mercoledì 29 febbraio 2012

Quanto manca all'Italia una vera sinistra


Riflettendo su ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Italia - dall'avvento del Governo Monti in poi - ed in particolare sull'impennata di arroganza da parte degli industriali italiani, che é addirittura cresciuta rispetto ai tempi del Governo Berlusconi, mi sorgono alcune considerazioni.
Certamente, non dovendo rispettare nessun tipo di mandato politico derivante dall'investitura elettorale, e non mirando quindi ad una riconferma delle urne, Mario Monti può prendere senza troppi condizionamenti provvedimenti impopolari orientati - secondo la propria visione - a migliorare la situazione economica e finanziaria dell'Italia, in ottemperanza, soprattutto delle indicazioni dell'Unione Europea.

Questo, infatti, era lo scopo del Presidente Napolitano quando ha nominato Monti senatore a vita. Lo ha di fatto svincolato da un obbligo partitico, con il fine di renderlo il più asettico possibile.
Tuttavia il Professor Monti per estrazione é un uomo di destra, viene dalla Bocconi ed ha una storia propria strettamente legata a quella cultura liberista che é venuta formandosi dagli anni '80 in poi e che in definitiva sottende il concetto di Unione Europea. Questa cultura vuole - essenzialmente - uno stato quasi assente o comunque ritirato in ambiti molto ristretti, ed un'imprenditoria libera da vincoli e doveri, totalmente orientata al profitto e al benessere proprio.

Questa filosofia, che é andata rafforzandosi di decennio in decennio, ha fatto sì che la figura dell'imprenditore venisse cambiata e stravolta, facendole perdere quella che era la valenza più importante a livello sociale: ossia la consapevolezza che l'imprenditore é - piaccia o no - il traino del Paese, figura dal quale dipende il benessere di un'intera società. Fintanto che la classe imprenditoriale ha avuto questa coscienza di sè, ha anche sentito una forte responsabilità nei confronti delle altre classi (parlo di classi per comodità espressiva, senza intenzione di ricollegarmi alla lotta di classe citata da Marx), soprattutto dalla fine del XIX° fino ai tardi decenni del XX° secolo. 
Persa questa valenza, a partire dagli anni '80 in poi, l'imprenditore si é ridotto ad essere un operatore individuale ripiegato su sé stesso, egocentrico ed egoista, con l'unico fine di massimizzare il proprio profitto.

Questa tendenza ha raggiunto picchi rilevanti soprattutto con la concomitanza di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio, Emma Marcegaglia alla Presidenza di Confindustria e Sergio Marchionne come Ceo di Fiat. Benché questi tre soggetti siano in un certo senso contrapposti (mi riferisco alle dichiarazioni critiche della Marcegaglia nei confronti del Governo Berlusconi, o l'uscita di Fiat da Confindustria), hanno parallelamente teorizzato, in momenti diversi e con comportamenti concludenti, questo nuovo ruolo dell'imprenditore. Che é legittimo, chiariamo, ma miope e improduttivo se visto nell'ottica di una Nazione.

E' chiaro che se l'imprenditore si spoglia della propria responsabilità morale (sia chiaro solo morale) nei confronti della società civile e dello Stato in cui opera e cresce, ciò che resta é quanto di più meschino ed egoista e tutto sommato inutile se si guarda il contesto più ampio del benessere comune. Non più guida per la crescita, né garante del benessere generale.

Si sono così moltiplicati i casi di corruzione, concentrazione di risorse, accordi illeciti, lobbismi e così via. Tutte scorciatoie per il fine ultimo, ossia il mero profitto individuale.

Senza dover trascendere in atteggiamenti paternalistici, c'é stato un tempo in cui la classe dirigente degli industriali si rendeva conto che da essa dipendeva il benessere dei propri dipendenti.
Ora la voce costo del lavoro viene vista in modo molto più cinico ed asettico come una qualunque altra voce di bilancio. Senza che si percepisca che l'impoverimento della classe lavoratrice - operai o impiegati che siano - produce l'impoverimento di un intero Paese, paralizzando l'economia in quanto riduce i consumi.

Tornando a Monti, provenendo egli da questo percorso di autocoscienza dell'industriale, non potrà che sentirsi incline a soddisfare le richieste che provengono da Confindustria.

Il problema, piuttosto é che la attuale sinistra italiana é totalmente assente. Dalla morte di Berlinguer in poi ha incominciato un lungo percorso di autoesplorazione, perdendosi in esso. Invece di intraprendere un'attività autocritica realistica ma produttiva, i leader dell'ex PCI prima hanno brancolato in atteggiamenti esistenzialisti, perdendo di vista l'obiettivo di rappresentanza di valori ben definiti; e poi si sono dissolti in effimeri quanto superficiali cambiamenti di immagine. La mazzata finale l'ha data la vittoria di Berlusconi che - con un'operazione di marketing tesa a coprire sia il vuoto culturale e politico di Forza Italia che gli scheletri nell'armadio che il suo leader ha tutt'ora - ha dato l'illusione che una bella riverniciata avesse più importanza di una concreta attività di difesa di valori che erano stati il simbolo di una sinistra.
Così D'Alema prima e Veltroni poi hanno inzialmente abbandonato l'oneroso patrimonio ereditato dal Partito Comunista, per non doverne accettare anche i debiti storici e morali (i delitti del comunismo nel mondo, la sudditanza del PCI italiano da quello di Mosca e così via). Ma così hanno perso anche i contenuti.

Così sono nati i girotondi, il popolo viola, i salotti pieni di intellettualoidi radical-chic che parlano a vanvera di argomenti come popolo, ricchezza e lavoro. E un Partito Democratico di ispirazione kennediana. Come se questo bastasse di per sè a garantire qualità all'attività politica di questo partito.

Nel frattempo il resto dell'ideologia comunista si sgretolava in una galassia di partiti antagonisti a tutto, persi su strade poco costruttive di contestazione, di affiancamento a frange violente o di continua messa in discussione e di critica ad elementi marginali della questione.

In realtà Veltroni & Co. stavano semplicemente assecondando una deriva che li portava ad occupare spazi liberi lasciati da quello che era il PSI di Bettino Craxi, convinti com'erano che non esistessero più gli operai e che quindi un partito laburista non avesse più speranze.

L'errore é marchiano: la classe operaia degli anni '70 non c'é più forse. Ma sono sorte nuove figure come i precari del pubblico e del privato, i lavoratori interinali; inoltre gli impiegati sono scivolati in basso nella scala dei privilegi. Una galassia di lavoratori senza rappresentanza nè tutela. Ecco a chi dovrebbe rivolgersi il Partito Democratico, altro che i Kennedy.

Un partito della sinistra dovrebbe avere come bussola il lavoro sotto i due aspetti: difesa di chi ce l'ha, e creazione di posti per chi ancora non lavora; la ricerca di strumenti per l'equa distribuzione delle opportunità e delle risorse; la questione morale; la proposta di soluzioni per la crescita. La sicurezza sul lavoro. Tutto il resto é secondario.

Se Bersani fosse stato un leader di sinistra, avrebbe risposto in modo diverso all'affermazione del Ministro Fornero che minacciava di proseguire sulla riforma del lavoro anche senza l'accordo delle parti: avrebbe dovuto andare in Parlamento, sfiduciare il Ministro, dando così un messaggio forte da uno dei partiti che - al momento - sostiene il Governo. Un messaggio forte all'elettorato: "Noi tuteliamo determinati strati della popolazione e continueremo a farlo, senza troppe acrobazie diplomatiche. Va bene la riforma del lavoro, ma che non sia assolutà libertà per gli imprenditori a discapito di chi presta la  forza lavoro. Votateci, perché sappiamo cosa vogliamo". Avrebbe fatto l'interesse di una Nazione e non solo di una fazione politica, rappresentando un paletto a garanzia di milioni di lavoratori.
In ogni democrazia é bene che esistano delle contrapposizioni forti, perché il dibattito porta all'evoluzione.

Invece Bersani si é perso in distinguo e sofismi, dando l'idea di non sapere da che parte stare: al punto che sostengono in modo asettico e forse un po' ottuso un Governo di banchieri e finanzieri, in nome di un'operazione di marketing destinata al fallimento.

mercoledì 22 febbraio 2012

[pensoso post]


Emma & Sergio, ancora loro. La magnifica coppia dell'imprenditoria italiana sale di nuovo agli onori della cronaca.

Ieri, la Marcegaglia, ha esternato la propria opinione sui sindacati, definendo la CGIL un'organizzazione che protegge ladri, assenteisti e farabutti. Premesso che sui sindacati italiani ci sarebbe da fare una dissertazione di ore - per come negli ultimi 30 anni hanno contribuito a fare disastri con battaglie miopi - mi sorprendono sia la veemenza di queste parole, sia la faccia tosta di chi le ha pronunciate.

Emma Marcegaglia é la Presidente di Confindustria. Ossia l'associazione degli industriali italiani. Un covo di verginelle, per intendersi.

Verginelle che negli anni non hanno esitato - in nome del profitto, lecito alibi per ogni orrore - a costituire cartelli finalizzati al controllo del mercato (compagnie telefoniche, compagnie petrolifere, società produttrici di gas medicali e industriali, compagnie assicurative, compagnie farmaceutiche).

Verginelle che - sempre in nome del suddetto profitto - hanno stretto con la parte malata della politica italiana (il 90%, ahimé) un diabolico patto fatto di corruzione al fine di falsare gli appalti pubblici.

Verginelle, ancora, che in tema di evasione fiscale e di lavoro nero e di violazione delle normative in materia di sicurezza sul lavoro hanno poco da imparare da chiunque.

Non si voglia fare di ogni erba un fascio, sia chiaro (anche se fascio, di questi tempi, sembra parola adeguata), come probabilmente nemmeno Emma intendeva generalizzare. Forse é il caso che ognuno guardi in casa propria.

Contemporaneamente, Sergio Marchionne riusciva ad ottenere un risarcimento milionario (7 milioni) da un giornalista di Annozero colpevole - secondo i giudici - di aver prodotto un servizio in cui venivano evidenziati dei limiti di una vettura di Alfa Romeo, o meglio l'inferiorità di tale vettura rispetto ad altre di Case concorrenti.

Con buona pace della libertà di opinione e di espressione. La stampa e la televisione devono liberamente esprimere la propria opinione a favaore della Fiat. 

Non bastano tutti i soldi che la Fiat ha avuto dallo Stato in questi decenni: ora li vuole anche dalla RAI, servizio pubblico.
Mi sa che quest'uomo, quando va al casinò, si alza solo quando ha sbancato il tavolo.

Alessandro Gilioli, sul suo blog Piovonorane, ha postato un commento dal titolo "Nasce la nuova Panda, ed é già un po' stronza" beccandosi una diffida da un legale di Fiat. Gli é andata bene: ha rischiato anch'egli di dover scucire 7 milioni di euro.

Questa é la tipica conseguenza dello stato di ebbrezza derivante da decenni di genuflessioni da parte di molta stampa libera.

Emma & Sergio: separarsi per continuare insieme la stessa battaglia. Magari con l'aiuto del Ministro Fornero.

Può sembrare una provocazione, ma a 64 anni dalla nascita della Repubblica, ci ritroviamo proiettati indietro nel tempo.

Abbiamo cacciato un Re pasticcione, codardo e ottuso: eppure ci ritroviamo con una variopinta quanto avida dinastia (anch'essa dalle origini piemontesi) che da mezzo secolo spadroneggia indisturbata in ogni campo della vita sociale italiana.

E' stato rovesciato un regime monocratico per fondare una Repubblica parlamentare: eppure ci ritroviamo con un Parlamento paralizzato dalle proprie ipocrisie e con una schiera di dittatorelli che ostentano arroganza e si alternano nella gestione del potere.

Sono state sacrificate delle vite in nome della libertà, e ci ritroviamo con una stampa per tre quarti asservita e per un quarto imbavagliata.

Cosa andremo a celebrare il prossimo 25 aprile? La morte di un'illusione?

martedì 21 febbraio 2012

L'ANTIRIVOLUZIONE DI Q



I rivoluzionari sono affascnanti, si conquistano la simpatia di tutti. E sono destinati alla sconfitta.
I reazionari, ossia gli antirivoluzionari, sono spesso repellenti, ambigui e antipatici: spesso determinano la storia con le proprie meschine vittorie, senza nemmeno accorgersi che le proprie battaglie sono in realtà combattute per una causa altrui.


Questa é la storia di Q, uno dei protagonisti di un fantastico libro scritto da un gruppo di visionari intellettuali bolognesi radunati sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, che - per loro stessa ammissione - é un "nome multiplo sotto il quale agisce programmaticamente un nucleo di destabilizzatori del senso comune": anch'essi dei rivoluzionari, quindi. Il libro ha 20 anni, ma potrebbe essere un diario immaginario di una possibile svolta della situazione attuale.


Cos'é "Q"? E' una gigantesca parabola sulla rivoluzione, forse. O forse é soltanto una metafora della stuazione politica attuale. O, ancora forse, ci vuole solo dire che le risorse di sopravvivenza dei rivoluzionari sono illimitate, mentre quelle dei controrivoluzionari si estinguono una volta estinta la rivolta contro cui combattono.


O forse, infine, é solo una bellissima storia di avventura e spionaggio rinascimentale.


Siamo in una terra a cavallo fra Olanda e Germania, in piena Rivoluzione Luterana. Su questa landa di pioggia e fango, come su uno scacchiere sconvolto da armate a cavallo e manipoli di disperati, si affrontano Luterani, Controriformisti e Anabattisti.
Ci troviamo nel cuore del 1500, ma potremmo essere ai giorni nostri.
I Luterani sono spalleggiati dalla borghesia mitteleuropea per mettere in discussione il potere di Roma e deviare quindi i grandi flussi finanziari che dall'Europa colano nelle casse del Vaticano. Le teorie di Martin Lutero vengono dilatate, distorte e sottomesse alle necessità di indipendenza dei nobili tedeschi e della ricca borghesia.
Sull'altra sponda c'é il Vaticano, con i suoi dogmi a tutela del proprio potere terreno e della propria ricchezza. Il braccio armato del Vaticano é il Sant'Uffizio, a capo del quale c'é il viscido Pietro Carafa, un'eminenza grigia, direi, assetata di potere e di controllo. Q ne é l'occhio e l'orecchio, sui campi di battaglia dell'Europa e ovunque si accendano focolai di rivolta. Q é lo strumento con cui Carafa capta prima le informazioni e crea poi le condizioni affinché i focolai si estinguano. Q é appiattito sul volere di Carafa, crede alla causa conservatrice e agisce rettamente.
In mezzo, destinati alla sconfitta, ci sono i contadini, coloro che vivono fuori dalle mura. Quelli che al giorno d'oggi potrebbero essere i proletari, in senso lato. Operai, impiegatuzzi, precari, ecc.
Lottano con vigore, con ingegno e ingenuità, credendo alla vittoria della propria causa, che é una sola: la sopravvivenza, la sussistenza. Non cercano profitti smisurati, non cercano potere. Provano solo a sopravvivere. E credono alla vittoria della propria causa perché sanno che é giusta.
Con questo scenario sullo sfondo, personaggi storici per quanto oscuri e folli (Jan de Leida, Jan Batenburg, Jan Matthys) incrociano le proprie vite con l'alter ego di Q, personaggio dai mille nomi e dai mille destini.
La causa sposata, un po' per puro amore di rivoluzione un po' per spirito di avventura, é quella dell'anabattismo, che mette in discussione ogni punto fermo in materia di religione e di proprietà. I loro capi, moderni profeti, portano avanti idee eretiche come la negazione dell'autorità della Chiesa centrale, l'abolizione della proprietà, l'abolizione del matrimonio, e teorizzano l'anarchia come gestione della Città Stato di Munster (caposaldo della cultura anabattista): degli Hippies ante litteram, se vogliamo. Salvo poi "istituzionalizzarsi" una volta abbattuto il potere precostituito e trasformarsi in feroci dittatori della cittadella ideale da loro stessi inventata. Per un certo verso possiamo individuare un parallelo fra la parabola anabattista e quella sessantottina, dove i leader del movimento, in qualche modo sono stati assimilati dal sistema stesso che combattevano, assorbendo e interiorizzando quelli che erano gli schemi tanto denigrati.
Una follia appunto, che li consegnerà alla disfatta. Mentre il nemico occulto, Pietro Carafa diventerà Papa.
All'anonimo protagonista non resta che una nuova fuga, un nuovo cambio di nome e di vita. E una nuova battaglia, contro l'alta finanza delle banche che a quei tempi stava muovendo i primi - perniciosi - passi. Una nuova battaglia che si concluderà anch'essa in sconfitta, costringendo il nostro protagonista a cercare - ancora una volta - fortuna altrove.
Insegnandoci che non sempre la vittoria e il successo stanno dalla stessa parte.

lunedì 20 febbraio 2012

Opportunità e redistribuzione



Prendo spunto da un commento al mio post [Under the bridge] per approfondire le tematiche che ho di recente affrontato.
Nel commento si sostiene che "piu' che redistribuire , lo stato [...] dovrebbe creare le condizioni per che le risorse materiali e immateriali si distribuiscano piu' equamente".

Mi sento di condividere.

Questo, secondo me, é il tema fondamentale del dibattito su democrazia e giustizia: la parità di opportunità fra gli appartenenti ad una comunità - a maggior ragione fra tutti i cittadini di uno Stato Nazionale - é garanzia di giustizia e il fondamento della democrazia.

Quando le condizioni affinché le ricchezze e le prospettive siano disponibili a chiunque abbia iniziativa e capacità per ottenerle, ci troviamo in uno stato di democrazia e di giustizia: ossia eguaglianza fra gli individui; un'eguaglianza sostanziale, che non deve necessariamente trasformarsi in un'eguaglianza di reddito, di patrimonio e di status.

Il tema dell'eguaglianza sostanziale é importante: all'interno di uno Stato é legittimo che ci siano delle differenze; occorre però che le differenze siano generate da scelte libere ed individuali, e non dalla presenza di fattori che limitino le opportunità degli attori.

Ci sarà nella popolazione chi avrà più iniziativa, più talento e magari più fortuna. In base a tutto ciò, raggiungerà una situazione personale migliore. Altri avranno meno volontà e motivazioni, saranno meno disposti a sacrificare il proprio tempo, la propria fatica, e accetteranno prospettive differenti. Ma avrà ciascuno scelto liberamente.

E' quello che si dice il merito, parola che in Italia fa rabbrividire.

I cartelli, le corsie preferenziali, i favoritismi, la corruzione, sono solo alcuni di questi fattori, che limitando la libertà, negano l'equa distribuzione delle risorse e vanno contro la logica del merito.

Dallo Stato mi aspetto che garantisca la regolarità della partita e che soccorra chi - nonostante tutto - versi in condizioni che stanno sotto la sussistenza.

Fra dire che lo stato debba garantire a tutti una determinata fetta di ricchezza e dire che lo Stato debba garantire pari opportunità a tutti ed assista chi non ce l'ha fatta, c'é la stessa differenza che passa fra comunismo e socialismo.

La Storia ci ha lasciato numerose testimonianze che evidenziano il fallimento del Comunismo. La Storia ci ha lasciato altrettante indicazioni circa il fallimento del Capitalismo così come é stato espresso nel XX° secolo (i capitalisti fanno finta di niente e ci conducono serenamente verso un baratro in cui - inconsapevoli - sprofonderanno anche loro presto o tardi).

Paradossalmente, dei pochi lettori che fin'ora popolano il mio blog, alcuni mi hanno scritto mail in cui mi accusano di essere un leninista. Mi viene da sorridere, perché comunista non lo sono mai stato, ed é un appellativo in cui non mi riconosco. Tuttavia vivo in questa società e ne vedo i limiti così come le opportunità. Osservo ed annoto.

giovedì 16 febbraio 2012

Si può essere Capitale anche senza Olimpiadi


Ieri il Presidente del Consiglio Mario Monti ha di fatto bocciato la candidatura di Roma per organizzare ed ospitare le Olimpiadi del 2020.

Subito si sono levati cori di disapprovazione, ben rappresentati dall'articolo di Mario Sechi, comparso su Il Tempo.it [http://www.iltempo.it/2012/02/15/1322606-scelta_essere_marginali.shtml].

In questo articolo, in uno sciorinare di luoghi comuni, l'autore sostiene che rinunciare alle Olimpiadi significhi scegliere una filosofia di ripiego e di marginalità, rispetto al protagonismo che la terza economia d'Europa dovrebbe avere.

A me, al contrario, quella del Presidente del Consiglio sembra una scelta di buon senso, presa in un momento in cui gli sforzi economici sono rientati a ristabilire un equilibrio finanziario ancora fragile se non ancora da raggiungere.

Il fatto che altre Nazioni d'Europa o del mondo (come la Spagna e il Giappone) coinvolte in lunghi e gravi periodi di crisi abbiano comunque avanzato la propria candidatura per i Giochi Olimpici del 2020 non aggiunge nè toglie nulla al dibattito.
Utilizzare gli esempi di Paesi come Spagna e Giappone per stigmatizzare una scelta ragionevole, significa non rendersi conto della realtà in cui stiamo vivendo.
L'Italia non é il Giappone, l'Italia non é la Spagna.

Negli ultimi 50 anni noi italiani abbiamo accumulato centinaia di esempi che da soli bastano a sbertucciare l'articolo di Sechi; non ultimi gli scempi relativi alla ricostruzione del terremoto in Abruzzo.


Mettere in piedi un gigantesco cantiere per le Olimpiadi di Roma, nelle condizioni economiche e morali in cui versa il Paese, significa andare incontro ad una enorme disfatta. Con brutta figura annessa.

Fintanto che non verranno garantite logiche affidabili ed etiche in materia di assegnazione degli appalti, non credo sia il caso di impegnarsi in grandi progetti che richiedano opere pubbliche di alto livello, con tutto quello che ne consegue.

Cosa serve ad una città come Roma - che per definizione attira l'attenzione di milioni di turisti ogni anno - organizzare un'Olimpiade o un Gran Premio cittadino di Formula Uno? Il Sindaco Alemanno ha considerato cosa comporterebbero questi eventi in una città devastata dal traffico e gravata dalla fragilità del suo immenso patrimonio storico? O la necessità di propagandare sè stesso ha avuto l'effetto di ottunderlo?

E' questo quello che serve all'Italia, adesso? Non credo proprio. Il Signor Sechi ci parla di filosofia e inventiva, di creatività e di altri sogni: ma parla da e di una Città che al momento non riesce ad affrontare in modo ragionevole un'emergenza neve.

Se Roma é, come spesso ci sentiamo dire, la Città eterna con i suoi millenni di gloria, di storia e di arte, si prenda una buona volta l'onere di essere la Capitale e cominci ad essere di traino per questa povera Nazione, con l'esempio, che é la più alta forma di autorità. E accantoni il vittimismo endemico improprio per una Capitale millenaria.

martedì 14 febbraio 2012

Il modello americano


Va bene, non lo nego: sono intriso anche io come la maggior parte degli italiani di cultura americana.
Non potrebbe essere diversamente. Da quando nel 1944 le truppe americane sbarcarono ad Anzio e in Sicilia, abbiamo subito - noi italiani - una progressiva colonizzazione culturale da parte degli Stati Uniti.

In linea teorica non c'é nulla di male.
Tuttavia mi vengono i brvidi quando sento parlare del modello americano da applicare all'Italia, nel campo del lavoro. La tanto declamata, acclamata ed invocata elasticità per quanto riguarda la gestione del rapporto di lavoro, al fine di aiutare le imprese a superare la crisi economica.
Forse il modello americano é la strada sbagliata. Forse ci sono altre soluzioni. Forse l'America non é un modello cui ispirarsi.

La crisi del modello americano, della competitività e del successo, era già stata cantata da Bob Dylan e successivamente da Bruce Springsteen.

La crisi del modello americano era moralmente decretata dal fatto che - ancora alla fine degli anni sessanta - gli individui di colore venivano discriminati in qualsiasi locale pubblico.

La crisi del modello americano era stata economicamente dichiarata nel 2008 quando la crisi dei mutui supreme avevano mostrato la fragilità del loro sistema.

Brett Easton Ellis e Jay Mc Inerney hanno parlato della crisi del yuppismo a metà degli anni '80, evidenziando i limiti e la potenziale pericolosità di quel modello: la competizione portata agli estremi, la ricchezza ed il successo come tracciante per il percorso personale di un individuo portano all'aberrazione, tant'é vero che i protagonisti di libri come American Psycho o Le mille luci di New York, tanto per citare due esempi, da yuppies perfettamente calati nella propria realtà glamour, si trasformano in mostri, sotto l'influsso della ricerca del successo.

E - in fondo - anche da un punto di vista del welfare (parola di origine aglosassone), il modello americano si é lasciato dietro una scia di cadaveri e di mostri. Se ci si allontana per un istante dai grattacieli vertiginosi di Manhattan, dalle mansion di Lincoln Park a Chicago o dalle ville di Mullholland Drive a Beverly Hills ci si accorge che esistono periferie dove la gente si accalca in condizioni al limite dell'umano. Scie di barboni, di disoccupati, di ubriachi popolano lati oscuri delle periferie, ammassati in baracche fatiscenti.

L'industrializzazione insistita ha portato ad un aumento dell'inquinamento, ad una smodata emissione di gas serra, alla desertificazione.

Esiste un modello americano per quanto riguarda la visione economica globale: questo modello prevede l'assoggettamento di tutte le nazione alla logica del capitalismo, nel tentativo di trasformare il Mondo come lo conosciamo in un enorme mercato su cui collocare i prodotti americani. A sostegno della teoria che la produttività é l'unico valore che deve regolare un pianeta e le regole sociali ad esso legate. Le leve sono molteplici, una per esempio é la detenzione di pozzi petroliferi intatti, da utilizzare quando gli altri si saranno inariditi.

In ogni caso, quindi,  il Mondo viene considerato come uno strumento ad uso e consumo del popolo americano, o di quella parte del popolo che detiene la maggior parte della ricchezza.

Questo modello ha poche regole, se non quella della jungla: il più forte vince.

A volte si confonde questo modello con il modello proposto dagli studiosi di microeconomia, definito concorrenza perfetta. La concorrenza perfetta viene a sua volta confusa con il libero mercato. In realtà la concorrenza perfetta prevede che ogni attore presente sul mercato abbia pari forza degli altri, in modo che le proprie scelte influenzino il mercato stesso che a sua volta si adatta per mantenere l'quilibrio. Il libero mercato, all'interno della logica della concorrenza perfetta, é quello in cui ciascun individuo può offrire e acquistare a seconda delle proprie scelte.

Vi sembra che la concorrenza perfetta corrisponda al modello americano? Le concentrazioni, i cartelli, le lobbies sono strumenti volti a forzare l'equilibrio al fine di creare sperequazione.

Trovo che un minimo di disequilibrio sia necessario per generare spinte al rinnovamento e alla crescita. Ma quando il disequilibrio si muta in sperequazione, ossia una squilibrata distribuzione di risorse, ricchezze e opportunità (soprattutto le opportunità), le spinte al rinnovamento e alla crescita si cristallizzano, perché ha il sopravvento la spinta al mantenimento dello status quo.

Ciò a cui mira chi sbandiera il modello americano nel campo del lavoro, oggi, in Italia, é (secondo il mio umile parere) proprio il mantenimento dello status quo, ossia un equilibrio forzoso, che di fatto nega opportunità a chi non detiene le chiavi di questo equilibrio forzoso.

Chi offre lavoro rischia di venire relegato in un ambito di perenne precarietà, privo di opportunità di crescita, in balia delle decisioni di carattere rigidamente economico di quella ristretta classe che detiene la ricchezza e la gestisce in modo utilitaristico, un utilitarismo tirato all'estremo. Uno qualunque dei beni di produzione, come un macchinario, da accantonare e dismettere quando non serve.

Qualcuno si sta domandando, portando avanti questa filosofia, che impatto avranno certe scelte sul tessuto sociale del nostro piccolo Paese? E' un Paese di baracche che circondano pochi quartieri di lusso, quello che vogliamo?

giovedì 9 febbraio 2012

Oche starnazzanti


 "Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà" (A. M. Cancellieri - Ministro dell'Interno)

"Il posto fisso è un illusione" (E. Fornero - Minostro del Lavoro)

"Il posto fisso: che noia" (M. Monti - Presidente del Consiglio)

Nel "De coniuratione Catilinae" Sallustio narra che la lubido (intesa come bramosia) per il potere aveva reso quasi folle Catilina. Al giorno d'oggi non é la bramosia del potere a fare perdere il cervello, ma il raggiungimento del potere stesso.

Capita quindi che autorevoli e seriosi Ministri da poco insediati, si trovino a sproloquiare a proposito di un argomento delicato come quello della riforma del lavoro. Lungi dal voler passare per retrogrado, mantenendo tuttavia le mie convinzioni - espresse in differenti post sul presente blog [http://sigmachronicles.blogspot.com/2012/02/la-foglia-di-fico-dellarticolo-18.html; http://sigmachronicles.blogspot.com/2012/02/litalia-che-piace.html]  - credo che sia desolante ascoltare il Presidente del Consiglio, il Ministro dell'Interno e il ministro del Lavoro mentre interloquiscono con la stampa a colpi di battute sferzanti e sprezzanti nei confronti di una estesa fetta della popolazione attiva, anziché provare a sostenere il proprio intento con argomentazioni più ragionevoli.

Se questi sono gli unici argomenti a sostegno dell'abolizione dell'Art.18, direi che la questione non si dovrebbe nemmeno porre. Diversamente, c'é il timore che queste battute cerchino di mascherare il tentativo dell'attuale Governo di ingraziarsi o di accontentare la Confindustria ed eventualmente anche Fiat.

Vorrei che il Governo - ed in particolare il Ministro Fornero - riuscissero ad enucleare in modo convincente la questione, spiegando in che modo la libertà incondizionata (concessa agli imprenditori) di lasciare a casa i lavoratori si rifletta nella crescita di un Paese.

Mi sembra una strategia miope: creare disoccupazione (perché é questa la conseguenza di ciò che chiede la Marcegaglia), significa creare povertà; creare povertà significa contrarre i consumi; contrarre i consumi significa contrarre la produzione. In definitiva un enorme effetto boomerang, con conseguente crisi delle imprese.

Ma quando - per giustificate ragioni economiche - le imprese avranno licenziato tutti, quale sarà il provvedimento à la carte che la Confindustria chiederà al Governo?

domenica 5 febbraio 2012

La foglia di fico dell'Articolo 18


L'Art. 2555 del Codice Civile definisce l'azienda come


il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore
per l'esercizio dell'impresa.


L'Art. 2082 del Codice Civile, fornisce la nozione generale di imprenditore come quella di


chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata
alla produzione o allo scambio di beni e servizi.


Queste due definizioni si trovano alla pagina zero di qualsiasi libro di economia aziendale e si studiano pochi minuti dopo aver consegnato il modulo di iscrizione alla segreteria di qualsiasi facoltà di economia e commercio.

Quindi, sintetizzando, i tre elementi determinanti l'attività di impresa sono la professionalità (intesa come esercizio continuativo dell'attività), l'organizzazione e l'economicità (la copertura dei costi con i ricavi).

Poco oltre, su qualsiasi testo, si passa a parlare del cosiddetto rischio di impresa: la dottrina (cioé il comune pensare di eminenti studiosi della materia) sostiene senza esitazione nè dubbio che esso ricada sull'imprenditore; infatti, l’attività imprenditoriale è, di per sé, attività “rischiosa”, perché il risultato economico dipende da numerosi fattori, non sempre prevedibili o previsti dall’imprenditore; quest’ultimo potrebbe addirittura perdere tutto ciò che ha investito.

E', questo, il cd. rischio d'impresa, rischio che, secondo l'opinione tradizionale [fra gli altri Gastone Cottino e Pietro Onida], giustifica il potere dell'imprenditore di dirigere il processo produttivo e legittima l'acquisizione da parte sua degli eventuali profitti; quindi il profitto é da intendersi come remunerazione del rischio d'impresa.

Da parecchi mesi la questione dell'Art.18 viene sbandierata dal Ministro del Lavoro del nuovo Governo Monti, da Confindustria e da chi in Confindustria non ci vuole più stare (Sergio Marchionne).
Praticamente si vede l'Art.18 come l'ultimo ostacolo alla totale libertà dell'imprenditore di licenziare i lavoratori a prescindere dalla giusta causa. L'elasticità che si invoca a favore delle imprese avrebbe come unico effetto concreto quello di far slittare il rischio di impresa dall'imprenditore al lavoratore.

Ma la distinzione fra lavoratore e imprenditore é evidente: il lavoratore presta - dietro un compenso preventivamente stabilito - il proprio lavoro per un numero determinato di ore, con livelli di autonomia e responsabilità differenti.
L'imprenditore svolge quell'attività professionale, economica e organizzata di cui si parlava in precedenza, accollandosi il rischio di impresa e acquisendo i profitti di questa attività sotto forma di utili. E' difficile confondere i ruoli e le figure, vero? Eppure c'é chi in questi mesi ci sta provando.

Se spostiamo il rischio di impresa sui lavoratori, dobbiamo spostare su di essi anche la titolarità dei profitti ed il diritto alle scelte inerenti la gestione.

Questo sembra leninismo, lo so.

Ma é semplicemente una provocazione per sollevare la foglia di fico della questione dell'Art.18 che al momento si sta usando per coprire le vergogne di una classe di imprenditori inadeguata alle esigenze di un Paese che si vuole fra gli 8-10 più industrializzati del mondo. Se solleviamo l'imprenditore da questo rischio abitualmente più che compensato, significa creare una oligarchia di individui al di sopra del bene e del male, completamente deresponsabilizzati relativamente alle proprie scelte inerenti la gestione delle imprese, all'organizzazione delle aziende.

Quello che Emma & Sergio (divisi eppur uniti) sostengono con il loro argomentare fumoso e presuntuoso é: "Noi ci mettiamo i soldi e vogliamo che fruttino ad ogni costo". Un po' come andare in sala corse e puntare su un cavallo a caso avendo la pretesa di vincere. Un po' come andare al casinò e puntare avendo la certezza di vincere.

A casa mia questo si chiama barare. O forse Emma & Sergio vogliono trasformare il sistema imprenditoriale italiano in un arcipelago di cooperative dove lavoratori e imprenditori decidono collegialmente del destino delle aziende e si spartiscono equamente gli utili?

Concludendo, non mi convince nemmeno la spiegazione del Presidente del Consiglio Mario Monti, secondo il quale l'abolizione dell'Art.18 attirerebbe più investimenti e permetterebbe maggiori assunzioni dei giovani.
Chi ha lavorato in azienda (come me) sa benissimo che in tempi di crisi si riducono le risorse, ma che queste risorse non vengono mai interamente reintegrate: infatti i carichi di lavoro vengono redistribuiti (questi sì) su chi é rimasto, con buona pace di tutti.



giovedì 2 febbraio 2012

L'Italia che piace



Quante “Italie” conosciamo? Quella dell’arte? Quella della grande inventiva? Quella del talento costruttivo? Quella del paese pittoresco? Quella dei giovani che cercano un futuro? O quella capace di grandi imprese industriali?
Noi possiamo scegliere quale Italia essere. E’ il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell’immagine che ci vogliono dare.
Questo momento è quello di ripartire. Ripartire nell’unico modo che conosciamo: con il nostro lavoro e mettendoci alla prova.
Perché in Italia, ogni giorno, c’è qualcuno che si sveglia e mette nel suo lavoro il talento, la passione, la creatività, ma soprattutto la voglia di costruire una cosa ben fatta.
Le cose che costruiamo ci rendono ciò che siamo.

Questo é il contenuto, un po' retorico ma comunque intenso, dell'ultima bellissima pubblicità della Fiat Panda.
Mentre Ricky Tognazzi recita il testo (che ho riportato integralmente), scorrono immagini dell'Italia di cui oggettivamente noi tutti possiamo essere orgogliosi; l'Italia dell'arte, dell'artigianato locale, dei paesini Toscani, della moda.
L'Italia che lavora, che produce, l'Italia pulita.
L'Italia sensibile ai sentimenti. A cui questo spot strizza decisamente l'occhio, colpendo in pieno il bersaglio.

C'é anche un'Italia che non dimentica, purtroppo, che questa pubblicità promuove il prodotto di un'impresa, la Fiat, il cui Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha spesso - e in tempi anche recenti - mostrato di non voler nessun tipo di Italia.
A Sergio Marchionne l'Italia che piace é quella dei disoccupati o dei precari, é quella dei contratti corsari, é quella del trasferimento del quartier generale a Detroit e delle produzioni in Polonia e Brasile e - chissà - forse anche in india e Cina, in futuro.

C'é anche un'Italia che non dimentica la Fiat dell'abbandono a Confindustria. La Fiat solo lambita da tangentopoli e misteriosamente scampata ad essa. La Fiat cui sono state regalate senza troppe condizioni l'Alfa Romeo, l'Autobianchi, la Innocenti, la Lancia.
La Fiat della cassa integrazione che é costata sangue allo Stato italiano. La Fiat che ha rastrellato finanziamenti a fondo perduto per investimenti nel mezzogiorno che non sono stati all'altezza delle necessità.

Così questa pubblcità - bella nella sua ideazione e nella sua realizzazione - rischia di suonare come un'amarissima presa per i fondelli, o come un ricatto sibillino - l'ennesimo: l'Italia che ci piace é quella che si genuflette alle nostre decisioni; in questo caso, ecco, noi continuiamo a produrre in Italia come abbiamo fatto con la Panda dopo l'accordo a Pomigliano d'Arco (non per niente questa pubblicità é stata presentata proprio a Pomigliano). 

Peraltro, possiamo declinare il testo della pubblicità della Panda in un modo diverso.

Che Italia vorremmo?

L'Italia delle prospettive, l'Italia dell'equilibrio e del buon senso.

L'Italia degli imprenditori coraggiosi, che non si rifugino nei licenziamenti facili nei momenti di difficoltà, trasferendo sul lavoratore il rischio di impresa.
[Il rischio d'impresa spetta per definizione agli imprenditori, cui spettano anche gli utili della gestione. Al lavoratore spetta un salario prestabilito e una minima garanzia del posto di lavoro.
Pretendere flessibilità ad ogni congiuntura sfavorevole, significa sblianciare a favore del datore di lavoro l'equilibrio economico]

L'Italia di imprenditori che ancora abbiano inventiva, e capacità di innovare, dove l'innovazione sia non solo di prodotto, ma anche di processo.

L'Italia degli imprenditori che sentano ancora la responsabilità di essere imprenditori e non vivano la propria natura azienda come un bene esclusivamente proprio al fine di arricchire solo sè stessi, ma come uno strumento per elevare il tessuto sociale di un territorio.

L'Italia degli imprenditori che non si ricordino del Governo solo quando vi é da richiedere aiuto sotto varie forme; ma che si ricordino anche di dare un contributo a quello stesso Governo. Che non pensino solo a chiedere, ma che si chiedano - al contrario - quale contributo possono dare.

Questa é l'italia che vorremmo. Se gli imprenditori avessero il coraggio e la lungimiranza di mettersi in cima alla colonna e la capacità di riconoscersi di nuovo come traino del paese, il beneficio sarebbe diffuso.

E potremmo parlare ancora di crescita.