martedì 27 marzo 2012

Macelleria Elsa


La fierezza così vicina alla tracotanza con cui il Ministro Elsa Fornero ha presentato e promosso la riforma del mercato del lavoro, che inevitabilmente prenderà il suo nome, mi fa pensare: o la Professoressa è obnubilata dell’improvvisa popolarità e dal potere, o è in malafede.
In primo luogo, il Ministro sostiene che questa riforma – liberando l’azienda dal vincolo di mantenere nei propri organici dipendenti inefficienti e improduttivi soprattutto nei momenti di congiuntura economica sfavorevole – sostiene che incentiverà gli imprenditori ad assumere.
Quindi, in linea puramente teorica questa tesi si fonda sulla convinzione, spesso smentita dai fatti, che gli imprenditori si comportino correttamente sul mercato, come degli individui perfettamente razionali. Insomma, il Ministro Fornero vive la realtà come se fosse un modellino microeconomico, secondo il quale gli assunti nell’azienda sono direttamente proporzionali alle esigenze della produzione e del mercato. Il mercato perfetto applicato all’Italia. Fa ridere, vero?
Spesso l’esperienza di molte piccole realtà italiane racconta storie di aziende con personale ridotto al minimo e costretto a sobbarcarsi grandi carichi di lavoro, a causa della volontà del datore di lavoro di non assumere il personale adeguato alle necessità dettate dalla congiuntura: per risparmiare o per necessità.
Perciò questa riforma otterrà principalmente l’effetto di aumentare la disoccupazione e di ridurre il rapporto retribuzione netta/ore lavorate di quei dipendenti che avranno la fortuna di mantenere il posto di lavoro.
Il problema non sta nella teoria, secondo me: sta nel fatto che i dotti ministri che hanno elaborato questa riforma sono forse troppo distanti dal contesto italiano. Una riforma eccellente per la Germania o l’Olanda, non necessariamente è applicabile anche in Italia. Il tessuto imprenditoriale italiano (in Brianza come nel Nord-Est, tanto per fare degli esempi) è fortemente improntato all’opportunismo, e questa legge - che viene vista essenzialmente come quella che abolirà l’Art.18 – è interpretata solo in termini utilitaristici in chiave di licenziamenti e non di assunzioni. Per un’azienda, come quella dove lavoro io, che resiste alla tentazione di licenziare e di investire all’estero, anche nei momenti di crisi nera, ce ne sono decine che colgono al balzo qualsiasi scossone del mercato per invocare la crisi e tagliare il personale. Questa riforma, quindi, verrebbe vista in termini speculativi, più che di opportunità di creazione di posti di lavoro.
Da questa deriva il mio scetticismo: abbagliati da questo cieco europeismo, stravolti dall’insana esigenza di assomigliare a tutti i costi alla Germania o alla Francia, i nostri governanti si sono dimenticati che guidano una Nazione chiamata Italia, con pregi, difetti, risorse e limiti differenti dagli altri Paesi che compongono l’Europa.
In secondo luogo, rilevo una visione strabica del problema. Elsa Fornero – sostenendo la validità di questa riforma – ha affermato che l’abolizione dell’Art.18 favorirà i giovani che potranno trovare lavoro.
E’ il caso, allora, che preveda anche una manovra per aiutare quella fascia di lavoratori di età fra i quaranta e i cinquanta anni, che perderanno il posto di lavoro come conseguenza di questa legge. Infatti, se il decreto Salvaitalia si è rivelato abbastanza efficace,  il progetto Crescitalia è ancora carente e zoppicante e non sembra in grado di produrre posti di lavoro supplementari (non è certo con l’aumento delle farmacie e dei taxi che si possono risolvere i problemi dell’occupazione e della produttività).
Pertanto, grazie alla nuova riforma del lavoro e con una scelta miope verranno licenziati i quarantenni che hanno conquistato un discreto livello di retribuzione per essere sostituiti con venticinquenni disposti ad accettare una retribuzione inferiore. In questo modo si abbasseranno i costi del personale, ma si perderanno tonnellate di competenza ed esperienza.
E così sarà compiuta definitivamente la mattanza di quei quaranta-cinquantenni già soffocati dalle generazioni precedenti che hanno occupato fino all’ultimo ogni posizione, che hanno saccheggiato l’Inps in ogni modo, che hanno bruciato ogni risorsa economica e ambientale in modo miope e scriteriato. Che hanno di fatto lasciato terra bruciata e che ora – dall’alto dei loro privilegi sproporzionati - possono guardare il cannibalismo delle generazioni successive certi di non perdere i benefici acquisiti.
Mi piacerebbe che il governo sancisse con una legge il divieto di stipulare contratti di collaborazione con ex dipendenti che abbiano raggiunto l’età pensionabile. Il cosiddetto co.co.pro. per gli ex dirigenti o dipendenti è uno strumento mortifero per l’occupazione giovanile e un poderoso tappo per la crescita professionale di chi è in azienda da anni e non è ancora in età di pensione. Oltretutto chi ha sottoscritto questi contratti beneficia di un doppio effetto: da una parte percepisce una pensione e dall’altra percepisce un compenso supplementare, spesso consistente. Senza contare che occupa un posto di lavoro che si potrebbe destinare a chi ancora è precario.
Un altro intervento che il governo potrebbe fare in tema di lavoro sarebbe di porre un tetto massimo non superiore ai trecento mila euro ai bonus premianti per il top management. Trecento mila euro per chi già percepisce annualità rilevanti è un premio sufficiente. E il limite a questi premi - oltre a rappresentare un freno alla sperequazione delle ricchezze – inciderebbe sulla riduzione dei costi del personale in modo rilevante.
Tutto ciò a patto che l'intento del Ministro Fornero sia quello di migliorare le condizioni di tutti gli italiani e non solo di compiacere un gruppetto influente di industriali italiani. Elsa Fornero è Ministro del Lavoro e del Welfare: tuttavia sembra che del welfare si sia dimenticata.

domenica 25 marzo 2012

La legge del più ricco


Leggo dal sito del Corriere della Sera che gli Stati Uniti hanno stabilito di risarcire i parenti delle vittime della strage di Kandahar con una cifra di 50 mila dollari per ogni vittima, e di 11 mila dollari per ogni ferito.

L'11 marzo 2012 Robert Bales - un sergente dell'esercito americano di stanza a Kandahar - forse in preda ad un raptus (ma con gli americani non si può mai dire: l'abitudine all'utilizzo delle armi é quantomeno endemica in quel Paese) ha sparato all'impazzata in due momenti diversi, uccidendo 17 persone.

Robert Bales é attualmente detenuto in un carcere del Kansas, e non in un carcere afghano, come sarebbe giusto.

Si sa tuttavia che per gli americani esiste una legge internazionale - che spesso loro si impegnano a far rispettare - e una legge speciale da applicare per sè stessi (e questa viene difesa con ancora maggior impegno).

Forti della propria convinzione che il dollaro possa curare ogni male, elargiscono biglietti verdi senza nemmeno troppa prodigalità (se ci pensate, 50 mila dollari, ossia 38 mila euro, é un prezzo a buon mercato per una vita umana) e si portano a casa il reo, che verrà poi processato in totale segretezza, con sentenze al limite della farsa.

Nel 1998 un jet da combattimento guidato da un cretino che negli Stati Uniti si usa definire Top Gun , passò a volo radente sotto i fili di una funivia che saliva all'Alpe del Cermis, troncando gli stessi fili. Morirono 19 persone.

Anche in questo caso ci fu un risarcimento (molto più corposo: dopotutto si trattava di europei, mentre a Kandahar sono rimasti uccisi solo degli afghani) e i militari dell'equipaggio (in base alla convenzione di Londra che regolava la procedura penale fra i membri della Nato per le questioni militari) furono processati in North Carolina, venendo congedati con ignominia dal corpo cui appartenevano e poco altro.  Richard Ashby - l'autore della manovra azzardata - ebbe anche il coraggio di far ricorso contro questa sentenza, tanto per dire che alla spudoratezza non c'é limite.

Forti ombre gravano tutt'ora sugli Stati Uniti anche per quanto riguarda la vicenda di Ustica, ma lì ci si mise anche la Democrazia Cristiana a depistare.

Dai tempi del presidente Wilson gli Stati Uniti non fanno mistero di considerare i propri interessi e le vite dei propri cittadini come indefinitamente più importanti di qualsiasi altra vicenda internazionale. Al contempo non fanno mistero di appellarsi all'unica legge che essi ritengono infallibile: quella del più forte, e del più ricco.
Armi potenti e dollari diventano pertanto gli unici argomenti che essi portano su qualunque tavolo negoziale.

Non stupiamoci, quindi, se ogni tanto ci troviamo ad affrontare vicende come quelle dell'11 marzo.

giovedì 22 marzo 2012

Aspettative frustrate [?]



Sinceramente ci si aspettava molto di più. Da un personaggio dal curriculum di Mario Monti ci si aspettava sicuramente qualcosa di diverso da quanto fatto finora. Come minimo avevamo il diritto di attenderci più immaginazione.
Aumento dell’Iva. Reintroduzione dell’ICI ribattezzata IMU. Aumento delle accise sul carburante.
Allungamento dell’età pensionabile. Qualche pastrocchio sulle rivalutazioni delle pensioni.
Una specie di liberalizzazione che ha colpito solo alcune corporazioni di scarsa rappresentatività che quindi rappresentavano bersagli facili, senza andare al nocciolo della battaglia contro i veri privilegi che impediscono lo sviluppo della libera impresa individuale in ogni campo.
Il congelamento degli aumenti o adeguamenti salariali ai dipendenti della pubblica amministrazione.
La canonica genuflessione alla Fabbrica Italiana Automobili Torino, autorizzata – per dirla in parole povere – a fare quello che vuole.
Un timido assalto ai privilegi dell’ABI subito ritirato ingoiandosi affermazioni e promesse.
Una riforma del lavoro che di per sé potrebbe anche rappresentare davvero qualcosa di buono se non fosse applicata al mondo dell’industria italiana: l’abolizione dell’art.18, più che costituire l’abbattimento di un baluardo dietro il quale spesso si sono nascosti fannulloni e opportunisti, rappresenta l’arma data agli imprenditori per alleggerirsi del rischio di impresa scaricandolo sui lavoratori. In questo modo nei periodi di crisi – mancando il lavoro – i dipendenti potranno essere licenziati; di contro – nei periodi di ripresa economica – i lavoratori sopravvissuti alla falcidie del licenziamento – si sobbarcheranno il lavoro in più, non essendoci nessun obbligo per i datori di lavoro di assumere in tempi di vacche grasse.
Infine, l’inevitabile pellegrinaggio alla Mecca della UE, Berlino, per la salvifica benedizione teutonica in nome della riduzione dello spread.
Queste cose avrebbe potuto farle benissimo anche Tremonti, libero dalle briglie di un Berlusconi ottenebrato dal Bunga Bunga e dalla ricerca di consenso. Da Mario Monti ci si aspettava più coraggio, più fantasia e anche più equità (la parola che più volte ha ripetuto nel suo discorso di insediamento).
Monti ha una maggioranza ricattabile moralmente (se moralmente è la parola giusta per un parlamento autoreferenziale prodotto di una legge elettorale che limita in modo definitivo la libertà del cittadino votante di scegliere i deputati e i senatori); la formula del ricatto è “far cadere il governo = mettere in crisi il Paese = perdere popolarità agli occhi dell’elettorato = perdere voti = perdere privilegi”. Quindi, in virtù di questa maggioranza coatta, potrebbe far digerire di tutto; le tre coalizioni che lo sostengono sono pronte a votare qualsiasi provvedimento pur di gridare nei comizi che stanno accettando queste leggi severissime e a volte opinabili, solo per il bene del Paese. Lo sa bene Bersani che – pur dichiarandosi contrario ad ogni provvedimento – vota sempre a favore perché “va anteposto l’interesse comune a quello del singolo”.
Fin qui, niente di fatto male, ma niente di particolarmente efficace o stravolgente.
Vogliamo fare delle proposte radicali? E facciamole.
L’aumento della benzina penalizza i trasporti e fa salire i costi della merce trasportata. Così come l’aumento dell’Iva sui beni di consumo, se da una parte ha l’effetto di tassare i consumi e quindi di attingere da chi acquista di più, dall’altro deprime e contrae il mercato. Se c’è una caratteristica comune dell’italiano medio è quella di anteporre il risparmio ad ogni altra scelta di carattere economico. Chiaro quindi che, in occasione di aumento del costo dei beni, risponderà proteggendo il risparmio e riducendo la spesa.
Impensabile, quindi, aumentare l’Iva senza abbassare contestualmente le aliquote Irpef più basse. E – allo stesso modo – occorre tassare progressivamente gli scaglioni più alti, creandone eventualmente di nuovi, se occorre, anziché ridurli a tre/quattro. In questo modo lo slittamento delle imposte da dirette ad indirette sarebbe efficace ed equo. La patrimoniale fatta seriamente (colpendo cioè i beni di lusso), unirebbe l’utile dell’aumento del gettito fiscale, con il dilettevole di attingere dove ci sono ricchezze inutilizzate.
Tornando all’Iva, è semplicistico pensare di aumentare di 2 punti percentuali l’Iva del 21%: più saggio ed efficace sarebbe creare un’aliquota nuova a cui assoggettare determinati beni come auto di grossa cilindrata, suv, immobili di lusso, yacht e così via, che rappresentano il target di acquisto delle classi più abbienti. L’imposizione aggravata sulle auto di grossa cilindrata, oltre a portare gettito nelle casse dello stato, potrebbe contrastare il proliferare di questi modelli, notoriamente anti-ecologici, e anacronistici in un’epoca in cui il petrolio sta diventando sempre più costoso. Incentiverebbe l’utilizzo di mezzi alternativi.
Rimanendo in tema, si potrebbe pensare di aumentare il bollo per i veicoli alimentati ad idrocarburi derivati dalla raffinazione del petroli, a beneficio di quelli alimentati con fonti rinnovabili o meno inquinanti. E magari si potrebbe spronare – con incentivi, ovviamente -  la FIAT a farsi avanti come azienda leader in questo settore che viene definito nascente da troppi anni. Nuovi posti di lavoro in stabilimenti italiani in cambio di un annullamento del bollo auto sulle auto ecologiche.
Si potrebbe poi affrontare una vera riforma dell’Inps, avvicinando le pensioni minime a quelle massime; chi nella vita lavorativa ha guadagnato di più, ha inevitabilmente accumulato di più; inutile – quindi – continuare a tenere aperta questa forbice anche a livello pensionistico; la pensione dovrebbe essere un semplice supporto per la vecchiaia a chi – durante la propria età produttiva ha avuto modo di guadagnare tanto; in questo modo sarebbe possibile ridurre l’emorragia di finanze che sta impoverendo l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, e garantire pensioni più accettabili alle fasce più basse.
L’accumulo di ricchezza è penalizzante per il mercato e per la società; più di un economista ha dimostrato che un’economia con una sperequazione ridotta ha tassi di crescita maggiori di una con marcate concentrazioni di ricchezza.
Quindi ogni politica stabilizzatrice senza essere persecutoria nei confronti della ricchezza farebbe bene al mercato e a chi in quel mercato si deve muovere.
Sull’abolizione dell’Art.18, si è parlato tantissimo. Ma – affinché non diventi solo una mannaia su chi offre forza lavoro – occorre che le aziende abbiano un parametro da rispettare, qualcosa tipo ebitda/numero dipendenti. In modo che i licenziamenti per motivi economici fatti in periodi di contrazione del mercato e in periodi di congiuntura economica sfavorevole si bilancino con assunzioni in periodi di congiuntura economica favorevole. Altrimenti non si può parlare di elasticità a tutto tondo.
Infine una legge seria e compiuta contro le concentrazioni e i conflitti di interessi: questo Governo rappresenta l’ultima chiamata per poter fare una riforma dal sapore veramente democratico.
Questi sono alcune proposte, espresse in modo semplicistico, ma che un economista dovrebbe valutare. Hanno alcuni limiti.
Prima di tutto, sono riforme evidentemente di sinistra e Mario Monti è un uomo di destra.
Secondo, richiedono una politica dirigista del Governo, il che contrasta con i precetti dell’Unione Europea, che - al contrario - impone come unico dogma un liberismo di facciata che sta riducendo progressivamente i Governi Nazionali a meri esecutori delle indicazioni di Bruxelles, che agisce sotto la spinta – questa sì dirigista – della Germania.
E ci ritroviamo di fronte al dilemma di quanto l’Unione Europea faccia bene, con le sue rigidità liberiste, alle economie delle Nazioni.

domenica 18 marzo 2012

LOVE ME DO


Le rivoluzioni si possono fare con le pietre, i bastoni, le spade. Con le bombe e con i fucili. Oppure si possono fare con le idee e gli argomenti. Sono proprio le rivoluzioni di questo tipo quelle vincenti, quelle che lasciano il segno, che portano cambiamenti permanenti nel tempo.
Possono essere silenziose o fragorose, ma certo non sono fulminee. E di solito cambiano nome, da rivoluzioni ad evoluzioni, termine potente e carico di significati. 
Evoluzione implica un processo prospettico di modifica delle variabili attuali, che si risolve in un  miglioramento. E' il progresso. Da un semplice rovesciamento (la rivoluzione) di carattere distruttivo, ad un cambiamento, ossia qualcosa di creativo e propositivo.

L'11 settembre 2001 due aerei della compagnia American Airlines si schiantarono contro i grattacieli del World Trade Center di New York City, le Twin Towers, abbattendole e causando circa 4.000 morti. Le versioni più accreditate parlano di un attentato suicida di un gruppo ben organizzato di terroristi di Al Quaeda, il cui obiettivo era indebolire gli Stati Uniti d'America e di dare un segnale a tutti i fondamentalisti islamici affinché si unissero nella lotta contro la Nazione Dominante al fine di rivoluzionare l'ordine internazionale precostituito e soggiogato al capitalismo occidentale.

Oggi, più di dieci anni dopo, di quell'abbozzo di rivoluzione, basato sulla violenza indiscriminata, plateale e brutale, resta solo un cratere nella parte meridionale dell'isola di Manhattan, numerose famiglie che portano un lutto inestinguibile, e molti documenti filmati e scritti. Nella vita delle popolazioni occidentali e mediorientali (é anche brutto a dirlo) non vi é una traccia concreta e permanente. Le vite di tutti noi in ottica prospettica, a parte qualche fastidioso controllo aggiuntivo al momento dell'imbarco su un aeroplano, non sono cambiate di niente.

L'11 settembre 1962, George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr entravano negli studi di Abbey Road a Londra per ultimare la registrazione del loro primo singolo, Love me do.
Sicuramente nei loro occhi brillava l'eccitazione dell'aspettativa e l'entusiasmo per un'avventura che stava iniziando. Nessuno di loro, però, e nemmeno George Martin - il loro produttore pieno di intuito - aveva coscienza che quello fosse il primo passo di una vera rivoluzione che da musicale si sarebbe trasformata in sociale e di costume, per poi evolvere, grazie alla spinta di altre idee e altri personaggi, in rivoluzione politica.

Mi piace pensare che Love me do, una canzoncina ingenua e primordiale, rappresenti la porta degli anni sessanta; il decennio che - con tutte le contraddizioni delle rivoluzioni - ha rovesciato convenzioni e proposto nuove idee: se la civiltà occidentale oggi ha ancora qualcosa di buono da dire e da proporre, lo deve all'esteso laboratorio che questo decennio ha rappresentato per la vita di milioni di individui ad oriente ed occidente dell'Oceano Atlantico.

Per un appassionato di musica come me, gli anni sessanta rappresentano l'Eldorado: i Beatles e i Rolling Stones; i Doors, Jimi Hendrix, Janice Joplin; Crosby, Stills, Nash & Young; Neil Diamond e Van Morrison; gli Who e i Kinks; i primi passi dei Pink Floyd e dei Genesis; e poi Simon & Garfunkel, Joan Baez e Bob Dylan.

Proprio il menestrello del Minnesota si chiedeva - nel medesimo 1962 - quanto abietto dovesse diventare l'essere umano prima di accorgersi dei propri errori: la canzone era Blowing in the wind. Pochi anni dopo, con The times they are a changing presagiva che i tempi stavano cambiando e che i custodi delle convenzioni avrebbero fatto bene a svegliarsi e a marciare al passo con i tempi. Era il 1963.

Gli faceva eco Sam Cooke, con un brano intitolato A change is gonna come, scritto in risposta alle domande poste da Dylan in Blowing in the wind.

Sam Cooke, un ragazzo di colore. Negli anni sessanta, in gran parte degli Stati Uniti i neri non potevano frequentare gli stessi locali dei bianchi. Anche per questa ragione, un tale di nome Berry Gordy costituì una casa discografica per promuovere la musica dei cantanti neri; la sede di questa Compagnia era Detroit, la città dei motori: fu così che la casa discografica prese il nome di Motown. Negli anni regalò a noi appassionati di musica talenti come Michael Jackson, Stevie Wonder, Marvin Gaye, i Commodores, Smokey Robinson, i Temptations, Gladys Night, i Four Tops, gli Isley Brothers, Diana Ross. E Sam Cooke, appunto.

La forza evolutiva si autoalimentò e si espanse ad ogni campo, arricchendosi man mano che il cambiamento toccava settori diversi: la musica, la letteratura, il costume. Dalla minigonna, ai capelli lunghi, per transitare dalla libertà sessuale i vecchi canoni conservatori vennero messi in discussione e spesso abbattuti.

Mettere in discussione é il primo passo di un processo evolutivo: i dogmi e i paradigmi sono freni pericolosissimi al pensiero evolutivo, impediscono la visione globale di qualsiasi problema.

La musica é il veicolo ideale per il cambiamento. La musica attira l'attenzione dei giovani - più inclini a rinnovare, più disposti a sognare, a credere che le cose possano migliorare e a spendere di conseguenza energie per il cambiamento. Le utopie sono spesso irrealizzabili, ma contengono in sè le idee più belle: dalle utopie si può tornare alla realtà per migliorarla, mentre il percorso inverso é impossibile.

Così la politica - intesa come utopia, ma anche come strumento con cui affrontare i grandi temi della società e della vita - entrò con vigore nella musica, rappresentando un tema nuovo rispetto al passato: Elvis e i Platters (per citare solo due nomi), pietre miliari della musica moderna, non parlavano che d'amore.

In quel momento - invece - la libertà, l'eguaglianza, il cambiamento, la guerra, il sesso, la droga, l'emancipazione femminile, la coppia, il razzismo, la religione, la distribuzione delle ricchezze: tutti questi temi si riversarono nei testi dei maggiori artisti dell'epoca, costringendo la gente a parlarne, a discuterne. E - inevitabilmente - anche a svoltare rispetto alla tenenza fin lì seguita.

Non tutto quello che si sperimentò negli anni '60 portò un miglioramento. Non tutto quello che ne uscì perdura ai giorni nostri. Ma il fervore culturale, le idee innovative e la voglia di cambiamento diedero una spinta eccezionale che abbatté numerose barriere e rese migliore la società occidentale.

Non furono le marce, o le contestazioni, nè le rivolte dei ghetti a portare questo cambiamento: furono le idee sottese a rappresentare l'energia vitale di quel movimento.

L'Occidente, nei precedenti mille anni, ha avuto il primato della civiltà perché - prima ancora della propria forza economica, militare e commerciale - era la culla delle idee che facevano da traino per il resto del mondo. Ora l'Occidente si sta ripegando sulla propria ricchezza e sul proprio benessere crepuscolare.

Le idee, non la violenza, ancora oggi, possono dare una nuova svolta all'Occidente. Se ne esistono, é ora di tirarle fuori.

giovedì 15 marzo 2012

Quale rinascita morale?



Poco tempo fa ho letto su un blog tenuto da una giornalista del Corriere della Sera un post in cui - sostanzialmente - si diceva che l’avvento di Mario Monti aveva portato con sé, oltre ad un’inversione di tendenza nella situazione economica, anche un rinnovato ottimismo e una rinascita morale della popolazione.
Animato da un certo realismo nell’osservazione, voglio alzare la mano e dire “non penso proprio”.
Il fatto che – con una manovra astuta quanto legittima – il presidente Napolitano sia riuscito a destituire Silvio Berlusconi della carica di Presidente del Consiglio, non significa che questo Paese sia di colpo migliorato.
In uno dei primi post di questo mio giovane blog, denunciavo la superficialità degli italiani, così inclini a riversare aspettative su un singolo individuo investito del potere, aspettandosi che il proprio destino potesse venire cambiato e i propri problemi risolti semplicemente dalle azioni di quel singolo individuo.
Il fatto che Berlusconi sia stato sulla scena politica per vent'anni nelle vesti del primattore deve averci assuefatti ad un certo tipo di (bassa) moralità. Per cui, adesso che il Capo del Governo é una persona quantomeno rispettabile, siamo indotti a pensare con ingenuo candore che siamo tutti migliori.
E qui ci sbagliamo: Silvio Berlusconi, Dell'Utri e compagnia bella sono stati votati dal 42% dell'elettorato. Capite? Qualcuno ce l'ha messo, quindi qualcuno ha accettato di farsi guidare da un uomo non al di sopra di ogni sospetto. E i sondaggi dicono che il 40% circa degli elettori italiani ancora lo vorrrebbe. Non siamo sicuri che - potendo nel 2008 scegliere fra Monti e Berlusconi - gli elettori avrebbero scelto Monti. L'eccezionalità di Monti (sulla cui politica possiamo discutere tutto il tempo) sta nel fatto di non avere scheletri nell'armadio, ma soprattutto di non essere stato eletto!
E il problema non sta solo qui.
Di recente é stata disposta una verifica sulle pensioni di invalidità; i dati di questa indagine sono sconcertanti: con varie sfumature sul territorio si riscontrano false invalidità con percentuali che vanno dal 6% al 52% sul totale delle verifiche. Questo significa che c'é chi usufruisce di un beneficio a cui non avrebbe diritto, sottraendolo eventualmente a chi invece quel diritto lo avrebbe. E che ci sono medici che firmano falsi certificati. E magari ispettori che a lungo hanno chiuso un occhio.
I dati sulla lotta all'evasione fiscale parlano di immobili non dichiarati equivalenti ad entrate di circa, tenetevi forte, 500 milioni di Euro. E questi sono quelli cosiddetti regolarizzati. Il che lascia pensare che il sommerso abbia ancora una certa profondità. Le plateali verifiche della GdF in Corso Como a Milano e a Cortina hanno pur sempre rivelato che anche fra i piccoli commercianti ci sono grosse sacche di evasione fiscale.
Mesi di indagini di varie procure hanno portato alla luce un giro di scommesse clandestine che ha condizionato i campionati di calcio delle serie più elevate. Calciatori già ben retribuiti falsavano (e falsano) i risultati delle gare [che si vorrebbero] sportive al fine di vincere indebitamente grossissime cifre.
Inchieste a livello locale e nazionale rivelano l'attualità del fenomeno della corruzione, a 20 anni dall'apertura dell'inchiesta di Mani Pulite. Questo fenomeno é trasversale ai partiti: il Partito Democratico, con Penati e Masi in primis; dall'altra parte la Lega Nord con Boni inquisito per corruzione e con Nicoli Cristiani già arrestato. E riguarda industriali di ogni livello, nel ruolo di corruttori.
Il tormentone del Bunga Bunga, al di là delle sfumature colorite che ha assunto nei resoconti giornalistici finalizzati a generare pruderie nei lettori, ha mostrato che c'é una fascia di ragazze di estrazione sociale media che sono disposte per denaro a vendersi senza troppi scrupoli.
Senza contare i macrofenomeni come la mafia e la camorra, o i microfenomeni rappresentati dalle ragazzine di 14 anni che inviano proprie foto pornografiche ai compagni di scuola in cambio di una ricarica telefonica.
Insomma, più che una rinascita morale, io vedo la stagnazione di un Paese avido di denaro e orientato all'arricchimento rapido.
La generazione uscita dalla guerra, educata all'impegno, al senso del dovere e all'onestà ha trascinato l'Italia fuori dalle macerie della guerra, fino al boom economico.
Settant'anni di democrazia (cristiana) hanno educato più di una generazione al mero culto del denaro ultimo fine. Per parlare di rinascita morale abbiamo bisogno di modelli, di esempi, di buoni maestri.

Biglietto da visita


Si discute spesso del pluralismo dell'informazione e della libertà di espressione. Boh. A me sembra che ce ne sia troppa, che tutto sommato la chiusura di certe testate farebbe bene anche alle foreste: quantomeno si risparmierebbero numerosi chilometri di carta.

Quando stamattina - mentre prendevo il caffè al bar sotto l'ufficio - ho visto questo titolo, mi sono venute in mente differenti soluzioni logiche che sorreggessero quel titolo.

1 - Poteva trattarsi di una pagina finta stampata dal proprietario del bar per burlarsi della clientela;
2 - Poteva trattarsi della pagina del Vernacoliere di Livorno, provocatoria e dissacrante;
3 - Poteva trattarsi del volantino di propaganda di qualche gruppuscolo omofobo e celodurista che sfruttava l'impaginazione di un giornale di destra per portare avanti il solito discorso grossolano e antistorico.

Poi mi sono avvicinato e ho letto quelle tre parole nella fascetta blu: direttore Alessandro Sallustri. Questo spiegava tutto. Il fatto che Sallustri sia ammesso all'ordine dei giornalisti non dà lustro alla categoria. Il fatto che arrivi ad essere direttore avvalora il luogo comune che solo gli imbecilli fanno carriera.

Hanno vinto i gay

Sembrerebbe un bel titolo, se fosse stato scritto con un'intonazione differente. Premesso che quanto riportato nell'articolo é tutto ipotetico e non del tutto vero, sarebbe stato bello che - per una volta - si vedesse il lato positivo di un riconoscimento conseguito con decenni di battaglie planetarie per raggiungere un'eguaglianza la cui assenza é degradante non solo per chi subisce la discriminazione, ma soprattutto per chi la impone.

Hanno vinto i gay

Semplicemente, invece, Sallustri voleva dire che - nonostante gli sforzi per tenere degli esseri umani segregati a causa della propria inclinazione sessuale, sepolti sotto sei piedi di clandestinità e di disprezzo e di sensi di colpa indotti - questi erano riusciti ad ottenere con impegno un riconoscimento dei propri diritti: non privilegi che li porrebbero al di sopra degli eterosessuali. Solo un riconoscimento della parità di diritti.

Ce l'hanno messa nel culo!

avrebbero potuto titolare, in perfetto stile Sallustri-Berlusconi. Sì perché l'editore de Il Giornale é un esperto di barzellette sui gay. Sapete com'é, a lui piace giocare facile. Infatti si circonda di ragazzine adoranti abbagliate dal potere e dalla ricchezza; oppure si esibisce in ardite conquiste galanti, dietro erogazione liberale di migliaia di euro.
Ma questo comportamento non disturba il moralista e ipocrita Sallustri; mentre al contrario egli si sente offeso se una coppia di omosessuali chiede di vivere una vita libera. Libera, non libertina.

Il capolavoro é il sottotitolo:

"Dopo aver perso la sovranità economica, rischiamo anche di farci imporre l'etica"

A parte il fatto che la sovranità economica é stata sperperata da decenni di evasione fiscale e che  sarebbe il momento che qualcuno educasse all'etica questo porco Paese, mi chiedo con che coraggio Sallustri pontifichi di etica dal pulpito grossolano di un quotidiano finanziato da un personaggio che é stato processato decine di volte, scampando la condanna sempre e solo grazie alla prescrizione.
Mi chiedo in che modo possa riferirsi all'etica quando da anni scrive sotto dettatura, senza un minimo senso critico, mosso solo dal servilismo più bieco, mettendosi al servizio delle finalità più meschine.
Etica: che ne sa lui? Lui che fa leva sugli istinti più bassi (l'omofobia, per esempio), per vendere più copie strizzando l'occhio ai bacchettoni.


Se ci pensate, in Germania, negli anni del Nazismo, essere gay significava finire in un campo di sterminio. E' questo, che si vorrebbe? La segregazione e l'isolamento? Un nuovo buio della ragione?


La cosa, per concludere, che mi spaventa e turba é che quotidiani come Il Giornale sono letti da persone dall'apparenza perbene, di media istruzione, e di medio alta estrazione sociale. Gente che pratica il Cattolicesimo e che mostra un'apparenza rispettabile.
Ma nell'intimo si compiace di tirare una linea e di pensare che chi sta oltre quella linea sia sbagliato.

mercoledì 7 marzo 2012

4 Marzo 2012


"Ma come fanno i marinai a baciarsi tra di loro, a rimanere veri uomini però?"
C'é ancora bisogno - mi chiedo - di dover ricorrere, nell'anno del Signore 2012, al funerale di un artista variegato che ha vissuto la propria vita privata con discrezione e riservatezza, per poter sostenere nuovamente la causa degli omosessuali?

La mia é una domanda retorica, ovviamente: perché la girandola di frasi retoriche, considerazioni, reticenze, indignazioni che ha preceduto e seguito il funerale di Lucio Dalla dimostra che siamo ancora indietro. E non intendo indietro rispetto ad altre Nazioni, come la Spagna e l'Olanda, dove le coppie gay hanno acquistato diritti rilevanti.

A mio parere l'Italia é indietro rispetto ai tempi. E' indietro rispetto alla giusta considerazione che si deve attribuire agli individui. Individui, sottolineato tre volte, che restano tali a prescindere dalle proprie scelte in materia di sessualità e di convivenza. Anzi, proprio in virtù delle proprie scelte, un essere umano diventa un individuo degno di considerazione, perché significa che ha potuto compierle in autonomia e liberamente.
E' questo a qualificare uomo un essere vivente, il libero arbitrio. Non sono i propri orientamenti sessuali a renderlo migliore o peggiori di altri.

E invece siamo ancora nel pieno di un dibattito che riguarda le coppie di fatto e le coppie di diritto, le coppie benedette da un'unione sacra e le coppie omosessuali, con distinguo primitivi che mortificano la ragione e sono degradanti per il concetto di coppia.

Qual'é il problema? Da quando ho la consapevolezza della mia eterosessualità, che mi pongo questa domanda: cosa causa la discriminazione che ancora ci costringe a discutere su un tema che dovrebbe avere la stessa valenza sociale di una conversazione sulle bionde e sulle more?

I cattolici ne fanno una battaglia, dando prova di mancanza di tolleranza e rispetto. Questo é un fardello che in Italia sentiamo più che altrove: i seguaci di Gesù Cristo hanno - da secoli ormai - dimenticato deliberatamente il messaggio d'amore e tolleranza del Vangelo e usano la religione come mero strumento di sottomissione e potere, facendo leva su concetti come il peccato e la punizione. L'elezione a Papa di Joseph Ratzinger non ha certo aiutato ad accelerare il processo di avvicinamento della Chiesa all'umanità.

I partiti politici che si definiscono moderati utilizzano questo tema per conquistarsi quelle sacche di elettorato bigotto che purtroppo rappresentano sempre la maggioranza, senza accorgersi che é un argomento anacronistico e - se vogliamo - anche incostituzionale. Discriminare una persona per le proprie scelte riguardanti la sfera intima é un bell'abuso.

Ma tale prevenzione si ritrova, oltre che presso i cattolici, anche nei laici. Una specie di sottile pregiudizio, non sempre espresso, di timore, di disorientamento, di sospetto. Un comportamento da investigare, a livello psicologico, probabilmente, o forse culturale, quel tipo di cultura radicata da millenni di ignoranza e ottusità.

Infine, la ritroviamo in certi commenti pudici dei quotidiani e dei telegiornali, relativamente a Marco Alemanno, definito la persona più vicina a Lucio Dalla, o l'amico più stretto, o piuttosto Marco (con profusione della figura retorica dell'antonomasia). Forse sarebbe stato più semplice e trasparente definirlo compagno.

Cosa che non dovrebbe offendere nessuno, né indurre a pensare che l'omosessualità possa offuscare il talento di un'artista.

E' giunto il momento di superare questa fase, di superarla spontaneamente e di buttarsi alle spalle dei pregiudizi ridicoli e imbarazzanti. Sono altri i problemi su cui affrontarsi. Smettiamo di creare dei falsi problemi e impariamo tutti ad accettare le diversità come opportunità di arricchimento personale, anziché come spettri da temere. Questo é il progresso, questo é il futuro.

lunedì 5 marzo 2012

Nighthawks


Piove. E sta diventando buio. Fuori, oltre le finestre del mio ufficio e quattordici piani sotto di me, le macchine passano silenziose, lasciandosi dietro strati schiumosi di acqua e idrocarburi.
Le insegne dei bar, da qui, mi sembrano prospettive moooolto convincenti di una buonissima serata. Le loro vetrine, accoglienti porte verso un mondo di probabilità di penombra e di un lento oblio etilico.
Guardo il lavoro che mi aspetta, numeri, numeri, numeri. Mi accendo una sigaretta, mi appoggio allo schienale, guardo fuori, in basso, dentro la pioggia.
Sbuffo fumo dalle narici, chiudo gli occhi. E penso – penso come se fossi improvvisamente sgusciato da questa gabbia che è il mio ufficio.
La segretaria del mio capo è uscita da poco, oscillando in bilico sui tacchi alti e sottili, sempre troppo alti e sottili per lasciarmi indifferenti. E’ fantastica, quando cammina così. Tic tac tic tac, un movimento di fianchi svelto e ritmico, come il suono di una batteria jazz.
Ecco cosa mi ci vorrebbe, adesso: della musica jazz, per aprire questa gabbia, per farmi sentire altrove. Miles Davis, magari. E, sempre magari, un bel bicchiere di whisky. Perché no? Con ghiaccio, in uno di quei bei bicchieri tozzi, che ti riempiono la mano, e dove puoi giocarci a roteare i cubetti, come fossero dadi.
Tanto vale uscire, fare quattro passi nella pioggia, il bavero rialzato a proteggermi il collo. Adesso che ci penso, potrei ficcarmi in testa un cappello, sì un cappello anni 50. Un impermeabile, un borsalino e passi bagnati.
Mi accendo un’altra sigaretta, lo schermo del mio computer emette una luce tremula che mi distrurba; adesso chiudo tutto ed esco.
Quell’insegna verde, il banco lungo davanti alla vetrata enorme come un cinemascope sullo spettacolo della strada inondata di pioggia è quello di cui ho bisogno ora. Mi ricorda qualcosa. Edward Hopper, Nighthawks. Ecco. Un bancone ad angolo, una vetrina senza limiti. Tre persone al bar. Una coppia e un altro uomo, solitario più in là, che sembra guardarli, o forse sta semplicemente pensando, con lo sguardo perso nel vuoto. Un barista rassetta, è chiaramente notte inoltrata, ma nessuno vuole andarsene. C’è una specie di complicità  fra le quattro figure. Stanno bevendo, parlando, meditando, rapite dalla musica. Non si sente la musica – è evidente, ma so per certo che Edward stesse ascoltando Miles Davis mentre dipingeva. Mi piace.
Mi accendo un’altra sigaretta, aspetto che spiova. Poi - puoi scommetterci - mi infilerò in quel bar, dietro quella vetrina, su uno sgabello solitario.
Ma sì, una serata solitaria ed etilica per farmi dimenticare tutto il grigiore di questo ufficio, e le amarezze quotidiane. Le invidie, le meschine competizioni fra colleghi per conquistarsi un ritaglio insignificante di visibilità. I piani aziendali di riorganizzazione del personale, nome pomposo per nascondere la crudezza del licenziamento. La mediocrità del mio capo, incapace di prendere una decisione. Mi evita, il fenomeno, quando sa che mi aspetto delle risposte da lui. Striscia contro i muri, si barrica in ufficio. Via tutto, dimentichiamo questo squallore per una sera.
Un Jack Daniels, grazie, e intanto mi guardo in giro. Lei è lì. Voglio dire, la segretaria del mio capo, che coincidenza. Provvidenziale. Seduta su uno sgabello, la borsa, il laptop e un sacchetto di qualche negozio del centro abbandonati ai suoi piedi. Abbandonati ai suoi piedi come me, ogni volta che mi saluta, che mi parla, che mi sorride. Che ondeggia sui tacchi.
E’ lì, con le gambe accavallate e si sorseggia un Martini. Guarda caso, stanno suonando musica jazz. Mi conforta, è Eric Dolphy.
Ingollo un sorso di whiskey e mi avvicino. E’ uno spettacolo, davvero: le gambe accavallate, in bilico sullo sgabello, le labbra arricciate in un broncio irresistibile, lo sguardo solo un poco assente, quasi rapito.
Ecco che esce bruscamente dai suoi pensieri, richiamata forse dai miei passi in avvicinamento. Sorride stupita, quasi intimidita. Appoggio il bicchiere sul banco e le dico che ho deciso di sedermi vicino a lei. Mi accoglie, gentile. Mi avverte che non può fermarsi molto, deve scappare a casa. Ha fatto un po’ di shopping, ma stasera ha un impegno. Come vuoi, le dico. Basta finire questo bicchiere, poi scappo anch’io.
E le guardo la bocca. Una bocca strana, incurvata in una piega che mi taglia in due come una lama. Un piega che – insieme alle sue labbra - piega anche la mia volontà. Lascia perdere, mi dico, finisci il bicchiere in fretta e vai a casa. C’è da farsi male. Eppure resto lì, ad ascoltarla.
Lei mi parla come se ci fossimo dati appuntamento. Come se fossimo entrati insieme in questa penombra.
Adoro ascoltarla, adoro il senso di ciò che dice, ma a volte mi abbandono ad una specie di deriva e mi faccio trasportare semplicemente dal suono della sua voce.
Sorseggio il JD, lo faccio scorrere in gola, mi toglie quasi il fiato. Il whisky, non lei. No, non è vero: é lei a togliermi il fiato. Sei pericolosa – le dico. Tutte lo siamo un po’ – risponde arricciando il naso lentigginoso.
Sì, certo; ma tu di più. Il perché non lo so. Però è evidente che sia così.
Sorride e scuote la testa incredula. Faccio finta che si possa fumare in un locale pubblico, e mi attacco all'ennesima sigaretta. Lei è qui, accanto a me, vicinissima.
Sento il suo profumo, sento il suo respiro, sento persino il fruscio dei suoi collant ogni volta che accavalla le gambe. Chiudo gli occhi un istante e mi immagino le sue cosce che si sfiorano in quell’accavallarsi. Accidenti, cos’è questo caldo? Fuori piove a dirotto, e io sto prendendo fuoco.
Il barista mi guarda, ha lo sguardo allusivo: sembra che riesca a capire i miei pensieri. Capirai che sforzo. Basta guardare lei, per capire cosa passa per la testa a me.
Mettiamo adesso che io le vada a genio. Mettiamo che lei non fosse qui per caso, che sapesse che io sarei passato di qui. Ipotesi mooolto intrigante.
Ancora un sorso, poco whisky per volta, non sia mai che finisca questo dannato bicchiere e non abbia più la scusa per stare qui con lei. E’ come se sorseggiassi ogni singolo istante in sua compagnia. Poco per volta, prima che il bicchiere sia vuoto.
Piccolo particolare: lei non è solo la segretaria del mio capo. Insomma, ci va anche a letto. Ecco. Per mettere tutte le cose in chiaro. Lo sanno tutti, per quanto lui continui a rivolgersi ostentatamente a lei dandole del lei.
Li hanno visti in più occasioni, in luoghi improbabili, in atteggiamenti non esattamente asettici. Poi le malignità, si sa, in un’azienda di duemila dipendenti tendono ad ingigantirsi ed assumere una vita propria. Ma è mooolto probabile che, in fondo, sia tutto vero.
Forse è a quello che inconsciamente pensavo quando le ho detto che è pericolosa. Il mio capo è geloso. Il mio capo è vendicativo. Il mio capo è cattiiivo. Se solo mi vedesse qui, da solo con lei, il giorno dopo mi ritroverei tre o quattro missioni impossibili da svolgere, pena la perdita del mio bonus.
Il bonus, ecco la parola magica. Un piccolo numero aggiuntivo in busta paga, sufficiente a far digerire a noi altri del middle management un numero illimitato di missioni sgradevoli e di difficile realizzazione. Porcate immorali che arrivano a toglierti la dignità. Attività sporca-mani che i top managers non vogliono fare, fondamentalmente per non rovinare i rapporti con i propri pari grado, e continuare a sorridersi a denti stretti nelle quindicinali riunioni del collego dei direttori.
Il collegio dei direttori, l’ultima frontiera in tema di spettacoli cruenti. Prendi un’arena moderna, tipo una sala riunioni. Prendi una decina di gladiatori dei giorni nostri, meglio definiti top managers. Prendi un Amministratore Delegato, imperatore avido di sangue e di violenza, pronto a rovesciare il pollice e determinare la fine di una carriera fin lì brillante. Butta sul tavolo qualche argomento scottante che tocchi più responsabilità fra quelle presenti. E avrai il collegio dei direttori. Equilibrismo allo stato puro, sopra una vasca di coccodrilli.
Se il mio capo mi vedesse qui, adesso, domani mattina mi ritroverei qualche pratica di quelle sulla scrivania.
E’ vero che ci vai a letto? – sparo. Con chi? – tossisce arrossendo. Dai che lo sai. Perché mi sono ficcato in questa conversazione, accidenti a me. Se quella ci scopa davvero, domani sera – o forse stasera stessa – gli racconterà tutto, e domani mi toccherà subire le piccole angherie psicologiche che tanto detesto. Sigma, lascia perdere i pettegolezzi. Mi aspettavo un broncio e - non so - magari delle ciglia sbattute, flap flap. Invece la risposta é secca, e il suo sguardo cerca il mio in modo diretto. Mi ruba il pacchetto di sigarette e ne prende una. Ha un modo elegante di accenderla, il cerino sfregato con decisione, zac, un colpo solo.
Guardalo bene, Sigma. Non ti fa pena? La fisso, pensando che stia scherzando. No, non mi fa pena - insisto. Ha tradito tutto, pur di arrivare lì dov'é. Si é lasciato dietro una scia di cadaveri, per raggiungere questa posizione. E adesso non ha nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia. Adesso che ci penso, in effetti, lui mi evita, deliberatamente. Eravamo amici un tempo, prima che incominciasse ad arrampicarsi. Ora lui ha tutto quello che io non ho, e io ho tutto quello che manca a lui. E non riesce a perdonarmi di aver fatto carriera. Che idiozia. 
E' un uomo solo, Sigma. Come fai a non accorgertene? Le sue parole mi incalzano. Mezz'ora prima, uscendo dall'ufficio per rifugiarmi in questo fumoso bar a cercare l'oblio, sono passato davanti al suo ufficio. Con la coda dell'occhio l'ho visto, mentre fissava il vuoto oltre la finestra, immobile. No, sinceramente non l'ho invidiato. Non il suo ufficio ampio, la lampada di design, la grossa berlina aziendale parcheggiata nel seminterrato. Io sono libero, lui ormai é stritolato in un ingranaggio che lo vuole così. E non può più tirarsi indietro.
A casa ha una moglie che lo odia - sorride, all'improvviso, e appoggia una mano sulla mia; ne percepisco subito il calore - e non é con me che va a letto. Faresti cambio con lui? La guardo e rido: Se non viene  a letto con te, che ci guadagno nel cambio?

Semantica spicciola



[Manager é un termine anglosassone con una storia lunga. Deriva dal latino manus agere, utilizzare la mano, manovrare. Successivamente il termine é stato elaborato dal francese in aménager, da cui ménage, ossia la gestione dell'ordinario nel quotidiano. Dalla Francia, il vocabolo ha oltrepassato il Canale della Manica, indossando giacca e cravatta e trasformandosi nello sterminatore dal colletto bianco]

sabato 3 marzo 2012

L'inefficacia della retorica



"Sto con la Val Di Susa, dove tutta la comunità respinge la riduzione a schiavitù del proprio suolo."
Questo é un post recente di Erri De Luca sul proprio profilo di Facebook.

Per quanto potente possa sembrare, questa frase introduce adeguatamente il tema che ho voglia di affrontare in questa notte insonne: la retorica che avvolge la questione della Val di Susa e delle proteste dei No-Tav.

Una posizione di chiusura nei confronti di questa opera imponente ed invasiva ha numerose valide ragioni. Sono sensibile agli argomenti degli ecologisti, e capisco che far passare dei binari dell'Alta Velocità in questa splendida vallata, abbattendo alberi e rivoltando terra (che pare contenga parti radioattive) sia una prospettiva spaventosa.

E' anche vero che la ferrovia rappresenta uno dei mezzi di trasporto meno inquinante e più rispettoso dell'atmosfera, producendo una quantità minima di anidride carbonica. E' evidente che trasportare merci e passeggeri su un treno anziché sparpagliarli su un'autostrada intasata da veicoli fumanti, faccia differenza.

Per cui non ho certezze, come sempre. Se ci mettiamo sopra le opportunità di lavoro e di commercio che quest'opera potrebbe sviluppare, ecco che trovo tutto sommato eccessivi gli atteggiamenti dei no-tav e della comunità montana della Val di Susa, che si oppongono fermamente ai lavori.

Leggendo resoconti ed interviste, mi sembra che gli oppositori vogliano affermare "andate da un'altra parte, non qui". Come a dire - ancora una volta: il problema del traffico e dell'inquinamento e dei collegamenti va risolto, ma fatelo a spese di qualcun altro.

Sono nato e crescuto a Milano, in Lombardia. Una zona che in nome del progresso e del benessere non ha esitato - in modo decisamente scriteriato, devo ammetterlo - a sacrificare porzioni del proprio territorio. Negli anni 60 questa scelta ha comportato posti di lavoro, una ricchezza abbastanza diffusa, una crescita economica per l'intero Paese.
Ettari ed ettari di pianura sono stati immolati per costrire tangenziali, e fabbriche. Il solito profitto, certo. Ma anche un benessere diffuso. Milano non ha detto "andate da un'altra parte".

Per cui provo un po' di disappunto davanti ad una difesa strenua - quasi di principio - contro il passaggio della linea ferroviaria.

Occorre una scelta radicale, allora: lasciamo perdere la ferrovia, chiudiamo le porte alla Francia, all'Europa. Rinunciamo al commercio. Contraiamoci. Accettiamo il regresso, torniamo a vivere come 500 anni fa. Si può fare, sia chiaro: non é una provocazione.

Oppure possiamo fare delle scelte sulla base di valutazioni di opportunità, scegliendo il treno.

Senza affrontare battaglie di principio, oltretutto combattute utilizzando argomenti e strumenti poco costruttivi. Si possono vedere gli eventi della settimana in modi differenti, ma trovo che il tentativo dei manifestanti di salire sul treno senza voler pagare il biglietto sia l'emblema della vacuità di questa protesta (sempre che quanto riportato dai giornali sia vero).

Le arrampicate sui piloni, i blocchi sulle autostrade, le risse con la Polizia, sono il bagaglio ormai logoro di un certo tipo di antagonismo violento e sterile, che - cercando di combattere il sistema al contrario lo rafforza, perché mostra di non avere argomentazioni che non siano violente. E' come se all'obbiettivo della tutela di una valle si sostituisse la necessità di propagnadare l'ideologia del "contro tutto".

Un progetto si combatte e sconfigge proponendo un altro progetto preferibilmente più valido e non opponendosi ad esso in modo scriteriato. Ci sono altri passaggi dove far transitare il treno in modo da ridurre l'impatto ambientale? C'é modo di svolgere i lavori senza dover devastare una vallata? Queste sono domande a cui dovrebbero rispondere i no-tav, proponendo le loro soluzioni, anziché i propri slogan e la platealità sterile di certe manifestazioni.

Diversamente, le loro scorribande assumerebbero solo una generica valenza retorica e inefficace. E sarebbe la schiavitù dei propri pregiudizi.