domenica 25 dicembre 2011

La buona novella


Scrive Don Giussani ne Il senso religioso che l'esperienza mistica é individuale, e ciascuno può raggiungere Dio in modo differente, senza dover seguire un percorso obbligato. La fede é irrazionale, non necessita di prove, di giustificazioni, di ragionamenti logici. E' cieca sicurezza, fedeltà assoluta alla propria speranza, certezza dell'esistenza di Dio senza che nessun segnale sia giunto a rafforzare questa certezza. I fanatici vedono segnali ovunque, i credenti non li cercano nemmeno: non ne hanno bisogno.

Spesso, si sa, le religioni vengono utilizzate come strumento di controllo delle masse. E' un comportamento assai diffuso. Forse é lo scopo intrinseco e surrettizio di ogni religione. Religio - in latino - significa superstizione - ed infatti la religione fa leva sulle paure recondite ed ingovernabili dell'essere umano. Ed é la razionalizzazione sotto forma di regola e liturgia di quel sentimento più profondo ed elevato che é la spiritualità. Una razionalizzazione talmente concentrata sulla forma, da far perdere di vista l'essenza del messaggio di fede.

Nel 325 d.C., l'Imperatore romano Costantino - allarmato per la crescente diffusione del cristianesimo fra la popolazione dell'Impero -  decise di convocare a Nicea un Concilio Ecumenico in cui definire i contorni di questa religione: in questo modo ottenne lo scopo di ingraziarsi il corposo popolo dei seguaci del nazareno sia quello di definire i contorni di questa filosofia, rendendola gestibile da un punto di vista politico e anche mediatico.

Al Concilio parteciparono tutti i vescovi della cristianità, i quali esaminarono tutto ciò che ai tempi era noto su Gesù Cristo e discussero su temi importanti, quali l'eresia, l'arianesimo, la data della Pasqua e la verginità della Madonna.

Come primo passo dei lavori di questa vera e propria Assemblea Costituente, i partecipanti al Concilio dovettero discriminare fra testi apocrifi e non. In pratica, definendo apocrifo un Vangelo veniva negata la reale fedeltà di questo testo agli eventi dell'epoca di Cristo. Immaginatevi quindi un Ruini dell'epoca che detta legge su quello che si può leggere come testo sacro e quello che non si può leggere. Ecco.

Ora, nessuno potrà dire - ai nostri giorni - se al Concilio di Nicea furono fatte delle valutazioni corrette ed adeguate oppure no: resta il sospetto che molto di quello che avrebbe potuto essere oggetto di meditazione e di ispirazione spirituale, venne cassato e relegato nella letteratura proibita per secoli. Questo perché certi contenuti potevano essere destabilizzanti per lo status quo dell'epoca.

Nel 1969 un poeta e cantautore genovese di nome Fabrizio De André registrò uno dei primi concept album della storia, dal titolo La buona novella.
La buona novella era figlio di una lettura interpretativa e attualizzata di alcuni dei Vangeli Apocrifi (Il protovangelo di Giacomo e il Vangelo arabo dell'infanzia). Il disco fu accolto dai movimenti studenteschi come antiquato ed anacronistico. Ma in realtà aveva un approccio rivoluzionario alla figura di Cristo.
In esso viene analizzato il lato umano dei protagonisti di quella vicenda. Il mite Giuseppe, che cela dentro di sè la perplessità ed il mistero di ciò che sta succedendo alla sua giovane moglie non scelta; la Madonna, che nel disco acquista il ruolo protagonista assoluta per forza e trasparenza.

E Gesù. Gesù che - molti decenni dopo - in uno degli ultimi concerti che De André tenne prima di morire, egli stesso definì "il più grande rivoluzionario mai esistito".

Sì perché Gesù era vicino ai deboli, agli emarginati, agli sconfitti. Gesù parlava di perdono ad un'umanità educata alla vendetta.
E questo a De André piaceva molto. A De André non importava che Cristo fosse realmente il figlio di Dio, o un semplice uomo ispirato da un amore non comune. Gli interessava piuttosto l'approccio nei confronti dell'essere umano.

De André - moderno San Francesco - cantò sempre di prostitute, di ladri, di assassini, di zingari, di transessuali, di disadatti.
Rivoluzionario, non  vi pare? Soprattuto se letto in quest'epoca dove l'omologazione é la chiave per l'accettazione, la diversità é la strada dell'emarginazione.
Questo gli costò l'accusa di essere anarchico, blasfemo, perfino comunista. Solo perché affrontava questi temi guardandoli da un punto di vista differente da quelle che erano le convenzioni dell'Italia in pieno regime democristiano. Convenzioni, tutto sommato non molto distanti da quelle attuali, figlie di pregiudizi borghesi portati all'estremo dalla necessità di separare nettamente il giusto dallo sbagliato, il bene dal male.

Credo che pochi come lui abbiano saputo dare la corretta lettura del messaggio cristiano.
De André come cristiano, non un cattolico. Il cattolicesimo ha - nella mia modesta opinione - stravolto il messaggio originale di Gesù. Non perdono, ma punizione. Il peccato come perno gravitazionale di tutta la vita dell'uomo. Il peccato da punire. Il peccatore come essere abietto da allontanare dalla società e da emarginare. Il tutto con lo scopo non dichiarato di inculcare nella popolazione la paura, efficace strumento di contenimento delle masse.

Gesù Cristo parlava a tutti, compresi i disadatti, gli emarginati, i ladri, gli assassini, i traditori, le prostitute, i deboli, i perdenti. E non ha mai incitato all'emarginazione, come invece la Cei e il Papa attuale predicano quotidianamente, discrimandndo pesantemente chi non é all'interno del cerchio.
Gesù Cristo parlava di amore. Una parola inflazionata dal significato bellissimo, che travalica i confini fra le religioni, le filosofie, i diversi credo. E' emblematico il verso finale de Il testamento di Tito con cui De André chiude il suo disco, interpretando esattamente quello che - appunto - é il senso del messaggio cristiano: "nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l'amore".

martedì 13 dicembre 2011

LEO PERUTZ FRA RAGIONE E MAGIA



Spesso i circuiti della letteratura di massa tendono a trascurare delle vere e proprie gemme.
Capita così che un autore come Leo Perutz resti attualmente relegato nella nicchia e non figuri - come invece meriterebbe - fra gli autori più letti.
La vita di Leo Perutz é un romanzo già di per sè. Uno di quei romanzi placidi e densi, che fa piacere leggere, perché ricco di svolte pur senza essere plateale.

Di origine ebrea, nato a Praga, si trasferì giovanissimo - al seguito della famiglia - a Vienna, dove crebbe. Nonostante fosse di fragile costituzione e con seri problemi di vista, venne arruolato e mandato al fronte nella Prima Guerra Mondiale (la guerra ha molti aspetti assurdi, ma di questo parleremo un'altra volta). Questa esperienza, rivelatasi molto intensa anche a causa di una grave ferita riportata in battaglia (fu colpito ad un polmone), fu fonte di ispirazione per alcuni dei suoi romanzi ambientati in epoca diversa, ma spesso con soldati come protagonisti.
Nella vita studiò matematica e fece l'assicuratore.
Attenzione: queste note biografiche, non sono fini a sè stesse, ma aiutano a definire il personaggio e la sua filosofia, che ritroviamo in modo evidente nei suoi libri.
Un ebreo con la razionalità di un matematico, capite? Magia e logica fuse e confuse. Gli angeli della tradizione ebraica e le ferree regole della matematica. Matematica, che - spinta ai massimi livelli di studio - diventa quasi filosofia e quindi si riavvicina al misticismo.

Ad una prima lettura, i suoi romanzi sono veri e propri romanzi storici: in essi il singolo, insignificante individuo - un Sigma qualunque, per intenderci - determina spesso a propria insaputa il corso della storia. L'esempio di Turlupin, un poveraccio sciocco e beone, che in un certo senso fa fallire la rivoluzione, ne é il chiaro esempio.
E' affascinante e divertente seguire questi personaggi, ignari del proprio ruolo, dibattersi nelle vicende che coinvolgono spesso Nazioni e Re, influenzandole. Non escludo che ci sia un fine quanto volontario humour sotteso alle miserie di questi individui, che rotolano inconsapevoli verso un destino che essi stessi hanno contribuito a determinare!
Ma - all'interno della vicenda storica - il ruolo fondamentale lo svolge il dibattito incompiuto fra metafisica e razionalità. Fra logica e magia.
Ognuno dei romanzi segue un corso assolutamente logico: gli eventi narrati non sono dichiaratamente sconvolti da forze ultraterrene, nè si ribellano alle leggi della fisica. E questo rende diverso Leo Perutz da Gabriel Garcìa Màrquez o da Jorge Borges (che fu il suo scopritore). Tuttavia, anche quando il finale sembra ormai definito o scontato, veniamo sorpresi da una svolta improvvisa e assolutamente logica, benché apparente magica, perché inaspettata e imprevedibile. Alcuni hanno parlato di realismo magico, ma non sono sicuro che di questo si tratti. Il realismo magico comporta l'intervento diretto del Superiore, un atto evidente di magia. Qui il libero arbitrio é comunque attore principale, l'individuo é al centro della scena, con le proprie scelte e i propri errori fatali. Eppure, questo libero arbitrio ad un certo punto perde la razionalità e si incurva, attorciglia e srotola come una spira di fumo guidata da una mano invisibile.

Prendete un aereo diretto a Praga, andate a visitare il cimitero ebraico nei pressi della Sinagoga. Mettete un sasso sulla tomba di Rabbi Low. Sedetevi in disparte e godetevi in silenzio le foglie rosseggianti che coprono tutto il camposanto.
Poi aprite Di notte, sotto il ponte di pietra uno dei suoi capolavori che avete appositamente comprato per il viaggio, e immergetevi nella lettura. Verrete risucchiati indietro di secoli e vi troverete alla corte dell'ultimo Imperatore del Sacro Romano Impero, quel Rodolfo II che accoglieva nel suo castello artisti, scienziati e una corte dei miracoli varipinta e misteriosa. Qui la magia é non solo evocata, ma pure realizzata, grazie allo smisurato potere di Rabbi Low. E la metafisica si rivela in tutto il suo mistero e la sua forza, regalando una storia d'amore intensa e non banale.

A causa dell'Anschluss, Leo Perutz ha vissuto - anche se brevemente - a Milano e si é innamorato di questa città, al punto da trarre l'ispirazione per Il Giuda di Leonardo, un libro dallo svolgimento e dall'epilogo razionale e allo stesso tempo improbabile al punto da lasciarci disorientati e colmi di risentimento verso il protagonista. Leggetelo accovacciati sul capitello abbandonato all'ingresso del cortile della Rocchetta dentro al Castello Sforzesco, o su una delle panchine nel sagrato di Santa Maria delle Grazie. Vi accorgerete che Milano non é quel freddo guscio di acciaio e cemento che si crede.

Ho letto Il Marchese di Bolibar in una sola notte, al lume di una torcia elettrica appoggiato al tronco di un albero di un campeggio in riva al mare. Il mio amico Saul mi aveva regalato questo libro per il mio compleanno: capii presto che il regalo non consisteva tanto nel libro in sè, quanto nella scoperta di questo autore a me fino ad allora sconosciuto.

Annovero Il Cavaliere Svedese fra i tre libri più belli che abbia letto, ma potrei metterci il già citato Di notte sotto il ponte di pietra.

Provate, ancora, ad addentrarvi nell'atmosfera crepuscolare della Vienna a ridosso della prima guerra mondiale e accompagnate il protagonista di Tempo di spettri nel proprio viaggio involontariamente autodistruttivo: una metafora dell'Austria alla fine dell'Impero, o un'antivisione dello yuppismo. E' interessante il parallelismo con le figure dei protagonisti di American Psycho o di Le mille luci di New York: In questi libri, scritti verso la fine degli anni ottanta, i protagonisti sono due manager che hanno dato la scalata al successo, ne sono stati - per versi differenti - masticati, digeriti e risputati e devono ridisegnarsi la vita in modo differente, dichiarando - loro malgrado - l'inutilità dell'alienante competizione per il successo professionale. In Tempo di spettri c'é una sorta di fuga a priori dalla carriera. Il protagonista si distrugge da sè, come se del successo ne rifiutasse il prezzo che richiede sotto forma di legame diabolico con i compromessi.

Questi sono alcuni titoli: chi di voi si accosterà a questo scrittore, ne diverrà sicuramente goloso, e vorrà conoscerlo fino in fondo. Così - in seguito - vorrà dedicarsi ai titoli cosiddetti minori quali La neve di San Pietro o La nascita dell'Anticristo o ancora Turlupin.

Un'ultima cosa: dopo la nascita dello Stato di Israele, Leo Perutz vi si trasferì. Ma non riuscì mai a sentirsi veramente a casa propria: ne detestava il caldo e la lingua. Inoltre era un fermo sostenitore di uno Stato unico dove palestinesi e ebrei potesso convivere in pace. Ma questo concetto - così semplice per una mente come la sua - richiederebbe ben più del realismo magico di cui si parlava più sopra.

Fate con calma

Un recente censimento sui ghiacciai francesi ha rivelato una riduzione del 26% rispetto agli stessi ghiacciai del 1985.
Questo inverno si sta profilando come il più caldo del secolo.
In tutta l'Europa del sud da mesi si stanno susseguendo nubifragi.
Sulle Alpi le stazioni sciistiche rischiano di dover fronteggiare una stagione fallimentare a causa dell'assenza di neve sulle piste.

Tuttavia a Durban, nel vertice delle Nazioni Unite sul clima, gli Stati Uniti si sono presentati con l'intenzione di isolare e neutralizzare il tentativo dell'Europa per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica sotto una soglia accettabile. Il tutto in nome della produzione.

Dopo due giorni e notti e di dibattito frenetico che ha visto spaccature e appelli disperati, l'assemblea delle Nazioni Unite ha trovato l'intesa sulla road map per ritrovare un equilibrio climatico.

Il piano, che impegnerà tutti i paesi, sarà definito entro il 2015 e le misure previste dovranno diventare esecutive a partire dal 2020.

Questo é quanto si é riusciti ad ottenere nonostante l'ostruzionismo degli americani e - forse - grazie ad una parziale "conversione" della Cina che - avendo fiutato odore di business per quanto riguarda la green economy - si é resa disponibile ad attuare quanto disposto nel trattato finale.

Ma stiamo parlando di 2015 come definizione delle regole e di 2020 come punto di partenza per l'applicazione.

Fate con calma.

venerdì 2 dicembre 2011

[pensoso post]

Dunque é questo il frutto di decenni di lavoro per creare l'Unione Europea? Una struttura ingessata ed instabile, fragile e destinata al fallimento?
Ce l'avevano venduta in un modo diverso.
Ma a guardare bene, non poteva essere che così.
Nata sulle ceneri della II^ guerra mondiale, la CEE o MEC, poi UE, aveva come scopo originario la cooperazione fra le Nazioni d'Europa affinché si sviluppasse fra di essi fratellanza invece di belligeranza, unione anziché contrapposizione.
Gli alti ideali furono progressivamente accantonati, finché un gruppo di burocrati, grigi economisti, avidi banchieri e imprenditori spericolati l'hanno trasformata in una specie di struttura transnazionale finalizzata alla produzione di ricchezza. Ricchezza da non distribuire fra tutti i componenti dell'Unione, ma fra le poche Nazioni egemoni, che  - come novelli Dracula - hanno bisogno di nutrirsi del sangue dei Paesi confinanti per sopravvivere. Nel caso attuale la Germania (sempre lei) e la Francia. E il continuo allargamento dei confini dell'Unione - paradossalmente - conferma implicitamente le preconizzazioni di Karl Marx, quando ne "Il Capitale " sosteneva che il capitalismo, per sopravvivere aveva bisogno di espandere il proprio campo d'azione al fine di cercare nuovi mercati in cui vendere i propri prodotti per accumulare nuova ricchezza da reinvestire: quando non avrà più terre da occupare, si digerirà da sè. La globalizzazione é partita dall'Europa, e in Europa sta tornando come un boomerang, divorando e metabolizzando sè stessa attraverso una crisi inevitabile, dovuta alla crisi commerciale, prima ancora che finanziaria. Nessuno compra, nessuno quindi produce, nessuno investe, nessuno paga, nessuno incassa. Fine. Infatti oggi come oggi le banche non finanziano più: semplicemente si tengono stretti i loro soldi, in attesa di tempi migliori.
E allora cosa prova a fare questa aristocrazia finanziaria? Prova a succhiare il sangue alle masse indifese. Licenziamenti facili e pensioni ritardate. Senza accorgersi, o forse fingendo di non accorgersi che creando disoccupazione non si creerà mercato. Senza mercato non ci saranno profitti. Senza lavoro non ci saranno nemmeno pensioni.
Siamo a bordo di un gigantesco Titanic. Le generazioni precedenti hanno occupato tutte le scialuppe. Queste scialuppe si chiamano "baby pensioni", si chiamano "metodo retributivo" si chiamano "consulenze di fine carriera".
Chi non é riuscito a salire sulle scialuppe, ossia le generazioni che costituiscono oggi la forza lavoro, affogheranno in un mare di allungamento dell'età produttiva, di aumento dell'età pensionabile, e di altri meccanismi pensati per salvare chi sulle scialuppe c'é già.
Questo é il libero mercato signori; e per giunta, non é una novità. Dal 1700 in poi - da quando cioé la rivoluzione industriale si é sviluppata in Inghilterra - il libero mercato ha prodotto orde di mendicanti, disoccupati e diperati di vario genere. Sperequazioni continue, spread di ricchezza sempre più divaricati.
Consiglio, a chi ne abbia la voglia ed il tempo,di leggere un saggio di Karl Polany, intitolato "Cronache della grande trasformazione". Il liberismo é un virus che si diffonde periodicamente e inesorabilmente in Europa: i sintomi o le sindromi sono il Comunismo e il Fascismo, reazioni endogene dei Paesi ai danni provocati dal Capitalismo portatore della bandiera e degli interessi del libero mercato.
Al momento, però, l'Unione Europea funge da antidoto contro queste sindromi - dolorose ma a volte inevitabili e necessarie - e inibisce qualsiasi slancio volto a scompaginare lo status quo.
Ecco aperta la via per l'alienazione.

domenica 20 novembre 2011

Tutto da sola



Il prossimo week end, per tre sere consecutive, Dominique Evoli - la mia amica e compagna di classe ai tempi del liceo,  presso lo Spazio Linguaggicreativi in via E. Villoresi, 26 a Milano, reciterà un monologo dal titolo Tutto da sola.

Il tema del monologo é la violenza sulle donne e le discriminazioni di genere.
Non proprio un tema facile, dunque, né di attualità. Ma é bene che lo diventi, é bene che se ne parli e si cominci ad operare in modo fattivo, vista la brutta piega che la considerazione della donna in Italia sta prendendo.
Il problema é complesso, e non é certo dalle pagine di un povero blog semisconosciuto che si possa affrontare esaustivamente e risolvere.
Tuttavia vi lascio alcuni spunti.

Luciano Moggi, un faccendiere del mondo del calcio, é stato riconosciuto colpevole di aver truccato partite del Campionato di Serie A in un arco di tempo di circa due anni, ed é stato condannato in primo grado, a 5 anni di reclusione.
Cesare Previti, é stato riconosciuto colpevole di aver corrotto alcuni giudici affinché emettessero un parere a favore di Silvio Berlusconi nella disputa relativa all'affaire Mondadori, ed é stato condannato a 6 anni di reclusione.
Luca Bianchini nella primavera del 2009 stuprò tre donne; riconosciuto colpevole, fu condannato in primo grado a 17 anni; la Corte d'Appello ha ridotto la pena a 14 anni e 6 mesi. Dividendo questa condanna per i tre delitti si ha come risultato 4 anni e 10 mesi per ciascuno stupro: deduco da ciò che stuprare una donna sia meno grave che truccare un campionato di calcio.

Il reato di violenza sessuale é stato classificato dal codice penale un reato contro la morale fino al 1996, anno in cui la L. 66/1996 lo trasformò in reato contro la persona. Come a dire: abbattiamo il regime fascista, ma continuiamo a considerare la donna un oggetto sottomesso, così come suggerito dal Codice Rocco - che di quel regime era l'architrave del codice penale.

La religione cattolica, che dichiara di ispirarsi al Vangelo e agli insegnamenti di Gesù Cristo, continua a considerare la donna come un essere inferiore e con diritti limitati rispetto al maschio. Infatti la carriera ecclesiastica della donna é pressoché nulla. L'idea di vedere una donna sacerdote é respinta fermamente dai vertici del Vaticano, i quali sostengono che nel Vangelo non c'é scitto che una donna possa diventare ministro della Chiesa di Cristo. In realtà Gesù non ha nemmeno espresso il divieto a che ciò succeda.
Il ruolo che la Madonna, Marta, Maria e Maria Maddalena giocano nel Vangelo viene pressoché misconosciuto dal Papa e dalla CEI.

Tuttavia viene anche da chiedersi che cosa la moltitudine delle donne italiane faccia per raggiungere effettivamente la parità di trattamento e il superamento delle distinzioni di genere.
A parte alcuni accorati e valorosi esempi, restano negli occhi le varie Minetti, Carfagna, ecc., che hanno accettato che la propria avvenenza fosse l'unico metro per cui essere giudicate e l'unico proprio mezzo per poter emergere.
Non ne sto facendo una questione morale: non sarò qui a sostenere che la donna debba maschilizzarsi e soffocare la propria femminilità per poter avere successo.
Ma accettare l'equazione maschilista "sei figa-ti fai scopare-ti nomino ministro o consigliere regionale" significa di conseguenza minare secoli di lotta per l'emancipazione. Dove c'é chi compra, c'é anche chi vende. E questo ad ogni livello.

Io credo che noi maschi dobbiamo con coraggio porci la domanda "E' davvero questo il tipo di donna che vogliamo? L'angelo del focolare proposto dalla chiesa? L'oggetto lussureggiante, lussurioso e lussoso benché vacuo e disposto a vendersi? La bambola della pubblicità?" e altrettanto coraggiosamente dobbiamo darci una risposta.
Di contro, le femmine devono chiedersi se sono disposte a rinunciare alla propria gabbia di tranquillità, per mettersi in gioco realmente.


giovedì 17 novembre 2011

IL QUARTO STATO




Fatti di qualche giorno fa, forse già divenuti storia.
Le dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio sono state accompagnate da manifestazioni di gioia, concerti, sbertucciamenti e pernacchie.
Giusto così, dopo tutto: negli ultimi 17 anni quest'uomo ci ha propinato ogni genere di fandonia, per cui é stato legittimo il fragoroso sospiro di sollievo che ha accompagnato il suo percorso fino al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica lo aspettava impazientemente.
Tuttavia, mi lascia perplesso il rilievo che la stampa ufficiale ha dato a questo sospiro di sollievo. Non credo che si possa dare alla nottata romana di sabato sera un valore politico, come invece in molti hanno provato a fare. La voglia di festeggiare é comprensibile, ma qual'é il senso? Qual'é il poi?
Temo che ancora una volta si stia dando un peso di carattere politico a comportamenti assolutamente irrilevanti: quello che si doveva fare, prima - molto prima - era non votare quest'uomo.
La moltitudine radunata intorno al Quirinale festeggiava una vittoria che nessuno ha conquistato. Una liberazione subita, tanto quanto la presunta dominazione. Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera parlava di una "piccola Piazzale Loreto" come se questo paragone servisse a dare valore alla "ribotta romana" di sabato sera.
Ma - permettetemi di dirlo - anche Piazzale Loreto é stato l'emblema di una pavidità propria del popolo italiano. Alcuni cadaveri, appesi a testa in giù, furono offesi e maltrattati dalla stessa popolazione che per anni aveva tenuto basso il capo senza aprire bocca.
Che contributo avevano dato, prima del 25 aprile 1945, al rovesciamento della dittatura quelli che in piazzale Loreto hanno dileggiato un tiranno abbattuto? Temo nessuno. Si é trattato solo di saltare sul carro del vincitore.
Che contributo hanno dato, prima di sabato sera, quei ragazzini e quegli adulti che si accalcavano intorno al Quirinale per poter mostrare il dito medio ad un tiranno deposto? Nessuno. Che profondo significato politico o sociale é uscito dal raduno, dall'happening di sabato sera? Battute, ironia facilissima contro lo sconfitto del momento, slogan facili da ricordare; anche qualche cazzata, tipo il cartello "soldi subito". Poco altro. Costume, più che altro: e infatti i commenti superficiali dei giornalisti di costume hanno rubato la scena a quelli di carattere politico, o economico.
La domanda che mi pongo e che pongo a chi abbia voglia di leggermi e magari di rispondermi é: le manifestazioni di piazza, che valore, che utilità e che senso hanno?
L'opposizione ha adottato subito questa folla festosa, cavalcandola tardivamente. Con che costrutto?
Penso al ruolo che l'opposizione, la sinistra attuale, ha avuto in questi anni. Un ruolo ininfluente, tant'é che Berlusconi ha potuto dominare incontrastato e vincere anche alcune elezioni.
Cosa hanno fatto le sinistre in questi anni? Poco. Si sono rinnegate ripetutamente. Hanno voluto copiare il modello Berlusconi, quello stesso modello che biasimavano, che dileggiavano. E' vero: Berlusconi ha vinto puntando sul marketing, ha lucidato la confezione per distogliere l'attenzione dal vuoto che c'era sotto. Ha abbagliato con effetti speciali, per nascondere il fine reale del suo impegno in politica.
E la sinistra, invece di opporgli sostanza, lotta, principi e ideali, lo ha rincorso su questa stessa strada, senza averne le medesime capacità.
Così abbiamo dovuto assistere a tristi spettacoli da circo, come i girotondi, le sfilate in viola, le sfilate in arancione, lo scandire slogan divertenti quanto vacui, la ripetizione di denunce sterili e inefficaci. Fenomeno di costume, senza sostanza a lungo termine.
Si sono radunati, si sono contati, si sono compiaciuti di essere "diversi", di essere migliori. Hanno tagliato fuori chiunque non fosse esattamente allineato, hanno rifiutato critiche e confronti interni. Hanno ostentato atteggiamenti da intellettualoidi snob, senza accorgersi che all'impiegato ultratassato o al disoccupato non interessa nulla della filosofia. Così si sono lentamente smaterializzati.
Quali contenuti ha opposto il PD alla robusta retorica anticomunista del Polo della Libertà. Quale rappresentanza ha offerto?
Berlusconi rappresentava (rappresenta) i piccoli industriali, i commercianti, i liberi professionisti. Ha compreso e incarnato le esigenze, gli egoismi, le piccinerie di queste classi borghesi-piccolo-borghesi. Ha offerto modelli di machismo, in cui queste stesse classi riuscivano a riconoscersi.
E la sinistra, chi ha rappresentato? La sinistra, una volta scomparsa la classe operaia, ha pensato di doversi ridisegnare, cercando di diventare un partito liberale di sinistra, un'assurdità in termini, un ossimoro.
Il fatto é che il proletariato esiste ancora, anche se ha cambiato aspetto; non ci sono più gli operai, ma ci sono gli impiegati, gli statali, i giovani disoccupati, i pensionati con la pensione al minimo. Da pescare, ce n'era.
Eppure, D'Alema, Veltroni, Franceschini, Fassino, Bersani, non hanno visto la moltitudine che aspettava un cenno, un argomento progressista. No, mentre Berlusconi spopolava con il suo atteggiamento grossolano, la sinistra si rifaceva il look: basta partito popolare ed operaio, troppo volgare: meglio diventare kennediani.
Bella idea, a chi interessava avere una brutta copia del partito democratico americano? Che senso ha guardare sempre all'America, quando le realtà sono diverse.
Quando hanno vinto le elezioni hanno portato al governo Romano Prodi, un boiardo di stato, un manager di Alitalia e dell'Iri dei tempi della madre di tutte le tangenti. 
Hanno fatto campagna elettorale sul conflitto di interessi e - una volta ottenuto il potere - non hanno saputo fare una legge decente che esprimesse il divieto a chi portava questo conflitto di interessi - di intraprendere una carriera politica. Avrebbero così potuto neutralizzare Berlusconi, e non hanno voluto farlo. 
Berlinguer avrebbe inseguito la massa dei disoccupati, degli ultratassati, dei giovani sena speranza; avrebbe offerto loro un orizzonte a cui credere, un'ipotesi di cambiamento. I leader attuali avrebbero potuto fare politica parlando di equità, lavoro, progresso sostenibile, ecologia. Avrebbero potuto abbattere vecchi e nuovi privilegi. Avrebbero potuto studiare un'alternativa al capitalismo selvaggil, al libero mercato senza paletti.
Perché non ci sono riusciti?
Hanno dichiarato - tanto per fare un piccolo, stupidissimo, insignificante esempio - di voler mettere il super bollo sui suv, e hanno finito per alzare il bollo sulle macchine di piccola cilindrata. 
Insomma, avrebbero potuto fare una politica di sinistra ma non ne sono stati capaci.
Questa crisi attuale, questi 17 anni di berlusconismo, hanno un padre, Berlusconi, e una madre, la sinistra italiana. E una storia molto lunga.
Ecco perché il quarto stato ancora aspetta una rappresentanza, e non si identifica con chi plaude a quattro ragazzini in vena di slogan.
Alla fine, della festa di sabato sera, resta valido solo un cartello isolato in mezzo a tanta retorica post-sessantottina: "bastava non votarlo".

sabato 12 novembre 2011

Sic transit gloria mundi


Ora che il destino politico di quest'uomo sembra definitivamente segnato, le cose sembrano più facili. In questi giorni ho letto e sentito dichiarazioni piene di ottimismo, improntate alla fiducia. Parole rasserenate, come se il fatto che i mercati abbiano per un momento sollevato il calcagno dalla testa dei nostri titoli di stato, e l'arrivo di un economista di prestigio internazionale fossero sufficienti a farci sperare in un lieto fine. Siamo fatti così, noi italiani: non cambiamo mai, e non impariamo dagli errori commessi in un passato recente e meno recente.
Cerchiamo sempre l'individuo dal destino eroico e santo cui demandare ogni incombenza riguardi le sorti della nostra Nazione, in modo da poter continuare ad occuparci del nostro orticello e a dormire sonni tranquilli. Tanto a vegliare ci pensa lui, l'uomo della provvidenza.
Era successo nel 1922, quando Benito Mussolini, un sanguigno giornalista, già sindacalista, già maestro di scuola, appoggiato da una corporazione di agrari spaventati per gli scioperi dei braccianti, calò in treno verso Roma - alla fine di una serie infinita di episodi violenti e di dimostrazioni di prepotenza inaudita - per ricevere da Re Vittorio Emanuele l'incarico di formare un nuovo governo che trascinasse il Regno fuori dal pantano in cui anni di governi inconcludenti e una crisi dovuta al primo dopoguerra l'avevano trascinato.
Benito Mussolini aveva charme (uno charme commisurato a quell'epoca), personalità, coraggio e un appoggio trasversale: dagli industriali, agli agrari, ai reduci della guerra, alla chiesa cattolica che temeva i boscevichi.
Il popolo italico si innamorò di lui, lo elesse a uomo della provvidenza, il grande risolutore, il duce dietro cui accodarsi fiduciosi, lo seguì fino alla fine e quando si accorse che l'investimento era sbagliato era ormai troppo tardi: la guerra, la crisi economica, un'occupazione militare, le deportazioni. Eccetera.
Piazzale Loreto fu il punto e a capo. Cancellata quell'esperienza, ci si diresse abbastanza velocemente verso il breve e illusorio boom economico, apice di un percorso che dopo quegli anni fu di nuovo decadente, fino a portarci a Tangentopoli e al grande vento purificatore dei processi. E da quelle inchieste emerse un nuovo uomo della provvidenza: Antonio di Pietro. Altrettanto sanguigno, populista e popolare sia nei concetti espressi, sia nel modo di esprimerli. Con la veste del Grande Castigatore di tutti i corrotti e corruttori. La gente fece manifestazioni per il suo addio alla toga: ricordo cortei e scritte sui muri e sui ponti come ne avevo viste solo per uomini politici o squadre di calcio; il solito sterile, puerile fervore popolare lo issò a "uomo risolutivo"; tuttavia nessuno smise - da quel momento  - di pagare mazzette per aggiudicarsi un appalto pubblico.
E venne così il momento anche di Silvio Berlusconi. Affascinante con le signore attempate, brillante, appartenente all'élite ma con un approccio populista alle questioni della politica. Presidente di una squadra di calcio vincente, uomo di successo negli affari.
Scese in politica e la gente ne andò pazza.
Spesso, nelle storie d'amore, ci si vuole illudere, si vuole credere alle menzogne perché di quelle menzogne si ha bisogno. Un bisogno disperato. Per continuare a sperare.
E questo é quello che é successo. Tutti sapevano che Berlusconi é un massone, uno dei membri più rilevanti della P2; uno che ha usato mezzi illeciti per garantire il successo delle proprie imprese.
Eppure. Eppure la maggior parte dell'elettorato ha accettato codardamente e incoscientemente la Grande Menzogna che lui fosse una vittima di cospirazioni e castelli accusatori campati in aria.
Perchè? Perché il popolo italiano ha bisogno di nascondersi dietro a qualcuno che esso stesso ha investito di tutti poteri, qualcuno che lo scarichi da responsabilità, che gli permetta di accantonare il senso del dovere. In nome dell'individualismo, dell'interesse privato. Dalla pigrizia, del relativismo morale, sociale, politico.
In definitiva, c'é una massa incosciente e ottusa, disonesta e scaltra che continua a dettare legge in Italia. Berlusconi se ne va, ma chi da lui si faceva tutelare, chi lo ha eletto, chi non si é reso conto di cosa Berlusconi rappresentasse, c'é ancora e si appresta a votare, fra uno o due anni. E poi c'é un'opposizione che non c'é, che quando ha avuto il potere non ha saputo neutralizzare il pericolo di un ritorno di Berlusconi; che tutto sommato é scesa a patti con lui, per beneficiare almeno delle briciole di poteri e di interessi che lui concedeva.
Vedo responsabilità diffuse, nella situazione che stiamo vivendo, non localizzate su un unico uomo, per quanto squallido e drammaticamente dannoso sia o sia stato.
Ora Berlusconi se ne é andato. E tanti già pensano che il peggio sia alle spalle.
Adesso, un altro uomo solo - Mario Monti, é già investito delle aspettative e delle responsabilità proprie del Salvatore, e deve tirarci fuori dalla crisi, mentre tutta Italia, con l'I-Phone in tasca, l'abbonamento a Sky, la macchina nuova da portare all'autolavaggio e la Gazzetta del Sport sotto il braccio, resta a guardarlo in attesa che si dimostri incapace di fronteggiare da solo la situazione.
E - in quel momento - anch'egli sarà impallinato.

domenica 6 novembre 2011

Here comes the flood


Continua a piovere. I fiumi del Nord Ovest d'Italia sono saliti di parecchi metri e la situazione sta ulteriormente peggiorando. A Genova sono morte sei persone, travolte dall'acqua che si era riversata nelle strade.
Le polemiche sono divampate immediatamente, era prevedibile. Mi sembra - tuttavia - che qui manchi la distanza giusta per vedere come stiano i fatti nella realtà.
Si parla di abusivismo edilizio, di cementificazione. Tutto ciò é un dato così evidente che non é nemmeno il caso di parlarne.
Sbagliato, però, é fermarsi a discutere della cementificazione, pensando che sia la sola causa di questo disastro: sarebbe tutto troppo semplice e ci troveremmo ancora prima del punto di non ritorno. Il problema, invece, é a livello superiore. Il problema é a livello climatico: in mezza giornata a Genova é caduta la stessa quantità d'acqua che cade mediamente in 120 giorni. Questo dovrebbe essere sufficiente per avere la misura di ciò dovremo, che dovremmo, fronteggiare nei prossimi anni: il clima sta cambiando; nell'Europa meridionale e qualche volta in quella centrale si sono abbattuti, in un passato recente, uragani e veri e propri monsoni, tutto sommato manifestazioni atmosferiche inconsuete per queste latitudini. Fenomeni da paesi tropicali: ma noi, diamine, non siamo ai tropici!
Le temperature si stanno alzando e questa é la reazione del Pianeta a questo cambiamento. Dobbiamo preoccuparci dei traumi che il nostro comportamento sta provocando al Pianeta.
Rachel Carson aveva lanciato il grido d'allarme già nel 1962. No, amici, non avete capito male: sto parlando proprio del 1962, quasi 50 anni fa. John Fitzgerald Kennedy era presidente degli Stati Uniti, i Beatles si stavano facendo conoscere al pubblico e questa gentile quanto coriacea biologa, dall'aspetto ingannevolmente fragile, lanciava un disperato quanto circostanziato allarme che naturalmente cadde nel silenzio.
L'allarme era contenuto in un libro, "Primavera silenziosa", il cui titolo era un evidente riferimento al fatto che già nel 1962, in zone ricche di vegetazione come il Maine, per esempio, le primavere risultavano molto più silenziose che in passato a causa di un minor numero di uccelli sulle piante. La maggior parte di essi, infatti, era morta a causa degli insetticidi e dei pesticidi. Rachel Carson é stata la prima ecologista della storia.
Nel giugno del 2010 conobbi una ragazza speciale, capace di rubarmi il cuore e la mente: mi fece scoprire - a me, cittadino incallito e indifferente all'ecologia - il bello della natura e di ogni essere vivente. Il primo regalo che mi fece fu "Primavera silenziosa". Lo lessi tutto di un fiato, su un volo della Lufthansa nei cieli fra Frankfurt e Miami.
E' un libro di difficile lettura, complicato per chi non conosce la chimica (e io non la conosco). Ma il messaggio é forte e chiaro, signori: senza un cambio di rotta, ci autodistruggeremo. La tesi sostenuta era che l'eccessivo e incondizionato utilizzo di insetticidi e di pesticidi di origine chimica (fra cui il famigerato DDT) avrebbe portato gravi e irreversibili danni alla vegetazione, al clima e all'essere umano; nonostante un pesticida sia finalizzato all'eliminazione di un organismo, i suoi effetti si risentono attraverso la catena alimentare, e ciò che era inteso per avvelenare un insetto finisce per avvelenare animali e uomini. Questa teoria, ovviamente, fece imbufalire i tycoons delle grandi corporations della chimica industriale, i quali bollarono la Carson come un'isterica.
Purtroppo, infatti, il profitto resta l'argomento più pesante su qualsiasi bilancia politica, da che mondo é mondo, e la miopia é prerogativa frequente di chi detiene il potere.
La sordità con cui fu accolta la denuncia della Carson si concretizzò nell'assenza di paletti all'uso di sostanze chimiche in agricoltura.
Eravamo nel 1962 e l'industria chimica americana stava muovendo i suoi primi e poderosi passi verso la distruzione del pianeta. A tutt'oggi le lobbies delle aziende chimiche, di stanza a Washington, continuano a vincolare qualsiasi Presidente al rifiuto di aderire al protocollo di Kyoto. Il protocollo di Kyoto é l'ultimo disperato tentativo di una parte degli esseri umani di invertire la rotta impressa dagli industriali di tutto il mondo che condurrà il Pianeta alla fine biologica. E noi con loro. Il protocollo di Kyoto si propone di limitare entro una certa data le emissioni di anidride carbonica, responsabile del surriscaldamento della Terra. Per ridurre l'anidride carbonica occorre rivoluzionare i processi di produzione, le modalità di consumo, i combustibili per riscaldamento e trazioni. Ridurre l'impermeabilizzazione del pianeta, rimboschire.
Eppure americani e cinesi (i principali artefici del disastro ambientale) in un'assurda quanto suicida lotta di posizione per il mantenimento di uno sterile predominio economico, si rifiutano di aderirvi, in quanto aderirvi significherebbe impegnarsi a modificare le modalità di produzione e di funzionamento delle proprie fabbriche.
Albert Schweitzer (uno che in fatto di amore per gli uomini e la terra aveva pochi eguali), nell'introduzione alla prima edizione del libro della Carson scrisse: "L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra".

Capite a cosa mi riferivo quando parlavo di miopia?

sabato 5 novembre 2011

LOST IN THE FLOOD



Mi chiamo Sigma.
Sono uno zero, un puntino insignificante che si confonde con tutti gli altri che si agitano impazziti in questo formicaio di vite che è la metropoli.
Nubi minacciose si addensano, non all'orizzonte, ma già sopra le nostre teste, inevitabilmente cariche non di soli cattivi presagi, ma di certezze apocalittiche.
Avete mai ascoltato con attenzione "Lost in the flood" di Bruce Springsteen? L'Apocalisse, appunto.
Mentre Danny Federici e Roy Bittain si prodigano per delineare uno scenario sonoro degno dell'argomento, la voce del Boss - il mio amato Boss - racconta la fine del mondo nella metropoli di tutte le metropoli.
Un soldato giunge barcollante ai margini della città devastata dai prodromi del diluvio universale. Mendicanti, straccioni, reduci di tutte le guerre del mondo, senzatetto, giovani sbandati, suore in fuga, prostitute e papponi, studentesse di college, uomini di affari, stupratori, assassini e poliziotti, tutti insieme e in totale solitudine, strisciano, rimbalzano e si rincorrono senza costrutto nè direzione, mentre il diluvio - da cui lo stesso soldato é uscito stordito - sta per sopraggiungere.
Così siamo noi, in questo posto. In questo tempo. Profughi e cittadini. Immigrati e residenti. Disoccupati e manager ancora rampanti. Ci mescoliamo e azzanniamo, convinti che un misero centimetro conquistato cosituisca per noi il gradino della salvezza.
Abbiamo perso di vista la realtà e la la lealtà e ci accontentiamo di galleggiare aggrappati al cadavere di qualcun altro. Ma presto, un altro ancora riuscirà a sopraffarci e ad aggrapparsi a noi per galleggiare sopra alle onde che stanno crescendo di intensità e violenza.
Questo mondo sta per sprofondare nel diluvio, travolto da un mare di fango e spazzatura, che noi stessi abbiamo creato. Niente ci salverà, niente ci sopravviverà.
I fiumi si stanno gonfiando. La pioggia sta cadendo, sopra le fronde degli alberi di questo parco che muore lentamente oltre i vetri della mia finestra, oltre i tetti di quegli orrendi palazzoni che lo circondano.
Sciacalli striscianti si stanno addensando, cercando di sopravvivere alla rovina della maggior parte di noi.
Sono ovunque: nelle istituzioni, nelle banche e negli uffici dell'alta finanza, nei tribunali e nelle sedi arcivescovili, giù e giù  fino in ciascuno dei nostri posti di lavoro.
E silenziosamente così come con frenesia, la maggioranza arranca nella quotidianità, ottusa dalla routine e dal martellamento ossessivo del nulla diffuso dai mezzi di comunicazione, mentre intorno il fango della crisi sta per travolgere ogni cosa, finché ci sarà posto solo per gli sciacalli.
Mi chiamo Sigma. E mi sento prigioniero.
Sì, prigioniero di questo stato di cose. Sono nato nel pieno del boom economico, negli anni sessanta dove ogni realtà sembrava fatta di realizzazione. La mia infanzia é scivolata ignara sulle tempeste degli anni di piombo, e la mia coscienza si é intorpidita negli incoscienti anni '80.
Ora sono qui, con la crisi economica a minacciarmi da vicino, e il disastro ambientale incombente.
Mi guardo in giro e vedo solo indifferenza. Mi guardo in giro e vedo ballerine e nani, ma non siamo in un Circo. Vedo senzatetto e mendicanti, giovani sbandati. Vedo assassini e arroganti uomini d'affari. E non capisco più se la mia mente sia rimasta prigioniera del booklet di "Greetings from Asbury Park, NJ" o prigioniera della realtà voluta da qualcun altro, a cui io - e come me tanti altri - non sono riuscito ad oppormi ed - anzi - ho forse contribuito.
Non é tempo di moralismi, non lo é mai stato. Ma so per certo che continuare ad avere come unica bussola un indice finanziario non ci porterà alla terraferma. Occorrono forti principi, che non sono i principi contabili. Servono onestà, responsabilità, semplicità, amore.
Si, amici, amore: John Lennon diceva che l'amore é la risposta, e i suoi non erano solo futili giochi mentali.
L'amore é la risposta: l'amore per la vita, l'amore per gli altri, l'amore per questa terra che sta sparendo sotto il diluvio. L'amore per sè stessi, amici. Per quello che ogni giorno potremmo godere e che invece questo diluvio sta trascinando via.
Mi chiamo Sigma, e non mi voglio arrendere. Penserete che sia pazzo, o che abbia perso la ragione nel diluvio.

Bruce Springsteen - Lost in the flood