lunedì 27 agosto 2012

LA FINE (DELLA CRISI) E' VICINA


I testi di storia rinascimentale riportano che i Tudor, non sapendo come aumentare il gettito erariale destinato a finanziare l'apparato statale, ricorsero ad una tassa sulle finestre. Questa idea come succede a tutte quelle strampalate, si diffuse rapidamente, venendo applicata da tutti i Ministri delle Finanze europei fino all'epoca asburgica. Questo é il motivo per cui possiamo vedere numerosi palazzi d'epoca con le finestre murate: piuttosto che pagare delle imposte ingiuste (la tassazione di una finestra non rappresenta nessun tipo di filosofia politica nè possiede in sè una progettualità economica) i proprietari preferivano murare alcune finestre.

Intervenendo al recente Meeting di CL a Rimini, l'attuale Presidente del Consiglio Mario Monti, ha affermato con cauto ottimismo che - sebbene ci sia da affrontare un periodo molto duro e difficile - la fine della crisi é vicina.
Quasi a fargli da staffetta una delle più quotate agenzie americane di rating, Fitch, ha rivisto la propria valutazione sull'Italia, dichiarando che - a condizione che il pacchetto di riforme studiato dall'attuale Governo italiano venga approvato e rispettato - l'Italia si può considerare un paese estremamente affidabile e prossimo all'uscita dalla crisi entro il 2013.

Sorvolando sulla volubilità e l'affidabilità di queste agenzie di rating, che fino all'altro ieri descrivevano l'Italia sull'orlo del baratro e adesso la vedono in salute, resta da chiedersi che benefici strutturali possa portare il cosiddetto "pacchetto di riforme Monti".

Questo pacchetto di riforme, ha ben poco di innovativo e di riformatore: consiste in una serie di espedienti - nemmeno troppo sofisticati - per permettere al Governo di incamerare nel modo più facile e pratico il maggior gettito fiscale possibile. Pochi, maledetti e subito! Con lo scopo di turare l'enorme falla del debito pubblico, che resta l'unico obiettivo dichiarato dal convegno di quelle menti eccelse che scaldano la poltrona a Bruxelles. Oltretutto, l'orizzonte temporale di Mario Monti é il 2013, ossia la fine della legislatura: quindi l'obiettivo del Professore  varesino é quello di arrivare a scadenza con i conti artificialmente sanati; poco importa se dopo, l'Italia ripiomberà nel baratro.

La conferma che non é una riforma ma una triste riedizione dei vecchi grimaldelli ereditati dai predecessori si ha nel momento in cui ci si va a guardare la sostanza dell'intervento: tagli, nessun investimento di grande portata, aumento delle imposte.

Ah, dimenticavo: é stata istituita l'agenda informatica, sono state fatte delle agevolazioni alle famiglie per quanto riguarda il rilascio di alcuni documenti autocertificabili, e abolito l'obbligo di passare dal notaio per svolgere alcune pratiche. Forse una tassa di sedici euro per il rilascio della carta di identità elettronica. Tutto qui.

Manca la riforma del sistema pensionistico che riduca la distanza fra le pensioni più elevate e quelle minime: continuo a pensare che il debito Inps diminuirebbe se si abbassassero progessivamente le pensioni a favore di chi - durante la vita lavorativa ha percepito una somma totale superiore a cinquecentomila euro; contestualmente questo permetterebbe di alzare le pensioni minime.
In più, non c'é al vaglio un progetto a medio termine mirante a fare chiarezza sulle false pensioni di invalidità e di accompagnamento che in Italia raggiungono un monte elevatissimo e - in alcune regioni - addirittura endemico.

Così come non é prevista un credibile politica di crescita dell'economia e di incentivazione alla creazione dei posti di lavoro, a meno che non si voglia considerare come incentivo all'assunzione l'articolato intervento di Elsa Fornero finalizzato a mascherare da riforma del lavoro una macelleria sociale che fa piacere solo ad Emma Marcegaglia.
Nessuna attività di investimento pubblico che crei lavoro pubblico e metta in circolazione finanza benefica.

Non si é messo mano ai meccanismi di assegnazione degli appalti pubblici che - non finirò mai di dirlo - costituiscono una continua e infruttuosa emorragia di finanze pubbliche, a causa della revisione dei costi in corso d'opera.
Un pacchetto di riforme dovrebbe avere come minimo l'eliminazione di quei vincoli di carattere strutturale che impediscono la crescita e la leale competizione fra aziende in modo che vinca la più efficiente. Ma Monti sembra non accorgersi di questo problema che costituisce uno spreco sia in termini di risorse della finanza pubblica, sia una mancata opportunità di crescita.
Infine non è stato fatto nessun passo in direzione di una riforma fiscale orientata ad attingere i redditi più elevati, che sono quelli meno produttivi in termini di crescita economica; al contrario, il Magnifico Rettore sembra accanirsi - come chi lo ha preceduto sui bersagli facili, immolando la propria credibilità in difesa dei quattro scaglioni. Monti é di estrazione culturale elitaria, é espressione delle classi sociali più abbienti; é, infine, un rappresentante dell'aristocrazia finanziaria lombarda: non attuerà mai un programma di carattere sociale, che porti equilibrio in un Paese che prima di tutto ha bisogno di questo; nel suo discorso di insediamento ha parlato di equità, usando questo termine come una cassa di amplificazione per conquistarsi la benevolenza di tutti gli italiani. Ma nel momento in cui ha cominciato ad operare si é ricordato da dove viene, e ha saputo curare gli interessi

Monti & Co. non hanno pensato - in questi 10 mesi di lavoro - a rivedere l'Iva sui beni di lusso, e a spaccare in due categorie i beni che attualmente sono tutti soggetti ad Iva al 21%, riportando i beni di consumo al 20% e quelli di minor necessità al 25%. Questa operazione avrebbe davvero - e in modo democratico ed equo - aumentato il gettito, senza deprimere i consumi e penalizzare le categorie con i redditi più bassi.

Così come la Tobin Tax avrebbe finanziato la spesa pubblica e scongiurato le oscillazioni dei tassi di interesse dei Titoli di Stato. Ma, in ottemperanza ai desiderata dell'Unione Europea, Monti ha soprasseduto all'introduzione di questa potente imposta.

In compenso, tuttavia, é in stato avanzato il progetto di assoggettare ad imposta le bibite gassate, provvedimento questo che - oltre a mettere in ridicolo il governo, non risolverà i problemi del debito pubblico, che si risolverebbe facilmente con una politica monetaria finanziata da un maggior gettito fiscale.

La crisi é vicina, sostiene il Presidente del Consiglio: la crisi é vicina perché l'intero sistema economico é vicino al collasso, e niente gli sopravviverà. Niente, tranne il senso di ridicolo per l'imposta sulla Coca Cola, così vicina, così simile all'imposta sulle finestre.

lunedì 20 agosto 2012

L'UOMO CHE NON C'ERA



[L'11 agosto 2012, un operaio di cinquattraquattro anni, disperato per il protrarsi della propria condizione di disoccupato, si é dato fuoco davanti all'ingresso di Montecitorio, sede del Parlamento della Repubblica Italiana. Dopo ben dieci giorni di agonia, il 20 agosto 2012 Angelo di Carlo é deceduto, lasciando in eredità al figlio la triste miseria di 160 euro. Questo racconto é dedicato a chi - come lui - ha perso la speranza, e a tutti quelli che - obnubilati dalla ricerca del successo e del potere - non riescono a vedere la disperazione negli occhi di coloro ai quali non é rimasto più nulla]

C'é un gusto perversamente piacevole nella sconfitta, nella disfatta definitiva: il fallimento porta con sé una benefica quanto irrazionale sensazione di sollievo, come se tutte le aspettative che fino a quel momento ti spingevano e opprimevano, svanissero all'improvviso, lasciandoti - sì - nudo, indifeso e completamente privo di forze, ma allo stesso tempo leggero, preda di un'indefinibile sensazione di libertà. E' irragionevole, ma scopri di essere sollevato, svincolato da quell'insopportabile obbligo di tirare la carretta, portare a casa uno stipendio, fare fronte a tutte le aspettative che gli altri ti hanno tatuato sotto la pelle, sotto le meningi, dentro l'anima.

Produrre, fare il proprio dovere, trovare una collocazione all'interno della società, raggiungere una posizione di prestigio, avere delle responsabilità verso te stesso e gli altri: un insostenibile giogo di convenzioni sociali che quotidianamente ti si stringe attorno al collo e che - se non hai le adeguate qualità emotive, morali, tecniche, se non hai soprattutto la fortuna dalla tua parte - pensi con certezza che ti soffocherà, presto o tardi.

Invece, senza preavviso, un giorno scopri di avere perso tutto e ti ritrovi, frastornato, a contemplare la tua sconfitta irreversibile, e a gustare sulle labbra un sapore amaro che si mescola alla dolcezza dell'abbandono. Il martellamento che fino a quel momento ti aveva stordito ha smesso di picchiarti i timpani, e il silenzio totale ti circonda e abbraccia, offrendoti un conforto un po' ottuso.

 - Eccoti, Sigma, chiudi la porta e siediti.

Detesto quando il mio capo mi accoglie con quella formula; é sempre l'inizio di una conversazione che porterà con sé strascichi devastanti; l'espressione seria dell'altra persona che siede nel suo ufficio, rafforza la mia convinzione: conosco bene quel volto abbronzato e rugoso, quegli zigomi larghi sotto gli inespressivi occhi azzurri. Il ciuffo grigio ben pettinato. E' Marcus Flanaghan, direttore finanziario della UC&IC, l'azienda americana che a lungo ha detenuto il 49% delle quote della società per cui lavoro da diciannove anni. Da due mesi a questa parte, tuttavia, non detiene più solo il 49% delle quote: infatti la UC&IC é riuscita a strappare, dopo anni di trattative, quel piccolo 2% che permette di acquisire la maggioranza in Consiglio di Amministrazione.

Pertanto siamo diventati una controllata della Universal Chemical and Industrial Corporation [siamo diventati: mi detesto quando parlo così, quando riscontro in me quello stupido senso di appartenenza, solo perché ho dedicato a quest'azienda diciannove anni di orari assurdi, sforzi, energie, attenzioni, pensieri, notti insonni, malesseri vari, litri di Maloox ingurgitati ad ogni ora, dando il meglio di quello che avevo; non sono sicuro che questo patetico e romantico senso di appartenenza sia mai stato ricambiato dai membri del consiglio di amministrazione]: in ogni caso l'azienda presso cui lavoro, adesso, fa parte della multiforme galassia delle controllate della UC&IC. Un puntino nell'universo per utilizzare un'altra metafora di stampo astronomico. Una delle tante aziende di piccole-medie dimensioni, sparse su tutto il globo, ma di proprietà di un'unica vorace madre, con sede a Cleveland nell'Ohio.

Il destino di migliaia di persone di lingue, razze e religioni diverse, con differenti abitudini e molti sogni comuni, dipende da un gruppo di analisiti finanziari con camicie bianche a manica corta e occhialini con montatura da sfigato, che - divorando numeri su numeri - sputano poi la sentenza di morte per gran parte di quelle vite disperse in Europa, Asia e Medio Oriente.

Mentre cerco di trovare una posizione composta e comoda sulla poltrona in pelle che fronteggia la gigantesca scrivania del Gran Capo, rifletto sul fatto che Ohio sembra quasi un'esclamazione di dolore; mi chiedo dopo quante frasi uno dei due tirerà fuori la parola razionalizzazione. A quel punto la fine sarà nota.

- Sigma, credo tu conosca già Marcus Flanaghan - faccio un cenno; la bocca mi si é già riempita di sabbia, le mani sono ghiacciate eppure sudano. Cerco di stiracchiare un sorriso, ma credo che il mio viso sia contratto da una smorfia indecifrabile. Il Capo prosegue, credo che non si sia nemmeno accorto del mio disagio.

La cosa di lui che più mi irrita e allo stesso tempo affascina é che riesce a mantenere il medesimo atteggiamento distaccato sia che stia licenziando un membro valido del proprio staff, sia che parli di dati delle vendite, sia - infine - che commenti la partita della domenica precedente. Il suo sguardo gelido, fisso su un punto imprecisato della scrivania, una mano appoggiata al bracciolo della poltrona e il tono di voce piatto e costante, le parole soppesate in un solido eloquio.

Mi racconta dell'acquisizione da parte della Universal Chemical & Industrial Corporation come se fosse una specie di fulmine a ciel sereno. Ignora, o finge di farlo, che le voci su questo passaggio di proprietà di susseguono da almeno un anno. Di certo ignora che io sono fortuitamente venuto in possesso di un piccolo ma esaustivo plico relativo alle trattative fra i soci italiani e quelli americani, in cui si evinceva che i giochi erano fatti.

Come sono venuto in possesso di quel plico? Facile: il Gran Capo é un pasticcione, ha lanciato la stampa di quel documento riservato sulla mia stampante, anziché sulla sua. Evidentemente, lo ha poi rilanciato, pensando che la sua stampante non avesse ricevuto l'input. Quando mi sono accorto che la mia Xerox stava vomitando fogli scritti in inglese, mi sono detto "buttali senza leggerli". Tuttavia ha prevalso la mia curiosità, così in un colpo solo ho saputo che eravamo stati venduti e che il Gran Capo aveva personalmente seguito l'operazione. Non sapevo che Giuda fosse calvo e inforcasse occhiali da nerd.

Ora mi sto sorbendo da dieci minuti un'interessantissima esposizione circa  i programmi di investimento e i progetti a medio-lungo termine. Non ne capisco la ragione, ma sento che questi programmi a medio-lungo termine non mi riguardano, realmente.

- Immagino che tu sappia che l'headquarter di UC&IC in Europa é a Norimberga.

Annuisco con un cenno. Norimberga, scelta azzeccatissima: in quella città della Baviera, settant'anni fa, avevano luogo le celebrazioni dell'orgoglio nazista. Al giorno d'oggi sembra appropriato fare di Norimberga il teatro di una delle tante esibizioni di nazi-capitalismo che stanno devastando l'Europa.

- Per questo motivo, UC&IC ha deciso di centralizzare tutte le attività amministrative in Germania, al fine di ottimizzare la gestione delle informazioni. 
- Fantastico - dico io con un tono evidentemente ironico - adoro la Baviera.
- Aspetta, Sigma - mi interrompe il Gran Capo, mostrando di non aver colto la mia ironia - nell'ambito di quest'attività di razionalizzazione della struttura siamo costretti a rinunciare a gran parte del nostro personale.
- Capisco - finalmente aveva calato il jolly: razionalizzazione, il passe-par-tout di ogni politica di riduzione del personale.
- Tu lo vedi, come lo vedo io, che al giorno d'oggi un'azienda non può reggere gli attuali costi del personale. La crisi, ma anche una certa logica di gestione delle aziende impongono questa scelta.
Resto in silenzio, non credo che si aspetti una mia risposta; lo sfido a guardarmi negli occhi, ma é una sfida che lui non accetta mai. 
- Purtroppo, esaminate le professionalità presenti a Norimberga, e le attività che verranno trasferite, UC&IC ha valutato di non avere bisogno della tua figura, e per questa ragione sono costretto a comunicarti il licenziamento. Ciò non significa ovviamente che il lavoro che hai svolto fino ad ora per quest'azienda non sia stato apprezzato: semplicemente le logiche di riorganizzazione della struttura ci hanno obbligati a scegliere, a prescindere dal valore di va e di chi resta.

La sua voce comincia a sfumare lentamente e da lì in poi non sento altro che un ronzio sempre più lieve fino al silenzio totale.
Ho pensato spesso a come avrei reagito in una situazione del genere. A volte temevo che sarei scoppiato in lacrime e avrei implorato per un ripensamento; altre volte sentivo che mi sarei alzato in piedi, avrei rovesciato la scrivania di mogano addosso al mio capo, e lo avrei martellato di cazzotti fino a ridurre in poltiglia quella stupida faccia da secchione.
Invece vengo colto da una stranissima sensazione di pace. Il cuore, che fino a quel momento aveva picchiato come il pistone di un motore grippato, adesso si é stabilizzato su un battito regolare. Le mani hanno riacquistato una temperatura accettabile e si sono improvvisamente asciugate. Mi chiedo solo quando potrò alzarmi e uscire, per vedere il mondo con gli occhi di un disoccupato senza speranze.

Improvvisamente intercetto lo sguardo di Flanaghan: é ghiaccio allo stato puro. Per lui, la vita di questo insignificante puntino di nome Sigma non rappresenta nulla, é evidente. Lui ha davanti un'equazione: x é il numero dei dipendenti attualmente a libro paga; y é il numero di quelli che dovranno rimanere entro due mesi; la soluzione di quest'equazione ha una formula semplice: riduzione del personale. E così é: il mio problema é che io sono la soluzione al suo.

Non sono sicuro che il Gran Capo abbia finito di parlare. Ciononostante, mi alzo in piedi e tendo la mano a Flanaghan.

- Ben fatto, Marcus - gli sussurro, facendogli l'occhiolino. Poi mi giro ed esco.

Comincio a camminare, lentamente, sfiorando gli altri colleghi che mi sbattono contro, e si girano esterrefatti. Cammino giù per le scale, attraverso il piazzale pieno di Audi e Bmw, oltrepasso il cancello. Non ho spento il mio computer, ho abbandonato la valigetta, l'agenda, il cellulare, non ho fatto telefonate di commiato. Non ho raccolto le mie cose nella canonica scatola di cartone che accompagna usualmente all'uscita i licenziati. Ho lasciato le due foto sulla scrivania, il portamatite in legno decorato, il portaoggetti in pelle rossa che avevo comprato in quel negozio del centro dove vendono oggetti per ufficio, la Mont Blanc che mi avevano regalato il giorno della mia laurea. Non ho salutato i miei compagni di viaggio, né il custode.

Cammino, con lo sguardo perso nel vuoto, e un ronzio fastidioso nelle orecchie. Sento un cerchio alla testa e le ginocchia che cedono. Mi siedo su un muretto, un centinaio di metri oltre al cancello della mia azienda. Mi giro a guardare l'elegante palazzo in acciaio e cristallo. Che sbadato che sono: non é più la mia azienda.

Forse non lo é mai stata. Mi chiedo cosa resterà di me, da questo momento in poi: probabilmente non ho lasciato nessuna traccia; centinaia di bilanci, rapporti, prospetti, schemi, relazioni, numeri, numeri, numeri che si sono mescolati a quelli prodotti da qualcun altro e ad altri ancora, in un fiume di informazioni tritate, masticate e digerite.
Probabilmente non ci sono mai stato. Nemmeno nelle vite dei miei colleghi: chiacchiere al caffé, riunioni, il pranzo alla mensa aziendale, le telefonate, le trasferte. Tutto cancellato. Qualcuno di loro troverà una scrivania nell'hq di Norimberga, qualcun altro si siederà su un muretto come il mio, qualche fortunato si ricollocherà nel mercato del lavoro devastato dalla crisi.

Tutte ombre, che svaniranno presto. Mi sento solo, solo come non mi sono mai sentito: non ho nessuno con cui parlare di quello che (non) sento, nessuno con cui piangere, nessuno con cui ridere nervosamente, di quel riso rabbioso che tanto assomiglia al pianto. Eppure questa solitudine mi é indifferente.

La disfatta ha un sapore incredibilmente dolce, che permane a lungo, appiccicoso e denso, sul fondo del palato. Resto lì, sul muretto, mentre i pedoni indaffarati - con ancora delle prospettive e delle aspettative - sfilano davanti a me, senza nemmeno notarmi: mi sento leggero, completamente privo di peso. Sulla casa di fronte qualcuno ha scritto una frase con una bomboletta di vernice nera:

the slave has nothing to lose but his chains.

Lo schiavo non ha altro da perdere, tranne le sue catene. Le mie catene erano la speranza e le aspettative. Ora che ho perso anche quelle posso restare seduto su questo muretto a contemplare la fine.

giovedì 2 agosto 2012

LE CATTIVE RICETTE DEI SIGNORI DEL CAPITALISMO



C'é qualcosa che non mi torna nel disegno dei governanti occidentali per traghettarci fuori dalla crisi economica attuale. Sembra infatti che le ricette proposte per risolvere la drammatica situazione siano suggerite da una mente occulta con il segreto intento di affossare il capitalismo, più che salvarlo.
Tagli al personale, licenziamenti, prolungamento dell'etò lavorativa, ritocchi al ribasso sulle pensioni, riduzione della spesa e degli investimenti, dismissione del patrimonio pubblico, privatizzazioni: questa é una liquidazione coatta, non é una strategia di uscita dalla crisi! Di questo passo il sistema economico intero sarà azzerato, sotto il peso della stagnazione, della disoccupazione, della sperequazione e della povertà. Parole grosse per delineare una situazione grave.

Ascoltavo di recente un eminente protagonista della scena politica ed economica americana sostenere con candore infantile che se i consumi non cresceranno a breve con un tasso almeno pari al 2,5% non si potranno creare nuovi posti di lavoro. Lì per lì, ho temuto di aver capito male, ma poi il giornalista ha replicato con sicumera imbarazzante l'affermazione dell'economista. E mi sono cadute le braccia, perché é il pensiero comune di statisti, industriali ed economisti, anche e soprattutto in Italia.
Mi sembra che ci sia un po' confusione fra cause ed effetti, fra soluzioni ed obiettivi. Chiedere maggiori consumi per poter aumentare i posti di lavoro é un paradosso clamoroso, che inverte completamente quelle che sono le dinamiche economiche. Quello che si vorrebbe é che una popolazione di disoccupati e sottostipendiati, progressivamente impoveritasi in questi anni di abusi e prepotenze e inefficienze, si facesse carico della soluzione della crisi attuale, mediante un incremento dei consumi al fine di garantire alla aziende la certezza di poter tornare a spendere. Praticamente ci si aspetta che il consumatore abbia quell'ottimismo cieco, quella voglia di investire che manca a chi - per definizione - queste doti dovrebbe averle innate, ossia gli imprenditori e le banche. In pratica, a imprenditori e banche piace vincere facile, ma questo - bene o male - lo avevamo già capito da un po'. E dire che l'alta propensione al rischio dovrebbe appartenere più agli imprenditori che non ai consumatori e ai risparmiatori...

Tanto vale, allora, prendere i testi dei grandi economisti degli ultimi cento anni, e bruciarli in un enorme autodafé culturale, durante il quale immolarci noi stessi in nome di Angela Merkel.

Questa é follia, questo é un suicidio economico: prima, occorre creare posti di lavoro, che equivale a costituire un reddito spendibile; reddito che poi verrebbe appunto utilizzato per acquistare beni di consumo.

Creare posti di lavoro significa ricostituire quel patrimonio di fiducia e di moneta che permetta successivamente a ciascun individuo di collocarsi in modo attivo sul mercato. Attualmente c'é una grande fetta della popolazione che fatica a pagare ogni mese bollette e rate del mutuo sempre più pesanti e a garantire per sè e la famiglia a carico una sussistenza minima: come si può pretendere che giochi il ruolo di traino di un vagone pesante come quello che l'economia agonizzante dell'Italia?

La soluzione a questa impasse c'é e ha un nome che oggi come oggi suona ai più come una bestemmia, ma che bestemmia non é: spesa pubblica. Senza la spesa pubblica, non si ha crescita, che piaccia o meno ai cervelloni che ultimamente regnano su questa landa devastata dal capitalismo selvaggio che é l'Occidente industrializzato.

La spending review [tanto per usare qualche bel termine anglosassone che fa sembrare intelligente un'operazione che é invece un'idiozia vera e propria] non deve essere in conlfitto con la crescita, a meno che non sia stata concepita come lo strumento con il quale si pratica l'eutanasia ad un sistema economico e ad una Nazione intera.

La spesa pubblica metterebbe in circolo denaro salutare, sarebbe carburante nel motore dell'economia italiana ed europea; finanzierebbe le produzioni, le assunzioni, i consumi.
Ovunque ci sia stata crescita economica, questa é stata preceduta da investimenti pubblici.
Il fatto che un giorno un gruppo di vecchi bacucchi ottusi, per lo più tedeschi, abbia scolpito su una tavola della legge la parola rigore, non significa che si debba per forza morire tutti su questo principio.
L'altro tabù che si é fatto strada dal 2011 in poi é il debito pubblico. Il debito pubblico é diventato il demone di ogni governo da quando ci si é resi conto che gli interessi per ripagarlo sono onerosissimi.

Tuttavia il debito pubblico non si copre tagliando fondi alla sanità, al pubblico impiego, alle forze dell'ordine, alla scuola, ai trasporti pubblici e ai servizi pubblici in generale; non si tappa il buco nero svendendo il patrimonio pubblico. Non si tappa licenziando, riducendo le pensioni, costringendo la gente a lavorare oltre l'età in cui il fisico regge un normale ritmo lavorativo.

Il risultato si raggiunge attraverso un'attenta analisi degli sprechi, andando a limitare - per esempio - la libertà di spesa degli enti locali, quando questa spesa non é immediatamente riconducibile ai servizi che gli enti pubblici devono fornire per definizione. Si potrebbe cominciare abolendo le Regioni a Statuto Speciale con autonomia di spesa e di auto definizione.

Il risultato si raggiunge anche riducendo il numero di consiglieri, assessori, sottosegretari, parlamentari, ministri, alleggerendo la struttura politica; riducendo inoltre certe attribuzioni e garanzie (che spesso assumono le dimensioni di privilegi veri e propri) a favore delle cariche politiche di qualsiasi livello siano.

Ancora: il risultato si raggiunge con un'intelligente politica fiscale che da una parte preveda la riduzione al minimo dell'evasione fiscale, dall'altra redistribuisca il carico delle imposte, spostandolo sui redditi più elevati. Trovo assurdo che i redditi superiori a 75.000 euro siano tassati tutti e indistintamente a 43%: la proposta francese di tassare al 75% i redditi superiori al milione di euro mi sembra molto radicale, ma efficace e tutto sommato giusta. L'ostinata resistenza di Monti ad introdurre una tassa sui patrimoni denota come il nostro Presidente del Consiglio sia più orientato a tutelare le classi sociali più elevate che non ad aiutare l'economia italiana. E' questione di cultura: Monti é un cattedratico della Bocconi, non ha nel dna una filosofia sociale.

Proseguendo, la copertura del debito si raggiunge attraverso una trasparente gestione degli appalti, riducendo al minimo gli episodi di corruzione che - per natura - tendono a rendere meno efficente il processo di realizzazione delle opere pubbliche che vengono a costare di conseguenza sempre più del previsto, rivelandosi una vera e propria emorragia di denaro pubblico.
E ancora: il risultato si raggiunge con l'introduzione della Tobin tax, che va a colpire i redditi derivanti da speculazioni finanziarie; la Tobin tax avrebbe un doppio effetto: assicurerebbe un gettito importante all'Erario e disincentiverebbe le speculazioni che tanto hanno destabilizzato i mercati finanziari nell'ultimo anno. In questo modo la Borsa, anzi le Borse mondiali, tornerebbero a svolgere il ruolo per cui sono nate: il luogo in cui le aziende raccolgono fondi per lo svolgimento della propria attività. Il luogo deputato, il luogo di approvigionamento finanziario, sulla base della propria capacità di remunerare il capitale investito. Shiftare dalla finanza - astratta, sterile e cinica - all'industria, che produce qualcoaa di concreto, tangibile e reale, rappresenterebbe la svolta ulteriore verso la normalizzazione di un'economia che - dagli anni ottanta in poi - da quando cioé la finanza speculativa ha preso il posto dell'industria e dell'agricoltura, é andata diventando un campo di razzia per furbetti e cialtroni.

Questi sono solo provvedimenti di buon senso: sono certo, tuttavia, che siano molto più efficaci dei sofisticati meccanismi che si stanno studiando ad alti livelli.
L'economia ha bisogno di respirare: questa spending review improntata al rigore sembra invece chiudere lentamente il rubinetto dell'ossigeno.