martedì 26 giugno 2012

COME IN UN RISIKO


L’inferno è oltre un tunnel buio, lungo come un’autostrada. In fondo ad esso, fra Toscana e Liguria, uno stabilimento di produzione; grande, articolato e da molti mesi ormai, poco attivo. Sorge come una cattedrale nel deserto, una cattedrale polverosa e a tratti arrugginita, all’interno del quale gli operai si muovono con disinvoltura, accortezza e perizia, ma con un passo lento, appesantito dalla crisi.
La crisi la vedi, la tocchi, la respiri in ogni angolo di questo enorme mondo a parte, non lontano dal mare, non ancora montagna: merce nel piazzale, sotto il sole, impacchettata alla perfezione e pronta per essere consegnata. Senza nessuno che ne richieda la consegna. Pochi camion entrano, manovrano, caricano ed escono, sotto lo sguardo fiero e rassegnato delle manovalanze.
Tre uomini, in abito grigio, camicia azzurrina e cravatta in tinta, le scarpe lucide in mezzo alla polvere, scendono da una berlina tedesca e scrutano quella stasi dietro agli occhiali da sole. Le loro mascelle sono serrate in un’espressione contrita, a tratti artefatta, bisbigliano frasi incomprensibili. Dopo un minuto di immobilità, riscossi dal cenno di uno dei tre, si dirigono in una delle palazzine,  dove il loro arrivo porta ansia e preoccupazione.
Stringono mani, mostrano ghigni che vorrebbero sembrare sorrisi, recitano frasi di circostanza. Prendono possesso della sala riunioni, sedie in pelle, tavolo in mogano, una grande vetrata spalancata sul’impianto di produzione che un tempo era l’orgoglio della società e che è costato parecchi anni di lavoro e di impegno finanziario. Ma che ora sembra un granitico monumento alla recessione, di cui ci si vorrebbe disfare rapidamente.
Uno dei tre resta immobile, con le mani in tasca a guardare oltre quei cristalli, cercando un segno di vita fra quei tubi, quei pacchi, quei muletti abbandonati sotto le tettoie di lamiera arroventata.
Quello sono io, incapace di comprendere, impreparato al gioco che fra poco inizierà intorno a quel tavolo. Sembro l'unico - in quella stanza - a vedere che, dietro alla facciata dell'impianto fermo, dietro i numeri che non sono quelli attesi, ci sono delle vite che pulsano, si intrecciano, hanno aspettative, aspirazioni, paure e speranze. Vite che vanno oltre le politiche aziendali, oltre l'EBITDA, oltre il ROI. Vite che si chiamano moglie e marito, figli, una vacanza in tenda, un week end al mare, una partita di calcio vista con gli amici, una grigliata al parco, una pizza sulla spiaggia. Vite che si chiamano mutuo, rate per una Nissan Micra nuova, spesa al discount, un abito buono, una borsetta vista al mercato. Vite fatte di piccole soddisfazioni al lavoro, la certezza di far quadrare i numeri, di aver fatto il proprio dovere, di sentirsi un piccolo ingranaggio importante come quelli grandi. Di essere un mattone nel grande muro, sfilato il quale, il grande muro prenderebbe a vacillare.

Solo io me ne accorgo, probabilmente.
Gli altri due sono freddi e insensibili come replicanti con membra di acciaio e una mente composta da sofisticati microchip formattati di numeri e altri dati relativi alla produzione, alle vendite, ai costi del personale, agli utili, alle perdite.

Sono salito sull'elegante berlina tedesca, a Milano, convinto di recarmi al sito produttivo per fare un aggiornamento con i responsabili della produzione. Già prima del casello, il mio capo e il Direttore Risorse Umane stavano smozzicando mezze frasi allusive sugli obiettivi imposti dal CEO, di riduzione degli organici, di esuberi. Mentre li ascoltavo mi colava il sudore giù dal collo, mentre una lama di aria condizionata me lo gelava prima che scendesse sotto il colletto della camicia. Guardavo oltre il finestrino fumé, le altre macchine che sfilavano all'indietro, e pensavo che in quel momento l'unica cosa che avevo voglia di fare, l'unica cosa giusta da fare sarebbe stata scendere. Scendere e camminare in fretta verso casa, contro la corrente, contro qualsiasi corrente.

Ora siamo seduti al tavolone, e davanti a noi scorrono, di mezz'ora in mezz'ora, facce, bocche deformate dalla tensione, sguardi oscurati dal sospetto. C'é chi sta sulla difensiva, chi si accalora per spiegare il proprio ruolo. Le donne sono quelle che mi colpiscono di più. Precise, meticolose, quasi serene, raccontano della propria giornata tipo, con il sorriso sulle labbra. Sembrano sicure che - mostrando di far bene il proprio dovere - non andranno incontro a problemi.

Nessuno ha mai nominato parole come licenziamenti, prepensionamenti, mobilità. Ma tutti vedono lo stallo, tutti leggono i giornali, tutti conoscono Elsa Fornero. Sanno perché siamo arrivati fino a qua. Lavoro con queste persone, giorno dopo giorno, da quindici anni; ci chiamiamo per nome, parliamo al telefono, ci mandiamo gli auguri di Natale. E' l'unico motivo per cui il mio capo e l'HR manager mi hanno portato fino a qui. Per garantire un approccio sereno al problema, per portare un volto amico al loro patibolo. E non si accorgono che questo volto amico lo stanno sifgurando. O forse se ne accorgono, ma se ne fregano.

"Non preoccuparti, non devi dire nulla, Sigma. Limitati ad ascoltare, e facci un cenno se qualche loro affermazione non coincide con quanto tu sai"

Non devo fare nulla. Un po' come il palo, durante una rapina: "Non fare nulla, avvisaci solo se arriva qualcuno mentre svaligiamo la cassaforte".

Le interviste sono finite. Il boss ha il blocco pieno di appunti, nomi cerchiati frecce, sottolineature. Epitaffi grafici per le vite di qualcuno.

"Bene - dice sospirando sollevato - abbiamo le idee chiare", si scambiano un cenno di intesa. Sembrano due cyberkiller, hanno il caricatore pieno quanto basta, sento che a breve cominceranno a sparare.

"Allora, fare i nomi é brutto, lo so. Ma tanto per capirci, poi possiamo sempre cambiare, direi: Bertacchi e Farina li spostiamo a Milano. Montelli, Luzi, Giancaterino e Salvetti a casa. Franti e Parise si sobbarcano il lavoro degli altri sei, ma almeno si tengono il posto: così facendo risparmiamo 160 mila euro all'anno. E con Bertacchi e Farina a Milano evitiamo di assumerne altri due"

Per esprimere questo pensiero, scorrendo la punta della penna sul foglio pieno di appunti, ha impiegato non più di venti secondi. Venti secondi per mutilare otto vite.

"Scusa - provo ad intervenire - Bertacchi e Farina hanno famiglia, due bambini piccoli, li fai venire a Milano?"
"Affari loro: mantengono il posto, scusa. Cosa vuoi di più? Si sposteranno a Milano con la famiglia".
"E gli altri quattro? Hanno fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, cosa fanno sul mercato del lavoro odierno? Che speranze gli lasci?"
"Sigma, ma cosa vuoi? Non ti ho portato qui per fare il sindacalista, cazzo!"
"Senti, fammi parlare un momento: faccio i bilanci tutti i giorni. Ci sono Fioretti, Bernasconi e Padoin: sono consulenti, ex dirigenti a fine carriera, costano all'azienda circa centocinquantamila euro l'uno. Oltretutto dopo che per almeno quindici anni ne hanno guadagnati il doppio. Non danno più valore aggiunto alla società, non trasmettono le conoscenze ai più giovani. Vivono le proprie vite da baroni in azienda. Sono un pessimo esempio. Li lasci a casa e l'azienda ha risparmiato quasi tre volte quello che risparmi lasciando a casa Montelli, Luzi e gli altri. Ancora: tagliate la convention annuale del top management e risparmiamo altri trenta-quaranta mila euro. Mi sembra ragionevole, no?"
"Sigma, mi sembra che tu non capisca. Non si può. Il CEO vuole che riduciamo qui? E noi taaac, tagliamo questi. Siamo pagati per esguire, Sigma, ficcatelo in testa!"

Sento caldo, una stretta allo stomaco. Con un cenno chiedo di assentarmi. Corro verso il bagno. Vomito, vomito acido, vomito tutte quelle cose che non sono riuscito a dire, non ho avuto i coglioni per dire. Vomito insulti rivolti a me stesso, insulti rivolti al boss. Sei un top manager, idiota - gli grido in silenzio mentre vomito - non ti pagano per eseguire. Ti pagano per le tue opinioni, idiota!

Mi alzo, mi sciacquo il viso, l'acqua fresca mi risolleva almeno un poco. Mi guardo alla specchio. Questo gioco non mi piace. Vedo i bilanci tutti i giorni. Le cose vanno male. Ma non vanno così male da giustificare il sacrificio di queste persone. Il CEO - Chief Executive Officier, l'Amministratore Delegato per dirlo come mangiamo - vuole raggiungere l'obiettivo del 25% di EBITDA - earnings before interests, taxes, depreciations and amortizations. Il 24% non cambierebbe poi molto. Per la sua vita non cambierebbe. Per quella di Luzi e Giancaterino sì.

Il fatto è che questi uomini di affari non riescono a vedere cosa rappresentano quei numeri: sono così spietatamente focalizzati sull'obiettivo assegnato, come grossi dobermann ottusi, che sono disposti a spianare ogni ostacolo per raggiungere il target. I soldi, i premi per il raggiungimento degli obiettivi non sono niente. E' l'ebbrezza di aver raggiunto quel numerino, di aver organizzato le forze sul tavolo da gioco al fine di vincere. Come in un Risiko. Come in un Risiko hanno la carta dell'obiettivo assegnato, le carte delle armi, hanno dadi da tirare, eserciti da spostare da una parte all'altra, soldatini altrui da rovesciare.

Quello che trovo grottescamente, drammaticamente desolante é che non riescono a fermarsi nemmeno un momento per capire che non ne vale la pena.

Un'azienda non é un ente benefico, un impreditore non é un filantropo, non é tenuto ad esserlo. Ma sarebbe bello, sarebbe magnifico se tornasse a rendersi conto dell'enorme responsabilità sociale che gli grava addosso. La responsabilità del benessere di una comunità, vasta o ristretta che sia. Non solo il enessere economico della propria Società o Azienda che si voglia dire. Ma il benessere di tutte le vite che all'interno di quella Azenda si muovono, lottano e cooperano quotidianamente. Questa responsabilità gli deriva dalla fortuna che ha avuto di potersi permettere di essere imprenditore.

Nel momento in cui gli imprenditori si riscoprissero affini ai propri nonni, allora caccerebbero questi manichini ammaestrati, questi robot dal colletto bianco e dal blackberry nero, e tornerebbero a fare impresa senza EBITDA, all'italiana.

Pensare alla ripresa riducendo i propri organici é come pensare ad una lunga passeggiata in montagna mutilandosi le gambe.

lunedì 18 giugno 2012

VITTIME E CARNEFICI


Noi italiani abbiamo un vizio atavico che ciclicamente ci impedisce di progredire. E' l'incapacità di distinguere correttamente fra vittime e carnefici. E' una mancanza diffusa di senso discretivo, un'ottusità collettiva ed ereditaria, che genera una serie di malintesi e di comportamenti massificati che trasformano ogni questione importante in una specie di caccia all'untore e di contrapposizioni sterili e faziose.

Il caso di Equitalia é di attualità e apre la strada alla demagogia.
Equitalia é un ente che ha in concessione l'attività di riscossione delle imposte, su mandato dell'Agenzia delle Entrate. Quindi svolge un compito importante all'interno del meccanismo con cui lo stato si approvvigiona o - se si preferisce - si finanzia.

Il ruolo di Equitalia é doppio: da una parte rappresenta il terminale con cui lo Stato raccoglie il gettito fiscale volontario, ossia quello derivante dalle dichiarazioni dei redditi; dall'altro opera alla riscossione di quelle imposte su redditi prima sommersi che vengono individuati e fatti emergere dalle ispezioni della Guardia di Finaza e dall'attività di verifica da parte della Agenzia delle Entrate.
Pertanto l'Agenzia delle Entrate, la Guardia di Finanza ed Equitalia, rappresentano gli strumenti attraverso i quali il Ministero delle Finanze realizza la politica fiscale, nell'ottica del raggiungimento dell'equità.

L'equità si ha nel momento in cui tutti i cittadini versano le imposte secondo quanto dovuto, evento che - al momento - in questo maledetto Paese non si verifica.
Mettere nel mirino Equitalia, perché nell'ambito dell'attività di riscossione delle imposte si trova ad esigere il dovuto, mi sembra il classico caso di confusione fra carnefice e vittima.

L'artigiano che - accusato e condannato per falsificazione di fatture ed evasione di circa sessanta mila euro - si é dato fuoco davanti alla sede della Commissione Tributaria di Bologna, può suscitare giustamente la nostra pietà per la drammaticità del gesto, ma non deve distoglierci dal corretto punto di vista. Per quanto la tragedia umana sia più evidente e decisamente plateale, dobbiamo riuscire a vedere oltre e renderci conto che gli innumerevoli episodi di evasione fiscale penalizzano molto di più di un singolo individuo: penalizzano un'intera collettività.

Coloro che - una volta raggiunti da una cartella dell'Agenzia delle Entrate per aver evaso migliaia o centinaia di migliaia di euro - si disperano perché non hanno di che far fronte ad una richiesta immediata di regolarizzazione, sono gli stessi che magari poco prima si vantavano con gli amici di essere più furbi degli altri per essere riusciti ad occultare il grosso dei propri profitti. E che investivano le imposte non versate acquistando beni di lusso.

L'evasore é un delinquente, non é un poveretto strangolato dal fisco: sottrae bene pubblico - il gettito fiscale destinato a soddisfare gli interessi della comunità - per scopi egoistici ed individuali.

Proviamo pensare alla sofferenza della Sanità italiana nel reperire fondi per acquistare attrezzature o professionalità adeguate a fronteggiare le necessità di una città; o alle difficoltà del Ministero della Giustizia che non ha personale a sufficienza per portare avanti tutti i processi pendenti e che quindi non riesce a fare chiarezza sulla vita di migliaia di cittadini in attesa di giudizio; ancora, pensiamo alla Scuola italiana, all'impossibilità di offrire un servizio qualitativo in termini di educazione e di formazione; o agli appartenenti alle Forze dell'Ordine che sono sottopagati e in numero insufficiente a garantire la sicurezza dei cittadini.

Ci sarebbero altri esempi, meno altisonanti, certo, ma altrettanto importanti come la qualità e l'efficienza dei trasporti pubblici, i lavori di manutenzione di strade ed infrastrutture, la tutela del patrimonio artistico e culturale italiano che é il più ricco del mondo, ma - ahimé e proprio per questo - anche il più oneroso e bisognoso di manutenzione.

 Tutti questi servizi vengono garantiti dallo Stato a condizione che si trovino i fondi per finanziarli. Sottrarre fondi significa sottrarre servizi. L'equazione é finanche banale.
Chi si scaglia - come é successo nell'ultimo periodo - contro Equitalia accusandola di opprimere il Popolo non ha capito niente di come stanno le cose. Il Popolo, se vogliamo usare questo termine vetusto, pomposo e un po' retorico, non é oppresso da Equitalia; semmai é tutelato da essa. Chi opprime il Popolo é l'evasore che soffoca lo Stato in una morsa di egoismo.

E quei politici che stanno cercando di rifarsi una verginità nei confronti dell'elettorato esortando la popolazione all'oiezione fiscale, sono tanto dannosi quanto un evasore, perché distolgono dal rispetto delle regole.

Le regole a me piacciono: oggi una regola può risultarmi scomoda, ma domani potrebbe tutelarmi. E' questo lo scopo di ogni regola: la tutela di ciascun individuo davanti al comportamento indiscriminato di ciascun altro.

Versare le imposte dovute significa inchinarsi ad una regola posta nell'interesse di tutti. Equitalia é un po' come quel saggio che indica la luna: la luna é il bene pubblico; chi attacca Equitalia é come chi - invece di fissare la luna - concentra la propria attenzione sul dito.

giovedì 14 giugno 2012

LA MEMORIA CORTA DELLA GERMANIA


Quando i fumi del secondo conflitto mondiale cominciarono a diradarsi, rendendo evidenti i mucchi di macerie e di cadaveri, i vuoti lasciati dalle migliaia di vite umane dissolte nelle battaglie e negli stermini di massa, nonché i traumi a livello psicologico e sociale causati dalla follia che per circa un decennio aveva governato l’Europa, alcuni leader illuminati cominciarono ad interrogarsi su quali strumenti le Nazioni potessero adottare per impedire che l’assurdità di una nuova guerra ripiombasse sul Vecchio Continente. Fu così che nacquero i primi accordi fra Stati, miranti alla cooperazione e al controllo incrociato.
Per la prima volta dopo oltre cento anni di storia, la Comunità Internazionale procedeva ad accordi multilaterali per scopi pacifici e di sviluppo  e non per scopi bellici o militari, come invece era successo per la Triplice Intesa, la Triplice Alleanza, la Santa Alleanza, il Patto d’Acciaio, il Patto Atlantico e così via.
Di questi accordi, uno dei più significativi, sebbene ad impatto limitato, fu la CECA – Comunità Europea Carbone e Acciaio. Era un accordo fra Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo per garantire la trasparenza dei livelli di produzione di acciaio in ciascuna Nazione aderente: solitamente, infatti, l’impennata dell’attività dell’industria pesante è indice dell’impegno bellico di una Nazione (la crescita dei volumi di produzione dell’acciaio nella Germania Nazista dei cinque anni precedenti all’ingresso in guerra seguì un’escalation esponenziale, per esempio).

Lo scopo ultimo, quindi, era impedire che uno stato si rafforzasse a discapito e minaccia degli altri Paesi.
La rilevanza della CECA risiede prima di tutto nel fatto che le sei Nazioni aderenti sono le medesime che successivamente costituirono il nucleo originario del Mercato Comune Europeo padre della CEE e dell’attuale Unione Europea. Secondariamente, ha rilevanza perché viene usato il termine Comunità per definirla.
Comunità è una bella parola. Indica una comunione di beni, di persone e di finalità. In cui, compatibilmente con le proprie potenzialità, ciascun appartenente ad essa ha pari dignità. Significa che l'interesse individuale scende di rilevanza rispetto al bene comune.
Una vera comunità non concepisce l'egemonia di un membro, quando questa egemonia non é un traino bensì una zavorra. Una vera comunità rigetterebbe il comportamento attuale della Germania.

Trascuriamo le dissertazioni di carattere economico, le lotte ideologiche pro o contro il monetarismo: non ho titoli, nè preparazione (tantomeno la voglia) per imbastire da questo blog un convegno di politica economica.

Voglio solo fare notare che la Germania dimostra di non avere memoria e di non sapere imparare dal passato.
Nel 1919, la Francia per rivalersi dell'invasione subita all'inizio del 1914, pretese delle sanzioni estremamente restrittive nei confronti della Germania. Queste sanzioni misero rapidamente in ginocchio l'economia tedesca, già scossa da quasi sei anni di guerra e isolata dal resto d'Europa; la crisi economica condusse il Reich prima a Weimar e poi alla nascita di un sentimento nazionalista diretto contro il resto d'Europa, sentimento che trovò un facile sfogo nel Nazismo.

Oggi, Angela Merkel - novella Fuhrer - intende dominare l'Europa non più mediante lo schieramento della Luftwaffe e della Wermacht, ma a colpi di Bund.
L'apparente incapacità della cancelliera alemanna di riuscire a vedere le sofferenze di greci e portoghesi e italiani é pericolosa, perché rischia di innescare una specie di deflagrazione sociale, alimentata dall'antieuropeismo sempre in crescita e dal sentimento di rivincita che - presto o tardi - animerà gli appartenenti agli Stati travolti dal default. Con tutto quello che questo comporta. Una riedizione della Repubblica di Weimar replicata su vasta scala non é quello che serve in questo momento. A livello sociale, prima ancora che economico. Ma già qualche segnale si sta manifestando: per esempio la vittoria dell'estrema destra in Grecia. La crescita del Partito di Marine Le Pen in Francia. Questi dati di fatto dovrebbero farci pensare.

Tight ship policy é uno stile di governo aziendale, che si studiava anni fa sui libri di organizzazione aziendale. Significa stretta politica di vascello, ossia un tipo di guida che si adatta alle condizioni esterne. Esattamente come se si portasse una barca a vela, od un vascello, appunto: variando le condizioni del mare e del vento, si variano la rotta, le vele e così via.

Frau Angela non dev'essere mai andata in barca a vela, evidentemente: a prescindere da quello che succede sui mercati finanziari o nelle economie mondiali, la signora di marmo chiede rigore. Nessuno strappo alle spese, investimenti solo se coperti da entrate. Certo, questo va bene in codizioni ottimali. Una buona azienda copre i costi con i ricavi e non fa investimenti se non riesce a finanziarsi. Ma attualmente ci troviamo tutti in un circolo vizioso e se non proviamo a romperlo, sarà la catastrofe per milioni di persone (perché a me é delle persone che interessa: le logiche nazionali o supranazionali mi stanno poco a cuore: ma vedere la gente senza lavoro, senza un tetto e senza speranze, dispiace). E la spesa pubblica é l'unico strumento disponibile allo stato attuale delle cose per poter creare lavoro.

Inoltre, abbandonare gli stati in difficoltà, lasciandoli soli con i propri debiti é contro il concetto di unione, ed espone - come sta già succedendo - questi Stati agli attacchi degli speculatori. All'interno dell'Unione Europea dovrebbe esserci un patto espresso di solidarità tale da far sì che gli stati in difficoltà siano sostenuti dagli altri. Negare questo obbligo quasi morale, significa fare una specie di leghismo elitario, per cui ognuno pensa per sè. Ma allora dov'é il senso di creare una comunità?

Forse, invece, Angela Merkel, sta solo approfittando cinicamente della congiuntura sfavorevole, per rafforzare la sua Germania a spese delle altre fragili economie. E' chiaro che se il Bund (il cui suono mi sembra sempre più lugubre) é forte, gli invesitori convoglieranno i capitali verso i Titoli di Stato tedeschi a danno di quelli italiani o spagnoli. Persino un bambino capirà che questo avvantaggerà in modo sproporzionato i tedeschi e priverà di fondi le altre Nazioni, che saranno così stritolate dai debiti e ancora più soggiogate alle scelte di Berlino.
Pericoloso, vero? Una nazione, che in passato ha già dimostrato tutto il proprio sciovinismo, si trova a determinare incontrastata gli equilibri finanziari di un Continente.
Comunque la si veda, non sono questi i valori di una comunità.

martedì 5 giugno 2012

Lo sport preferito dalle Dittature


{breve dissertazione a carattere storico a riguardo di come lo sport perda sempre la partita contro il denaro e la politica}

Fra pochi giorni, venerdì 15 giugno, si giocherà la prima partita dei Campionati Europei di Calcio 2012. Io amo il gioco del calcio; credo che - a prescindere da snobismi di vario genere - sia estremamente coinvolgente e spettacolare. Trovo che sia entusiasmante sedersi e seguire quante più partite, per vedere campioni di ogni parte del continente e scuole e stili di gioco.
Senonché, quest'anno la manifestazione continentale viene organizzata da un Paese, l'Ucraina, dove la leader dell'opposizione al Governo - Yulia Tymoshenko - é rinchiusa in una cella, con la colpa di essere una dissidente del regime. Le accuse effettive sono di abuso di potere ed evasione fiscale, ma sono il paravento kafkiano di una sentenza di carattere politico.

In queste occasioni sarebbe bello vedere una reazione di coerenza da parte delle Federazioni centrali dei vari sport, tanto per dimostrare che lo sport non é - quantomeno nell'ideale di fondo - uno strumento di propaganda. La Germania ha protestato, ha minacciato il boicottaggio, ma ha poi deciso - con metodo doroteo - di non mandare rappresentanti politici, pur inviando la propria Nazionale di calcio (un po' come fece l'Italia alle Olimpiadi di Mosca, che inviò tutti i nazionali, ma sotto la bandiera del Coni, anziché dell'Italia, per protestare contro l'invasione del'Afghanistan da parte dell'Unione Sovietica).

Purtroppo la realtà dei fatti ci dimostra quotidianamente che lo sport é ormai uno strumento di marketing e null'altro: e non importa se quest'attività di marketing vuole propagandare un prodotto commerciale, un partito politico o la credibilità di un regime.

Già nel 1936, le Olimpiadi furono il veicolo per amplificare il messaggio di potenza roboante del neonato regime nazista: Adolf Hitler organizzò delle Olimpiadi monumentali e poco importa se quel piccolo guastafeste nero di Jesse Owens mandò un segnale dubitativo a proposito della superiorità della razza ariana.

Da lì in avanti é stato un susseguirsi di manifestazioni roboanti per addomesticare folle già ottuse, con la complicità o la connivenza di Dirigenti delle Federazioni Sportive addomesticabili o allineati alla pragmatica causa della realpolitik.

Alcuni esempi? Eccoli.

Nel 1978, in Argentina, il Generale Galtieri metteva il silenziatore agli oppositori, facendoli letteralmente sparire. E mentre le madri dei desaparecidos si chiedevano che fine avessero fatto i loro figli, le nazionali di calcio di tutto il mondo partecipavano con beata incoscienza ad un Campionato del Mondo fatto per permettere ai Generali di mostrare la faccia buona del regime. Competizione in cui, oltretutto, l'Argentina primeggiò grazie anche ad alcuni episodi che definire dubbi é un eufemismo.

Nel 2008, la città di Pechino organizzò i primi Giochi Olimpici in terra cinese. Sì, la Cina: quella Nazione che detiene il record delle esecuzioni capitali, quella Nazione che non ha ancora fatto chiarezza sui fatti di Piazza Tienanmen, quella nazione che ha invaso il Tibet e che fucila i monaci contrari all'invasione. Ma per il mese di Agosto del 2008, nessuno ci pensò. Prima di tutto la Cina é una potenza militare, meglio non romperle troppo le scatole e accomodarsi sugli spalti dello splendido Stadio Nido d'Uccello e godersi l'ordine marziale delle comparse. Inoltre la Cina - pur essendo l'ultimo baluardo del comunismo più bieco - é un mercato pazzesco per tutti i beni delle industrie occidentali ormai asfittiche: meglio tenersi buoni i nuovi partner con gli occhi a mandorla e pazienza se qualche perdigiorno invasato con le idee di libertà e di giustizia marcisce in carceri inumane. Gli affari sono affari.

Ad aprile di quest'anno, in Bahrein si é corso il Gran Premio valido per il mondiale di Formula Uno: la Formula Uno, la più grande macchina da soldi mai inventata in ambito sportivo. In Bahrain c'erano focolai della primavera araba, che il sultano mal digeriva. E come digestivo usava (usa tutt'ora) l'esercito e i carri armati, per disperdere - o smembrare, come preferite - gli oppositori.
Jean Todt, Monsieur Formula Uno, intervistato sulla eventualità di non correre il Gran Premio, rilasciò la seguente dichiarazione:

'Dobbiamo penalizzare il 90% della popolazione perche' il 10% e' contro il Gran Premio? La mia risposta e' no. Purtroppo da parte dei media c'e' attenzione, a torto o a ragione, per la minoranza'

Parafrasando: "Chissenefrega se il 10% della popolazione viene massacrato: noi abbiamo un business da portare avanti e non sarà certo qualche centinaio di giovinastri perdipiù musulmani a fermare questo giocattolo per ricchi: la minoranza ha sempre torto, e noi abbiamo un business da difendere". Come se la corsa di 22 macchine ultratecnologiche fosse un valore assoluto, al di sopra perfino della vita umana!
Torniamo in Sud America, qualche decennio prima: nel 1976 Augusto Pinochet diffondeva terrore nel nel Cile con le sue brigate della morte. Ma c'era una Coppa Davis da conquistare, e i tennisti italiani furono mandati a furor di popolo a prendersi l'insalatiera d'argento. Gino Palumbo, Direttore appena nominato della Gazzetta dello Sport, sostenne con vigore la tesi della partecipazione all'incontro, perché lo sport non deve essere strumentalizzato. Da sempre la Gazzetta dello Sport ha dato voce alla retorica più ipocrita e qualunquista del popolo italiano.

E proprio qui sta il senso di questo mio post: siamo sicuri che - sostenendo la tesi dello sport come evento a sè stante e non strumentalizzabile - si difenda davvero l'idea nobile dello sport stesso?

E se invece queste fossero proprio le opportunità offerte dalla Storia per ribadire il concetto di Sport come momento di gioia e di gioco, di rispetto delle regole e di onestà?  Se queste fossero proprio quelle opportunità che cerchiamo per fermarci davanti a fatti che riguardano la vita di molte o di poche persone, per rispetto della loro sofferenza e per protesta contro l'ingiustizia cui sono soggette?

Lo sport é sport, gli affari sono affari.

Lo sento ripetere in maniera estenuante: ma intanto in Cina, in Bahrain, in Ucraina e in chissà quante altre parti del mondo chi dissente viene imprigionato o ucciso. Anche grazie anche a comportamenti ipocriti di chi dirige lo sport. E che avalla certe logiche discriminatorie a sostegno di comportamenti utilitaristi da parte degli Stati Nazionali e delle Comunità Internazionali: in Siria si massacrano i ribelli tanto quanto in Libia. Ma la Siria é protetta dalla Cina, mentre la Libia era indifesa, con un regime pericolante: per cui si é scelto di bombardare la Libia, far giustiziare Gheddafi e di chiudere invece un occhio con Assad.

Così come si é scelto di compiere azioni militari contro il regime di Milosevic, presidente jugoslavo ormai al crepuscolo, che si rifiutava di concedere l'autonomia al Kosovo; e allo stesso tempo si é scelto di non intervenire contro la Cina, che da decenni tiene il Tibet sotto il giogo di un'occupazione assurda quanto crudele.

Questi distinguo sono uno schifo, cari lettori!

Siamo piccole formiche, ma qualcosa dobbiamo pur fare. Io, nel mio piccolo ho deciso di non seguire i Campionati Europei di calcio, per non sentirmi complice di una Nazione che accetta di tenere imprigionata un ex capo di governo semplicemente per aver espresso le proprie opinioni. E' un gesto minimo, ma é quello che tutti potremmo fare: prima o poi gli sponsor potrebbero accorgersi che gli affari non sono solo affari, e che il marketing può venir coltivato anche rispettando le vite di ciascuno.

sabato 2 giugno 2012

LA SOCIETA' LIQUIDA




Zygmunt Bauman, é un sociologo polacco che ha introdotto il concetto di società liquida: la società liquida é la conseguenza di una grave crisi economica che sgretola i punti fermi e le certezze accumulate in decenni di prosperità. In questa fase di incertezza totale prende il sopravvento quella che lui chiama l'industria della paura che - smantellando tutte le certezze - offre all'individuo smarrito l'opportunità di integrarsi nella società moderna, attraverso l'omogenizzazione, l'assorbimento. Nel momento in cui ogni individuo si sente uguale all'altro si sente più tranquillo.

Stiamo parlando della società in cui attualmente siamo costretti a vivere. La crisi economica originata dalla bolla finanziaria alla fine del 2008, che - con cicli susseguenti - é arrivata fino ad oggi, ha sbriciolato tutti quelli che erano i punti fermi sui quali poggiavano le nostre aspettative e le nostre prospettive future: il lavoro fisso, la pensione, la stabilità dell'Euro, la solvibilità degli Stati Nazionali appartenenti all'Unione Monetaria, la stessa granitica certezza - diffusa fra i più - che l'Unione Europea fosse la soluzione migliore per gestire l'instabilità finanziaria.
Bauman va oltre e spiega qual'é lo strumento più rapido per poter giungere a questa omogenizzazione rassicurante: l'acquisto. In fasi di incertezza l'individuo trova la tranquillità nel momento in cui si sente accettato nel proprio ruolo di consumatore. Quindi si tende a percepire la propria esistenza come ricca di valore solo se é caratterizzata dall'acquisto o dalla possibilità di esso. L'individuo viene quindi identificato come una merce, un target commerciale, che dev'essere spogliato di certezze e di spirito critico e ridotto a mero homo acquirens (passatemi il latino maccheronico che mi serve per rendere l'idea).
E' chiaro l'impatto omologante e spaventoso di questo tipo di società? 
Odio passare per paranoico, ma credo che negli ultimi anni noi tutti siamo stati oggetto e vittime di una poderosa quanto impercettible offensiva da parte degli eserciti dell'Industria della paura. Fa molto JRR Tolkien, lo so: ma la teoria di Bauman é molto convincente. Credo che chi ci ha governato ai livelli più alti negli ultimi tempi stia giocando il proprio ruolo in un disegno molto più grande. Parlare di corporazioni e multinazionali suona molto sessantottino, lo so. Ma il peso di organizzazioni come banche, grande impresa e grande distribuzione e finanza internazionale é andato crescendo negli utlimi trent'anni, trasfromando le popolazioni in una massa di polli in batteria generati e allevati per consumare.

Credo anche, tuttavia, che ci siano dei punti su cui possiamo riflettere.

Ragionando razionalmente, per esempio, possiamo renderci conto che essere integrati nella grande famiglia degli ultraconsumatori non sia il metodo più efficace per superare l'incertezza. Si tratta di neutralizzare questa forma di isteria collettiva silenziosa e quasi impalpabile, governabile da chi ha interesse a farci comprare. Per riuscirci, occorre fare un'analisi della situazione reale e orientarsi ai valori più solidi, quelli che sono alla base delle società più robuste e antiche. Sto parlando di solidarietà, mutualismo, onestà, modestia, spiritualità e distacco dalla materialità di tutti i giorni. Rivisitando i nostri obiettivi e il nostro modo di vivere possiamo scoprire nuovi modi di vita che non ci tengano soggiogati al nostro potere di acquisto o agli stessi beni oggetto della nostra bramosia compulsiva.

Inoltre una società liquida é una società in evoluzione, in movimento: e ogni evoluzione può essere letta con paura, ma anche con curiosità ed entusiasmo. Una situazione in evoluzione, oltre a sbriciolare le nostre certezze, abbatte anche numerosi paradigmi. I paradigmi sono quelle convinzioni al limite del luogo comune, che ci impediscono di vedere la realtà da differenti punti di vista. Sono una gabbia del pensiero, una museruola delle idee. Abbattuti i paradigmi, c'é l'opportunità di offrire una differente chiave di lettura per interpretare le nostre esistenze. Il posto di lavoro fisso non c'é più? Troviamo il modo di organizzare il nostro tempo in attività che ci permettano di esprimere la nostra vera personalità, senza magari impedirci di garantirci il reddito che ci serve per la sussitenza. Il reddito pro capite tende a diminuire? Rinunciamo al superfluo e magari riusciremo a vivere con un reddito minore, con maggior tempo libero e con un ritmo di vita rallentato: la qualità della vita deve per forza passare dal possesso di beni inutili?
Infine, se proprio vogliamo accettare la nostra dimensione di consumatori, almeno contiamoci: il libero mercato, la concorrenza perfetta, si basa sull'assunto che tutti gli operatori abbiano sul mercato dimensioni così insignificanti da non poter influenzare individualmente l'equilibrio del mercato: questo evita - per principio - l'attività speculativa. Solo scelte libere ma coincidenti di domanda ed offerta stabiliranno il prezzo.
Vi sembra che attualmente siamo in un regime di concorrenza perfetta?
I consumatori, sì, sono individualmente ininfluenti sulla fissazione del prezzo d'acquisto. Ma le aziende produttrici e distributrici dei prodotti giocano sporco, imponendo il prezzo attraverso accordi e logiche commerciali tese a falsare il naturale andamento della concorrenza perfetta.
Pensiamo a cosa fanno le compagnie petrolifere riguardo al prezzo della benzina. O alle compagnie telefoniche, le assicurative, le banche. Per finire alle semplici società della grande distribuzione organizzata, con i prezzi omologati su tutto il territorio nazionale a prescindere dalla Ditta sotto cui esercitano la propria attività commerciale, che sia Esselunga, Coop o Auchan.

Agiscono come un unico macrooperatore, il cui impatto sul mercato é tutt'altro che individualmente ininfluente. E si rivolgono al consumatore considerandolo come isolato da ciascun altro; perché é così che siamo, di fronte al mercato: sparigliati e disorganizzati. In tanta incertezza, le grandi aziende hanno un granitico punto fermo sulla quale impostano il proprio orizzonte temporale a medio lungo termine: l'isolamento di ciascun consumatore dai propri simili.

Ma se ad un certo punto la massa dei consumatori si organizzasse in modo costruttivo e pensante, cosa succederebbe? Essa rappresenterebbe un interlocutore influente che non potrebbe essere più affrontato con la logica del divide et impera, dell'inseguimento in campo aperto della preda isolata e smarrita. Se, in virtù di questa nuova strutturazione, il macroconsumatore - ossia l'insieme dei consumatori uniti e pensanti - si orientasse su un certo prodotto o su un certo marchio, a danno degli altri, gli equilibri sul mercato si modificherebbero. Si modificherebbero eccome!

Quali strumenti potrebbe avere l'individuo per divenire un consumatore evoluto? L'intelligenza, prima di tutto: che però é una dote innata, non si acquisisce. In seconda battuta, l'informazione. E nell'era di internet l'informazione gira più facilmente e raggiunge una grande porzione della popolazione. Ecco che la rete può diventare lo strumento di aggregazione del consumatore, al fine di creare il macroconsumatore che può - con una spallata - abbattere le barriere al libero mercato.

La società é liquida: facciamo in modo che sia liquida anche per chi vende e non solo per chi compra, e poi andiamo a vedere cosa succede.  Il senso di tutto ciò é proprio la rivincita nei confronti di chi ci vuole far comprare in maggior quantità, come psicofarmaco per curare il vuoto lasciato dalle sicurezze dissolte.

Senza contare che un popolo di disoccupati e di senza reddito non può essere contemporaneamente un popolo di consumatori. E questa é l'arma a doppio taglio di chi opera per avere una società liquida.