaggio dell'iniziativa privata. Il tutto sostenuto da partiti di destra e di sinistra (già questo é grottesco).

Se questa manvora fosse stata proposta dal duo Berlusconi-Tremonti, qualcuo avrebbe gridato alla rivoluzione, accusato Berlusconi di essere dalla parte dei più ricchi; ci sarebbe stata una rivolta di piazza, accompagnata da sberleffi europei, con decapitazione finale dei due. Invece Monti riceve consensi e considerazione. Sono perplesso: questi provvedimenti avrei potuto prenderli io stesso, con la mia misera laurea in Economia e Commercio. Avrei - mi sbilancio - fatto di meglio.

Detto questo, ora finalmente ci si prepara alle Elezioni, e la parola d'ordine é "partecipazione popolare". Le primarie a sinistra e i dibattiti sulla leadership a destra lasciano intendere che i partiti o i movimenti politici abbiano intenzione di riprendere a svolgere il proprio ruolo, proponendo un candidato rappresentativo della propria linea ideologica. Le piazze si stanno riempiendo di Gazebo, quasi si faticia a camminare sui marciapiedi, tanti ce ne sono.

Poi, però Bruxelles sussurra che Monti premier é più che un auspicio per l'Unione Europea.
E Marchionne fa outing dicendo che Monti dovrebbe fare il premier a vita. Gli ambienti dell'alta finanza e alcune frange di industriali, lo implorano a continuare.

A questo punto le forti personalità attualmente ai vertici dei partiti si fanno prendere dai rimorsi e - smentendo tonnellate di parole sprecate in questi mesi di campagna pre-elettorale - senza accorgersi del ridicolo che li sta sommergendo, concordano nel dire che Monti sarebbe il premier ideale anche per la prossima legislatura.

Quindi, le legnate che si stanno menando a sinistra sul terreno delle primarie sono un paravento per nascondere una scelta già compiuta; e i balletti fra Berlusconi, Alfano e i colonnelli di Alleanza Nazionale, un teatrino noioso quanto inutile.

Molto rumore per nulla, signori: Mario Monti sarà il prossimo Presidente del Consiglio, a prescindere da quale croce metterete sulla vostra scheda elettorale. Monti il non eletto, Monti l'imposto dall'Unione Europea, dalle banche, dalla Fiat, guiderà un Governo che riscuoterà la fiducia da un Parlamento eletto con il Porcellum e le sue liste bloccate.

Con tanti saluti alla partecipazione popolare: perché questa é la morte della democrazia.

Tutto ciò, in un certo senso mi porta sollievo: ero indeciso su quale partito votare. Ora so che non ha importanza. Vincerà Mario Monti!
Ma allora, perché non aboliamo queste elezioni politiche? Sarebbe il primo provvedimento efficace all'interno della spending review.

giovedì 4 ottobre 2012

ALLE DIPENDENZE DI UNO STRAGISTA



Quando, per la terza mattina consecutiva, mi ritrovai in ginocchio, a vomitare sangue nella tazza del cesso, mi resi conto che non potevo reggere a lungo la finzione che fosse tutto normale. Mi alzai in piedi e raggiunsi a fatica lo specchio, bestemmiando fra i denti: ero magro, pallido, avevo perso otto chili in sei mesi. La mia pelle trasparente era cerchiata sotto le palpebre da pesanti segni violacei. L'azzurro dei miei occhi era quasi completamente iniettato di sangue. Quello non ero io.

Dormivo poco, mangiavo meno. In compenso fumavo un pacchetto di sigarette al giorno e non passavo sera senza ubriacarmi al bar di piazzale Lodi. Era un piccolo bar, poco frequentato e male illuminato, con tanti specchi alle pareti e un arredamento anni ottanta eccessivamente vissuto e polveroso. Non aveva particolari attrattive tranne quella di essere a poche centinaia di metri dal mio ufficio.

In ogni caso, ecco un primo Negroni giusto per sentire l'alcool correre e bruciare come un brivido lungo l'esofago. Giù un secondo come una carezza per alleviare lo stress accumulato. Giù un terzo per raggiungere quell'irresistibile stato di ebbrezza che mi rendeva piacevolmente insensibile e mi spediva a letto con il cervello vagamente ottuso e sgombro di pensieri. E così via finché non mi sentivo sufficientemente intontito e malconcio da dimenticarmi chi fossi, cosa facessi, dove vivessi. Infine una corsa spericolata sulla moto, in mezzo al traffico svogliato della città di sera, nell'inconscia ricerca di uno schianto liberatorio.

La mattina seguente - poi - mi travestivo da manager. Giacca, camicia, cravatta, eccetera.
La nausea, il pesante cerchio alla testa e l'ansia insopportabile che mi stritolava i polmoni, mi ricordavano tuttavia le modalità della finzione.

Eppure era cominciato nel modo giusto: era il marzo del 2001, ed avevo ottenuto un colloquio di lavoro.

Lo scenario: un bellissimo studio in un elegante palazzo d'epoca nei dintorni del Castello Sforzesco, con poltrone in pelle e una scrivania di legno scuro, coperta di curriculum e mensili di alta finanza.
Da una parte l'headhunter, il suo sorriso accattivante e gli occhiali griffati. Di fronte stavo io, emozionato nel mio abito grigio acquistato il giorno prima all'Upim e la cravatta stile regimental che mi era stata regalata il Natale precedente.

Osservavo gli attestati alle pareti, la kenzia frondosa all'angolo della stanza principale, i saggi ordinatamente disposti sulla costosa libreria,  chiedendomi come il mio scarno curriculum  avesse potuto attirare l'attenzione di un cacciatore di teste tanto qualificato; avevo un pessimo percorso universitario, non avevo master, nè esperienze pregresse che puntellassero la mia credibilità e in più parlavo le lingue in modo sanguinoso.

In quel momento però la necessità di un lavoro a tempo indeterminato e di uno stipendio che mi permettesse almeno di mantenermi, guadagnava priorità rispetto ai pensieri razionali.

I colloqui di lavoro si somigliano tutti: prima l'headhunter si presenta, mistificando la qualità della propria attività, focalizzando l'attenzione del candidato sulla accuratezza e sulla serietà del processo di selezione; prosegue magnificando l'azienda cliente e la personalità del datore di lavoro; infine tocca al candidato concludere la recita, iperbolizzando la validità delle proprie esperienze passate, infiocchettando il proprio cv e dichiarando il proprio amore ed il proprio entusiasmo nei confronti dell'azienda presentata.

Sipario, applausi.

Io parlai per circa sette minuti, mentre l'headhunter calcò il palcoscenico per un'ora, da navigato mestierante: la figura della titolare, ne uscì sproporzionatamente ingigantita, come quella di una donna energica, dinamica, geniale, brillante. In ogni caso l'opportunità mi sembrava davvero interessante e quando sparai la cifra che chiedevo per andare a ricoprire la posizione di capo della contabilità, la voce mi uscì frammentata dalla timidezza e dal pudore: chiedevo tre milioni netti al mese.

Avrei dovuto cogliere nel risolino del selezionatore un segnale d'allarme. Non lo colsi. Tre milioni mi sembravano un'enormità: fino a quel momento le condizioni retributive migliori erano state un contratto di collaboratore a settecentomila lire nette al mese, una miseria senza discussioni. Eppure l'headhunter non batté ciglio, si alzò, mi diede una vigorosa stretta di mano invitandomi ad aspettare una sua telefonata.

Che arrivò meno di due ore dopo.

Fu maledettamente facile avere quel lavoro, troppo facile. Ma a quel punto io avevo raggiunto il mio obiettivo, e stavo per diventare ricco, molto ricco. Almeno, ai miei modesti occhi di precario. E quindi non avevo voglia di farmi domande.

Due mesi dopo era già calato nel mio inferno privato, fatto di dodici ore passate a lottare con una contabilità mal tenuta, un magazzino sproporzionato rispetto alle richieste del mercato, flussi di denaro provenienti da paradisi fiscali ai quali dovevo trovare plausibili giustificazioni contabili, coordinando un gruppo di otto ragazze più esperte di me, animate da un buona volontà e con gli occhi colmi di spavento.

La titolare non era esattamente quel personaggio affabile, dinamico e vulcanico che mi era stato descritto in sede di colloquio. Era una balena dalla pelle bianchissima, dagli occhi smeraldo e dai capelli color rame, vestita con degli enormi camicioni arancio, viola e fucsia: un vero pugno negli occhi.

Le mani - dalle lunghe unghie laccate di porpora - sembravano gli artigli di un'aquila; dell'aquila aveva anche il naso adunco e la voce strepitante con cui ingiuriava i dipendenti ad ogni loro mancanza o ritardo. Le labbra, carnose e prominenti come una breve proboscide, erano coperte di un lucido rossetto color fuoco, mantenevano perennemente una piega beffarda, un ghigno inquietante.


Mi imprigionava nel suo ufficio di cristallo per interminabili monologhi sulla fatica di essere imprenditrice in un mondo di uomini. Si commuoveva per sè stessa, diventava elegiaca e plateale. Era evidente che mi avesse preso in simpatia e che volesse educarmi a modo suo, con lo scopo di farmi diventare un buon manager. Ma ogni volta che volgeva lo sguardo verso di me, mi sentivo affettare l'anima. Ed era una sensazione che detestavo.

In quel posto tutti erano schiavi a tempo indeterminato, sottomessi al volubile umore della balena variopinta e alle sue necessità: il direttore tecnico o quello commerciale potevano diventare - secondo il bisogno - autisti, confidenti, lacché, camerieri e chissà cos'altro.


Non trovavo senso al mio lavoro. Per quanto mi prodigassi, mi accorgevo che non avrebbe fatto la minima differenza anche se lo avessi fatto male. Quel luogo, quell'azienda, puzzavano di posticcio.

Poi cominciarono i fatti strani.

Una mattina, trovai sulla scrivania di una delle impiegate della contabilità - una copia del Corriere della Sera. Impulsivamente la presi fra le mani e mi misi a sfogliarla. Prima che arrivassi a pagina quattro, la stessa impiegata mi sottrasse il quotidiano, lo ripiegò con cura e lo riappoggiò sulla scrivania, sopra una busta gialla.
Con un secco cenno del capo mi fece capire di seguirla sulla terrazza, con la scusa di fumare una sigaretta. Uscimmo nel tepore della primavera che incalzava, seguiti dallo sguardo delle altre impiegate. Mentre aspirava boccate da una Philip Morris, mi spiegò, guardando nel vuoto, che ogni giorno doveva spedire una copia intonsa del Corriere della Sera al GM, che viveva a Tokyo. Sorrideva, divertita dall'assurdità di quella spiegazione.

- Chi é, questo GM?
- Non le hanno detto niente, dottore? E' un amico di infanzia della titolare, sono stati anche amanti, forse lo sono tutt'ora. E' il socio di maggioranza di questo posto, anche se lei si comporta da padrona.
- Ma chi é? Come si chiama?
- Senta, non ho voglia di passare per pettegola, quindi non mi faccia altre domande.

Tornai alla mia scrivania: sulla mia Moleskine annotai Tokio e "Il Corriere della Sera non arriva in Giappone" e "Chi é GM?".

Due giorni dopo, incontrai - per via di alcuni conti correnti - un funzionario di una importante banca. Una volta esaminati i dati che gli sottoponevo, mi sorrise affabile e concluse l'incontro stringendomi la mano. La frase di commiato mi lasciò perplesso tutto il giorno: "Con la vostra azienda abbiamo sempre lavorato bene. Se solo sapessimo anche chi c'é dietro la fiduciaria che detiene le quote di maggioranza, sarebbe perfetto".

Rientrato in ufficio stampai una visura camerale e con mia sorpresa venni a sapere che il 95% delle quote di possesso erano detenute da una fiduciaria svizzera. Il fatto che il socio di maggioranza si celi dietro ad una fiduciaria può voler dire tutto o niente; di sicuro, però, sta a significare che intende dissmulare la propria identità.

E poi, ancora. Un giorno la balena mi convocò nel suo ufficio. Era in compagnia di un ragazzo invecchiato con gli occhiali da secchione il viso ben paffuto. Sorrideva, come si sorride al fratellino discolo, mentre mi guardava dall'alto in basso.
La balena mi fece cenno di accomodarmi e mi spiegò che mi trovavo di fronte al mio predecessore che era venuto a mostrarmi la struttura societaria nella sua interezza.
Troncando i convenevoli, il ragazzone rappresentò su un foglio A4 una galassia di società; quella per cui lavoravo era nel quadrante sud est. Guardavo i nomi e la nazionalità di quelle società. Hong Kong, Lussemburgo, Antigua, Bogotà, Marsiglia, Tokio. Che coincidenza: erano tutti paradisi fiscali a gogò e capitali strategiche di traffici poco edificanti.
Il sole di quella galassia era la medesima società fiduciaria con sede legale a Lugano. Ogni società era collegata a numerose altre della da una serie di frecce che rendevano il foglio A4 una mappa poco lineare che prevedeva triangolazioni commerciali e flussi finanziari complessi. Mi sembrava di essere un piccolo ingranaggio in qualcosa che non riuscivo ad interpretare.

Invitai il ragazzone a prendere un caffé al bar sull'altro lato della strada. Faceva caldo, la luce entrava abbagliante dalle due porte spalancate una sulla via e l'altra sul campo di bocce del retro, ombreggiato da un glicine. Sorseggiamo il caffè in silenzio, evitando di guardarci. Poi decisi di rompere il ghiaccio.
- Ho riscontrato, in queste settimane, delle irregolarità nella tenuta dei libri iva. Niente di grave, sia chiaro, più che altro trascuratezza.
- Hai perfettamente ragione. Era così anche quando me ne occupavo io.
- Ma non hai fatto niente per risolverle.
- No.
- Perché?
Diede una scrollata di spalle e posò la tazzina.
- Stai tranquillo, non riceverai mai una visita dagli uomini in grigio - mi strizzò l'occhio e sorrise compiaciuto - sei in una botte di ferro.
Non capii. Decisi di proseguire.
- Inoltre non é mai stata fatta una vera pianificazione sui flussi di cassa.
- Non ti preoccupare, ti ho detto. Quando c'é bisogno di liquidità, la liquidità arriva. Vai tranquillo.
- Ma allora cosa ci sto a fare qui?
- Tu preoccupati di fornire i dati delle vendite, il conto economico. E di svolgere gli adempimenti verso le società che ti ho mostrato sul diagramma. E' già tanto.
- Mi occupo io della contabilità di quelle società?
- Non ci pensare nemmeno. Tu limitati a seguire queste di Milano, al resto ci penso io.

Condensai la mia frustrazione sulla moleskine, cerchiando la parola Bogotà in rosso.

Ma non era finito. Mi sembrava di essere su un fiume in piena, destinato alle rapide, senza possibilità di raggiungere la riva per salvarmi. Sapevo che a breve sarei incappato nella risposta a tutte le mie domande. Avevo paura di scoprire la verità, e allo stesso tempo lo desideravo.

Era solo una questione di tempo.

Venni nominato rappresentante legale per intervenire in una causa di poco conto. Mi recai dal legale per preparare le mie risposte: non avevo mai partecipato ad un'udienza e dovevo essere istruito per il colloquio con il giudice.

L'avvocato era un napoletano dall'aspetto bonario, che aveva un ampio studio in via Manzoni. La sua scrivania era un campo di battaglia, pieno di confusione: pratiche ammassate, appunti, codici, riviste specialistiche, ritagli di giornale, quotidiani impilati. Proprio il primo del mucchio, attirò la mia attenzione. Era aperto e ripiegato su una pagina interna. C'era un trafiletto, in alto a destra, di due colonne; il titolo recitava "Fra tre giorni la sentenza della Cassazione sulla Strage di Piazza Fontana".


Fu come ricevere uno schiaffone in pieno viso. I pochi pezzi del puzzle si composero in modo inequivocabile. Delfo Zorzi, uno dei principali imputati per la strage di Piazza Fontana, già condannato nei precedenti due gradi di giudizio, era il mio datore di lavoro. Viveva a Tokio, operava clandestinamente in Europa tramite una fiduciaria e utilizzava aziende semifantasma per riciclare denaro proveniente da traffici illeciti. Mi accomiatai il più rapidamente possibile dall'avvocato e scesi per strada. Il rumore di via Manzoni mi sembrava dilatato all'inverosimile. Le macchine sembravano sfecciarmi ad un millimetro, L'aria calda di giugno mi soffocava, eppure sudavo freddo. Svoltai in una via laterale, più silenziosa e tranquilla e composi il numero dell'Headhunter.
Rispose con voce allegra.
- Mi hai mandato a lavorare per uno stragista!
- Cosa dici?
- Quando mi hai fatto l'overview dell'azienda a cui mi proponevi, ti sei dimenticato di dirmi per chi avrei lavorato.
- Sigma, ti senti bene?
- Rispondi-alla-mia-domanda, bastardo: tu lo sapevi?
- Sì, Sigma, lo sapevo, e allora? Cosa ti cambia, me lo dici? Fra tre mesi, diventerai direttore finanziario, guadagnerai più di quanto tu riesca a pensare. Non vorrai mica rinunciare a tutto ciò?
- Come no! Io mi dimetto.
- Sigma, per favore: se ti dimetti, mi tocca cercarne un altro. La signora é contenta di te, dice che sei scrupoloso e bravo. Non rovinare tutto!

Riattaccai. Il mio cellulare squillò ripetutamente, ma non gli risposi. Passeggiai a vuoto per le vie del centro, cercando di dominarmi. Sapevo cosa dovevo fare. Dimettermi e restare senza lavoro: ricominciare da zero. Facile a dirsi, meno a farsi.

Rientrai camminando come uno zombie. Vedevo gli occhi di tutti che mi fissavano, severi, stupiti, vuoti. Vidi quelli della balena, da dietro i vetri della sua gabbia-ufficio, seguirmi per tutto il corridoio. Sul volto aveva un sorriso beffardo, lo sguardo aveva una luce folle e allo stesso tempo materna. Sapeva già tutto, ne ero certo. L'headhunter l'aveva sicuramente avvertita. Mi fece un cenno del capo, e con il movimento di due dita mi convinse ad entrare.
Restai in piedi, dondolando avanti e indietro. Non raccolsi il suo invito a sedermi su una delle sue maledette poltrone dal design elegante.

- Sigma, lei é giovane: deve imparare a lottare contro i propri demoni. Fintanto che uscirà sconfitto da questa battaglia, resterà un ragazzino.

Mi infilai le mani in tasca, le voltai le spalle e tornai alla mia scrivania. Il fattorino, un vecchio milanese vicino alla pensione, entrò in silenzio, con uno sguardo strafottente dipinto sul volto. Si sedette, scartò una cicca americana, e mi guardò negli occhi:

- E allora? Noi lo sappiamo da sempre. E allora? Cosa dovremmo fare, secondo te, lasciare tutto? Andare a fare i mendicanti? Senti un po': io lo vado a prendere ogni tre mesi a Mendrisio. Lo faccio salire sul sedile posteriore della Mercedes e lo porto in Italia da un valico tranquillo. Nel tragitto chiacchieriamo. Lui é gentile con me. Mi chiede di portarlo in centro; va a fare quattro passi in Galleria, va a cena al suo ristorante preferito. Viene qui in fabbrica, guarda i conti e poi se ne torna in Giappone. Ci mantiene tutti, lui. Vuoi che restiamo a casa solo per accontentare la coscienza? La coscienza non ci dà da mangiare. Hai capito?

Passai tre mesi interi a fissare il vuoto, giorno dopo giorno, senza che nessuno - tantomeno la balena - mi rimproverasse alcunché. L'attività dell'ufficio proseguiva per il senso di responsabilità delle ragazze. Ero svuotato, confuso.

Poi iniziai a stare male, sempre peggio. Lo stato di prostrazione dei primi mesi, quando a distruggermi erano solo la fatica e la tensione nervosa, erano insignificanti rispetto all'angoscia attuale.
Finché mi risvegliai abbracciato a quella tazza, dove stavo colando sangue dalla bocca.
Mi sciacquai il volto, feci una doccia, misi un paio di jeans e una camicia. Calzai delle scarpe da jogging. Mi recai in ufficio senza fretta. Era una mattina calda di fine estate, per la prima volta dopo mesi mi accorsi di quanto il cielo fosse luminoso.
Mi sedetti alla scrivania fra lo stupore di tutti: nessuno era più abituato a vedermi sorridente e rilassato. Accesi il pc e preparai la lettera di dimissioni. Stampai, rilessi e firmai senza esitazioni.

La balena non era in ufficio. Meglio così. Lasciai la busta in bella vista sulla sua scrivania e sgattaiolai rapido fuori dalla gabbia di cristallo, sentivo la smania soffocarmi rapidamente. Salutai le ragazze una ad una, abbracciandole. Un paio di loro si commossero perfino.
Poi imboccai la scala di servizio, scendendo a rotta di collo: la scelta delle scarpe da jogging si era rivelata decisamente opportuna.

Correvo, quasi rotolavo, pur di allontanarmi da quel posto. Sentivo in bocca un gusto amaro, quasi di sangue misto a ferro. Correvo, con il cuore impazzito, e un nodo alla gola, come se qualcuno mi stesse inseguendo per riportarmi dentro. Scesi in strada, urtai due passanti. Uno mi rivolse un'occhiataccia, un altro mi insultò. Non ci feci caso, allungai il passo e svoltai una volta, due, tre, non ricordo nemmeno più quante. Poi finalmente rallentai. Avevo perso tutto, ma ero libero: potevo ricominciare da zero.

Diedi uno sguardo alla città, era una bella giornata di settembre, il mondo sembrava migliore.

Avevo fame e non mi succedeva da tantissimo tempo, così entrai in un bar. C'era un televisore acceso, e un capannello di gente intenta ad ascoltare un'edizione straordinaria di un telegiornale.

Due aeroplani avevano colpito il world trade center di New York.