sabato 28 luglio 2012

WE LIVE HERE


Abito in una città caotica, rumorosa e disordinata e all'apparenza sciatta: Milano.

Già, Milano, due milioni di individui che come formiche intontite brancolano agitati per le strade, su e giù dagli autobus, sprofondati negli inferi umidi e bui della metropolitana, guidati irrazionalmente dalla frenesia in una vita frettolosa senza significato alcuno.

Spesso - osservando distrattamente questo andirivieni impazzito dei pedoni sui marciapiedi, di automobili e ciclomotori e autobus e biciclette agli incroci o ai semafori - mi sorprendo che non si verifichino continui scontri e incidenti; faccio, infatti, molta fatica ad accettare che il traffico urbano sia l'effetto di scelte razionali e coordinate di milioni di individui: mi piace credere, piuttosto, ad un flusso non governato da altri che non sia il fato. Come potrebbero, altrimenti, le intenzioni di ciascuno collidere talmente bene da generare un fluire razionale di mezzi senza causare di continuo urti e grovigli di lamiera?
Tuttavia, la cosa inaspettata e che - profondamente e di primo acchito - mi turba e delude, é che sembrino ancora più casuali e rari gli incontri. Ci si sfiora, urta, schiva o evita; si cammina appaiati, ci si supera, aggira, sorpassa ed ostacola. A volte ci si insulta, ignora, irride, provoca, biasima e offende.

Ma forse non ci si incontra mai, contrariamente ad ogni legge statistica. Quante opportunità sprecate!

Una città non é soltanto il complesso di edifici e strade e parchi e giardini pubblici; una città é la massa di persone che la abitano tutti i giorni, che siano nativi, immigrati, pendolari o turisti. Eppure in una città di due milioni abbondanti di persone gli incontri che si trasformano in contatto sembrano molto più che rari.

Ho concepito questa riflessione in un caffè di Corso di Porta Romana, una mattina di giugno; era presto, l'aria non era ancora insopportabilmente calda, e il traffico non aveva già toccato le sue abituali vette di rumore e disordine. Ero in piedi, davanti al banco del bar, e guardavo il viavai di avventori che arrivavano, addentavano il proprio croissant con gli occhi fissi su di un quotidiano, ingoiavano il solito cappuccino, pagavano e scappavano lasciando solo un saluto frettoloso. Tutti indifferenti al turbine di umanità che ruotava intorno a loro.

Un uomo anziano stava fumando una sigaretta in piedi sulla porta che dal bar portava alla strada, di fatto ostruendomi inconsapevolmente il passaggio: per uscire dal locale ho dovuto appiattirmi contro uno stipite e scivolargli vicino, poiché non dava cenno di spostarsi nemmeno alla mia cortese richiesta di passare; una volta superato, mi ha rivolto uno sguardo trasparente, fisso e vuoto.  Restituendogli un'occhiata inespressiva, ho pensato che questa città é un luogo di eterno passaggio, un enorme scatolote di transito; gente che arriva, si ferma per tanto o poco, e poi se ne va, dietro a nuovi lavori, a nuove relazioni, in altre città. E chi resta - piano piano - perde la capacità di distingere lingue, lineamenti e forme di vita, diventando indifferente al fluire di vite che si alternano per le vie. Un'assuefazione alla convivenza, potremmo dire. Forse é così per tutte le città, dove radicare é dificile se non si ha un passato da ricordare.

Ma non mi basta. C'é qualcosa che non torna, qualcosa di non evidente, che mi impedisce la giusta lettura.

Per muovermi rapidamente da una parte all'altra di questa piccola, complicata ed incoerente metropoli, utilizzo uno scooter, da cui non mi separo mai. E' un Suzuki Burgman 400cc, del 2005, sufficientemente vissuto al punto da entrare nei miei affetti, sufficientemente potente e agile da permettermi i guizzi fra le auto in coda, gli scatti ai semafori, gli allunghi sui vialoni alberati. Amo guidarlo mentre ascolto la musica, con le cuffiette sotto il casco. Ascoltare musica mentre mi sposto - pur esponendomi a qualche pericolo di troppo - mi concede anche una visione diversa delle cose. Filtrando ogni rumore, osservo questa specie di film muto che mi racconta un'altra storia.

Quest'altra storia, l'altra storia della mia città, ha la colonna sonora di Pat Metheny, e in particolare un brano che si intitola We live here. Un titolo evocativo, direi, per un pezzo che inizia con una fusione di suoni e di rumori distorti, come se fossero l'eco della vita quotidiana di una città caotica, suoni e rumori che poi si trasformano in un ritmo martellante a metà fra il jazz e l'etnico, per poi prendere aria e volume e mutare in una specie di volo ad ampio respiro. Lo stesso volo che mi sembra di compiere quando  - con questa metafora sonora nelle orecchie - mi muovo per Milano.

Ed é in quell'istante, come se improvvisamente venissi dotato di un paio di occhiali magici - riesco a vedere qualcosa di diverso, di vivo in una città che - senza la pazienza e la curiosità necessarie - continuerebbe a sembrare un grigio meccanismo a orologeria privo di senso e di gioia.

Attraverso questi occhiali vedo una città nuova, che ha un senso.

Cammino sui marciapiedi, sbircio nei cortili e la mia curiosità viene premiata da scorci inaspettati.
Se osservo meglio il fluire rapido dei passanti, vedo vite piene. Cosa fa scendere dal letto ogni mattina queste persone, qui e in ogni parte del mondo, per salire su treni stipati, incolonnarsi in code infinite, pigiarsi su vagoni della metropolitana, affrettarsi nelle vie? L'aspettativa di uno stipendio, i rapporti interpersonali, l'ambizione, il piacere di svolgere una professione, l'impegno per portare a casa il necessario per mantenere una famiglia, il potere, la visibilità, la prospettiva di un cambio di vita, la voglia di farcela in una città nuova.

E così questa moltitudine in perenne movimento ha trovato il denominatore comune: stiamo tutti cercando un senso alle nostre vite, e spesso lo troviamo. E' un'illuminazione da poco forse, ma questa mia consapevolezza mi permette di trovarci tutti accomunati e mi toglie un po' di quel grigio pessismismo.

E vedo qualcosa di diverso: vedo studenti che si fermano davanti agli ingressi delle università; riconosco quel sorriso spensierato che avevo anche io a quell'età, e forse sogni e aspirazioni di cambiamento. Vedo famiglie di persone provenienti da altre parti del modo, in fuga da guerre, o carestie o dittature, su automobili scassate cariche di scatoloni ikea: i loro volti hanno l'ombra di chi é lontano dalla propria casa, ma anche la luce di chi ci sta provando, di chi sta cercando di farcela in un altro posto, forse meno spaventoso. Vedo mamme nei parchi, che - con i volti trasfigurati dall'amore - seguono con attenzione o apprensione i primi passi di nuove vite che dovranno fronteggiare questo futuro dall'aspetto incognito e cupo. Vedo anziani, che si raggrumano davanti ad un campo di bocce, o ai tavolini dei vecchi caffé, intorno ad un giornale da sfogliare e commentare; i loro sorrisi sono più affaticati, ma sono addolciti dal piacere della compagnia reciproca.

Accelero lungo Corso Venezia, nel piano della gloria di Milano, palazzi sette e ottocenteschi, eretti dalla ricca borghesia e nobiltà milanese prima che la mia città diventasse teatro dei primi conflitti di classe. Le finestre brillano al sole, statue neoclassiche si sbilanciano guardando di sotto, il traffico in movimento, mentre i negozi di beni di lusso si susseguono come una pernacchia alla crisi economica. Mi fermo ad un semaforo. Accanto a me si arresta un ragazzo di colore, su una bicicletta un po' scassata, con il fanalino rotto e i parafanghi crepati. Esplora il mio scooter con occhi vivaci e furbi e poi mi rivolge un sorriso: anche lui, come me, deve aver calato sugli occhi un paio di occhiali magici. A cavallo di quel cancello su ruote sembra sentirsi il re del mondo. Si guarda in giro e fischietta. Oltre il ragazzo - come un'ombra - arriva rombando una moto di grossa cilindrata, che si ferma e ruggisce impaziente nell'attesa del verde. A bordo, un uomo in abito grigio e camicia bianca inamidata. La pelle lucida e abbronzata, con un filo di barba. Gli occhi nascosti dietro ad un paio di Ray Ban di ultima generazione. Non rivolge nessuno sguardo, non sorride a nessuno. Non vede il mondo che gli gira intorno. Forse i suoi pensieri sono già rivolti al lavoro che deve svolgere, chissà: affari da concludere, ricchezze da accumulare e da gestire, o da trasferire, società da acquisire, persone da trasformare in esuberi. Anche lui ha un senso in questa città, ma é un senso che sfugge ai più, e spesso é un senso che va a negare quello di tutti gli altri.

domenica 22 luglio 2012

CRONACHE DELLA RIVOLUZIONE [IMMAGINARIA]


Oggi, 21 luglio 2012, dopo che nelle predenti settimane erano state registrate timide proteste e manifestazioni di piazza e agitazioni fondamentalmente isolate, i tumulti sono scoppiati in modo consistente alle prime ore del giorno, e hanno via via addensato in modo massiccio ampie fasce della popolazione.

Ancora si ignora quale sia il focolaio da cui ha preso inizio questa rivolta che - ora dopo ora - sembra farsi sempre più estesa e violenta: alcuni dicono dalle fabbriche di Pomigliano d'Arco e Termini Imerese, in un'azione combinata delle rappresentanze sindacali, pianificata a tavolino nei giorni precedenti; altri sostengono che il tutto sia nato all'ingresso delle università milanesi, in particolare l'Università Statale di via festa del Perdono e della Bicocca (é esclusa per certo l'Università Commerciale Bocconi, nella quale le abituali attività didattiche e proseguono regolarmente); infine una terza teoria, forse la più accreditata, attribuisce la responsabilità iniziale ai centri sociali.

Le ragioni dell'insurrezione sono molteplici: le notizie dei moti dalla vicina Spagna, l'intenzione della Francia di imporre un'aliquota fiscale del 75% sui redditi superiori al milione nello stesso momento in cui il Presidente del Consiglio Mario Monti sostiene che l'imposta patrimoniale non sia necessaria, la messa in cassa integrazione di un alto numero di operai della Fiat, la crisi economica perdurante unita ad una sperequazione della ricchezza che ha ormai raggiunto livelli inaccettabili.

Certo é, in ogni caso, che la rete - intesa come internet - abbia svolto fin dalle prime ore un ruolo fondamentale nella diffusione prima delle informazioni necessarie ad organizzare la rivolta, e successivamente a mantenere gli aggiornamenti sullo stato delle azioni. Infatti, visitando i siti dei diversi cosiddetti social network é possibile avere un quadro di insieme estremamente aggiornato della situazione.

La furia dei rivoltosi, figlia dell'indignazione ed insieme della disperazione e della necessità di cambiamento, é trasversale sia nelle adesioni, sia negli obiettivi colpiti. Nella Capitale, così come nelle principali città italiane, da Napoli a Milano, da Torino a Venezia e Palermo, gli studenti si sono mescolati con gli operai, i disoccupati e i lavoratori che hanno abbandonato il proprio posto per partecipare alla rivoluzione; sì, perché di questo si tratta: di una vera e propria rivoluzione. Di essa possiede la furia devastatrice, nonché la promiscuità di obiettivi e di classi sociali interessate.

Ghigliottine sono state innalzate in molte piazze: da Piazza del Popolo a Roma, a Piazza del Plebiscito a Napoli, a Piazza San Carlo di Torino, ma anche in molti altri capoluoghi di provincia le forche sono in corso di preparazione, mentre le sassaiole contro obiettivi simbolici (come banche, sedi di Società Finanziarie e di numerose aziende farmaceutiche e anche automobilistiche) si moltiplicano. Per non parlare delle barricate, che ormai impediscono il traffico nelle principali arterie cittadine.

I due casi al momento più più eclatanti e drammatici si sono verificati a Milano e a Roma.

Nel capoluogo lombardo é stata organizzata un'efficace spedizione presso la vicina Arcore, dove un manipolo di rivoltosi é riuscito abilmente a penetrare dentro le mura di Villa San Martino, con lo scopo (raggiunto) di prelevare l'ex Presidente del Consiglio, Cav. Silvio Berlusconi. Il Leader del Popolo della Libertà, sorpreso nel corso di un baccanale con giovani studentesse e sodali di partito, é stato tradotto vestito solo di una tunica da senatore dell'antica Roma - a bordo, pare, di un'Apecar - fino a Piazzale Loreto, luogo evocativo della storia della Liberazione milanese, dove lo aspettava una folla inferocita, che aveva eretto una mastodontica ghigliottina; condotto al patibolo in evidente stato confusionale, ha salutato la folla urlante, forse convinto di trovarsi alla convention del suo movimento; davanti al cappellano, resosi infine conto di essere invece alla fine dei suoi giorni, ha dichiarato (o almeno questo é quanto ci viene riportato): "Tutto quello che ho fatto, l'ho fatto per il bene della Nazione. Ora finirete nelle mani dei comunisti, ve ne accorgerete, mi rimpiangerete!" La sua testa é ora in possesso di uno dei capi brigata, che l'ha trasferita in luogo ignoto.

La sorte di Elsa Fornero si é invece compiuta in Piazza del popola a Roma: sorpresa da un gruppuscolo di rivoluzionari nei pressi di Palazzo Chigi dove si stava recando per definire gli ultimi aspetti della riforma del lavoro, riforma che avrebbe previsto la facoltà del datore di lavoro di non erogare ai lavoratori lo stipendio a fine mese, il Ministro del Welfare e del Lavoro é stata inizialmente presa a male parole, poi malmenata, infine condotta da un corteo che via via andava formandosi fin sotto al Pincio, dove - senza processi nè tanti convenevoli . é stata decollata.

Faccendieri, uomini di finanza, top manager, uomini politici e boiardi di stato, tutti braccati dal popolo in sommossa, stanno cercando rifugio in luoghi sicuri; ma le notizie che ci pervengono segnalano numerosi arresti ed esecuzioni sommarie.

Il Presidente del Consiglio si trova attualmente a Bruxelles per un impegno presso il Parlamento Europeo; si é comunque detto disponibile a rientrare a patto che i disordini cessino e la vita torni alla normalità. Tuttavia sembra che questa sommossa si adestinata ad estendersi, per intensità e portata.

Chi vi scrive é sceso in piazza un'ora fa, cercando di cogliere dal vivo impressioni ed opinioni. Ciò che appare evidente é il fluire di una rabbia sopita da decenni che si libera in modo fragoroso e disordinato.

La novità di quest'azione sta nel fatto che gli obiettivi sono scelti e logici: non vengono colpiti i funzionari, o semplici simboli del potere, ma i veri responsabili della situazione in cui versa il Paese.

Il Parlamento é circondato, i Parlamentari asserragliati dentro, con poche speranze di uscirne vivi. L'esercito non si é schierato a loro protezione, mentre ha spiegato le proprie forze davanti al Quirinale, a protezione del Presidente della Repubblica.

Il vostro corrispondente, nuotando controcorrente nel flusso di gente che scorre nelle vie di Milano é riuscito ad intercettare alcuni fra quelli che sembrano essere le guide ideologiche dell'azione rivoluzionaria.

Uno di essi ha dichiarato: "Non siamo interessati al potere fine a sè stesso. Quello a cui miriamo é rovesciare l'ordine attuale, azzerare la classe dirigente che ci ha guidati fino ad oggi, ricostituire una società dove tutti abbiano le medesime opportunià, creare un meccanismo che impedisca la concentrazione delle ricchezze. Equità é una parola che abbiamo sentito pronunciare troppo a lungo, senza vederla mai applicata. Ora si rende necessaria questa svolta cruenta. E pazienza se dovremo ricorrere alla violenza, perché l'obiettvo che ci poniamo é il benessere della maggior parte della popolazione e se per arrivare a questo occorre il sacrificio di quelli che fino ad ora ci hanno vessati, pazienza, accetteremo con serenità il loro sangue sulla nostra coscienza".

Come vedete un movimento giacobino che ha già trasormato le strade di Milano in una specie di riedizione delle storiche Cinque Giornate vissute dal 18 al 22 marzo 1848, quando a fuggire sotto la spinta dei rivoltosi furono gli Austriaci del Generale Radetzki.

Ora tutta l'Italia si unisce in questo impeto di cambiamento radicale, che - mi dicono - stia minacciando anche la Città del Vaticano, dove migliaia di giovani si stanno accalcando nel tentativo di cacciare Papa Benedetto XVI da San Pietro.

Come potete immaginare la situazione é estremamente fluida. Dopo decenni di immobilità il popolo sembra essersi reso conto della propria forza devastatrice e la sta getando in campo in un drammatico esperimento di drastico rinnovamento.

Come evolverà, quali successi otterrà e che impatto avrà sulla situazione civile italiana, non sappiamo ancora dirlo. é necessario restare in osservazione e aspettare.

giovedì 12 luglio 2012

ALIVE



Mi chiamo Sigmund. Per tutta la vita ho vissuto a MIlano, passando gran parte della mia gioventù a combattere contro la paura di non riuscire ad essere normale, non riuscire ad uniformarmi al mondo che avevo intorno, non risultare adeguato.

Lo spauracchio era costituito dai valori dei miei genitori, due brave persone appartenenti alla piccola o media borghesia. L'abito buono per andare alla messa la domenica, il posto fisso, il senso del dovere. Un percorso obbligato laurea, matrimonio, famiglia. L'ossessione per l'apparenza, un basso profilo davanti alle sconfitte e alle contrarietà. Mai mostrarsi sopra le righe, mai esternare con gesti o parole stati d'animo forti e intensi. Misura, Sigmund, mi raccomando.

Ero un piccolo disadattato, nel senso più intimo del termine. Vivevo in una bella casa nel pieno centro della città, venivo nutrito e accudito. Avevo entrambi i genitori. Eppure mi sentivo un disadattato.

Uscivo poco, e quando uscivo mi annoiavo. La città mi spaventava, sentivo un continuo bisogno di mimetizzarmi o di nascondermi. A scuola me ne stavo in un angolo, a fantasticare in solitudine, guardando - come uno spettatore clandestino -  i miei compagni di classe che vivevano la propria adolescenza in modo libero e istintivo, mentre io ero troppo occupato a recitare la parte del ragazzo perbene che mi era stata affidata senza che capissi perfettamente che cosa significasse.Un vero sfigato!

Avevo pochi amici e di questi mi meravigliavo sempre, cercando di individuare la perversa ragione che li spingesse a frequentarmi: il migliore fra i miei amici si chiamava Edoardo, ed era la naturale espressione di quella classe sociale milanese che nella propria vita non ha conosciuto altro che l'agio. Biondo, paffuto, spalle larghe, con un indisponente quanto spontaneo sorriso entusiasta sul volto appena incorniciato da una prematura barba.

Mentre per me la città era la sublimazione di tutti i miei incubi, la gabbia mortale di ogni mio istinto, al contrario il mio amico Edo riusciva ad inserirsi senza difficoltà in tutti gli interstizi che l'incoerenza di Milano gli offriva.
Il suo modo goloso di impadronirsi delle novità mi risultava alieno: io fuggivo e mi nascondevo, lui inseguiva, raggiungeva e si mimetizzava con la città. Aveva capito che la metropoli era un'opportunità per esprimersi, mentre io non avevo ancora raggiunto la consapevolezza di cosa volessi esprimere, tutto preso a giocare con i miei canoni e le mie fragili certezze imposte e malamente metabolizzate.

Questo senso di confidenza infondeva a Edo un'indubbia sicurezza, gli dava stabilità, gli permetteva di seguire le proprie emozioni e di tracciare la linea guida della sua vita in modo libero, mentre a me sembrava solo rovesciarmi addosso ulteriore timidezza e senso di estraneità, di solitudine.

Vivevo ingabbiato in un reticolato di domande e di incertezze e di aspettative subìte e offerte, di dubbi e di scelte compiute come necessità apparentemente inevitabili, con la certezza di trovarmi in un luogo, in una vita, in un sistema di atteggiamenti e di scelte inadeguati a me.

Ero convinto di essere stato calato nei panni di un'altra persona, che non ero io. Cercavo modelli, mi confrontavo e rapportavo, senza trovare soddisfazione in ciò che ero. Tutti i modelli a cui mi rapportavo, pur sembrandomi irraggiungibili, mi offrivano la garanzia di essere migliori di quanto io fossi.
Sentivo una forza che da dentro cercava di liberarsi all'esterno e che si materializzava nella voglia di fuggire.

Dovevo cercare una svolta, compiere uno sforzo per cambiare tutto ciò, ma soffocavo questo istinto per pigrizia o per paura di scalfire il modello di vita che arbitrariamente anche se amorevolmente i miei genitori avevano scelto per me.

Così mi dibattevo in un'interminabile oscillazione di umori sempre estremi, rassegnazione e ribellione mal sopita, e quest'altalena acuiva la percezione di me come di un emarginato: incapace di modificare le cose così come di accettarle.

Era quindi inevitabile che dovesse arrivare il momento di una frattura.

La prima volta che ebbi questa percezione concreta fu una sera di tardo inverno, durante una di quelle serate improbabili che erano ormai la prerogativa di Edoardo. La mia via di fuga doveva partire da lì: in un vecchio cinema di periferia, abbandonato e logoro come le case che lo circondavano, in un quartiere quasi fantasma.
Sul palco angusto, alcuni ragazzi stavano suonando in maniera molto personale brani rock recenti alternandoli ad altri di blues che mescolavano caoticamente, ottenendo un effetto non noioso.

I vecchi seggiolini di legno erano stati strappati, e la platea era stata così trasformata in un'ampia pista da ballo; faretti dislocati in vari punti dei muri perimetrali emanavano una luce indefinita ma efficace.

Tutti si muovevano e cantavano, seguendo con il corpo o solo con la testa le fluttuazioni della musica che usciva un po' distorta da grossi altoparlanti sfondati dall'uso e dal tempo.
Il chitarrista, dall’aspetto straordinariamente simile a Jim Morrison, strizzava gli occhi e saettava acuti frustando le corde con abilità.

L'odore di fumo si mescolava alla puzza di sudore, di birra rovesciata, di polvere e muffa e all'aria stantìa dei posti chiusi.
In fondo al grande stanzone rettangolare, nella penombra squarciata solo dalla debole luce al neon, un bancone scassato fungeva da bar e smerciava birre e bibite e forse anche qualche spinello.
Tutto aveva l'aria vagamente clandestina.

La mia amica Erika - che come me si era fatta convincere da Edoardo a partecipare a quell'happening - si guardava attorno abbastanza disorientata, senza perdere di vista il nostro amico comune. Figure indistinte con giacche di pelle, magliette candeggiate e jeans strappati la urtavano, la circumnavigavano e si distaccavano da lei, così anonima e insipida.

Edo salutava persone da lontano, stringeva mani, sorrideva a ragazze e le abbracciava, o si lasciava stringere le spalle e trovava comunque una battuta spiritosa; sorseggiava birra dai bicchieri di sconosciute e controllava con rapidi sguardi vari spazi del vecchio cinema cercando altra gente, altra gente e altra ancora. Lo osservavo chiedendomi dove trovasse tutto quello slancio:
- Come fa a trovarsi sempre a proprio agio? Sempre al posto giusto?
La voce di Erika mi arrivò strozzata sopra un brano degli Stones che richiedeva profusione di chitarre.
- E'...talento, direi.
- Lo odio, quando fa così!
- Non è vero: sei fottutamente innamorata di lui!
- Ma la pianti?
Erika, sempre fuori posizione, nascosta anche dietro a un'ombra, decisamente evasiva da tutto, arrossì e mi voltò le spalle. Mi chiesi se anche i miei due migliori amici si collocassero, per un ridicolo ed ironico destino, all'interno della metafora di estremi che era la mia città.

Senza perdere di vista Edoardo, mi avvicinai allo pseudo-bar e ordinai una bibita. Analcolica, ovviamente. Dietro al banco, uno specchio incrostato e incrinato rifletteva, deformandone le proporzioni, le immagini del concerto clandestino, e la mia figura, in primo piano come in un fotomontaggio.
Mi guardai in quel riflesso confuso, paragonando l'immagine di me con quelle variopinte degli altri ragazzi, in movimento come un'onda buia; ragazzi che liberavano la propria energia, che riuscivano a divertirsi: il mio maglione a losanghe, la camicia con il colletto stirato, i pantaloni di velluto chiaro, i miei capelli pettinati con la riga di lato; sembravo piombato in quel posto per un errore, come se avessi sbagliato indirizzo e fossi capitato in quel cinema ischeletrito invece che ad una festicciola di primi della classe, di fottuti ridicoli nerd.

Accanto a me, sull'unico sgabello disponibile, stava appollaiata una ragazza stranissima, vestita di stracci colorati e smunti, con anfibi giganti e i capelli corti ispidi e neri. La salopette viola cupo le scopriva una piccola parte degli stinchi lisci e pallidi, come pallido era il suo viso che aveva lineamenti molto belli e particolari, mentre le labbra erano carnose e scure.
Mi sentii squadrato: quegli occhi elettrici verde vitreo mi percorrevano come una lama di rasoio, raschiando la superficie di comportamenti finto-disinvolti che avevo impostato per sentirmi il meno inadeguato possibile. Tenevo il bicchiere alla bocca e seguivo con la coda dell'occhio ogni movimento di quella ragazza.

- E tu chi sei? - aveva una voce roca e strafottente, forse aggressiva.
Sperai che quelle parole non fossero dirette a me, non avevo voglia di parlare, mi sentivo assolutamente impreparato a sostenere una conversazione: poi ne incrociai gli occhi.
Scansionai rapidamente, ancora una volta, con la sola forza del pensiero il mio abbigliamento da bravo ragazzo di buona famiglia, appoggiai un gomito al bancone e mi impegnai a tenere un atteggiamento disinvolto.

- Sono venuto qui con Edo...

Gli occhi verdi si strizzarono in una smorfia di disapprovazione. Si accese una sigaretta e la fumò con aria sprezzante.
- Ommamma! Ma come ci si fa ad identificare in relazione ad un'altra persona?
- Come hai detto? - Ma la capivo fin troppo bene.
- Eddài! Insomma: io so chi é Edo e va bene. Ma tu non puoi dire sono-con-Edo, capisci? Cioè: ti ho chiesto chi sei, non con chi sei venuto.
- Sigmund, mi chiamo Sigmund.
- E...?
Alzai le spalle, posai il bicchiere sul banco e allargai le braccia.
- E niente, non saprei cos'altro dire. In questo momento.
La post-punk spense la sigaretta, sorseggiò della birra dal bicchiere di un ragazzo che passava, poi saltò giù dallo sgabello e cominciò a muovere i fianchi e le braccia e roteava la testa: lo faceva così lentamente e mollemente da generarmi dei brividi.
Sorrisi imbarazzato, cercando di divincolarmi da quello sguardo che non mi mollava nemmeno un istante.

Mi irrideva, sicuramente pensava che fossi un cretino. Anche io lo pensavo, sinceramente. Un perfetto cretino.
Tirò fuori dalla tasca della salopette un rotolino di carta ingrigita se lo infilò fra le labbra e lo accese, chiudendo gli occhi, annuendo al vuoto e aspirando lentamente come se stesse vivendo un'esperienza mistica; invece era solo uno spinello malfatto. Si volse e allungò una mano, porgendomi lo spino.
- Dai, tira un po'!

Lo spinello fra le sue dita e le labbra carnose: questa ragazza risultava attraente aldilà del mero aspetto fisco, e non conosceva il caos che si agitava dentro di me; quella canna sembrava crescere a dismisura ad ogni istante che restava nella sua mano tesa. Non avevo mai fumato uno spinello in vita mia, eppure mi attirava: non sono sicuro se mi attirasse l'esperienza potenziale che poteva procurare l'assunzione di droghe o se il fascino derivasse dall'infrangere una regola dettata dai miei genitori. Era la prima volta che realizzavo così lucidamente il fastidio per le loro regole. 

Intorno a me tutto girava e la musica aveva perso l'armonìa e risultava solo una catena di suoni allineati senza logica. Presi fra le dita fredde quella canna, anche solo per non aggiungere altri indizi negativi all'opinione che la ragzza si stava formando di me: tirai forte e ne inghiottii il fumo, in modo esagerato, nascondendolo nei polmoni e oscillando sulle gambe che tenevo leggermente divaricate, con i piedi ben saldi per terra.

Tossii come un cannone, mentre il volto mi ribolliva quasi dovesse scoppiare e la gola graffiata e incendiata mi trasmetteva uno strano sapore di fieno marcio bruciato giù per la trachea. Restituii lo spinello. Disinvolto.
- Visto? - dissi con un aria da fumatore consumato; ma non riuscivo a tenere lo sguardo fisso su nulla, e tutto mi passava davanti lasciando interminabili strisciate di colori senza forma; con una mano su un fianco, mi chiesi mentalmente dopo quanti secondi sarei crollato a terra o avrei vomitato. L'unico punto fisso di tutto quel vortice di sensazioni caotiche era il volto della ragazza, che ora ridacchiava aggiustandosi il ciuffo scuro di capelli sulla fronte. I lineamenti si erano ingentiliti, quel sorriso le illuminava il volto; mi sembrava bellissima, pur nell'assurdità del suo abbigliamento eccentrico e del suo maquillage improbabile. Stavo per chiederle il suo nome, ma lei parlò prima di me:

- Fantastico! Ne vuoi ancora?
- Meglio di no...sarebbe pessimo vomitare adesso. Qui.
Scoppiò a ridere, gonfiando le guance e buttando indietro la testa per soffiare fuori il fumo. Ma adesso mi sentii improvvisamente disinvolto e cominciai a parlarle e, via via che la conversazione si sviluppava e ramificava, quella sensazione di disinvoltura cresceva, come mai l'avevo percepita prima di allora.

Si chiamava Juliette, ed abitava in periferia, e non faceva l'università: scoprii che stava col chitarrista che, in questo momento, stava suonando un brano di Jimi Hendrix.
- Ah, stai con Jim Morrison!
Lei rise goffamente, senza capire: poi guardò il finto Morrison e per un istante percepii una fenditura nel suo bozzolo aggressivo; scosse la testa. Mi spiegò che lavorava come commessa in un negozio di dischi usati e lì lo aveva conosciuto.

La sorpresi parlandole della musica che ascoltavo, vedevo i suoi occhi allargarsi mentre le comunciavo le sensazioni che mi trasmettevano certe band dei decenni passati; provai ad esibire erudite quanto improvvisate riflessioni sulle diverse evoluzioni del rock dopo gli anni sessanta. Parlavo a raffica, non lasciandole il tempo di rispondere; avevo fretta di far uscire altri pensieri, era come se tutto ciò che non avevo espresso per anni si stesse accalcando alle mie labbra in quel momento.

- Oh...guarda che io lavoro solo in un negozio di dischi, mica ci capisco molto di musica!
- Va be'...ma tanto anche io sto un po' scazzando! Non prendermi mica sul serio, eh?
Rise ancora e mi mise una mano su un braccio. Mi sembrava di essere coinvolto per la prima volta in un dialogo brillante, mi sembrava di non aver comunicato per secoli, come se la corteccia di timidezza e di gesti guidati dei miei atteggiamenti educati e perbene si fosse lacerata.

Mi sentivo molto meno distante da Juliette, ora. Probabilmente era sono un'ingannevole sensazione, ma tanto mi bastava in quel momento.
- Sai, quando ti ho visto pensavo che fossi il solito insignificante universitario perbene...
- Sì, lo avevo capito: in effetti io sono il solito universitario per bene.
- Invece non sei male!
- Mah...ho solo fatto due tiri dal tuo spinello...

Risposi al suo sorriso, abbassando la testa in un rigurgito di timidezza. Sentii una vampata di calore partirmi dallo stomaco e arrivarmi alla base del cranio, poi venni colto da un'improvvisa voglia di agitarmi.
Mi allontanai all'improvviso dal bancone e corsi zigzagando fra la folla fino ad arrivare alla scaletta alla base del palco, dove i ragazzi stavano partendo con gli accordi di un brano dei Pearl Jam; mi sfilai rabbiosamente il maglione a losanghe, saltai i gradini a tre a tre, scattai incontro al cantante che, sorpreso di questo assalto mi lanciò ridendo il microfono; lo agguantai al volo e cominciai a strillarci dentro

- I'm still alive...I'm still alive...I'm still alive!!!
La band mi seguiva, Jim Morrison e il batterista si scambiavano occhiate sorprese, mentre il cantante mi indicava al pubblico e batteva le mani e mi accompagnava con la sua voce senza microfono; sentivo i colpi di batteria pugnalarmi la schiena, la mia voce - involontariamente ma splendidamente roca.

Vedevo, senza sentire, che tutti mi battevano le mani, e ridevano, e annuivano con plateali cenni del capo; cercavo con lo sguardo Juliette ma non riuscii a vederla. Poi sentii la testa turbinare e mi abbattei a terra, mentre la band finiva il pezzo con un interminabile sequenza di accordi acuti e penetranti, unici impulsi dall'esterno a sollecitare i miei sensi atrofizzati.

Ritornai in me presumibilmente pochi minuti dopo. Ero appoggiato ad un lampione, il mio campo visivo era occupato da tre volti: quelli di Edo, di Erika, e - con mio stupore - di Juliette.

Da lontano giungevano delle note di una canzone lenta che non riuscii a riconoscere. Un'aria fredda e profumata di terriccio umido mi solleticava le narici. Tutt'intorno, la solita desolazione della periferia sudorientale di Milano. Avevo di nuovo addosso il mio maglione a losanghe. I volti dei miei amici erano incuriositi. O sorpresi. Certo divertiti. Sicuramente non preoccupati

- Che cazzo ci fate, lì sopra? - chiesi con la voce impastata.
- Che cazzo ci fai tu lì così, idiota! - mi rispose Edo ridendo.
Mi diede un finto calcio ad una gamba.
- Juliette, che schifezza gli hai dato? Si può sapere?
Juliette si mise una mano davanti alla bocca, per soffocare una risata; tutta la scena in effetti era terribilmente ridicola, anche per me che giacevo intorpidito alla base del lampione.
- Mah, superpolline, credo, l'ho preso qui davanti prima di entrare...
- Eh, ci credo; uno show così...questo non ha mai fumato una sigaretta, figurati il superpolline! Superpolline, poi...chissà che minchiata c'era dentro!

Poi allungò una mano, mi fece alzare poi mi accompagnò alla sua macchina, sorreggendomi con un braccio.
- Dai rockstar, andiamo a casa.
Juliette fece per andarsene, cercai di fermarla. Volevo almeno chiederle se ci saremmo rivisti presto. Riuscii solo a dirle "ciao" con la voce impastata, faticavo a coordinare la lingua e le labbra. Lei si girò e da due metri di distanza mi fece un cenno con la mano, inclinando la testa e soffocando una nuova risata. Poi tornò dentro al cinema.

Più tardi, Edo ed io ci ritrovammo a passeggiare per l'isola pedonale estesa del centro città. Le luci fioche dei lampioni erano circondate da un alone umidiccio e tremulo; i nostri passi schioccavano sul marciapiede e le nostre voci si sgretolavano nel silenzio. Ascoltavo dentro alla mia testa un insistente brusio, mentre camminavo assorbendo con le ginocchia un leggero capogiro. E pensavo a Juliette, certo!
Volevo chiedere dettagli a Edoardo, desideravo sapere chi fosse, dove vivesse, come l'aveva conosciuta; volevo rivederla, parlarle ancora; sentivo, in quel momento, di avere ancora un sacco di cose da raccontarle di me, e da chiederle.

- Edo, ma Juliette...
Edo alzò le spalle, e respirò l'aria fredda di febbraio.
- Per favore...quella lì é una completamente fulminata, non é normale, non devi cercare di farti coinvolgere per compiacerla.
- Coinvolgere...compiacerla...Edo ma che cazzo dici? Mi sono fatto una canna. Forse ho bevuto della birra. Capirai!! Vuoi dirmi...cioè...tu non l'hai mai fatto?
- Ma cosa c'entra? Io sono io, tu sei tu. Io sono in un certo modo, perché mi piace essere così. Ma tu stasera ti sei tirato una canna intera di superpolline solo per non fare la figura del bamboccio davanti a quella fuori-di-testa.
- Ma quale "una canna intera"! Ho fatto due tiri. Una canna intera!
- Va be'...ognuno é libero di fare quello che vuole, ma non devi farti influenzare solo perché lei é...diversa. Diversa da te, intendo.
- Eh...
- Insomma, voglio dire: credevo che volessi essere...così: i tuoi vestiti, il tuo atteggiamento, il tuo modo di parlare e tutto il resto.
- Bella roba.
- Se sono cambiato è perchè i miei cambiamenti li ho fatti autonomamente, non li ho subiti solo perché un'anarchica mi metteva in discussione, porca puttana!
- Ma a me piace essere così come sono adesso, va bene?
- Ma come sei adesso? Ti sei fatto una canna e poi hai sdato. E' essere "diverso", eh?
- Oh, vaffanculo, va.
- Ma vacci tu, va'. Perché per trasformarti hai aspettato proprio stasera, proprio...Juliette?

Ero arrivato sotto casa mia, mi appoggiai al muro con la schiena e misi le mani in tasca. Non avevo risposte, o forse ne avevo troppe. Edo saltellava da un piede all'altro, con lo sguardo concentrato sulla punta delle sue scarpe. Non sembrava molto convinto.
- Che importanza ha, Edo, se cambio autonomamente o grazie a Juliette?
Eravamo tutti e due troppo stanchi per reggere anche una discussione esistenziale.
- Se sei contento tu, figurati io - mi diede un pugno sullo spalla e si incamminò - almeno finirai di starmi sempre fra le palle!

Io risalii barcollando le scale di casa, e mi infilai in bagno. Rimasi davanti allo specchio per alcuni minuti. Vedevo un ragazzo che non ero io.
Il volto ovale, la pelle rosa, gli occhi azzurri leggermente cerchiati e iniettati di sangue per la stanchezza. l capelli biondi che cadevano lisci e  ordinati dalla scriminatura ancora visibile, nonostante il casino della serata. Le labbra regolari e rosa. La camicia bianca a righe equidistanti azzurre e blu dal colletto inamidato, il maglione a losanghe.
Mi girai e frugai nei cassetti, trovai un paio di grosse forbici. Mi piantai con le gambe stabili davanti allo specchio. Tirai un respiro profondo, mi molleggiai sulle ginocchia; mi fissai negli occhi e annuii con un movimento impercettibile della testa, come se mi stessi dando da solo l'autorizzazione a compiere quello che avevo in mente. Poi cominciai a tagliare i capelli, in modo casuale e irregolare, recidendo ciuffi sui lati, e sopra la fronte e sulla nuca. Tagliavo, con cattiveria e determinazione, come se mi stessi amputando inutili arti rinsecchiti. Ogni tanto mi fermavo, osservavo il risultato di quell'operazione, che non era solo esteriore. Riprendevo, aggiungendo ulteriore determinazione.

Infine, quando mi sembrò di aver raggiunto il risultato, mi fermai e stetti ad osservare in silenzio. La maggior parte della testa era quasi rasata, qua e là sporgevano ciuffi irregolari, come punte di una corona impazzita. Ma non avevo ancora finito. Mi mossi evitando di calpestare i ciuffi biondastri che cadendo si erano distribuiti su tutto il pavimento e frugai nei cassetti finché trovai un barattolo di tintura che mia madre usava per coprire i primi capelli grigi. Lessi rapidamente le istruzioni e poi mi applicai il colore su ciò che era rimasto dei miei ciuffi.

Il giorno dopo gironzolai per le vie della periferia post industriale, chiedendomi se il mio cambiamento esteriore fosse una fatto puramente superficiale o fosse lo specchio di quella parte di me che stava liberandosi dalle convenzioni perbeniste che avevano ingabbiato i miei genitori prima di me; senza trovare risposte convincenti entrai in un negozio di periferia e mi comprai una giacca di cuoio nero, alcune camicie di jeans di diversi colori, maglioni stinti e comodi, pantaloni sportivi, un paio di stivali dalla punta tronca, un paio di scarpe da ginnastica viola e degli anfibi neri con i lacci e la suola a carro armato. Infine acquistai un paio di occhiali scuri.
Rientrai a casa e gettai in un grosso sacco le mie camicie a righe, il maglione a losanghe, le mie mocassino in cuoio lucido, i miei pantaloni in velluto e tutto il resto. Indossai alcune delle cose che avevo appena comprato, mi guardai riflesso nello specchio: stavo cominciando a riconoscermi.

martedì 3 luglio 2012

BORN IN THE USA!



["Last week came the Pope, next week will come Madonna.
But God is here, now"
San Siro, il 7.6.12, poco prima dell'inizio del concerto di Bruce Springsteen]

C'è un'America che mi piace. E' un'America genuina, robusta e solida, a volte un po' piaciona o ruffiana. E' un'America che suona la chitarra e l'armonica a bocca, e che parla di gioie semplici, di gente di città e di campagna, di ambizioni innocenti, come un lavoro onesto e faticoso e una corsa in macchina con la propria ragazza. E' un'America che parla di crisi, di politica, di cattivi governanti e di speranza. Della forza di tirare avanti affrontando responsabilità e sventure. Di fiocchi nei capelli, di tuffi nel fiume, di disoccupazione e di città che crollano, si rialzano e convivono con le proprie ferite.

E' l'America di Bruce Springsteen.

Scrivo questo post tre settimane dopo aver assistito al suo concerto di San Siro, l'ennesimo a cui io abbia preso parte: sì, dico preso parte, perché quando Bruce Springsteen suona insieme alla E-Street Band, l'energia si riversa sulla platea, la trasfigura e la contagia, finché i sessantamila sugli spalti e i dieci  musicisti sul palco si fondono e confondono, scambiandosi i ruoli: la folla che canta al colmo dell'entusiasmo, il Boss con la E-Street Band ad ascoltare e a guardarsi incredula per tanta partecipazione.

Il bello di andare ad un concerto di Springsteen consiste anche nel constatare la trasversalità del suo pubblico: cinquantenni dai capelli brizzolati, manager appena scappati dall'ufficio che tengono la cravatta appena slacciata e le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti, ragazzini con le magliette di Abercrombie & Fitch, giovani con i dreadlocks, mamme con passeggini in movimento per il parterre, coppie, singles dagli occhi spiritati, hippies e chi più ne ha più ne metta: l'unico comune denominatore é la passione per il Boss di Freehold. Ci si sente accomunati, mentre entrando si confrontano le playlist del concerto ideale, si scommette sul brano con cui inizierà il concerto, o quello con cui lo chiuderà o, ancora, quali saranno i bis. Molti conoscono i testi a memoria, altri indovinano ogni pezzo dalle prime due note dell'attacco, altri conoscono solo le parole del ritornello. Ma tutti vengono travolti dall'onda emotiva che si riversa dall'ampio palco. Sono stato a Milano il 7 giugno, ma mi sento ancora pervaso da questo contagio collettivo: so di sembrare iperbolico - per chi non ha mai partecipato - ma chi lo ha visto e ascoltato dal vivo almeno una volta, sa di cosa parlo e condivide esattamente ciò che sto scrivendo.

Con l'arrivo della sera, con la solita mezz'ora strategica di ritardo, per far calare il buio nel catino di San Siro e rendere così il concerto ancor più mistico, eccolo inondare il palco con la propria energia che - a sessantadue anni già abbondantemente compiuti - é sorprendente.

Quando Bruce Springsteen venne in Italia per la prima volta, nel 1985, era già un artista affermato: aveva alle spalle dischi importanti come Born to run, Darkness on the edge of town e The river. Dischi che legittimerebbero qualsiasi artista a tirare i remi in barca e a dire "ecco, io ho fatto questo". Ciononostante, la grande popolarità presso il pubblico italiano gli derivava dall'ultimo disco, Born in the USA, pubblicato sul finire dell'anno precedente.

Eravamo nel 1985, dicevo, in pieno furore yuppie; e quel Born in the USA, gridato così a gran voce poteva suonare come un inno all'America reaganiana: machismo, muscoli gonfi e lucidi, testosterone a stelle e strisce, yuppismo imperante, l'adorazione di massa del dio dollaro. Niente di più sbagliato. Era l'urlo rabbioso di tutti quegli uomini che si erano risvegliati bruscamente dal sogno americano. Una gran sberla sul muso di chi aveva creduto alla faccia vincente del capitalismo.

Born in the USA non é il mio disco preferito, ma in esso ci sono tutti i temi classici di Springsteen, temi che ad oltre venticinque anni di distanza, sono ancora tutti attuali.

Born in the USA ha il sapore di una condanna, come se il sogno americano si fosse trasformato in un demone rappresentativo di ciò che tutti si aspettavano e che al contrario grava come un avvoltoio sulla crisi che sta stravolgendo il Paese a Stelle e Strisce per estendere la sua lunga e mortifera ombra anche su di noi.

Siamo ancora qui, con gli stessi dilemmi, le medesime paure.

Fabbriche chiuse, disoccupati, orde di senzatetto, mutilati ed invalidi, ragazzini allo sbaraglio, questi  personaggi popolano da sempre le sue canzoni più lugubri, dal 1974 ad oggi, che mettono in guardia contro i rischi del capitalismo spinto. Scompensi inevitabili nella corsa all'accumulo. Situazioni che abbiamo iniziato a vedere anche qui da noi, noi che all'America abbiamo sempre guardato come ad un inarrivabile punto di riferimento.

La terapia a queste piaghe é fornita dalla genuinità forse un po' retorica ma spontanea e anche veritiera, di gioie semplici basate sul rapporto con la propria terra d'origine e le persone che qui sono nate e qui sono cresciute insieme a noi.

Sono passati venticinque anni, dopo Reagan sono arrivati George Bush senior, Bill Clinton, George Bush junior e finalmente Barack Obama. L'America é cambiata, ha affrontato lo shock dell'attacco alle Torri Gemelle e quello della bolla dei mutui supreme. Continua a dettare legge sia nella politica estera che in quella economica del globo. Sta perfino provando ad approcciare il concetto di assistenza sanitaria pubblica, proprio mentre da noi qualcuno sta avendo la bella pensata di praticare dei tagli sanguinosi proprio a quella spesa sanitaria che ci rendeva fieri di essere italiani.

Bruce Springsteen continua ad ammonire dal suo palco, che in certi momenti sembra un pulpito, trasfigurato dal proprio carisma. Lo fa ringhiando con la sua voce blues, ballando come un orango gongolante, sorridendo con il suo ghigno da contadino buono, rotolandosi sul legno del palco, duettando con Miami Steve Van Zandt, percuotendo le corde della sua chitarra, saltando in mezzo al suo pubblico.

Se vogliamo, lo possiamo considerare il sacerdote del puro entertainement: quando esci dai suoi concerti, sei stravolto dall'entusiasmo, hai urlato (il finale di concerto con dieci minuti ininterrotti di Twist and shout é stato catartico), hai ballato, ti sei abbracciato con il tuo migliore amico, con la tua donna o con lo sconosciuto in piedi accanto a te al culmine del delirio, unito in inni planetari come Born to run. E ti può anche bastare questo, perché é già tanto. Il concerto di Milano del 7 giugno 2012 é durato 3 ore e 40 minuti, il secondo per lunghezza nella storia del Boss del New Jersey, tanto per rendere l'idea di quanto sono spesi bene i soldi per acquistare un suo biglietto.

Ma Bruce Springsteen non é solo intrattenimento al massimo livello: c'è una gran sostanza politica e sociale sotto alla poderosa musica che - mirabilmente - i suoi compagni di avventura vecchi e di recente acquisizione suonano con infaticabile talento.

C'è un uomo che invita a non arrendersi, a rialzarsi usando la forza delle proprie mani: che si tratti di alzarsi dal crollo di due grattacieli che ha disegnato un cerchio rosso di sangue sulla fredda terra avvolta dall'oscuirità, o di alzarsi dalle proprie ginocchia sulle quali siamo caduti, falciati dalla crisi che ci ha ridotti come mendicanti.

Tutto questo é il Boss, nato per correre. Per correre avanti, per correre oltre.