domenica 18 marzo 2012

LOVE ME DO


Le rivoluzioni si possono fare con le pietre, i bastoni, le spade. Con le bombe e con i fucili. Oppure si possono fare con le idee e gli argomenti. Sono proprio le rivoluzioni di questo tipo quelle vincenti, quelle che lasciano il segno, che portano cambiamenti permanenti nel tempo.
Possono essere silenziose o fragorose, ma certo non sono fulminee. E di solito cambiano nome, da rivoluzioni ad evoluzioni, termine potente e carico di significati. 
Evoluzione implica un processo prospettico di modifica delle variabili attuali, che si risolve in un  miglioramento. E' il progresso. Da un semplice rovesciamento (la rivoluzione) di carattere distruttivo, ad un cambiamento, ossia qualcosa di creativo e propositivo.

L'11 settembre 2001 due aerei della compagnia American Airlines si schiantarono contro i grattacieli del World Trade Center di New York City, le Twin Towers, abbattendole e causando circa 4.000 morti. Le versioni più accreditate parlano di un attentato suicida di un gruppo ben organizzato di terroristi di Al Quaeda, il cui obiettivo era indebolire gli Stati Uniti d'America e di dare un segnale a tutti i fondamentalisti islamici affinché si unissero nella lotta contro la Nazione Dominante al fine di rivoluzionare l'ordine internazionale precostituito e soggiogato al capitalismo occidentale.

Oggi, più di dieci anni dopo, di quell'abbozzo di rivoluzione, basato sulla violenza indiscriminata, plateale e brutale, resta solo un cratere nella parte meridionale dell'isola di Manhattan, numerose famiglie che portano un lutto inestinguibile, e molti documenti filmati e scritti. Nella vita delle popolazioni occidentali e mediorientali (é anche brutto a dirlo) non vi é una traccia concreta e permanente. Le vite di tutti noi in ottica prospettica, a parte qualche fastidioso controllo aggiuntivo al momento dell'imbarco su un aeroplano, non sono cambiate di niente.

L'11 settembre 1962, George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr entravano negli studi di Abbey Road a Londra per ultimare la registrazione del loro primo singolo, Love me do.
Sicuramente nei loro occhi brillava l'eccitazione dell'aspettativa e l'entusiasmo per un'avventura che stava iniziando. Nessuno di loro, però, e nemmeno George Martin - il loro produttore pieno di intuito - aveva coscienza che quello fosse il primo passo di una vera rivoluzione che da musicale si sarebbe trasformata in sociale e di costume, per poi evolvere, grazie alla spinta di altre idee e altri personaggi, in rivoluzione politica.

Mi piace pensare che Love me do, una canzoncina ingenua e primordiale, rappresenti la porta degli anni sessanta; il decennio che - con tutte le contraddizioni delle rivoluzioni - ha rovesciato convenzioni e proposto nuove idee: se la civiltà occidentale oggi ha ancora qualcosa di buono da dire e da proporre, lo deve all'esteso laboratorio che questo decennio ha rappresentato per la vita di milioni di individui ad oriente ed occidente dell'Oceano Atlantico.

Per un appassionato di musica come me, gli anni sessanta rappresentano l'Eldorado: i Beatles e i Rolling Stones; i Doors, Jimi Hendrix, Janice Joplin; Crosby, Stills, Nash & Young; Neil Diamond e Van Morrison; gli Who e i Kinks; i primi passi dei Pink Floyd e dei Genesis; e poi Simon & Garfunkel, Joan Baez e Bob Dylan.

Proprio il menestrello del Minnesota si chiedeva - nel medesimo 1962 - quanto abietto dovesse diventare l'essere umano prima di accorgersi dei propri errori: la canzone era Blowing in the wind. Pochi anni dopo, con The times they are a changing presagiva che i tempi stavano cambiando e che i custodi delle convenzioni avrebbero fatto bene a svegliarsi e a marciare al passo con i tempi. Era il 1963.

Gli faceva eco Sam Cooke, con un brano intitolato A change is gonna come, scritto in risposta alle domande poste da Dylan in Blowing in the wind.

Sam Cooke, un ragazzo di colore. Negli anni sessanta, in gran parte degli Stati Uniti i neri non potevano frequentare gli stessi locali dei bianchi. Anche per questa ragione, un tale di nome Berry Gordy costituì una casa discografica per promuovere la musica dei cantanti neri; la sede di questa Compagnia era Detroit, la città dei motori: fu così che la casa discografica prese il nome di Motown. Negli anni regalò a noi appassionati di musica talenti come Michael Jackson, Stevie Wonder, Marvin Gaye, i Commodores, Smokey Robinson, i Temptations, Gladys Night, i Four Tops, gli Isley Brothers, Diana Ross. E Sam Cooke, appunto.

La forza evolutiva si autoalimentò e si espanse ad ogni campo, arricchendosi man mano che il cambiamento toccava settori diversi: la musica, la letteratura, il costume. Dalla minigonna, ai capelli lunghi, per transitare dalla libertà sessuale i vecchi canoni conservatori vennero messi in discussione e spesso abbattuti.

Mettere in discussione é il primo passo di un processo evolutivo: i dogmi e i paradigmi sono freni pericolosissimi al pensiero evolutivo, impediscono la visione globale di qualsiasi problema.

La musica é il veicolo ideale per il cambiamento. La musica attira l'attenzione dei giovani - più inclini a rinnovare, più disposti a sognare, a credere che le cose possano migliorare e a spendere di conseguenza energie per il cambiamento. Le utopie sono spesso irrealizzabili, ma contengono in sè le idee più belle: dalle utopie si può tornare alla realtà per migliorarla, mentre il percorso inverso é impossibile.

Così la politica - intesa come utopia, ma anche come strumento con cui affrontare i grandi temi della società e della vita - entrò con vigore nella musica, rappresentando un tema nuovo rispetto al passato: Elvis e i Platters (per citare solo due nomi), pietre miliari della musica moderna, non parlavano che d'amore.

In quel momento - invece - la libertà, l'eguaglianza, il cambiamento, la guerra, il sesso, la droga, l'emancipazione femminile, la coppia, il razzismo, la religione, la distribuzione delle ricchezze: tutti questi temi si riversarono nei testi dei maggiori artisti dell'epoca, costringendo la gente a parlarne, a discuterne. E - inevitabilmente - anche a svoltare rispetto alla tenenza fin lì seguita.

Non tutto quello che si sperimentò negli anni '60 portò un miglioramento. Non tutto quello che ne uscì perdura ai giorni nostri. Ma il fervore culturale, le idee innovative e la voglia di cambiamento diedero una spinta eccezionale che abbatté numerose barriere e rese migliore la società occidentale.

Non furono le marce, o le contestazioni, nè le rivolte dei ghetti a portare questo cambiamento: furono le idee sottese a rappresentare l'energia vitale di quel movimento.

L'Occidente, nei precedenti mille anni, ha avuto il primato della civiltà perché - prima ancora della propria forza economica, militare e commerciale - era la culla delle idee che facevano da traino per il resto del mondo. Ora l'Occidente si sta ripegando sulla propria ricchezza e sul proprio benessere crepuscolare.

Le idee, non la violenza, ancora oggi, possono dare una nuova svolta all'Occidente. Se ne esistono, é ora di tirarle fuori.

4 commenti:

  1. Le idee... Spesso si ritirano come le onde sulla spiaggia o vanno a sbattere contro un muro di cemento come l'acqua di un fiume incanalata contro la sua volontà, se non sono condivise da quelli che hanno il potere di dare loro la giusta direzione. Allora l'unica forza per farli passare e quella fisica, purtroppo non si sa quasi mai in questo caso che fine faranno...

    RispondiElimina
  2. Mi piace molto il modo in cui scrivi e quello che dici, mi sento però di dover fare una precisazione, Elvis Presley cantava l'amore principalmente, ma si è occupato anche di temi sociali importanti, come l'emarginazione e la mancanza di opportunità per i neri in una società razzista bianca con "In the Ghetto" e anche con la canzone "If I can dream" si avvicinò ai temi di "Blowing in the wind", di un'umanità unita nella pace. Bruna

    RispondiElimina
  3. per questo poi hanno invaso il mercato di musica commerciale e con la tv spazzatura hanno addormentato le menti. E comunque a proposito delle rivoluzioni violente ricordo che anche quelle provocano evoluzioni... basta ricordare la rivoluzione francese e quella russa. Ciao.

    RispondiElimina
  4. Che anni e che musica! Autori indimenticabili e insuperabili.
    Bell'articolo
    sinforosa castoro

    RispondiElimina