mercoledì 30 maggio 2012

MERITOCRAZIA E LICENZIAMENTI


Un personaggio di rilievo benché transitorio nella saga di Harry Potter é Dolores Umbridge, sottosegretario al Ministero della Magia. E' una donnetta odiosa, ossessionata dal potere e dalla disciplina. Per un breve periodo diventa reggente del Collegio di Hogwarts, facendosi ricordare per una serie intollerabile di provvedimenti ottusi e miopi, divulgati in modo pedante ed autoritario.

Elsa Fornero, mi ricorda la suddetta Dolores Umbridge. Non c'é argomento sul quale non prenda posizione, anche a causa di una schiera di cronisti che non hanno nulla di meglio da fare che pendere dalle labbra di questa invasata, interpellandola su qualsiasi argomento (oggi per esempio ha protestato contro il terremoto, lamentandosi del fatto che ad ogni scossa cade qualche edificio: riuscisse a licenziare almeno le scosse sismiche avrebbe finalmente reso un servigio degno di questo nome al Paese).

Come la Umbridge, anche Elsa Fornero si sta rendendo autrice di una serie sconcertante di azioni di scarso respiro, quasi tutte miranti a sfoltire gli organici di aziende private ed Enti Pubblici secondo una logica miope e ottusa, al punto che l'attuale Ministero del Lavoro potrebbe venire ribattezzato ipso facto Ministero per la Disoccupazione, visto che tutte le energie di questa professoressa prestata alla Politica si orientano verso questa direzione.

Recentemente, la trista falciatrice dalla lacrima facile ha dichiarato di voler rendere licenziabili anche i dipendenti pubblici, sollevando un'ovazione da parte della folta schiera di uomini qualunque che popolano questa povera Nazione.

La nostra dimostra in primo luogo di non sapere che il dipendente pubblico é già licenziabile: il D. Lgs. 165/2001, art. 21, prevede che il licenziamento sia riservato ai casi di maggiore gravità di inosservanza delle direttive impartite dagli organi competenti e di ripetuto mancanto raggiungimento degli obiettivi. Sono obbligatori la contestazione scritta e il contradditorio (*).

Quello a cui Elsa Fornero pensa é il licenziamento a carattere economico: ossia, se un Ente Pubblico versa in cattivo stato, non licenziamo chi ha provocato tale stato di difficoltà, ma riduciamo gli organici in modo da ridurre l'effetto del costo del personale su un bilancio che fa acqua da altre parti.

Una replica del compitino zoppicante svolto per conto di Confindustria pochi mesi fa e parzialmente bocciato da un'aula parlamentare temporaneamente rinsavita.

Questo si chiama paravento all'inettitudine delle alte cariche della Pubblica Amministrazione, questo si chiama nascondersi dietro ad un dito, questo si chiama offendere l'intelligenza altrui.

Le cronache sono piene di episodi di improprio utilizzo di fondi pubblici da parte di alti funzionari e uomini politici delle amministrazioni locali a scopo autopropagandistico o personalistico. Questo uso improprio danneggia due volte la collettività: da una parte fa mancare il servizio (offrendo così il fianco a gente come la Fornero che non perde occasione per sostenere che certi servizi devono essere erogati dai privati, in modo da poter contrarre la presenza del pubblico nella vita del cittadino italiano) e dall'altra genera buchi in bilancio (che la Fornero con scarsa fantasia vuole tappare con i licenziamenti di personale).
I licenziamenti facili sono una stupida ed improduttiva scorciatoia per salvare il posto a dirigenti incapaci e disonesti, sia del pubblico che del privato.
Non sono contrario ai licenziamenti: credo, tuttavia, che occorra garantire in modo continuo e sacrosanto il criterio del merito per sottrarre alla cinica logica del pareggio di bilancio tutti i lavoratori che ogni giorno prestano la propria opera con ingegno, operosità, serietà e onestà all'organizzazione pubblica o privata presso cui sono assunti.

Giudicare un ente pubblico solo in virtù del pareggio di bilancio (questa parolina magica) significa avere male inteso il concetto di Stato. Signori, lo Stato, certi servizi li DEVE garantire, altrimenti non ha diritto di chiamarsi stato.
L'esultanza con cui da più parti, a partire dai social network, é stata accolta la proposta Fornero di licenziare anche i dipendenti pubblici, mi ricorda i pogrom che insanguinarono la Russia nei decenni a cavallo fra il XIX° e il XX° secolo. Ogni volta che si verifica una crisi economica viene individuata una categoria su cui convogliare l'odio della maggioranza, e in questo momento gli statali sono il capro espiatorio per le facili generalizzazioni. Generalizzazioni idiote, perché si parte dall'assunto che il dipendente pubblico lavori meno e peggio di quello privato. Ho esperienza diretta dei due settori e non mi sembra che ci siano vistose differenze a discapito della valutazione dei dipendenti pubblici. Lavoro in una grande azienda privata, e non mi sembra che ci si ammazzi di lavoro. Le macchinette del caffé e le zone fumatori sono sempre ben fequentate, gli accessi in rete durante l'orario di lavoro, frequenti. Le disquisizioni sul solito rigore dato alla Juventus, all'ordine del giorno.
Per portare avanti la logica dei licenziamenti liberi, occorre prima una rivoluzione culturale. Una rivoluzione culturale che si basi sul merito e sulla effettiva ripartizione delle responsabilità. Sulla richiesta di restituzione dei fondi male utilizzati, sulla revocatoria delle transazioni commerciali aventi oggetto denaro pubblico impropriamente speso.
Ma quando si parla di rivoluzione culturale, qualsiasi progetto, in italia, si arena immediatamente.
Purtroppo questo governo tecnico ha un ristretto orizzonte temporale e ha interesse ad arrivare ad un patetico pareggio di bilancio entro il giorno in cui il suo mandato scadrà. Quello che succederà dopo non riguarda questi ministri, il cui motto dev'essere "il mio mondo muore con me".
E allora via ai provvedimenti senza domani, a logiche a corto raggio. E poi sarà un problema nostro, tutti questi signori torneranno tronfi alle proprie cattedre, ai propri scranni, alle proprie scrivanie, lasciandosi dietro una scia di disoccupazione.
E noi dovremo inventare una nuova Italia che avrà schivato il default, ma che sarà stata travolta dalla mediocrità di questi provvedimenti.



(*) Fonte Wikipedia

martedì 29 maggio 2012

DUE AMICI


Questa è una storia strana. E la storia di due persone che per me contano molto. E’ la storia di due miei amici, due amici che nemmeno si conoscono e che, se si conoscessero, non si piacerebbero. Uno si chiama Luca, l’altro Fabio.
Luca è avvocato e lavora nel centro di Milano. Fabio per vivere fa lo psicologo a Limbiate, l’estrema periferia operaia che si mescola con la campagna agricola e residuale a nord di Milano.
Uno guida un enorme SUV nuovo fiammante, un Porsche Cayenne nero, con i vetri oscurati: una di quelle macchine che quando ti passano vicino ti fanno sentire lo spostamento d’aria. Una di quelle macchine che esibiscono prepotenza. Una di quelle macchine che consumano troppo e inquinano ancora di più.
Luca mi ripete sempre che non é tipo da automobili grosse, ma che quella Porsche, proprio quella, gli serve come biglietto da visita. E - pagandola con il finanziamento - non si accorge nemmeno di tirar fuori i soldi! Ha una tale forma di pudore nei miei confronti, perché sa che io non me la potrei mai permettere, né spenderei quei soldi nemmeno se li avessi d’avanzo. Sa che la trovo una scelta ridicola e cerca di propormi giustificazioni che nemmeno gli chiedo. In realtà gli piace sedersi su una macchina prestigiosa, soprattutto quando esce la sera. Luca è vanitoso e ambizioso.
Gli piace accompagnarsi a ragazze che lui definisce top class. L’interpretazione dell’espressione top class? Femmine appariscenti ed estremamente curate, vestite con abiti acquistati nelle boutique del centro. Ragazze ingioiellate da Tiffany e con la pettinatura appena fatta dai migliori coiffeur della città. Belle statuine, sorridenti e silenziose. Ovviamente tutte artificialmente bionde.
Devono rigorosamente abitare nelle zone più eleganti di Milano: Conciliazione, Magenta, Corso Venezia, zone così. Preferibilmente hanno una villa sul lago, o in Sardegna, e guidano auto sportive e costosissime. In questi vent’anni ne ho viste una lunga schiera e – se non mi ci applico con pazienza – faccio fatica a distinguere un viso da quell’altro, come se una non fosse altro che la replica insignificante della precedente e così via. La personalità non è una dote che Luca ricerchi in dosi massicce, in una donna. Basta che sia di rappresentanza, che gli facciano fare bella figura quando lui le esibisce ad amici e conoscenti. Ogni volta che me ne presenta una nuova, non mi dice “Lei è Francesca”, no; dice: “Questa è Francesca, ha una casa a Porto Cervo e una BMW Z4 che mi ha fatto guidare”. Una nuova, come un modello di auto, una casa, una camicia.
Adesso che ci penso, anche quando presenta gli amici, Luca tende ad introdurli attraverso l’enunciazione di un attributo che ne definisca la ricchezza, o la rilevanza all’interno della società.
Sì, perché – senza che se ne sia accorto -  ormai per lui, una ragazza o un amico sono solo uno dei tanti status symbol da esibire e ostentare nelle occasioni formali. Matrimoni, cene fra colleghi avvocati e feste nelle clubhouse del golf. Sì, perché - mi ero dimenticato di aggiungerlo - Luca gioca a golf. Non potrebbe essere diversamente, non vi pare? Gioca a golf e ama lo champagne; anzi le bollicine, come lo chiama lui. Ha imparato a chiamarlo così da una fidanzata precedente.
Che poi, non è che ami realmente lo champagne, o il fois gras o le ostriche, no. Ma serve a definire il proprio livello e il proprio ambiente di riferimento. Una specie di uniforme da indossare per sentirsi integrato.
Lo conosco dai tempi dell’Università, quando era semplicemente un ragazzo brillante ed estroverso, generoso e simpatico, che ci metteva pochi minuti a conoscere una ragazza. E – per un timido come me – era un’eccellente compagnia, perché mi aiutava ad uscire dal guscio. Aveva come me un passato da disadattato; da emarginato, più che altro: un bambino obeso e ordinario in un quartiere ricco di una metropoli in costante trasformazione. Solo la percezione di un senso di esclusione. Che stava curando con un atteggiamento istrionico, lavorando sul proprio sapere, sui propri comportamenti, sul proprio aspetto.
Poi, con il passare del tempo, l’ho visto mutare, trasformarsi all’interno di una sconcertante metamorfosi che gli ha permesso di mimetizzarsi benissimo nel sottobosco umano di un certo tipo di Milano. Quella Milano che negli anni ottanta chiamavano un po’ per luogo comune, un po’ perché era davvero così, la “Milano da bere”. Quella Milano che nonostante tutto continua a bere abbondantemente, ma con più discrezione, anche oggi. Una Milano, infine, che sembra tanto la cristallizzazione di un film dei fratelli Vanzina, fatta di esteriorità, di superficialità e arroganza senza vergogna; fatta di ostentazione di una ricchezza che forse nemmeno c’é. Luca, progressivamente, ha mutato d’abito e si è mimetizzato in questa Milano della ricchezza che non c’è, ma che si ostenta e si insegue come un miraggio.
Si insegue, proprio così. Cercando di essere ciò che non si é: un alto borghese con i soldi da buttare in status symbol. Luca insegue questa ricchezza per dimenticarsi da dove è venuto e cosa é stato, perché “da dove è venuto e cosa é stato” sono luoghi che non gli piacciono e che non vuole accettare.
Quando vuole, ancora adesso, sa ascoltare e capire ciò che sento. Solo, ultimamente ho l'impressione che mi guardi come se fossi trasparente, con una punta di compassione per la mia assoluta mancanza di attrazione per il mondo glamour che lui sta cavalcando e per la mia ricerca ancora incompiuta per un mondo un po’ più concreto e spontaneo, dove l’apparire e il possedere non sono i requisiti fondamentali.
Fabio guida una vecchia Peugeot, scassata e ordinaria. Indossa abiti non griffati, anche se è sempre ordinato e decoroso. Vive da dieci anni con una ragazza senza un patrimonio immobiliare, che non si sforza di cercare di essere bionda, che è timida e discreta. Che fa l’assistente sociale in un comune di provincia. E’ una ragazza non appariscente, certo, ma non é priva di contenuti. Entrambi lavorano con i disadattati e vedono la vita sotto un’angolazione differente. Vedono l'emarginazione come un problema da risolvere e non come un demone da abbattere con rivincite impossibili.
Fabio non gioca a golf, e se la ride dei fighetti milanesi. Non frequenta  wine bar, ma osterie o ruvide enoteche. Il vino gli piace rosso e forte, accompagnato da formaggio e fette di salame e di pane tagliato grosso.
Fabio viene da una famiglia operaia e comunista. Lui stesso è comunista, un comunista solido e pieno di argomentazioni: quando ti spiega ciò che ha in testa non sembra mai provare compatimento per chi non la pensa allo stesso modo. Guadagna quello che gli serve per vivere e per poter girare ogni tanto il mondo.
Ho passato un intero pomeriggio dello scorso week end a parlare con lui. Abbiamo ricordato i fantastici anni ottanta, che abbiamo condiviso sui banchi del liceo. Abbiamo prosciugato almeno tre bottiglie di vino, mangiando carne alla brace, fumando sigari e rievocando i nostri amati Pink Floyd. Inevitabilmente, man mano che il tasso etilico saliva, abbiamo abbandonato il pudore adulto per affrontare la crisi del quarantenne che si confronta con le aspettative ormai sdrucite degli adolescenti di venticinque anni prima.
E’ il suo mestiere, si dirà, ma ha guardato dentro e ha puntato il mirino sul compromesso difficile che sto cercando di evitare. Il compromesso che mi sta divorando da tempo, come un labirinto da cui voglio uscire. Quanto ho bisogno di possedere, di guadagnare, per sentirmi realizzato? La carriera è la strada giusta e unica per sentirsi realizzati?
Non vale la pena sacrificare il tempo al lavoro in nome di una realizzazione professionale vana e vacua che in cambio prosciuga il tempo migliore della nostra vita.

Il labirinto in cui mi dibatto ha pareti alte dal nome semplice: ambizione. L'ambizione mi ha cacciato nel cuore di un ingranaggio famelico, che non resituisce niente e nessuno. Quando sei dentro, diventa difficile sottrarsi. E' per ambizione che sacrifichiamo tutta la nostra vita alla carriera? O siamo tutti - in un modo o nell'altro - tanti Luca che vendono il proprio tempo in cambio di beni (che siano auto, vestiti o anche il solo e semplice denaro) da poter ostentare, a riprova dell'illusione del proprio ruolo all'interno della società? E' necessità di accettazione da parte di sè stessi o da parte di chi ci circonda?

Fabio non è ricco. Ma ha tutto quello che gli serve.
Nemmeno Luca è ricco. Certo, possiede tantissime cose e insegue ciò che non potrà mai avere, mascherandosi per assomigliare alla fauna a cui vorrebbe appartenere. Ma per quanto si mascheri, per quanto ostenti, compri, possieda, non sarà mai soddisfatto e continuerà la rincorsa con sempre maggior affanno. Perché non é l'apprezzamento degli altri che lo potrà saziare, bensì il proprio.
Fabio non insegue nulla. Tiene in mano il timone della propria vita. Regola il rubinetto del proprio tempo e del proprio lavoro: nessuna ricchezza esteriore sembra attrarlo. Questo lo rende solido, quasi inattaccabile. Lui ha accettato ciò che é.
Luca e Fabio: due amici, più che altro due estremi di un segmento, nel mezzo del quale mi trovo adesso.

mercoledì 23 maggio 2012

HABEO ERGO SUM



 
"Ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar.
In fondo basta il minimo, lo stretto indispensabile, trovare quel che occorre per campar"

Questa é la preziosa lezione che l'orso Balù impartisce - nella trasposizione disneyana del libro di Kipling "Il libro della jungla" - al giovane cucciolo di uomo chiamato Mowgli. Cantando e ballando goffamente, il grande orso grigio spiega al piccolo trovatello che la gioia della vita risiede nelle cose semplici, perché non sono gli oggetti - le cose, appunto - a dare la felicità, ma lo spirito con il quale si affronta ogni giorno della propria vita.
Oggi - da troppi decenni, in realtà - siamo bombardati da una serie di sollecitazioni provenienti da più parti, secondo uno schema che assomiglia inquietantemente al controllo sociale: queste sollecitazioni ci invitano ad acquistare, possedere e consumare qualsiasi genere di oggetto o prodotto. La necessità del capitalismo di mantenere in vita il circolo vizioso domanda - produzione - consumo, al fine di garantirsi la sopravvivenza, ha innalzato di parecchi livelli il concetto di stretto indispensabile, fissando un limite minimo che farebbe impallidire il povero Balù.

Insinuando nel potenziale acquirente - con un sottile quanto poderoso lavoro psicologico - un senso di incompletezza o inadeguatezza, il marketing ha contemporaneamente proposto la soluzione a questo disagio: l'acquisto del superfluo che, in quanto soluzione di questa incompletezza, diventa indispensabile. La tristezza curata tramite l'acquisto, la shopping therapy, che idiozia!

Questo ha innescato un perverso meccanismo emulativo che si basa sul fatto che ogni singolo attore sul mercato dei beni si sente coinvolto in una specie di competizione del possesso nella quale occorre acquistare il più possibile per poter primeggiare. Le regole inespresse di questa competizione non codificata ma estremamente evidente, sono chiare e semplici: chi possiede, vince; chi non possiede, perde e viene retrocesso nel limbo della società.
Le conseguenze di questa impostazione sono almeno due: da una parte si riscontra una ridondanza degli acquisti di beni superflui, dall'altra vengono rilevate scorciatoie per l'arricchimento rapido.

In statistica economica, il paniere è un insieme di beni e servizi rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in uno specifico anno. Il paniere così composto serve a calcolare gli indici di variazione dei prezzi rispetto ad un determinato periodo. Usualmente il paniere é anche il riferimento dei consumi abituali di una data popolazione.

 
Vi invito a verificare com'é cambiata la composizione del paniere nel corso di questi ultimi quarant'anni. Dai beni di prima necessità, siamo passati agli e-book, alle lotterie istantanee, agli smart phone, alla pay per view.

E se fossimo definitivamente entrati in una spirale perversa dalla quale é difficile uscire?

Il consumismo é riuscito negli anni a provocare una serie effetti collaterali, parimenti devastanti:

1. da una parte ha assorbito gran parte delle risorse del pianeta, sottraendole di fatto ai paesi che stavano ai margini dei paesi industrializzati; un esempio su tutti é l'attività di deforestazione di gran parte del Sud America per fare posto ai pascoli dove crescono i bovini allevati per produrre la carne necessaria a sfamare la popolazione degli Stati Uniti, che consuma un multiplo impressionante del fabbisogno normale di un essere umano.

2. ha creato un mercato del lavoro alternativo, nel terzo mondo, in cui lo stesso tipo di prestazioni vengono remunerate un decimo di quello che sarebbero remunerate in occidente. Quindi, dietro al paravento di logiche commerciali ed economiche, si instaura una vera e propria schiavitù operaia. [La Fiat che chiude a Termini Imerese per aprire in Brasile o Polonia, danneggia contemporaneamente l'operaio italiano che perde il lavoro e l'operaio brasiliano che - per la medesima prestazione -  viene pagato meno, per produrre un'automobile che viene poi rivenduta sul mercato con un prezzo che copre di gran lunga il costo di produzione. Marx direbbe che Marchionne si appropria del surplus dell'operaio brasiliano. Invece per i quotidiani finanziari  Marchionne viene considerato un genio]

3. ha sancito modelli artificiali di comportamento, deformando in modo concreto la personalità degli individi, deformati dall'equazione possiedo quindi sono, ostento quindi esisto. In questo modo l'individuo é stato trasformato in una specie di automa che produce e acquista.

4. ha, infine, relegato in un limbo di biasimo e compatimento, i valori alternativi a questi modelli; la cultura, la semplicità, la solidarietà, la condivisione.

5. ha indotto gran parte della popolazione attiva ad offrire più lavoro, in cambio di una maggior remunerazione da spendere per soddisfare bisogni artificiali. In questo modo il tempo a disposizione si é contratto: l'effetto cappio di questa scelta consiste nell'avere beni e denaro a disposizone, senza avere più il tempo di goderli. Il possesso fine a sè stesso.

Ora, non é che ci restino molte soluzioni. O accettiamo con rassegnazione questa lobotomia a carattere commerciale. Oppure cominciamo a chiederci di cosa abbiamo realmente bisogno e a cosa possiamo rinunciare. Da un po' di tempo me lo sto chiedendo: per ora non ho trovato molte soluzioni, ma il pensiero mi accompagna sempre.

Il paradigma, che - in questo momento storico - ci impedisce di vedere la situazione nella sua totalità, consiste nell'affermazione che non c'é alternativa al capitalismo. Chi vince le guerre scrive la storia, e il capitalismo recentemente ha potuto scrivere la propria versione surrettizia.

Il primo passo é ridefinire il concetto di vita e delle cose che realmente danno un senso ad essa, senza dover ricorrere a feticci che colmino dei vuoti immaginari. Il secondo é restituire al tempo il proprio valore, e di ricominciare a considerarlo una risorsa.

So che suona molto new age, terribilmente new age, e la cosa può anche fare sorridere. Ma se c'é una rivoluzione che vale la pena di essere portata avanti, credo che sia proprio questa.








mercoledì 16 maggio 2012

Oltre la freddezza dei numeri



Alla fine del XVIII secolo, un matematico inglese pubblicò uno studio dal titolo Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, nel quale esponeva la propria teoria economica. Il suo nome era Thomas Malthus: egli sosteneva che la crescita della popolazione - progredendo secondo una logica geometrica - avrebbe presto esaurito le risorse alimentari, che - al contrario - progredivano secondo una logica aritmetica.

Malthus viveva nell'Inghilterra che stava per scoprire la rivoluzione industriale e - poco dopo - il liberismo, con tutte le sue nefaste conseguenze. Analizzò il fabbisogno della popolazione tentando di prevedere le dinamiche di carattere economico legate ai due fattori chiave: popolazione e risorse. Si trovava, di fatto, agli albori di quella scienza sommaria e sofisticata che in seguito si sarebbe chiamata Economia Politica.

Secondo Malthus, l'aumento del fabbisogno alimentare avrebbe costretto a coltivare le terre meno fertili, fino ad impoverire completamente i terreni agricoli. Di conseguenza si sarebbero verificate delle terribili carestie.

Carestie, pestilenze e guerre erano lo strumento involontario ma necessario affinché il volume della popolazione si riducesse e di conseguenza venisse ristabilito un nuovo equilibrio fra domanda ed offerta.

Carestie, pestilenze, guerre: Malthus le definiva strumenti di controllo successivo. Contrapponendoli al controllo delle nascite, ma non riferendosi alla contraccezione bensì alla castità, definita controllo preventivo.

Quindi, la morte di alcuni per consentire la vita di altri era la soluzione del problema. Crudele, no? Una fredda disamina fatta da un matematico che considerava indistintamente gli individui o le popolazioni come semplici varibili all'interno di un'equazione.

Quando si dice la freddezza dei numeri.

Le teorie di Malthus, per quanto rudimentali, furono le basi per successivi studi di economisti o filosofi più evoluti. E' il caso, per esempio, di R.W. Emerson che sostenne che la crescita della popolazione avrebbe comportato anche lo sviluppo della mente umana, sviluppo che - tramite una nuova capacità inventiva - avrebbe saputo far fronte ai bisogni e alle necessità crescenti della popolazione.

Tuttavia Malthus ed Emerson non avevano previsto un fattore che fu invece più che esplorato da un successivo economista, il più lungimirante e preveggente di tutti: Karl Marx. Quest'ultimo capì che il profitto e la sperequata distribuzione della ricchezza avrebbero costituito per la società un cappio terrificante. Se il profitto e l'accumulo costituiscono il motore della società, quella stessa società é malata.

Circa centocinquant'anni dopo, Chistine Lagarde, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, parlando della crisi economica mondiale ha affermato con laconico determinismo che "la popolazione aumenta eccessivamente e soprattutto campa troppo a lungo".

Nelle parole di Lagarde la vita viene intesa come una zavorra dei meccanismi economici, e questo é semplicemente paradossale: i meccanismi economici devono [o dovrebbero] essere al servizio della vita, e non viceversa.

Ora non voglio tenere da questo blog una lezione di Economia Politica; ho sempre trovato ostica questa materia, ai tempi dell'Univeristà: troppe astrazioni, troppe semplificazioni!

Vorrei solo fare delle riflessioni su come l'economia abbia avuto un'applicazione statica attraverso il dinamismo dei secoli.

Se da un lato le nuove scoperte in campo medico, scientifico e tecnologico - contribuendo ad allungare e migliorare la vita - hanno confermato le previsioni di Waldo Emerson, esistono ancora alcuni aspetti dell'evoluzione del sapere umano che non hanno prodotto i risultati attesi.

E qui siamo al punto: se da una parte Lagarde guarda alle risorse del welfare in esaurimento ed inadeguate per fronteggiare tutte le bocche che si stanno moltiplicando nel mondo occidentale, dall'altro gli economisti continuano ad ignorare il baco fondamentale di questo sistema capitalista: l'accumulo spropositato di ricchezza nelle mani di pochi. Pochi individui che - oltretutto - operano per mantenere bloccati quei meccanismi economici che hanno permesso a loro di accumulare ricchezza.

L'economia é definita la scienza che studia le scelte razionali, compiute dai singoli e dalla società, per impiegare risorse scarse, che possono avere usi alternativi, allo scopo di produrre vari tipi di beni e servizi, nonché le scelte volte a distribuire questi ultimi tra gli individui e i gruppi sociali per soddisfare al meglio i bisogni individuali e collettivi. Rientra nelle discipline umanistiche, ossia quelle che hanno come punto di riferimento l'uomo in differenti aspetti.

Avere come punto di riferimento l'uomo é tutt'altra cosa che considerarlo un numero da gestire con la freddezza di un matematico. Mi sembra che la distanza fra la definizione teorica e l'applicazione pratica degli ultimi decenni sia drammaticamente abissale.

Ho sentito ripetere tante volte: "occorre mettere l'essere umano al centro del pensiero evolutivo". Il primo passo per realizzare questo progetto importante é capire se gli economisti che attualmente sono al potere lavorano per avvicinarsi il più possibile alla definizione di economia, o se semplicemente sono dei sicari armati di calcolatrice, al servizio di poteri economici forti e non propriamente occulti.

I Lagarde, i Monti, i Draghi (tanto per fare dei nomi di moda) stanno realmente lavorando per ottimizzare la distribuzione delle risorse al fine di soddisfare i bisogni collettivi? La risposta che viene facile é: no, non lo stanno facendo.

Stanno piuttosto contribuendo a creare una specie di Camelot finanziaria nel pieno di un deserto di povertà. Non é demagogia la mia, piuttosto é geografia; basta guardarsi intorno: un occidente sempre più ristretto come territorio, ma sempre più ad alta concentrazione di ricchezza, circondato da imponenti territori dove la povertà, le malattie e la morte imperversano senza soluzione di continuità. L'Africa, il Medio Oriente, l'America Latina, gran parte dell'Asia. Come un vampiro insaziabile l'Occidente sta dissanguando il resto del Mondo, per garantirsi la sopravvivenza. Ma é una logica miope e autodistruttiva: prima o poi l'Occidente, pagerà questo cannbalismo, e si inaridirà anch'esso.

Non occorrono premi Nobel per modificare questa geografia. Basta andare oltre la freddezza dei numeri e concentrarsi su due parole semplici semplici ma di portata globale: solidarietà e sussistenza.

La sussistenza é il termine che esprime il concetto di sopravvivenza. Rappresenta quindi il minimo indispensabile che ciascuno deve avere per poter sopravvivere.

Anche Malthus parlò di sussistenza, in un modo curiosamente cinico. "Se esiste un sussidio - diceva - il reddito delle famiglie aumenta oltre un livello di mera sussistenza. Di conseguenza i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l'offerta di lavoro, portando quindi a un'ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, quando il livello di vita scenderà sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smetteranno di fare figli e il salario tenderà a salire da solo".

Esiste un'alternativa, a questo cinismo. Si chiama solidarietà e mutualismo.

La solidarietà é un modo di agire e prima ancora di pensare: é la conseguenza della generosità. Rompe gli schemi del libero mercato, senza alterare per forza lo slancio della libera iniziativa.

Quello che gli economisti devono e possono insegnare é come sia possibile creare e mantenere la ricchezza, senza per questo mantenere gran parte degli essere umani in condizioni di povertà inaudita. Il libero mercato - così come é concepito oggi - e il capitalismo, non sono dogmi. La fase capitalista, all'interno della storia economica dell'uomo, va superata.

Andando, appunto, oltre la freddezza dei numeri e le astratte formule matematiche.

Altrimenti l'uomo sarà la prima specie vivente che avrà operato volontariamente contro la propria sopravvivenza, in direzione della propria estinzione.

lunedì 7 maggio 2012

Imagine


Qualche giorno fa discorrevo con una mia amica riguardo al degrado della situazione italiana. Alla sua domanda “Quanto ci vorrà per uscire da questo pantano?” non ho potuto far altro che risponderle in modo per niente ottimista. Ho quarantacinque anni, e credo fermamente e serenamente che non vedrò soluzione alla crisi del Paese dove vivo. Non sono rassegnato, sono obiettivo.
Ho già avuto modo di scrivere in post precedenti che non è con l’uomo della provvidenza che si risolveranno i problemi italiani. Occorre un lavoro lungo e meticoloso, fatto con pazienza e con seria partecipazione. I cambiamenti radicali sono lenti e faticosi, nessuna rivoluzione, nessun colpo di mano o di stato può invertire questa rotta senza provocare danni anche peggiori di quelli nei quali stiamo affogando. Decenni ad accumulare errori non si possono cancellare con una svolta repentina. Quello che è successo in Russia dopo l’abbattimento dell’Unione Sovietica o anche in Iraq e Afghanistan - con l’abbattimento di un regime e l’imposizione di uno democratico - sono casi estremi, ma anche testimonianze della storia su come (non) si debbano gestire le svolte.
Nessun uomo (o donna, ovviamente), per quanto dotato, serio e preparato (ammesso che ancora ce ne siano) può da solo farsi carico della soluzione di questa prolungata sciagura dell’egoismo e dell’indifferenza; perché – anche fosse il più illuminato di tutti - comunque resterebbe sempre e solamente un uomo solo contro un problema generato da comportamenti sbagliati di molti: occorrono cinquanta milioni di persone che lavorano per l’obiettivo comune.
Quello che ci differenzia dai Paesi europei più evoluti (per esempio le Nazioni scandinave, la Francia, l’Olanda e il Regno Unito di Gran Bretagna) è il fatto che questi Stati hanno investito da moltissimi decenni in un bene che da noi è sempre stato sottovalutato: l’educazione.
Educazione civica, educazione ambientale, educazione alla condivisione, alla solidarietà, alla cooperazione. Educazione al rispetto altrui. L’educazione è un bene immateriale, ma dal peso incommensurabile per il benessere e l’equilibrio di una nazione.
L’Italia post-fascista, questa Italia, nasce nel 1945 alla fine di una sanguinosa guerra civile durata almeno un biennio ed è figlia di tre anime.
Una cattolica, derivante da secoli di presenza costante del Vaticano nelle vicende della nostra politica.
Un'anima social-comunista, in quanto i socialisti e i comunisti sono stati i principali attori della Resistenza che ha contribuito a ribaltare il precedente regime totalitario. Socialisti e comunisti hanno anche partecipato in modo importante (per contributo e per impatto) alla nascita dello Stato, attraverso la redazione della Carta Costituzionale.
Infine quella capitalista, portata dai liberatori americani e inglesi, che hanno giocato il ruolo principale nella caduta del Fascismo e nell’instaurazione di un sistema liberale in gran parte dell’Europa.
Liberismo, cattolicesimo e comunismo non sono privi di valori rilevanti e positivi: la solidarietà, il mutualismo, l’iniziativa individuale.
Eppure da queste tre anime è uscito un brutto pasticcio: il problema dell’Italia, secondo la mia opinione, non è nella coesistenza di queste tre anime, quanto invece nel modo in cui esse si sono fuse a formare la cultura di Stato.
Il cattolicesimo, con il suo percorso peccato-colpa-perdono, è stato rielaborato dall’italiano sottoforma di impunità: interpretazione quantomeno curiosa del perdono, in quanto priva del suo aspetto edificante, ossia la redenzione. La redenzione, tramite l’espiazione è quella che garantisce il perdono. Senza redenzione non esiste perdono. L’espiazione non è la punizione (come - al contrario - vecchi preti ottenebrati dalla superstizione ci hanno insegnato per decenni): è il percorso attraverso il quale si percepisce la portata e l’effetto del proprio errore. Grazie a questa percezione si giunge alla conclusione di voler evitare nel futuro i comportamenti sbagliati; ecco la redenzione.
Il liberismo, fondamento del capitalismo, è stato tradotto nell’italiano maccheronico in libertà di fare i propri comodi al solo scopo di raggiungere il massimo profitto. Ogni regola è stata vista come un vincolo insopportabile e nefando. Mentre spesso le regole sono quelle che danno valore ai comportamenti, perché li guidano, invece di soffocarli. Ne è sorta una malintesa libertà che assomiglia tanto all’anarchia.
Infine il comunismo, mutazione genetica del socialismo, applicata ad una teoria economica definita marxismo. Lo scopo: annullamento della ricchezza altrui, anziché creazione della ricchezza per tutti. Così, in Italia la lotta di classe è diventata lo strumento dell’invidia, della divisione, in un Paese già diviso da cultura e storia.
Per cui adesso ci troviamo in un paese di arroganti, di invidiosi, di opportunisti, di furbetti, dove l’evasione fiscale non è un comportamento da tenere nascosto in quanto reato, ma viene sbandierato quasi con orgoglio, sicuramente con impudenza:
Non vorrai mica che le paghi tutte io le tasse?
E’ una frase che più di un amico artigiano o piccolo commerciante mi ha sbattuto in faccia ridacchiando a proposito delle mancate emissioni degli scontrini fiscali.
Inutile quindi sperare di cancellare con un rapido passaggio di spugna questa situazione: l’emergenza è contro l’educazione, perché i tempi dell’educazione sono lenti.
Occorrono validi modelli alternativi: non certo quelli che ci hanno proposto negli ultimi trent’anni per trasformarci da individui pensanti ad acquirenti potenziali colmi di bisogni inventati. Rendiamoci conto che possiamo vivere bene con un quarto delle cose che acquistiamo. Guardiamo ad altri modelli di vita che non siano quelli americani: la macchina grossa, il cellulare nuovo e ultra-tecnologico, il laptop, gli abiti griffati, l’abbronzatura perfetta, il look non sono i valori primari di un individuo!
Servono buoni maestri, ma al momento i buoni maestri sono isolati, emarginati, ignorati. Questo Paese sta morendo perché si sottovaluta il valore dell’insegnamento, della formazione, dell’educazione in senso ampio. Se uno Stato paga il Capo della Polizia centinaia di migliaia di euro, se un top manager di una banca di affari prende bonus milionari per aver concluso affari capestro con enti pubblici (sì, sto parlando della ristrutturazione del debito del Comune di Milano: chi ha chiuso quelle pratiche ha portato a casa circa 1,5 mln di Euro di premio, in aggiunta a uno stipendio annuo di circa 500 mila Euro), se nelle università i vecchi baroni distribuiscono cattedre e dottorati ai propri portaborse invece di premiare i ricercatori più meritevoli che potrebbero trasmettere la conoscenza, se la Rai dirotta i programmi di divulgazione culturale sui canali minori allora l’Italia non ha prospettive.
So che qualcuno, leggendomi, potrebbe dirmi:
Ma una rivoluzione ci salverebbe; impicchiamo, fuciliamo, ghigliottiniamo tutti i baroni, i top managers strapagati, gli evasori fiscali, i politici corrotti e gli imprenditori corruttori, e l’Italia sarà un posto migliore
Questo sarebbe vero se ci fosse già una generazione pura, educata ad essere migliore di questa che l’ha preceduta. Ma al momento quella generazione non esiste. Non la mia fatta di quarantenni depressi o infantili, non quella che segue, già contaminata dal consumismo.
L’unica soluzione è prendere i più giovani, educarli al rispetto degli altri, dei rapporti umani, della vita intesa in tutte le sue forme, dello Stato, delle leggi, dell’ambiente e della propria intelligenza. Alla generosità e all’eguaglianza. Educarli che il denaro non è un fine, semmai un mezzo. Che la superficie è solo un lato parziale delle cose e delle persone. Educarli a rifuggire qualsiasi conformismo, perché la propria intelligenza merita rispetto. Farli crescere con pazienza e dare loro la responsabilità e la guida di questa Nazione.
Lo so, sembra un’utopia, e forse lo é. Ma non sono cose impossibili a farsi: adesso non abbiamo altra scelta che essere tutti buoni maestri, immaginare questa utopia e trasformarla in realtà.


sabato 5 maggio 2012

Scorciatoie comode

Avere dubbi, dice il saggio, é proprio delle persone intelligenti. Trovare le risposte ai propri dubbi, dico io, é ancora più intelligente.

Questo, più o meno, é quello che deve aver pensato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quando ha deciso di dare a Mario Monti il mandato per formare il governo sostitutivo del Berlusconi IV.

Da anni, tutti - dai cosiddetti esperti di finanza e politica internazionale, all'uomo della strada che chiacchiera davati al cappuccino - sostenevano che il Prof. Mario Monti fosse l'uomo giusto per risolvere i problemi italiani: dopo tutto Mario Monti é il rettore dell'Università più prestigiosa d'Italia, un rispettato Commissario europeo, un professore competente ed apprezzato. Riscuoteva consensi da ogni parte dell'arco costituzionale (o quasi): non dargli in mano il volante della Nazione sembrava il solito spreco italiano.

Qualcuno si era sbilanciato inerpicandosi su teorie sociologiche per cui gli italiani, guidati dall'invidia, malvedono chi eccelle e preferiscono essere rappresentati da qualcuno nel quale si identifichino, tipo il buon Berlusconi, tutto donne, calcio e ricchezza guadagnata rapidamente [questa non é una boutade, ma il succo di un articolo apparso qualche anno fa sull'Herald Tribune, autorevole newspaper britannico: in pratica individuava nell'affinità fra le passioni dell'italiano medio e quelle palesi di Berlusconi il segreto del suo successo politico].

"Ma perché non mettiamo Mariomonti [sì, detto tutto d'un fiato, come negli anni settanta si diceva Gigirriva per invocare i gol della nazionale] a fare il Presidente del Consiglio?" era diventata la domanda tormentone degli ultimi dieci anni, un po' come quando, d'estate, arriva la canzonetta easy listening, un po' scema e martellante che ti fa compagnia sotto l'ombrellone e che - bene o male - tutti cantano. Tipo sole, cuore, amore, appunto.

Queste certezze popolari sono indici di una filosofia superficiale e un po' sbucciona. Come se per risolvere problemi endemici italiani, come l'evasione fiscale, la disoccupazione, la corruzione, la concussione, bastasse mettere un Harry Potter in abito gessato. E  Monti godeva fama di conoscere la materia (l'economia, la materia di cui sono fatti recentemente i sogni dei governi occidentali) e di avere ottime credenziali presso i severi Soloni dell'Unione Europea. Monti rappresentava benissimo l'ideale scorciatoia per levare l'Italia dalla crisi economica senaa sconvolgere troppo le abitudini degli italiani

Bene, dopo cinque mesi possiamo dire, con una certezza che cresce di giorno in giorno, di esserci tolti il dubbio che Monti fosse davvero l'uomo giusto. Non perché gli manchi la competenza, ma perché lui stesso non ha ancora capito quale sia il proprio fine ultimo.

Credo che chiunque inizi un viaggio, che sia un percorso politico o un'attività imprenditoriale, o un'associazione di qualsiasi altro genere, abbia o debba avere un fine ultimo. Lo scopo ultimo serve ad organizzare le risorse, a studiare le strategie. A maggior ragione in politica.

E' tanto che in Italia non si vedono progetti a lungo termine. Nel tardo ottocento, il Partito Socialista lottava per garantire opportunità di crescita per il proletariato. C'era una filosofia che sottendeva questo movimento, una filosofia poco compromissoria. C'erano azioni mirate, organizzate. Ci sono state delle vittorie, dei progressi.

Negli anni venti, Mussolini aveva un fine ultimo. Se vogliamo, mortifero, ma era un fine ultimo. La trasformazione dell'italiano da massa indolente a Popolo, militarizzato, marziale, forgiato secondo i principi del superuomo nitscheiano. Lo Stato doveva essere strutturato nel medesimo modo. L'architettura e l'urbanistica, tutto doveva uniformarsi. Il raggiungimento di questo fine ultimo richiedeva progettazione a lungo termine, organizzazione, comunicazione. E' finita male, probabilmente non vi erano altre possibilità, ma c'era una progettualità. Sperando di non essere tacciato di apologia, devo dire che il lavoro sull'italiano non é stato così privo di frutti. La generazione educata da quel regime ha condotto l'Italia oltre le macerie fino alla ripresa economica. Il prezzo da pagare é stato senz'altro troppo alto.

Quello che secondo me difetta al Mario Monti politico é il fine ultimo. Cosa vuole questo signore? Vuole solo sanare temporaneamente le finanze nazionali? Vuole educare l'italiano a rifiutare l'evasione fiscale o vuole semplicemente spremere chi é già spremuto per tappare il buco di bilancio? Vuole modificare il sistema fiscale o semplicemente vuole condurre l'Italia alle elezioni del 2013 mandenendo lo spread entro livelli accettabili? Vuole allineare l'Italia agli altri partners europei, o semplicemente vuole accattivarsi l'approvazione di Merkel & Co? Ha davvero intenzione di abandonare la scena dopo il 2013 o si riproporrà come Presidente del Consiglio per qualche coalizione?


L'assenza di risposte definite crea perplessità presso gli italiani e una certa stasi nella stessa attività di governo.

Il discorso di insediamento aveva fatto ben sperare. Equità unita a rigore. Sembrava una cornice adeguata per un quadro che andava delineandosi. Avevamo voluto credere che il suo Governo avesse intenzione di sfruttare quell'insolita assenza del vincolo elettorale per fare quello che nessun Governo soggetto al giudizio delle urne poteva fare.

Tuttavia in questi mesi abbiamo visto poco rigore e pochissima equità; più che altro é stato un susseguirsi di dietro-front abbastanza imbarazzanti: dalle privatizzazioni fantasma, alla sanguinosa, impopolare ed inutile battaglia sull'Art.18, per finire a quella triste pantomima del bando per le nuove auto blu e dei consulenti esterni al governo, per un subappalto delle questioni tecniche.

Senza contare la bacchettata al povero Alfano che - di tutte le boiate sparate recentemente - ne aveva detta un giusta: compensare i crediti commerciali vantati con gli enti pubblici, con i debiti tributari verso lo Stato. Questa non é evasione: se i crediti sono documentati, liquidi ed esigibili, non vedo perché si debbano tenere in sospeso per periodi che arrivano anche a quattrocento giorni (alcune ASL Calabresi sono arrivate a liquidare dei debiti verso fornitori dopo 385 giorni), mentre Equitalia chiede subito il pagamento dei debiti tributari, compresi quelli derivanti da verifiche fiscali contro le quali é stato fatto ricorso al tribunale competente. Onora il tuo debito e aspetta che io onori il mio, con i miei tempi: siamo di fronte ad un assurdo sbilanciamento dei rapporti di forza fra stato e imprese, in questo caso sì penalizzate. Roba degna del feudalesimo medioevale.

In questo modo il Presidente del Consiglio dimostra prima di tutto di non capire quali siano le reali esigenze delle piccole e medie imprese, disprezzandone l'esigenza di liquidità. E di conseguenza, dimostra di non avere davvero a cuore la crescita dell'economia italiana, ma solo lo sterile pareggio di bilancio dello Stato che - perseguito in questo modo - porterà solo alla rovina irreversibile.

E retromarcia dopo retromarcia, abbiamo sprecato altri 5 mesi di tempo; tempo che é la risorsa più preziosa, perché non si può produrre nè ripetere. Quando é passato é passato.

Sì, ci siamo tolti il dubbio: Mario Monti non é la scorciatoia che tanti avrebbero desiderato. Ma quanto ci é costato toglierci questo dubbio?

martedì 1 maggio 2012

Adesso basta cazzate!


Oggi é il primo maggio, la festa del lavoro o la festa dei lavoratori. Questa festa in origine celebrava le vittorie sindacali del XIX° secolo e in particolare la battaglia che fissava l'orario di lavoro in otto ore quotidiane.

Se ci pensate, é stata una gran bella conquista, dato che in precedenza - e mi riferisco a ciò che accadeva nel XVIII° secolo e in gran parte di quello successivo - il lavoratore doveva fornire la propria manodopera dall'alba al tramonto.

E' quindi, prima di tutto, una festa dei sindacati. Tuttavia, con il passare del tempo é diventata una passarella per chiunque, che sia uomo politico o uomo della strada, abbia voglia di esprimere la propria opinione in materia di lavoro, anche in senso lato, molto lato.

La prima considerazione che mi viene da fare é che il Primo Maggio ha perso la propria valenza sindacale - almeno in Italia - perché da tre decenni i sindacati hanno svestito i panni di rappresentanti dei lavoratori per diventare uno strumento politico, una specie di braccio armato della protesta di piazza, al servizio di questo o quel partito. Il fatto che - progressivamente - i lavoratori stessi abbiano contratto la propria partecipazione e adesione al sindacato, la dice lunga sulla considerazione che i sindacati italiani hanno presso i propri rappresentati (teorici) in Italia negli ultimi trent'anni. Con questo non voglio minimamente discutere sul valore ideale del movimento sindacale, nè sulle conquiste raggiunte negli anni. Voglio solo affermare che - da un certo punto in poi - i sindacati hanno organizzato cortei per questo o quel partito, contro i governi non graditi ai partiti ai quali facevano riferimento.

L'atteggiamento opportunista di Cisl e Uil nella trattativa di Pomigliano é solo l'ultimo esempio a sostegno di quanto affermo.

In ogni caso, veniamo ad oggi.

Elsa Fornero é Ministro del Lavoro e del Welfare: questo, di per sè é già un paradosso, se si pensa a quanto poco questa signora abbia fatto per il lavoro, per i lavoratori, e per il loro benessere. Fondamentalmente si é messa a disposizione dei capricci di una cricca di industriali senza vie di uscita alla propria inettitudine, cercando di offrire loro il jolly con cui salvare le proprie aziende, dando loro una soluzione miope per tirare a campare sulla propria incapacità di fare azienda.

L'abolizione dell'Art. 18 é divenuto così una specie di toccasana, la panacea di ogni male. Abolito l'Art.18, il mercato sarebbe diventato una specie di Eden per imprenditori volonterosi, giovani disoccupati e lavoratori di tutta Italia. L'Art.18 sarebbe la ruggine che impedisce il funzionamento di quella perfetta macchina definita mercato del lavoro, e l'abolizione metterebbe a disposizione degli imprenditori le risorse necessarie, grazie alla cosiddetta elasticità, e offrirebbe ai lavoratori stessi una serie infinita di opportunità, tutte a tempo di fatto determinato; ma in fondo cambiare é bello, no?

Questa storia dell'Art.18 ha valicato i confini italiani, ed é rimbalzata in tutta Europa: ogni parruccone ben pasciuto sprofondato in qualche poltrona ben remunerata dell'Unione Europea ha pontificato su questo argomento, sostenendo che esso é la causa della crisi economica che soffoca il Vecchio Continente, la cuasa dell'aumento dello spread, della crisi greca. Perfino il neoeletto premier spagnolo Rajoy ha esortato Monti a cancellarlo, altrimenti l'Europa sarebbe colata a picco.

Credo che sia il momento di dire "Adesso basta cazzate!", perché ne abbiamo sentite troppe.

Elsa Fornero da una delle tante tribune improvvisate in questo Primo Maggio ha detto:

 "Non è un bel primo maggio sia per l'assenza di lavoro che è un grandissimo problema, ma anche per gli incidenti sul lavoro, gli ultimi due accaduti ieri"
Certo che non é un bel Primo Maggio! La disoccupazione é in crescita, il lavoro nero non é debellato e le morti sul lavoro sono casi all'ordine del giorno.


Il Ministro Fornero potrebbe contribuire a migliorare la situazione se prendesse provvedimenti seri per debellare queste piaghe che rovinano la vita di milioni di individui.


Rinunciando, magari, ad affermazioni demagogiche tipo quella - che ripete in modo ossessionante - secondo la quale la sua riforma del lavoro aiuterà i giovani: se il Ministro intende dare il lavoro ai giovani togliendolo a chi appartiene ad altre fasce di età, non risolve il problema, ma lo sposta. E' il caso che si metta - lei e il Consiglio dei Ministri al quale appartiene - a studiare strategie per creare posti di lavoro, magari chiedendo nuovi sforzi agli imprenditori, strappandoli dai loro capricci e alle loro cattive abitudini.


Notizie di oggi parlano di nuovi morti sul lavoro (ben due): eppure la normativa in materia di sicurezza sul lavoro é ben fatta. Quello che manca sono le ispezioni metodiche; inoltre credo che le sanzioni - quando venissero rilevate violazioni - debbano per forza essere più severe. Le pene pecuniarie devono costare all'impresa più di quanto costi mettersi in regola, in modo che all'imprenditore convenga mettersi in regola piuttosto che aspettare la verifica e pagare la sanzione.


Certa é una cosa (e finalmente per una volta mi trovo d'accordo con Raffaele Bonanni): non sarà l'intervento di uno o di pochi a risolvere i nostri problemi. Solo con l'attvità coordinata di tutte le parti si creeranno le condizioni equilibrate che non penalizzino gli imprenditori, ma sviluppino lavoro per tutti.


Il difficile - in questo paese - é trovare la coesione.