martedì 26 giugno 2012

COME IN UN RISIKO


L’inferno è oltre un tunnel buio, lungo come un’autostrada. In fondo ad esso, fra Toscana e Liguria, uno stabilimento di produzione; grande, articolato e da molti mesi ormai, poco attivo. Sorge come una cattedrale nel deserto, una cattedrale polverosa e a tratti arrugginita, all’interno del quale gli operai si muovono con disinvoltura, accortezza e perizia, ma con un passo lento, appesantito dalla crisi.
La crisi la vedi, la tocchi, la respiri in ogni angolo di questo enorme mondo a parte, non lontano dal mare, non ancora montagna: merce nel piazzale, sotto il sole, impacchettata alla perfezione e pronta per essere consegnata. Senza nessuno che ne richieda la consegna. Pochi camion entrano, manovrano, caricano ed escono, sotto lo sguardo fiero e rassegnato delle manovalanze.
Tre uomini, in abito grigio, camicia azzurrina e cravatta in tinta, le scarpe lucide in mezzo alla polvere, scendono da una berlina tedesca e scrutano quella stasi dietro agli occhiali da sole. Le loro mascelle sono serrate in un’espressione contrita, a tratti artefatta, bisbigliano frasi incomprensibili. Dopo un minuto di immobilità, riscossi dal cenno di uno dei tre, si dirigono in una delle palazzine,  dove il loro arrivo porta ansia e preoccupazione.
Stringono mani, mostrano ghigni che vorrebbero sembrare sorrisi, recitano frasi di circostanza. Prendono possesso della sala riunioni, sedie in pelle, tavolo in mogano, una grande vetrata spalancata sul’impianto di produzione che un tempo era l’orgoglio della società e che è costato parecchi anni di lavoro e di impegno finanziario. Ma che ora sembra un granitico monumento alla recessione, di cui ci si vorrebbe disfare rapidamente.
Uno dei tre resta immobile, con le mani in tasca a guardare oltre quei cristalli, cercando un segno di vita fra quei tubi, quei pacchi, quei muletti abbandonati sotto le tettoie di lamiera arroventata.
Quello sono io, incapace di comprendere, impreparato al gioco che fra poco inizierà intorno a quel tavolo. Sembro l'unico - in quella stanza - a vedere che, dietro alla facciata dell'impianto fermo, dietro i numeri che non sono quelli attesi, ci sono delle vite che pulsano, si intrecciano, hanno aspettative, aspirazioni, paure e speranze. Vite che vanno oltre le politiche aziendali, oltre l'EBITDA, oltre il ROI. Vite che si chiamano moglie e marito, figli, una vacanza in tenda, un week end al mare, una partita di calcio vista con gli amici, una grigliata al parco, una pizza sulla spiaggia. Vite che si chiamano mutuo, rate per una Nissan Micra nuova, spesa al discount, un abito buono, una borsetta vista al mercato. Vite fatte di piccole soddisfazioni al lavoro, la certezza di far quadrare i numeri, di aver fatto il proprio dovere, di sentirsi un piccolo ingranaggio importante come quelli grandi. Di essere un mattone nel grande muro, sfilato il quale, il grande muro prenderebbe a vacillare.

Solo io me ne accorgo, probabilmente.
Gli altri due sono freddi e insensibili come replicanti con membra di acciaio e una mente composta da sofisticati microchip formattati di numeri e altri dati relativi alla produzione, alle vendite, ai costi del personale, agli utili, alle perdite.

Sono salito sull'elegante berlina tedesca, a Milano, convinto di recarmi al sito produttivo per fare un aggiornamento con i responsabili della produzione. Già prima del casello, il mio capo e il Direttore Risorse Umane stavano smozzicando mezze frasi allusive sugli obiettivi imposti dal CEO, di riduzione degli organici, di esuberi. Mentre li ascoltavo mi colava il sudore giù dal collo, mentre una lama di aria condizionata me lo gelava prima che scendesse sotto il colletto della camicia. Guardavo oltre il finestrino fumé, le altre macchine che sfilavano all'indietro, e pensavo che in quel momento l'unica cosa che avevo voglia di fare, l'unica cosa giusta da fare sarebbe stata scendere. Scendere e camminare in fretta verso casa, contro la corrente, contro qualsiasi corrente.

Ora siamo seduti al tavolone, e davanti a noi scorrono, di mezz'ora in mezz'ora, facce, bocche deformate dalla tensione, sguardi oscurati dal sospetto. C'é chi sta sulla difensiva, chi si accalora per spiegare il proprio ruolo. Le donne sono quelle che mi colpiscono di più. Precise, meticolose, quasi serene, raccontano della propria giornata tipo, con il sorriso sulle labbra. Sembrano sicure che - mostrando di far bene il proprio dovere - non andranno incontro a problemi.

Nessuno ha mai nominato parole come licenziamenti, prepensionamenti, mobilità. Ma tutti vedono lo stallo, tutti leggono i giornali, tutti conoscono Elsa Fornero. Sanno perché siamo arrivati fino a qua. Lavoro con queste persone, giorno dopo giorno, da quindici anni; ci chiamiamo per nome, parliamo al telefono, ci mandiamo gli auguri di Natale. E' l'unico motivo per cui il mio capo e l'HR manager mi hanno portato fino a qui. Per garantire un approccio sereno al problema, per portare un volto amico al loro patibolo. E non si accorgono che questo volto amico lo stanno sifgurando. O forse se ne accorgono, ma se ne fregano.

"Non preoccuparti, non devi dire nulla, Sigma. Limitati ad ascoltare, e facci un cenno se qualche loro affermazione non coincide con quanto tu sai"

Non devo fare nulla. Un po' come il palo, durante una rapina: "Non fare nulla, avvisaci solo se arriva qualcuno mentre svaligiamo la cassaforte".

Le interviste sono finite. Il boss ha il blocco pieno di appunti, nomi cerchiati frecce, sottolineature. Epitaffi grafici per le vite di qualcuno.

"Bene - dice sospirando sollevato - abbiamo le idee chiare", si scambiano un cenno di intesa. Sembrano due cyberkiller, hanno il caricatore pieno quanto basta, sento che a breve cominceranno a sparare.

"Allora, fare i nomi é brutto, lo so. Ma tanto per capirci, poi possiamo sempre cambiare, direi: Bertacchi e Farina li spostiamo a Milano. Montelli, Luzi, Giancaterino e Salvetti a casa. Franti e Parise si sobbarcano il lavoro degli altri sei, ma almeno si tengono il posto: così facendo risparmiamo 160 mila euro all'anno. E con Bertacchi e Farina a Milano evitiamo di assumerne altri due"

Per esprimere questo pensiero, scorrendo la punta della penna sul foglio pieno di appunti, ha impiegato non più di venti secondi. Venti secondi per mutilare otto vite.

"Scusa - provo ad intervenire - Bertacchi e Farina hanno famiglia, due bambini piccoli, li fai venire a Milano?"
"Affari loro: mantengono il posto, scusa. Cosa vuoi di più? Si sposteranno a Milano con la famiglia".
"E gli altri quattro? Hanno fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, cosa fanno sul mercato del lavoro odierno? Che speranze gli lasci?"
"Sigma, ma cosa vuoi? Non ti ho portato qui per fare il sindacalista, cazzo!"
"Senti, fammi parlare un momento: faccio i bilanci tutti i giorni. Ci sono Fioretti, Bernasconi e Padoin: sono consulenti, ex dirigenti a fine carriera, costano all'azienda circa centocinquantamila euro l'uno. Oltretutto dopo che per almeno quindici anni ne hanno guadagnati il doppio. Non danno più valore aggiunto alla società, non trasmettono le conoscenze ai più giovani. Vivono le proprie vite da baroni in azienda. Sono un pessimo esempio. Li lasci a casa e l'azienda ha risparmiato quasi tre volte quello che risparmi lasciando a casa Montelli, Luzi e gli altri. Ancora: tagliate la convention annuale del top management e risparmiamo altri trenta-quaranta mila euro. Mi sembra ragionevole, no?"
"Sigma, mi sembra che tu non capisca. Non si può. Il CEO vuole che riduciamo qui? E noi taaac, tagliamo questi. Siamo pagati per esguire, Sigma, ficcatelo in testa!"

Sento caldo, una stretta allo stomaco. Con un cenno chiedo di assentarmi. Corro verso il bagno. Vomito, vomito acido, vomito tutte quelle cose che non sono riuscito a dire, non ho avuto i coglioni per dire. Vomito insulti rivolti a me stesso, insulti rivolti al boss. Sei un top manager, idiota - gli grido in silenzio mentre vomito - non ti pagano per eseguire. Ti pagano per le tue opinioni, idiota!

Mi alzo, mi sciacquo il viso, l'acqua fresca mi risolleva almeno un poco. Mi guardo alla specchio. Questo gioco non mi piace. Vedo i bilanci tutti i giorni. Le cose vanno male. Ma non vanno così male da giustificare il sacrificio di queste persone. Il CEO - Chief Executive Officier, l'Amministratore Delegato per dirlo come mangiamo - vuole raggiungere l'obiettivo del 25% di EBITDA - earnings before interests, taxes, depreciations and amortizations. Il 24% non cambierebbe poi molto. Per la sua vita non cambierebbe. Per quella di Luzi e Giancaterino sì.

Il fatto è che questi uomini di affari non riescono a vedere cosa rappresentano quei numeri: sono così spietatamente focalizzati sull'obiettivo assegnato, come grossi dobermann ottusi, che sono disposti a spianare ogni ostacolo per raggiungere il target. I soldi, i premi per il raggiungimento degli obiettivi non sono niente. E' l'ebbrezza di aver raggiunto quel numerino, di aver organizzato le forze sul tavolo da gioco al fine di vincere. Come in un Risiko. Come in un Risiko hanno la carta dell'obiettivo assegnato, le carte delle armi, hanno dadi da tirare, eserciti da spostare da una parte all'altra, soldatini altrui da rovesciare.

Quello che trovo grottescamente, drammaticamente desolante é che non riescono a fermarsi nemmeno un momento per capire che non ne vale la pena.

Un'azienda non é un ente benefico, un impreditore non é un filantropo, non é tenuto ad esserlo. Ma sarebbe bello, sarebbe magnifico se tornasse a rendersi conto dell'enorme responsabilità sociale che gli grava addosso. La responsabilità del benessere di una comunità, vasta o ristretta che sia. Non solo il enessere economico della propria Società o Azienda che si voglia dire. Ma il benessere di tutte le vite che all'interno di quella Azenda si muovono, lottano e cooperano quotidianamente. Questa responsabilità gli deriva dalla fortuna che ha avuto di potersi permettere di essere imprenditore.

Nel momento in cui gli imprenditori si riscoprissero affini ai propri nonni, allora caccerebbero questi manichini ammaestrati, questi robot dal colletto bianco e dal blackberry nero, e tornerebbero a fare impresa senza EBITDA, all'italiana.

Pensare alla ripresa riducendo i propri organici é come pensare ad una lunga passeggiata in montagna mutilandosi le gambe.

3 commenti:

  1. Sei una bella persona

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  2. Non so se sei una bella persona, di sicuro è un bel racconto, si capisce che ci sei dentro con tutte e due le scarpe e che non vuoi essere mescolato a quella marmaglia di colletti bianca.
    Complimenti.

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  3. Quando avevo circa 10 anni, mio papà mi portò fuori dai cancelli della ditta dove lavorava. La proprietà, una multinazionale francese, aveva deciso di tagliare i costi...si cominciava dagli operai, e da lì a poco sarebbe toccato al settore collaudo - quello di mio papà per intederci -.
    Mi ricordo bene perchè era sotto Natale, e fuori era tutto uno sventolio di bandiere rosse che si confondevano con le luci e le strenne della festa...
    Come vedi, le cose non sono cambiate molto...
    bel pezzo.

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