venerdì 27 gennaio 2012

CATASTROFE


Allora. Immagina una sera come questa. Fa freddo e sei in casa al calduccio.
Magari stai postando qualche tweet sul tuo social club preferito.
Magari stai leggendo un libro, o ascoltando della musica o guardando un film in dvd.
Forse tua moglie e la tua bambina di due anni dormono nelle stanze accanto e tu stai scrivendo sul tuo blog sconosciuto.
Sorseggi una bibita e pensi alle cose da fare domani.
Magari invece stai lavorando, perché domani hai da consegnare una presentazione importante, da cui forse dipendono gli sviluppi della tua carriera.
O ti stai preparando una cenetta intima da consumare con la tua ragazza, al lume di una candela, mentre dallo stereo esce la musica elettrizzante di Miles Davis.

Ad un certo punto, con un fragore inatteso, la porta di casa va in frantumi e un manipolo di militari che sbraitano in una lingua che non é la tua ti strapazza bruscamente e vi indirizza verso l'uscita. Tu sei spaventato, sorpreso, non sai cosa fare. Certo capisci che non é il caso di ribellarsi. Questi sono armati, corpulenti e sbraitano incazzati, anche se non capisci bene per quale ragione siano così incazzati con te, proprio con te.

Sulla camionetta che sfreccia fra le strade deserte, troppo deserte per essere normali, ti chiedi cosa stia succedendo. E quando scendi e ti trovi nei pressi di un binario di una stazione ferroviaria, ti accorgi di non essere il solo in quella strana situazione. Ti guardi attorno e vedi centinaia di persone, come te. Forse migliaia. Tutte spaventate, e infreddolite, con la sguardo spaurito e inebetito dalla violenza e dal pericolo.

Senza troppi complimenti, venite tutti ammassati in questo enorme vagone che sembra progettato per trasportare bestiame, o merci. La puzza di bestia viene presto superata dalla puzza di sudore e di urina e di escrementi e vomito. Fa schifo, l'odore della paura. Fai fatica, in quella massa di carne terrorizzata, a tenerti stretta la tua donna e la tua bambina, che piange e strilla. Tu non strilli, ma dentro senti un urlo disperato e un interrogativo che ti lancina il cuore.

Mentre il treno corre, cerchi di capire chi sta viaggiando con te. Ebrei come te, omosessuali, qualche zingaro e numerosi dissidenti politici. C'é anche qualche ladruncolo, avevi assistito al suo arresto qualche mese prima. Non pensavi che ti saresti trovato con lui in questo lungo viaggio verso nord.

Dopo una corsa interminabile, quando le tue ginocchia, le tue vertebre, le tue mani non ne possono più, finalmente puoi scendere.

Il cielo é grigio, un grigio annichilente. Qualche fiocco di neve cade dal cielo, ma questo non rende l'atmosfera più tranquillizzante.
Quei militari continuano a sbraitare, a strattonarti a colpire qualcuno con il calcio dei propri fucili.
Molti piangono, implorano, cercano di impetosire quei volti di acciaio, qualcuno prova la fuga. Si sentono spari, alcuni corpi cadono atterra.

Ah, é così che si muore?

Ad un certo punto ti separano dalla tua famiglia, urli, cerchi di farti largo, ma il tuo posto é altrove. Ci sono delle baracche, lì in fondo, oltre la rete con il filo spinato. Dentro ti aspetta un letto a castello, e un pigiama a righe. "Non ho fatto niente" continui a ripeterti. Eppure capisci che sei in un carcere. E difficilmente ne uscirai.

I giorni passano, senti che stai dimagrendo e i piedi si riempiono di piaghe, a furia di marciare con degli scarponi di cartone su e giù per quella specie di stabilimento, di fabbrica, di campo di segregazione.
Il tuo compito é quello di svolgere lavori faticosi e meccanici, che tutto sommato ti sembrano davvero inutili. In più devi tenere la tua branda e la tua baracca ordinata e pulita.

Ti accorgi, inoltre che alcuni di quelli che erano arrivati con te, non si vedono più in giro. Forse sono fuggiti, o forse sono morti. E quelle ciminiere continuano a fumare. Cazzo, se continuano a fumare.

Dopo poco ti sembra di aver vissuto da sempre solo quella vita e nessun altra.
Sul cancello di accesso a quel gigantesco carcere, c'é una scritta in ferro battuto. Recita Il lavoro rende liberi e suona tanto come una crudele presa per il culo.

Ti chiedi come stiano tua figlia e tua moglie, ti manca la mano calda della tua bambina nella tua. Il suo sorriso spensierato.

Un giorno ti ordinano di seguire un manipolo di militari fino a dentro allo stabilimento con le due ciminiere. Dentro, oltre a te ci sono dieci, quindici persone - sembrano persone, anche se ormai non hanno più molto di umano - che tremano e piagnucolano.
Ti ordinano di legare a ciascuno di loro un cappio intorno al collo.
Nei tuei progetti di vita, una volta, non avresti mai pensato di fare il boia. Ma adesso é tutta un'altra storia. E lo capisci quando vedi i corpi penzolare dalle funi, rinsecchiti dagli spasmi della morte.

Ma l'orrore é destinato a crescere. Ora tu e altri privilegiati dovete infilare quei corpi in bare di rame, o di legno e infilarli in un forno.

Porca puttana, ecco perché quelle fottute ciminiere continuano a fumare da quando siete arrivati.

Così rienti nella tua baracca e ti rendi conto che non é così male marciare con i tuoi scarponi di legno e riordinare la branda. Finché dura.

Ma continui ad avere il presentimento che un giorno toccherà a te.


Il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa varca i cancelli di Auschwitz. I militari russi si trovano di fronte un esercito di zombies, denutriti, ammalati, spaventati.

Se vi capita, fatevi un viaggio in Baviera. E' un posto bellissimo, con una natura rigogliosa, molti castelli e delle città incantevoli. Visitate Bamberg, Regensburg, Nuerenberg, Wurtzburg. E magari anche Monaco.

Poi, quando siete stufi di birra e weiss wurstl, fate una visita al vicino campo di Dachao. Dachao che giace placido nell'indifferente periferia di Norimberga, é il primo campo di concentramento mai creato, perlopiù destinato a prigionieri politici. Ma rende bene l'idea di quello che é successo. 
Oggi é il giorno della memoria. In queste occasioni la retorica la fa da padrona, perché viene facile indulgere all'impeto dell'indignazione, e dei sentimenti feriti.

Ma proviamo a pensare a cosa é successo. Uno storico, oggi - alla radio - ha detto che la memoria ha un senso e un valore se é sorretta dalla percezione della realtà. Ed é la realtà, quella che va capita, studiata, afferrata. 
La realtà della storia dice che: sei milioni di ebrei,  omosessuali, oppositori politici, rom, sinti, zingari, testimoni di Geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap, prigionieri di guerra sovietici, fra cui molti, moltissimi bambini o donne gravide, furono sterminati.

Sei milioni, capite? Sei - milioni.

Dall'altra parte, quasi cento milioni di persone fecero finta di non vedere quello che stava succedendo nei campi. Molti vi lavorarono, come si lavora in fabbrica o in catena di montaggio.

Uccidere é insito nella natura umana. Uccidere in modo industriale, come é successo lì, allora, é animale. In nome, oltretutto della superiorità di una razza. Non esiste una razza superiore. Certo non una che, in nome della propria supposta purezza e superiorità, commette questa atrocità totale.
La shoah viene ricordata dagli ebrei come una catstrofe che si é riversata solo su di loro.

Mi permetto di dissentire. Quei sei milioni di persone sterminate nei forni e nelle docce a gas, oltre a non essere solo ebrei, erano prima di tutto esseri umani. Uomini, donne e bambini. Bambini che non hanno vissuto che pochi anni e altri a cui non é nemmeno stato permesso di vivere.
Questo va al di là di qualsiasi dissertazione sulla razza o sull'appartenenza ad una religione.

Nel 2012, 1 tedesco su 5 non conosce nulla della shoah: significa che 20 su cento non sanno quello che é successo pochi decenni prima. Non sanno che i propri nonni, quasi sicuramente, sono stati attori o conniventi del più grande crimine della storia.

Questo é il noto senso pratico tedesco: non sapendo come affrontare un tema gigantesco come questo, i nostri confratelli tedeschi all'interno dell'Unione Europea, che ora - ancora una volta - spadroneggiano questa volta non più sui campi di battaglia e di sterminio, ma in borsa e sui banchi del Parlamento Europeo, i nostri confratelli tedeschi, dicevo, hanno deciso di ignorarla.

In molte parti del mondo si tende a negare ciò che é successo. Negare l'evidenza é IL crimine contro la logica; così come la shoah é stato IL crimine contro l'umanità.

sabato 21 gennaio 2012

UNDER THE BRIDGE



Il 45° rapporto Censis descrive l'italia come fragile, isolata e guidata da poteri esterni; la crisi non ha soltanto inciso sui fondamenti economici, ma anche sulla consapevolezza e sulle aspettative degli italiani nel proprio futuro.

Praticamente in 4 anni sono stati bruciati un milione di posti di lavoro. Sì, esatto, quel milione di posti di lavoro che Silvio Berlusconi aveva promesso di creare.
Cresce il numero degli scoraggiati, dei disoccupati, dei giovani che nè studiano, nè lavorano, nè cercano un'occupazione.

C'é aria di rassegnazione, che é il peggiore dei sentimenti.

La forbice fra chi ha poco e chi ha tanto si sta allargando pericolosamente.
Giro per le strade di Milano, osservo i passanti e mi accorgo di assistere ad una dicotomia terrificante. Con il sottofondo musicale dello swing natalizio di Bing Crosby. Una dicotomia solo percepita, non evidente: fra una realtà visibile ed un'altra invisibile. Fra una ricchezza ostentata e una povertà celata.

Giganteschi e prepotenti suv nuovi fiammanti sfrecciano arroganti per le vie della mia città, fermandosi su marciapiedi e strisce pedonali.

Cappotti di cachemire e pellicce di visone. Sacchetti della Rinascente, di Pollini o di qualche gioielleria del centro.

Fuori dal negozio di Abercrombie & Fitch si formano code di ragazzini figli di un benessere mal distribuito, che attendono pazientemente e con l'aria serena di chi cresce nell'ovatta, di entrare a comprarsi la felpa del marchio più in voga del momento. Felpe che non costano meno di cento euro.

Showroom di arredamento, ristoranti di tendenza, negozi di calzature o di telefoni cellulari rigurgitano di acquirenti. I-pad, I-phone, I-pod come se piovesse.
Agenzie di viaggi con pacchetti per destinazioni esotiche tutti prenotati. Booked!!

Ma dov'é la crisi? Qui spendono tutti, siamo ancora in un Paese dove si vive bene, si chiede qualche cretino, cui fa comodo dormire fra due guanciali, senza dover affrontare la realtà.

La crisi é qui, rispondo io. La crisi é qui, perché chi non ce la fa a tirare avanti, chi si ritrova senza lavoro, senza stipendio, senza casa, senza una vita degna di essere definita tale, senza prospettive nè orizzonti, non si fa vedere, si nasconde. Per pudore, forse. O forse per sottrarsi al doloroso confronto fra chi questi problemi non li ha, e può permettersi di spendere per il superfluo, e chi non ha il minimo indispensabile.

Uno dei miei incubi peggiori é quello di ritrovarmi improvvisamente, totalmente, indigente. Senza un lavoro, senza una famiglia, senza una macchina, senza un tetto; obbligato a dormire sotto un ponte, su una panchina di un parco; oppure costretto a dover dipendere dalla benevolenza di qualche ente caritatevole, a sgomitare per una ciotola di zuppa e una fetta di pane.

Under the bridge é il titolo di una canzone dei Red Hot Chili Peppers. Parla di uno di questi fantasmi, o zombies, che popolano anche le nostre strade. Sì le strade di Milano, la Capitale finanziaria di quest'Italia senza finanze.

Un puzzolente barbone, che si trascina con abiti logori e sporchi, privo di tutto. Ha perso tutto per via della droga, ma potrebbe aver perso tutto per una congiuntura sfavorevole dell'economia, per una riorganizzazione aziendale. Magari ha perso tutto perché, pur vivendo in Italia, un imbecille funzionario di una banca americana ha concesso un mutuo senza garanzie ad un numero imprecisato di persone che poi non hanno potuto fare fronte ai propri debiti. La prima tessera del domino cade, magari, a Wall Street e improvvisamente tu che sei a Milano e fai il magazziniere in una fabbrichetta di Lambrate, e hai un monolocale in periferia, ti ritrovi licenziato perché c'é la crisi. Così sei senza lavoro, e a poco a poco ti ritrovi tagliato fuori: perdi i tuoi amici, perché non riesci ad uscire la sera con loro, non avendo un euro da spendere in minchiate tipo happy hour o cinemino. E quella ragazza con cui stavi uscendo non si fa più viva, perché non la porti a ballare, non le compri i fiori e non organizzi un week end romantico in occasione del Capodanno. E piano piano vedi il tuo mondo sparire lentamente come se ti stessero smontando la scenografia che ti eri costruito giorno dopo giorno. Oltre quella scenografia - che prima chiamavi vita - adesso c'é il buio.

O il ponte, appunto. Il ponte da cui vedi la città.

Sì, quella città che prima - in un certo senso - ti apparteneva, adesso continua a vivere senza di te. E se guardi bene e fissi lontano, vedi anche quell'imbecille del funzionario di banca (sì, lo stesso che ha dato soldi a prestito senza garanzie) che ritorna a casa con la sua Audi A6, nella sua bella casetta calda e illuminata. Lui non ha perso il posto, no. E nemmeno la banca é andata a puttane: si sa, le banche a volte subiscono dei contraccolpi, ma poi c'é un progamma presidenziale che mira a salvare gli istituti di credito. Nell'interesse della collettività, sia chiaro.

E tu sei lì, come un cretino, ad osservare le vite degli altri, che continuano ad andare avanti, sui suv, con l'I-pad e il blackberry, e il televisore LCD, e compagnia bella.

Un brutto incubo, il mio. Ma c'é chi, in quell'incubo, sta sprofondando.

A volte si parla di rivoluzione proletaria. No, io sono contrario alle rivoluzioni, perché nell'impeto rivoluzionario si perde lucidità, si perde razionalità. E di solito le rivoluzioni sono solo un momento di violenza collettiva, che mira a distruggere e non a salvare. Le rivoluzioni proletarie del mondo hanno generato solo nuove dittature e innalzato nuove aristocrazie, come nell'Unione Sovietica. O hanno creato i presupposti per la restaurazione, come in Francia, nel 1789.

Ma occorre che il governo redistribuisca le ricchezze. Non occorre che tutti abbiano esattamente lo stesso. Questo sarebbe comunismo, e il comunismo ha gneerato molti scompensi. Ma occorre trovare il modo in cui la ricchezza venga redistribuita, che la forbice di cui parlavo sopra si restringa. La sperequazione é inaccettabile. Anche sotto Natale.

venerdì 20 gennaio 2012

Il puntino che annota

Mi chiamo Sigma, e sono un travet. Sì, un travet, termine in disuso per significare letteralmente "impiegato diligente e puntuale", specialmente con un'accezione ironica e dispregiativa. E con ironia e disprezzo io la uso. Sono un travet, anche se in qualche cassetto di qualche stanza dell'Uffico del Personale, pardon, nell'Ufficio Risorse Umane o Human Resources, come si usa dire oggi, giace impolverato un organigramma in cui figuro come Responsabile Amministrativo.
Addirittura, quando voglio fare colpo con qualche ragazza durante i frequenti happy hour milanesi, mi definisco Accounting Manager, che suona veramente bene, soprattutto se si pensa al grigiore che questa definizione nasconde nella sostanza. A volte funziona, e se la ragazza rimane abbagliata, fra un tramezzino e un negroni, riesco ad imbastire una conversazione brillante, che opportunamente devia subito dalla mia professione per arrivare - a volte - nel letto di un motel.
In ogni caso sono un travet, punto. Un puntino, appunto. Mi mescolo con affanno ad altre millecinquecento persone sgomitanti alla ricerca dell'affermazione professionale all'interno di questa società dalle origini antiche che assomiglia sempre più ad un ministero scorporato della vecchia Unione Sovietica piuttosto che ad una società modernamente organizzata. La Italazienda Srl.
Ogni mattina la sveglia, la barba, l'abito rigorosamente grigio e la cravatta con il nodo grosso. Una buona mezz'ora di autobus per poi trovarmi recapitato nel grande formicaio del cinismo, dove divento improvvisamente invisibile, sprofondo nelle carte, inseguo vanamente l'attenzione del mio capo, mi illudo di coordinare delle persone ancor meno motivate di me e mi ritrovo spesso ad ora di cena solo, chiuso nella penombra del mio ufficio a chiedermi per quanto tempo della mia vita dovrò fare bilanci.
Il contabile, che idea stupida. Idea nata dalla testa di mia mamma, il Sergente. Quando da ragazzino le dissi che mi sarebbe piaciuto suonare la chitarra e viaggiare per il mondo, mi rispose che non era il caso, che i musicisti erano gente un po' strana. Tenendezialmente dei drogati, nullatenenti e senza regole né Dio.
Capirete, era la mia mamma e io avevo dieci anni. Per me era la Bibbia, la bussola, la stella polare della mia vita. Non poteva aver sparato una cazzata.
Mi avesse detto adesso quelle cose sulla droga e sulle regole, avrei appunto optato per il musicista di strada.
Ma allora questo scenario doveva avermi per forza sconcertato: per cui le diedi in mano le chiavi e il volante della mia vita e mi ritrovai - senza quasi nemmeno accorgermene - iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio. 
Frequentare Economia a Milano negli anni '80, nel pieno del fenomeno yuppie, é peggio che nutrirsi di LSD. Dopo un po' il tuo cervello svapora, e al suo posto si riproducono sogni perversi sotto forma di aspettative di carriera.
Grandi uffici in centro alla città, segretarie in tailleur grigio antracite, con tacchi alti e camicette bianche sbottonate; riunioni importanti, soldi a palate e un lavoro divertente, fatto più che altro di relazioni sociali e pubbliche. In poche parole: Harrison Ford in "Donne in carriera". Nel sogno perverso non si compariva mai la Enerfarmachicmica Srl, il Grande Incubo dell'Omologazione.
Poi ti ritrovi qui, dopo vent'anni e scopri che l'animo del musicista non é passato, quello del contabile non é ancora arrivato.
Perché io sono questo, signori: un hippie con gli abiti di uno yuppie.
E soffro, ingabbiato nella routine da cui non riesco ad uscire.
Allora mi metto in un angolino, e osservo quelle piccole anime che si agitano, credendo di trovare la redenzione nel successo lavorativo, o nell'alias di esso.
Come il mio capo, per esempio. L'Imperatore di tutti i numeri. Da me ribattezzato VA0: Valore - Aggiunto - Zero.
Il mio capo é un bastardo. Un bastardo perché paranoico. Paranoico perchè bastardo.
Forte con i deboli e debole, debolissimo, con i forti.
Una specie di Jack Skeletron lungo e secco, con la testa rapata e gli occhiali tondi e spessi dietro cui gli occhi azzurri si deformano e dilatano fino a perdere ogni espressione. Sul volto ha alternativamente un broncio infantile o un sorriso ebete tanto da farti diventare pazzo dalla stizza.
Esemplare nel rinviare ogni decisione, fin quando la decisione si prende da sè, per sfinimento. Fenomenale, nel delegare fin quando non rinviene nel lavoro che ha delegato la possibilità di mettersi in mostra: quello é il momento in cui scende in campo, indossando la sua corazza lucida e brillante. Abilissimo nello schivare ogni responsabilità. Eccellente nel lavoro di autopromozione. Il Bastardo.
Ama circondarsi di giovani impiegate adoranti, che rende mansuete con interessanti aneddoti relativi alla propria carriera di manager in giro per il mondo.
Allora le bocche delle giovani discepole si arcuano ad "o" e le ciglia sbattono. A volte ci scappa un urletto di ammirazione, forse anche un applauso contenuto.
E lui gongola, e scodinzola. Questo é il suo doping. Dopo questa seduta di psicoterapia può affrontare le angherie del resto del top management e dell'Amministratore Delegato. Tanto, dopo, le giovani ancelle saranno ancora lì, pronte a lenire le ferite al proprio ego, con nuove esclamazioni e nuovi sbattimenti di ciglia.
Io osservo e annoto, rido amaro e annoto. Scuoto la testa e annoto. VA0, che pena.
Mi chiamo Sigma, sono un puntino: sono qui per osservare, annotare e raccontarvi la lotta quotidiana di queste vite grottesche.
Si può descrivere la vita partendo da una scrivania, da un ufficio circondato da altri uffici?
Vedremo Fantozzi, vedremo.

giovedì 12 gennaio 2012

[pensoso post]

Questo parlamento andrebbe azzerato. Definitivamente. I 945 parlamentari eletti in questa legislatura andrebbero inbiti dal ricoprire qualsiasi carica pubblica.
Si sono rivelati un danno economico, politico e di immagine per il nostro Paese.
Nel pieno della crisi finanziaria si spartivano poltrone e cariche.
Mentre agli italiani venivano chiesti sacrifici, si opponevano alla riduzione dei propri privilegi.

Fino a quando l'indifferenza degli italiani permetterà a parassiti di questa specie di proliferare indisturbati?

Cosentino, un camorrista


La Camera dei Deputati ha negato l'autorizzazione a procedere contro il deputato Cosentino, del Popolo della Libertà, indagato per reati strettamente connessi con il clan dei Casalesi, il raggruppamento di stampo camorristico più eminente in Campania.

Nessun voto contrario potrà in ogni caso nascondere l'evidenza che Cosentino sia un camorrista, e che questo Parlamento sia composto da delinquenti.

La cosiddetta immunità parlamentare é una garanzia creata dall'assemblea costituente a tutela dei parlamentari con la finalità di proteggerli da eventuali procedimenti penali contro deputati o senatori nel momento in cui - nell'esercizio della loro funzione parlamentare - si fossero trovati ad esprimere un'opinione politica. Quindi, questa guarentigia, tutelava la loro opinione, all'origine. Aveva il fine di garantire l'indipendenza politica e di proteggerli da qualunque azione - mascherata da procedimento giudiziario - che mirasse a limitare questa libertà di opinione. Si veniva da un periodo in cui gli avversari politici del regime venivano incarcerati per reati di opinione.

Ora, per estensione, questa garanzia tutela il parlamentare a 360 gradi. E' diventata lo strumento con cui si apre la forbice fra il comune cittadino e il privilegiato appartenente ad una casta. E' diventata lo strumento arrogante per esentare 945 individui dal rispetto della legge. Se vogliamo fare un passo verso l'equità, dobbiamo abolire questo privilegio: il reato di opinione non é più invocato da decenni e decenni.

Cosentino usa l'immunità parlamentare - come Berlusconi e altri prima di lui - non per esprimere liberamente la propria opinione, no. La usa per rimandare o evitare un processo in cui sarebbe con la massima probabilità riconosciuto colpevole di associazione camorristica.

Il fatto che 309 farabutti abbiano cooperato per proteggerlo, la dice lunga sullo stato in cui versa il nostro organo legislativo.

Umberto Bossi che lo ha protetto ha rinnovato la vergogna che lo ricopre. Il rappresentante di un movimento che nega l'esistenza di uno Stato, non dovrebbe far parte delle Istituzioni di quello stesso Stato. Ed anche questa é un'anomalia.

Nessun referendum ci può salvare, amici. Occorre una rivoluzione, occorrono metodi più drastici. Diversamente, ci troveremo sempre oppressi, sì oppressi, da una cupola di privilegiati che dispongono di ogni mezzo per mantenere il potere.