venerdì 21 aprile 2017

SLOT



di Rocco Carta


Una stanza, finestre chiuse che filtrano poca luce. Fuori il caos del traffico delle 18.
Era rientrato la mattina, sotto i postumi di una nottata viziata dall’alcool. Si era alzato barcollando e trascinandosi verso il bagno, dritto verso il water, dove senza neanche tirare su l’asse, aveva pisciato tutto quello che era rimasto in corpo della bevuta notturna.
Si era posizionato davanti allo specchio osservando una sagoma sfuocata che vagamente somigliava alla persona che si era specchiata la sera prima, ma non si era scomposto più di tanto.
“Che giorno è oggi? Ah già, è sabato! Un altro cazzo di sabato di solitudine.”
Esatto, perché lui era da troppo tempo che non aveva compagnia e gli mancava.
Un languorino gli faceva tremare lo stomaco e lo aveva condotto, o meglio trascinato, verso la cucina. Aprendo il frigo e si era trovato davanti il nulla cosmico, accompagnato da un litro di latte aperto da tempo immemore. Imprecò!
“Ok, meglio uscire”, aveva sbofonchiato tra sé e sé.
Giunto in strada, si era reso conto di non avere un centesimo in tasca e, inoltre, avrebbe dovuto controllare il conto. La sorpresa fu tremenda: era solo la metà del mese e sul conto rimanevano solo 200 miseri euro.
La sua testa prese a girare e avvertì un forte senso di nausea.
“Devo mangiare qualcosa e poi forse riuscirò a riflettere sul da farsi.”
Si  sedette in un fast food, dove ingurgitò un panino senza neanche troppa voglia e buttò giù una birra annacquata.
“Ma come ho fatto a spendere tutti quei soldi? Quanti ne ho fatti fuori ieri notte? Sono proprio un coglione!”.
Qualche giorno prima aveva versato il mantenimento, sul conto della moglie, per i propri figli. Avrebbe dovuto pagare le bollette in scadenza e fare un po’ di spesa. Non fece nulla di tutto ciò. Come ogni giorno, oramai da mesi, si era recato in quella maledetta sala giochi, dove quella slot, dal nome profetico “Vampire diamonds”, lo aspettava per succhiargli il sangue. Lo sfidava e le sfide lui non poteva non accettarle.
Aveva già perso tanto a causa di quel vizio: l’amore, la famiglia, la concentrazione sul lavoro, tanti soldi e, infine, la dignità.
Non riusciva a farne a meno, aveva bisogno di giocare e di provare l’adrenalina della vittoria e la delusione della sconfitta.
Si rendeva conto di essere malato, di essere rimasto solo per non aver saputo rinunciare al suo bisogno, alla sua malattia, al suo demone.
Aveva anche cominciato a bere ed era invecchiato di colpo.
Qualche sera prima aveva vinto, ma, nel giro di qualche giorno, aveva perso più di quanto era riuscito a mettersi in tasca.
Si alzò dal tavolo, dopo aver svuotato il vassoio ed inforcò con rabbia la porta. Il cibo era ancora lì, appena assaggiato.
Iniziò nuovamente a fremere, esisteva un solo luogo dove voleva recarsi, aveva un solo appuntamento fisso a cui non poteva sottrarsi. Il cuore batteva forte al solo pensiero. L’adrenalina cominciava a fare il suo dovere.
Prelevò quel poco che rimaneva sul suo conto corrente e corse veloce verso soglia di quella maledetta entrata, senza un attimo di ripensamento.
Appena entrato, le luci soffuse del locale gli provocarono una sensazione di vertigine. La sala era già frequentata da altre anime oramai vendute al Dio del gioco. Girò lo sguardo verso quella macchina infernale.
“Cazzo!”, esclamò di dentro di sé, “è occupata”. Eh sì, perché i giocatori considerano alcune macchine come una loro proprietà, vogliono quella e solo quella, la desiderano, neanche fosse un’affascinante donna disponibile a trascorrere tutta la notte con loro.
Si sedette al bar, ordinò del whiskey e domandò al barista, con cui aveva ormai una certa confidenza, se quel giorno la sua macchina avesse “pagato”. Alla risposta negativa del barista sentì salire l’eccitazione della sfida e, allo stesso tempo, la voglia di andare dal tizio che occupava la slot e sbatterlo fuori a calci nel culo fuori dal locale.
Continuava a fissare la schiena dello sconosciuto, sperando quasi che quel continuare a osservarlo potesse farlo andare via. Se avesse vinto lo sconosciuto, lui avrebbe dovuto cambiare macchina: questo non andava per niente bene.
Ad un tratto quel giocatore si alzò scuotendo la testa e si andò a posizionare davanti ad un’altra slot. Era il suo turno! Toccava a lui.
Si sentiva come un adolescente al suo primo appuntamento con una ragazza. Pensò: “Eccomi bambina, non mi deludere, dammi soddisfazione” e aggiunse “Stasera sbanco, me lo sento”.
Si ritrovò in strada nel momento in cui la luce vince le ultime resistenze della notte. Le sue mani tremavano insistentemente, le gambe lo reggevano a stento, un peso sul petto gli opprimeva non solo la gabbia toracica ma anche l’anima. Era stato male altre volte, ma così mai. Aveva perso tutto quello che poteva perdere e la coscienza gli stava presentando il conto.
Vomitò e cercò una panchina per sedersi. Nella testa gli rimbombava la parola “BASTA” tonante e la sua immaginazione gliela riproponeva scritta a lettere sempre più grandi e pesanti come macigni.
Non vedeva via di salvezza. Si sentiva destinato a dannazione eterna.
Trovò da sedersi, sotto una pensilina. Dall’altra parte della strada scorreva il fiume della città. La tentazione di lanciarsi dentro fu forte. Ma questa volta non accettò la sfida, pensando, semmai, di rimandarla.
Sulla parete della fermata del bus, l’occhio cadde su un cartello pubblicitario che recitava così:
“Dottoressa Francesca Girone, specialista nel trattamento delle dipendenze da gioco d’azzardo, riceve presso il consultorio di zona…”
Era un segnale, un ultimo aiuto. Decise di segnarsi il numero di telefono.
Chissà se questa volta avrebbe accettato la sfida?

Rocco Carta

N.D.A : Questo racconto è stato pubblicato sul sito Vita.It in data 02/02/2017 e sul Storiequalunque.com in data 25/02/2017

mercoledì 12 aprile 2017

NON E' UNO SCHERZO*




Sigma è un ragazzino come tanti altri, perso nello sciame di scolari che entrano a scuola passando sotto il grosso portone in bronzo e cristallo della vecchia scuola media dall’aria austera. 
Sotto quell’androne, lungo quegli ampi corridoi e nelle austere aule, si respira aria di storia, di tante storie individuali avvicendatesi nel corso di molti decenni.
Sigma ha due enormi occhi di un azzurro che, nei giorni invernali, virano al grigio per ritrovarsi nel cielo. E’ un bambino gracile con spessi occhiali quadrati per curare la presbiopia; un apparecchio ortodontico gli ingabbia i denti con un reticolato di ferretti.
E’ un ragazzino timido come tanti, che si è appena affacciato al duro palcoscenico delle scuole medie. Lì, a differenza che alle elementari, si gioca duro: non c’è più la maestra a fare da mamma e i compagni sembrano crescere in modo differente e differenti sono le vie che scelgono per affermare sé stessi nella società. Alcuni giocano ancora, altri preferiscono menare. Sigma scruta tutto da dietro il ciuffo biondo: scruta in silenzio e immagazzina; osserva e annota.
A Sigma piace molto una ragazzina magra e lunga, con un caschetto di capelli scuri come i suoi occhi. Si chiama Monica: per tanti maschi della sua classe Monica è una racchia, ma a Sigma quell’aspetto fragile e schivo risulta attraente. 
Casa di Sigma dista quattrocento metri dalla scuola.
Quattrocento metri sono pochi, se li percorri accanto al tuo miglior amico, conversando di figurine e della partita del Milan.
Diventano un’eternità se quei quattrocento metri si trasformano in un calvario di umiliazioni e violenze fisiche.
Norberto e Roberto sono due scolari della terza media. Ripetenti. Hanno il viso coperto di brufoli e di peluria sottile; hanno i capelli acconciati da duri e indossano giubbini di jeans; hanno muscoli e sguardi che celano un malessere che non riescono a spiegare e che nessuno ha voglia di esplorare. 
Sono ragazzini, anch’essi spaventati dalle sfide della vita, ma ostentano una maschera aggressiva.
Aspettano il piccolo Sigma tutti i giorni, appoggiati al paletto di cemento che regge il cancello della scuola. Lo aspettano, per accompagnarlo a casa.
Non è esattamente la compagnia che il fragile Sigma desidererebbe.
Norberto e Roberto lo prendono in giro per la sua magrezza. Lo chiamano biafra. Ridono dei suoi occhiali, dell’apparecchio, delle sue grosse orecchie, del suo pallore, dei suoi vestiti da sfigato.
E lo prendono a calci, non uno, non due: tanti calci. Nel culo.
Picchiano il debole divertendosi nel vedere l’assenza di reazioni. Sigma subisce in silenzio: a casa gli hanno insegnato a non mostrare le proprie emozioni, a celare la propria sofferenza, a tenere bassa la testa e lasciar correre.
Pochi metri più avanti c’è Monica, come ogni giorno: Monica abita non lontano dalla casa di Sigma e percorre gran parte dello stesso tragitto.
Ridacchia, vedendo come i due bulletti umiliano il ragazzino, ridacchia e cammina avanti di una decina di passi. Ecco, quello è l’aspetto che più mortifica Sigma: non tanto il male per i calci e le sberle sul coppino, no. I risolini di Monica bruciano di più.
Sigma entra in casa, alla mamma che gli chiede come è andata risponde con una scrollata di spalle; poi si chiude in camera, si butta sul letto e piange a dirotto, come ogni giorno.

* * *

Adesso Sigma è un uomo, i suoi occhi non sono più spalancati dietro le spesse lenti, non trasmettono più stupore o spavento. Quegli occhi fissano una bambina di sette anni che gli corre incontro all’uscita di scuola. Quella ragazzina è sveglia, molto più sveglia di quanto fosse lui alla sua età e sembra circondata da affetto e da amici. Non è sola, non è spaventata. Racconta tutto ciò che percepisce del mondo che le gira intorno.
Eppure Sigma rabbrividisce al pensiero che un giorno, all’uscita da scuola, trovi un Norberto e un Roberto pronti ad accompagnarla a casa.


Non è uno scherzo è il titolo di un cortometraggio realizzato con la partecipazione di alcuni ragazzi della Comunità Kayros presieduta da Don Claudio Burgio, ha la sceneggiatura di Elisabetta Pirro, la regia di Davide Agosta e la produzione di Luciano Peritore. Fra gli attori segnalo la mia amica Dominique Evoli.
Le riprese sono state girate anche presso la Scuola Secondaria di I grado "Carmelita Manara" di Milano e nella zona circostante.Il bullismo è un problema che non riguarda i singoli individui, ma l’intera nostra comunità.

Crescere un ragazzino non significa solo garantirgli un tetto, del cibo e un’educazione scolastica obbligatoria.Significa proporre modelli validi e alternativi, che esulino da quelli convenzionalmente in auge al momento (il successo, la ricchezza).Significa essere adulti significativi, capaci di rappresentare un punto di riferimento per coloro che si riferiscono a noi, in modo da aiutarli a capirsi e a esprimere sé stessi. Significa alimentare i loro sogni.

sabato 1 aprile 2017

IL VOLO DELLE PIUME



Per i primi vent’anni della mia vita, passai le vacanze estive in montagna. Non che i miei genitori detestassero il mare: ma era più economico avere quella piccola casa in Val Seriana e certo era più comodo per mio padre fare la spola da lì a casa, che non tornare ogni domenica sera dalla Riviera Romagnola.
Avevamo questo piccolo appartamento a Bratto della Presolana, riscaldato da una stufa a cherosene che, durante le vacanze di Natale, riempivamo quotidianamente: due stanze, una cucina e un bagno. Alle pareti mia mamma aveva appeso quadretti che ritraevano scene bucoliche, fiori, e pizzi ricamati.
Era molto più piccolo rispetto allo spazioso appartamento che avevamo in città e non aveva le stesse comodità.
C’era un televisore in bianco e nero senza telecomando con l’antenna mobile per cui, se volevamo cambiare canale, dovevamo alzarci e schiacciare i bottoni e regolare l’antenna fino a quando l’immagine trasmessa non fosse risultata accettabile.
Lo scaldabagno era un piccolo boiler; per questa ragione io e mio fratello Andrea facevamo a gara per essere i primi a farci la doccia: il secondo, infatti, spesso rimaneva senza acqua calda.
Per concedere a mia nonna un po’ di riservatezza, i miei genitori avevano stabilito che lei avrebbe dormito nella camera in fondo e noi quattro ci saremmo accomodati nello stanzone accanto alla cucina: dato che io da sempre parlo nel sonno, mio fratello e i miei genitori furono costretti per quattro lustri a sorbirsi le mie tirate notturne, non di rado infarcite di turpiloquio e bestemmie e tutto ciò che non dicevo durante il giorno. A posteriori mi rendo conto di quanto quel sonno condiviso fosse un facile veicolo di comunicazione del mio disagio represso.
Amavo quella casa. L’aria era sempre fresca e profumata. Da qualsiasi finestra ci si affacciasse si potevano vedere le cime di roccia grigia e rossa delle montagne circostanti e i pascoli e i boschi.
Bratto non aveva attrattive particolari, era un piccolo borgo di passo, nella bergamasca: eppure ci sembrava un posto fantastico.
La natura non era intaccata che in minima parte dall’abitato: i boschi, i torrenti, i sentieri che solcavano i pascoli e i campi fioriti, erano una fonte di esplorazione irrinunciabile.
La parte vecchia del paese era composta da case di contadini con almeno duecento anni di storia, edificate con malta grigia, pietra ruvida e tegole d’ardesia: spesso andavamo a curiosare guardinghi e timorosi di essere scoperti, negli spogli androni e nei sotterranei, dove anche d’estate l’ombra raffreddava l’aria e le voci rimbombavano; vi si respirava odore di fieno e di animale da fattoria; qualche cane abbaiava rincorrendo topi di campagna, o spaventava le galline che razzolavano nel cortile, fra i carretti e le biciclette arrugginite.
Il paese era in seguito cresciuto, arricchendosi delle case per i villeggianti e altre strutture turistiche: una piccola sala giochi, con i primi videogames ai quali noi preferivamo il calcio balilla e i due flipper, grazie ai quali sopportavamo i pomeriggi di pioggia scrosciante mentre il jukebox suonava la musica del momento. Poco oltre la sala giochi, una panetteria che vendeva pizza al trancio e patatine fritte; ancora più in là, una gelateria.
Quelli furono gli anni più sereni della mia vita. Ricordo una canzone che diceva “facile una volta/strappare settimane al calendario”; non capivo tanto bene cosa significasse, tuttavia oggi mi rendo conto che quella frase racchiudeva in poche battute il significato denso dell’essere giovani: l’abbondanza di tempo.
Essere fratelli ci rendeva autosufficienti.
Che ci fossero gli amici, o non ci fossero, noi non eravamo mai soli e non ci annoiavamo mai: fra di noi si era sviluppata una complicità non dichiarata che travalicava il legame di famiglia e rendeva prezioso lo stare insieme. Nessun amico avrebbe mai potuto incrinare la nostra intesa insinuandosi fra noi.
Passavamo le mattine al sole, sull’ampio terrazzo che era il tetto dell’autorimessa, leggendo fumetti e ascoltando musica da un giradischi portatile che risaliva ai primi anni settanta.
Spesso ci inoltravamo nei sentieri di montagna, all’ombra di boschi di conifere, con il profumo di resina e di ciclamino a riempire l’aria; camminavamo tenendo gli occhi fissi sul sentiero per evitare il passaggio di una vipera. Pranzavamo al sacco lungo il torrente, poi rientravamo verso casa.
Mi sentivo un po’ come Tom Sawyer o Huckleberry Finn: avevo quattordici anni e stavo attraversando la prima fase di esplorazione del mondo e di me stesso.
Una mattina appoggiai il giornale e lasciai che il sole mi scaldasse.
Pensai che ero innamorato di una ragazza di nome Laura alla quale non sarei mai riuscito a rivolgere la parola; pensai che tre giorni dopo ci sarebbe stato Italia–Brasile; pensai che dovevo studiare per superare l’esame di matematica a settembre.
Mi sentii pervaso da un’insostenibile sensazione di serenità e di gioia, senza cogliere fino in fondo la natura di quel sentire: non potevamo sapere che entro un decennio la vita avrebbe risucchiato il nostro tempo in una vertigine di obblighi, responsabilità, tempo ridotto e l’inevitabilità del brutto che entra nella vita di un adulto sotto forma di dolore.
Aprii gli occhi e vidi il massiccio della Presolana: quella montagna aveva sempre suscitato un grande fascino, perché sembrava inaccessibile e alta. Sul Massiccio della Presolana si narravano leggende preoccupanti, come solo sanno essere le storie della Montagna: raccontavano di alpinisti caduti nei crepacci e mai più ritrovati, di aquile e lupi.
C’era un percorso, in particolare, che portava a una grotta scavata dalle intemperie nel grigio della roccia, per raggiungere la quale occorreva marciare spediti per più di tre ore, fra sentieri infestati da vipere, e camminamenti in bilico fra la parete e lo strapiombo, e ferrate vertiginose, per poi risalire un enorme ghiaione, una vera e propria pietraia morenica che ingannava l’inesperto escursionista, illudendolo di essere prossimo alla meta e esaurendo le residue energie.
Misi una mano a visiera fra fronte e occhi, per farmi ombra dal violento sole di luglio e pensai che fosse il momento per fare qualcosa di memorabile.
Un’impresa a sigillo della nostra gioventù.
Con la spregiudicatezza di chi non sa ancora nulla della vita, Andrea e io decidemmo di affrontare l’ascesa alla Grotta dei Pagani l’indomani: radunammo, con un efficace passaparola, altri tre compagni di missione e ci demmo appuntamento per il mattino successivo.
Con lo zaino sulle spalle, preparato diligentemente affinché contenesse tutto il necessario per affrontare qualsiasi evento, gravati da una serie interminabile di raccomandazioni delle mamme che guardavano noi e si rivolgevano vicendevolmente sguardi carichi di apprensione e scuotevano la testa, partimmo dal Passo lungo un sentiero che solcava un prato in pendenza.
Ci infilammo poi in un ampio bosco dove il sentiero si copriva di aghi di pino e foglie secche e rami, dove il profumo di ciclamino era intensissimo e dava quasi alla testa. I nostri passi erano impercettibili, attutiti com’erano dal tappeto del sottobosco. Mangiammo lamponi e fragole raccolte dai rovi, bevemmo acqua da una canna di ferro che sbucava dalla roccia e proseguimmo nell’ombra fresca. Abbandonammo il bosco per trovarci davanti un pianoro con l’erba che arrivava al ginocchio: il campo delle vipere, evidentemente.
Restammo a studiare quel mare verde che si muoveva scosso dal vento, incerti se proseguire o tornare a casa: era evidente che le leggende ascoltate ci avessero impressionato; nelle sere d’estate i vecchi ne parlavano seduti sui gradini delle case di pietra con accanto un fiasco di vino e in mano la pipa, i baffi folti sotto il naso arrossato e la voce profonda e arrochita, quasi un latrato; faticavamo a comprendere l’idioma duro con cui si esprimevano e ciò rendeva il racconto ancora più misterioso e evocativo.
Roberto era un ragazzo corpulento, dalla pelle biancastra coperta di efelidi e i capelli rossi: sembrava un irlandese e parlava di continuo lamentandosi di ogni cosa.
Si grattò la testa ruggine e entrò nel campo, infilandosi sotto il filo spinato e battendo i piedi per spaventare i rettili. Noi lo seguimmo, muovendo l’erba ciascuno con il proprio bastone.
Quella parte di percorso sembrava non finire mai e la percorremmo in silenzio e con il cuore in gola, accompagnati solo dal fruscio dell’erba e dalla litania del battistrada che, imperterrito, ci somministrava il suo rosario di lamentele. Alberto, un piccoletto biondo e nervoso, bestemmiava a ogni fruscio sospetto e saltellava nell’erba, alta quasi come lui. Io chiudevo la fila, con gli occhi fissi su Andrea, attento che non gli capitasse nulla. Mio fratello ogni tanto si voltava a cercarmi con il suo sguardo furbo: inarcava le sopracciglia e le labbra come se volesse comunicarmi lo stupore per l’impresa che stavamo realizzando.
Nella realtà non vedemmo alcuna vipera: alla fine dell’attraversamento ci convincemmo che quei racconti fossero solo frutto di fantasia, un innocente vezzo dei locali per farsi burla dei giovani ragazzi di città. O forse le vipere erano fuggite per non subire il lamentio costante dell’irlandese.
Eravamo arrivati nel punto in cui la vegetazione lascia spazio alla roccia; niente più campi e boschi, niente più ombra: il sole del tardo mattino picchiava con decisione sulle nostre teste, riscaldando l’aria resa fresca dall’altitudine.
Da quel punto la visuale sulla valle era incredibilmente suggestiva; strizzammo tutti gli occhi, per difenderci dal riverbero della luce sul bianco della roccia e guardammo sotto: si vedevano i paesi, minuscoli, e le strade e i campi verdissimi con i boschi e le radure, la strada che si inerpicava tortuosa verso il passo; vedevamo il nostro piccolo mondo con una prospettiva diversa e ci divertimmo a individuare edifici e luoghi da lì distanti e minuscoli.
I rumori giungevano rarefatti, quasi spettrali, dispersi dal vento e dalla distanza: inspirai profondamente l’aria pulita e aprii le braccia, sperando che un refolo più violento mi sollevasse e mi facesse planare sopra tutta quella bellezza, sopra tutta quella libertà.
Avevo il presentimento che quell’estate fosse una specie di spartiacque che avrebbe aperto un solco fra la mia ingenuità spensierata e la china verso l’età adulta.
Uno dei tanti crepacci della crescita.
Camminando in fila indiana, giungemmo al punto in cui il sentiero, lastricato e costellato di frammenti di roccia, si stringeva per insinuarsi fra il precipizio, a sinistra, e il versante ripido della montagna, a destra, che costituiva un muro grigio e poroso.
Ci aggrappammo alle catene saldate alla parete da grossi chiodi scuri e inoltrammo passi guardinghi sul sentiero diventato ormai una striscia di roccia: sotto di noi un salto di decine di metri.
E poi il ghiaione, domato con pazienza, gattonando quasi, scivolando indietro e risalendo aggrappandosi a sterpi e massi.
E fummo in cima, sul tetto del nostro piccolo mondo, spogliato dalle ingenue ombre delle leggende inquietanti.
Ci abbeverammo alla vasca naturale che l’acqua aveva scavato nella pietra, goccia dopo goccia, per centinaia di anni, complimentandoci reciprocamente; consumammo la nostra colazione al sacco.
L’irlandese cavò dal proprio zaino un pacchetto di sigarette rubate al padre che fumammo goffamente, con fare carbonaro, come celebrazione della nostra conquista che era vissuta come un passo verso l’età adulta, una meta a cui agognavamo incoscientemente.
Fumammo tutti, in silenzio, guardando la roccia e ripensando la fatica compiuta per arrivare a toccarla: le cime erano vicine, si vedevano nitidamente nel cielo reso mutevole dal vento.
L’unico che non fumava era Andrea, che si muoveva lungo la parete di roccia alla ricerca di un appiglio dal quale partire per una scalata improvvisata. Si voltò, quasi a chiamarmi con lo sguardo: decisi di seguirlo.
Una fenditura nella roccia, dovuta al gelo e al vento, aveva formato un piccolo canalone verticale facilmente ascendibile puntando i piedi nelle sporgenze della pietra. Andrea guizzava come un gatto, e io dietro a rincorrerlo e a raccomandargli prudenza. Ridevamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Tuttavia, raggiunti i quindici metri di altezza, Andrea scivolò, perse la presa e cadde.
L’istinto mi spinse ad allargare il braccio e afferrarlo per il maglione, ritirandolo verso la roccia.
Restai aggrappato a lui, per alcuni minuti, ansimando e ridendo, e insultandolo e rabbrividendo pensando a ciò che non era successo.

Restai aggrappato a lui, l’unico punto fermo fra le due vite che mi riguardavano, quella vissuta fino a quel momento e quella che avrei vissuto in futuro, e a quell’idea di età libera e ricca di tempo che stavo vivendo con lui e che progressivamente ci sfuggiva dalle mani.

martedì 21 marzo 2017

IL MONDO IN UN BOTTONE



A volte succede che il ventuno di marzo coincida davvero con l’arrivo della primavera; dopo una settimana fredda e grigia, quel giorno si era verificata la magia della nuova stagione. L’aria era piacevolmente tiepida e profumava di fiori mentre i passeri berciavano fra i rami. Poco sotto la villetta bifamiliare, il lago cominciava a riempirsi di certi mattinieri che avevano deciso di goderselo, pedalando e correndo sulla sponda o solcandolo con le canoe.
Giorgia lasciava che il mondo intorno si animasse lentamente: il sole passava dalle persiane, disegnando strisce sulle lenzuola, mentre il suo respiro lento accompagnava indifferente il riprendere della vita.
Aprì gli occhi con lentezza, mentre i contorni della stanza andavano delineandosi progressivamente nella penombra. Allungò la gamba a cercare quella del marito, ma trovò solo il letto vuoto e il piumino arruffato.
Non era una novità, quel risveglio solitario.
Giovanni, se non si alzava presto per recarsi al lavoro, si alzava presto per andare a vogare con l’amico, o andava a correre. O a passeggiare lungo il lago. Comunque fosse, per stare lontano da lei.
Da lei che chiedeva affetto e attenzione.
Da lei che era tanto bella quanto distante da ciò che egli avrebbe desiderato: una donna solida, affidabile, certo non appiccicosa; la donna multitasking alla quale affidare casa e famiglia mentre lui si gettava a capofitto nella vita professionale per nutrire il proprio ego ipertrofico con brandelli di carriera strappati coi denti dell'ambizione.
Una donna da ostentare, una donna per completare il primitivo paradigma “carriera-casa-moglie-figli, che definisce in termini di successo la posizione di un uomo adulto all’interno della società.
Una specie di machismo sociale.
Ebbene, lui aveva tutto ciò, poteva definirsi affermato.
Che importa se, nella realtà de quotidiano, i due nemmeno si parlavano o discutevano aspramente?
Giorgia si puntellò sui gomiti e sbadigliò: non sarebbe mai stata la moglie modello; strizzò gli occhi e si guardò intorno: alle pareti, fotografie che ritraevano scene preconfezionate di una famiglia felice, definita secondo i canoni di un qualunque telefilm americano di giovani spensierati e inconsapevoli; sguardi negli sguardi, sorrisi impostati, i due figli in braccio ai genitori, un gruppo di amici ritratti sorridenti a un matrimonio che scimmiottava quelli di Hollywood.
Ogni singolo dettaglio componeva un mosaico minuzioso studiato con cura per rappresentare, agli occhi di un pubblico fatto di amici e parenti, l’immagine della coppia ideale: un diluvio di melassa nell’obiettivo della reflex, aridità e indifferenza celata dalle mura domestiche.
Giorgia accese l’i.Phone e andò subito a cercare su Whatsapp il messaggio di Leonardo: “Buongiorno, amore mio: vorrei poter fare colazione con te in cima a una montagna, lontani da tutti”.
Una pioggia di emoticons e di cuoricini a corredo di un desiderio impossibile da realizzare.
Leonardo: la dimostrazione in carne e ossa del teorema che l’amore rende stupidi, oltre che ciechi; Leonardo credeva in modo assoluto alla regola che quel sentimento totale avrebbe risolto ogni cosa; che bastava volere per poter riuscire.
Quella ingenua determinazione, in un adulto, la riempiva di dolcezza e le induceva anche un sentimento simile alla compassione. A volte, addirittura, la spazientiva.
Leonardo era veramente il principe azzurro: la ricopriva di attenzioni, di piccole sorprese quotidiane, di affetto; la faceva sentire desiderabile, sapeva baciarla e toccarla; alle orecchie di Giorgia sapeva sussurrare parole colme di dolcezza quanto pensieri sconci che la facevano arrossire e bagnare le mutandine quando la frugava sotto la gonna.
La ascoltava quando lei aveva voglia di ridere e parlare, dopo essersi rotolati nel letto del suo piccolo monolocale di periferia.
Tutto qui; che altro ancora poteva offrirle?
Giorgia si alzò e aprì le persiane, lasciando che l’aria della primavera e la luce entrassero nella camera.
Già, il monolocale di Leonardo: un buco buio e polveroso, arredato à la bohèmienne, dove la musica risuonava a ogni ora del giorno. Accogliente come il suo abbraccio, nelle sere d’inverno in cui aveva necessità di rifugiarsi lontano dalla recita quotidiana che aveva scelto di fare. Dal quale però muoversi, forse a malincuore, per indossare nuovamente i panni della brava moglie.
Sua madre le aveva ripetuto il concetto fino a trasformarlo in un mantra: “Tu ti devi sposare e devi rendere felice tuo marito”. Un cesello che lavora il marmo, colpo dopo colpo; e quel pensiero era diventato un’incongruenza della propria vita, una specie di totem e di maledizione che la aprivano in due come un bisturi. Si ribellava e soggiaceva, lottava per liberarsene ma, allo stesso tempo, si imponeva autonomamente quel giogo morale, rimproverandosi per ogni istante in cui si era sentita felice in quel rapporto clandestino e fedifrago: fedifrago, usava proprio questo termine grave, per vessarsi e sentirsi sporca e colpevole.
Per allontanare quell’uomo e poi andare a cercarlo di nuovo, tuffarsi in lui e poi scappare.
C'era una verità celata da quell'andirivieni estenuante: Leonardo l'amava esattamente nel modo in cui Giorgia voleva essere amata; ma Giorgia avrebbe desiderato che quell'amore così perfetto provenisse da Giovanni. Che non era capace, o non aveva voglia, di  amarla in quel modo così puerile. 
Era tutto un'inutile rincorrersi, senza soluzione di continuità.
Per Leonardo, tutto ciò era diventato  tortura.
Se ne era accorto, prima ancora che Giorgia stessa realizzasse la propria incapacità di dare una svolta alla propria vita e di gettare la maschera di rispettabilità che la rendeva famosa nel bottone dorato del paese nel quale trascorreva i fine settimana, fra un aperitivo con gli amici, una discesa al lago con i bambini e la spesa e le corse al mattino presto con l’i.Pod nelle orecchie e la messa e tutto il resto.
Aveva provato a mostrarle orizzonti più ampi; aveva gridato la propria frustrazione, la propria impotenza davanti all’ineluttabile indirizzo che stava prendendo quella storia. E Giorgia si era spaventata e allontanata.
Chiusa in bagno, ora, la donna si guardò allo specchio e fece una smorfia: un piccolo brufolo sul mento. Che scocciatura.
Prese il cellulare fra le piccole mani per risponde al messaggio di Leonardo.
“Vorrei tanto anche io, amore; ma come faccio?”
Già, avrebbe voluto: se tutta questa storia non avesse messo a repentaglio il castello di rispettabilità e certezze che ha accumulato in una decina di anni. 
Se non l'avesse costretta a rivedere le sue scelte e a rinnegare le sue certezze sull'uomo che aveva sposato.
Avrebbe voluto solo che questa storia fosse proseguita in parallelo, su un piano che entrambi erano riusciti a costruire e difendere per mesi, lontano dalle contingenze della vita reale, un piano dove tutto era circoscritto a loro due e al loro sentimento.
Una bolla.
Ma quel piano era irrealizzabile; o meglio, era incompatibile con la realtà. Leonardo non riusciva a capire che l’amore non è tutto.
Anzi, spesso l’amore non è nulla: è un’utopia surrettizia. Nella sua visione romantica, dove l’amore era un’iperbole sulla quale due individui possono correre, tutto il resto era risolvibile.
Leonardo non sapeva badare alla sostanza. Giovanni, tutto sostanza e Leonardo rarefatto nel proprio sentimento: scriveva bigliettini accorati, preparava cocktail che lei adorava e le componeva playlist per l’i.Pod.
Che altro avrebbe potuto darle? Niente, se non sterili sentimenti privi di orizzonte.
Giorgia si guardò di nuovo allo specchio, e si raccolse i capelli; si sentiva davanti a un bivio, ma aveva dentro di sé la certezza della scelta che avrebbe compiuto.
La scelta giusta.
Dopo tutto, la vita si può vivere benissimo in un bottone dorato.



giovedì 9 marzo 2017

USCITA DI SCENA



di Rocco Carta*

L’ultimo atto è cruento,
per quanto bella sia la commedia in tutto il resto;
alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre.
Blaise Pascal
Devo prepararmi per il suo ultimo atto, la sua uscita di scena.
Sarò sotto i riflettori tutto il tempo: la gente che arriverà a rendergli omaggio mi osserverà, mi dirà parole di circostanza, per cercare di consolare la povera vedova rimasta sola e lo piangeranno. Alcuni senza neanche averlo conosciuto sul serio.
Consolarmi? Tutte quelle persone avrebbero dovuto supportarmi in tutti questi anni di matrimonio, altro che consolarmi ora!
L’altro giorno la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Lui era stato investito mentre attraversava la strada e versava in gravi condizioni presso l’ospedale di zona.
Mi stavo asciugando dopo aver fatto la doccia, quando il cellulare si era messo a squillare. Dopo aver appreso la notizia, sono rimasta per qualche minuto in silenzio, pensando quasi fosse un suo stratagemma per tirarmi fuori di casa e potersi trovare faccia a faccia con lui. Comunque mi sono fidata del mio istinto: ho deciso di vestirmi in fretta e di recarmi all’ospedale.
Quando sono arrivata aveva già esalato l’ultimo respiro. Il medico mi ha raccontato, nel dettaglio, quali fratture gli avevano fatto perdere la vita. Mi girava la testa e mi veniva da vomitare. Il fato, il destino, che scherzi che giocano!
Quella sera lui sarebbe rincasato e avrebbe dovuto capire, una volta per tutte, che non sarei stata più una sua proprietà.
Erano giorni che mi tormentava con svariate telefonate a tutte le ore del giorno e anche della notte, implorandomi di tornare di nuovo insieme, alternando frasi smielate a minacce sempre più pesanti.
Faceva appostamenti sotto casa dei miei, dove per il momento ero tornata a vivere. I miei cari avevano paura e temevamo il peggio. Mi invitavano a stare attenta e a lasciare perdere di provare a rientrare a casa per recuperare i miei effetti personali. Era, per loro, troppo pericoloso e inoltre l’avrebbe fatto arrabbiare ancora di più.
Tutte le mie cose, i miei ricordi, i miei vestiti, pezzi di vita insomma, erano ancora nella casa in cui avevamo deciso di vivere. Da quando avevo deciso di andarmene, non vi avevo più messo piede.
L’avevo liquidato, dopo averlo denunciato per violenza domestica.
L’avevo perdonato troppe volte, gli avevo creduto, confidavo che sarebbe cambiato. Invece avrei dovuto andarmene al primo insulto, non avrei dovuto permettergli di arrivare neanche al primo schiaffo.
Maltrattata, derisa, offesa ogniqualvolta provavo a fare qualunque cosa non gli andasse a genio.
Le decisioni sulla nostra vita le doveva prendere rigorosamente lui. Ero e dovevo rimanere nelle sue mani. Una marionetta da manovrare a suo piacimento.
Non riuscivo ad uscire da quella situazione. Avrei voluto, ma avevo troppa paura.
Le poche persone a cui avevo raccontato quanto mi stava accadendo, invece di invitarmi ad andarmene da quell’orco, mi dicevano di resistere e mi invitavano a cercare di restargli accanto, in nome di quello che comunque era stato un grande amore.
Amore, ma come si fa a chiamare amore una relazione dove esiste un padrone della vita dell’altro? Un padrone che presenta sempre un conto spietato e salato.
Andò così fino a quando, una sera, in cui lui si trovava fuori con i suoi colleghi di lavoro, andai a partecipare ad un incontro sulla violenza di genere, tenuto da un’associazione del quartiere.
Alla fine di quell’incontro avevo già le idee molto chiare: parlare con le professioniste che avevano gestito quella serata mi aveva smosso e fornito molti suggerimenti e, finalmente, le parole che avevo bisogno di sentirmi dire. Non sono rientrata nemmeno a casa: dritta dai carabinieri sono andata.
Quando era rientrato a casa non mi aveva trovata, ma una telefonata lo aveva invitato a recarsi al commissariato.
Era rimasto attonito, ferito nell’orgoglio. Quella donna che lui, per insultarla e umiliarla, apostrofava come piccola e insignificante, incapace di avere una reazione vera, invece ce l’aveva fatta. Lo aveva colpito duro. Un montante metaforico in pieno volto, da cui per qualche giorno non era riuscito ad alzarsi. Non se l’aspettava.
Ma non rimase fermo e tranquillo, come già vi ho spiegato. La denuncia e quelle successive non lo avevano del tutto arginato. Rimaneva guardingo, in attesa di poter attaccare alla prima occasione.
Era furibondo oramai, non aveva nessuna intenzione di rendermi le mie cose. Aveva giurato che, se avessi messo piede in casa per riappropriarmene, mi avrebbe uccisa! Credetemi, ne sarebbe stato in grado.
Ma non importava: quella mattina, accompagnata da mia sorella e da un amico, sapendo che lui si trovava al lavoro, mi sono recata a recuperare tutto ciò che mi apparteneva. Questa cosa l’avrebbe fatto infuriare e, sicuramente, agire in qualche modo. Nessuno doveva o poteva ferire ulteriormente il suo orgoglio, non ubbidire a un suo comando. Io men che meno…
Ed ora guardalo lì, freddo, inerme, fa quasi pietà. Ma a me no!
Stanno chiudendo la bara, l’ultima volta che mi trovo costretta a stare faccia a faccia con lui. Vedo la gente che mi guarda e bisbiglia. Staranno pensando: “Guarda che forza, non versa neanche una lacrima”.
Lacrime a causa di quell’uomo ne ho versate tante.
Ora, provo solo uno sconforto dentro di me per non averlo lasciato prima, per avergli permesso di maltrattarmi per troppo tempo. Per avermi tolto la mia aria, per avermela fatta respirare inquinata per tutti questi anni.
Il corteo funebre si muove verso la chiesa dove si terranno le esequie.
Mi allontano dal carro funebre: la gente che accompagna la salma mi guarda basita, i suoi parenti, e anche i miei, mi guardano con un misto di disprezzo i primi e di stupore i secondi. Non me ne curo e continuo ad avanzare verso una rapida via di fuga.
Un signore che non avevo mai visto prima mi si avvicina mentre cammino, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quel circo. Si avvicina e mi chiede se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa e mi indica la direzione del corteo.
Rispondo che è tutto ok, che la mia direzione è opposta alla loro e continuo sui miei passi, lasciandolo basito e incredulo per la mia risposta.
Respiro a fondo, aria pura. Finalmente ritorno a respirare.

Rocco Carta


Già pubblicato in data 25/11/2016 su: www.Psicoterapiaimmaginativa.com

* Tratto dal Blog Storie qualunque - Racconti di un educatore narratore, pubblicato l'8/3/2017: con questo racconto inizia l'interscambio fra Storie Qualunque e Le Cronache di Sigma.

martedì 7 marzo 2017

SE SOLO QUEL TRENO PASSASSE DI QUA


di Rodica Cojocaru* (editing di Sigmund Chrona)


Questa storia fa parte dei tempi in cui scoprivo il mondo attraverso gli occhi di mia madre.
“Vedi, tesoro mio, come brilla la rugiada sull'erba? Questo perché gli angeli piangono tutta la notte le anime perse nel buio, come quella di tuo padre - mi diceva con aria triste - Ma tu devi stare tranquillo, perché non c'è pericolo per noi”.
“L'anima di papà: perché si è persa, mamma? E perché gli angeli non vanno a cercarla? Gli angeli sanno che non potrà mai trovare la strada di casa, senza la propria anima: come faccio a crescere senza di lui?”
“Piccolo amore mio, non devi preoccuparti. La tua anima è talmente pura e brillante che, anche col buio più profondo, tuo padre ti troverà; sebbene lontano, ti proteggerà e sarà sempre molto orgoglioso di te perché, nonostante tu sia così piccolo, sei riuscito a illuminare la strada al suo debole cuore”.
Così mi parlava, e questo suo modo misterioso di dire le cose mi faceva entrare in una specie di trance, cancellando tutti i brutti pensieri e risvegliando in me il bambino sereno che ero solo un anno fa: così incosciente e felice, al quale bastava il ritmico rumore delle posate, che mamma sciacquava scrupolosamente, per mettersi a ballare.
Avevo appena imparato a stare in piedi ma avevo già il ritmo nel sangue e nelle orecchie.
"Ma che fai scemo, questa non è mica musica - diceva mia sorella scherzando - Smettila che ti verranno le gambe storte!"
E rideva insieme a nostra madre che continuava a scuotere le posate per farmi impazzire dalla gioia.
Purtroppo questa felicità non durò molto.
In quel periodo andavamo spesso dai nonni, percorrendo almeno due chilometri a piedi; mamma mi chiamava l’ometto instancabile e diceva a tutti quanto fosse orgogliosa di me. Non conoscevo il motivo di quelle frequenti visite né la ragione per cui tornassimo a casa sempre così in fretta, lei con le borse troppo piene e pesanti, io quasi correndo, tenendola per il bordo di una delle borse pensando di aiutarla mentre invece non facevo altro che appesantirle il carico. La seguivo, senza fare domande, benché non capissi.
“Bravissimo, amore della mamma. Da grande sarai bello, e forte”.
“Più bello e forte di adesso? - chiedevo io, impaziente di ricevere la sua risposta – Adesso, però, mi fanno male le gambe, mamma. Prendimi in braccio: voglio stare in braccio a te, mamma”.
Così quella giovane donna posava le borse e mi invitava a sedere sul bordo della strada, guardando preoccupata a destra e a manca, per assicurarsi che non ci fossero pericoli.
“Siamo già a metà strada, piccolo mio: ci riposiamo un po' e poi sarà più facile; vedi, la strada inizia a scendere in questo punto, e la nostra casa si trova proprio laggiù. La vedi?”
Non potevo ancora sapere allora che quelle borse pesanti ci salvavano dalla fame.
“Mamma, se la mia anima è brillante, perché papà non mi trova? Non vede che sono stanco? Perché non viene ad aiutarmi?”
Mia sorella, sei anni più grande di me, spesso rimaneva a casa o andava da qualche parte a giocare con le amichette. Lei era grande e poteva scegliere. Io mi adeguavo al volere di mia madre, ma ero contento di stare con lei, perché era l’unica persona al mondo che sapeva regalarmi un senso di tranquillità; ogni suo gesto mi svelava il significato della parola famiglia.
Invece, ogni volta che la porta si apriva e vedevo la figura di mio padre che entrava, quando ancora stava da noi, mi veniva una strana, fastidiosa, sensazione allo stomaco.
Quando ripensavo a quella sgradevole sensazione mi domandavo se l'anima di mio padre non si fosse persa per sempre e se il suo corpo non fosse stato posseduto da uno spirito malvagio che me lo rendeva estraneo.
C'era un laghetto dietro casa nostra: era piccolo e gradevole, circondato da una strada sterrata e frutteti giovani; vi andavo quasi ogni sera, con mia sorella e mia madre. 
Ci incamminavamo in silenzio lungo la riva, compiendo l’intero giro, poi un altro, e un altro ancora, finché non ci stancavamo; a quel punto ci accovacciavamo sul ciglio della strada a guardare il lago, ammirare gli uccellini e le libellule sul pelo dell'acqua. Più di tutto amavo guardare i cavalli che pascolavano tranquilli ribellandosi agli assalti fastidiosi dei tafani e delle zanzare. Guardandoli mi rammaricavo di non avere anche io una bella coda e una criniera per difendermi a mia volta da quegli insetti.
Un giorno scorsi mio padre intento a maneggiare degli attrezzi di cui ignoravo ancora la funzione; quando ebbe finito, mi prese in braccio; sembrava di buonumore:
“Come sei cresciuto tesoro! Oggi andremo al lago: non solo per passeggiare come fai di solito, ma per pescare. Sai cosa vuol dire?”
Io lo guardai con gli occhi sgranati in attesa della sua risposta: con lui non era necessario parlare, poneva la domanda e dava subito anche la risposta.
“Vuol dire che andremo a prendere dei pesci con la canna da pesca! Sei contento?”
Io continuavo a tacere perché, benché fossi cresciuto, sentivo ancora una sorta di agitazione ogni volta che mi sentivo affidato a lui da un imprecisato destino. Non mi fece mai male; capii solo in seguito, molti anni dopo, la causa di quella sensazione.
Quella volta decisi di fidarmi e, ancor oggi, non sono pentito.
Ricordo che mi portò vicino ai cavalli: mentre pescava mi spiegò, con voce molto bassa per non spaventare i pesci, come vanno le cose; fu bello: io guardavo i cavalli immaginando di cavalcarli insieme a mia madre, portandola lontano, in un paese senza tristezza né paura.
Tornammo a pescare un’altra volta e un’ altra ancora. Iniziai a abituarmi a mio padre e al fatto che avesse voglia della mia compagnia esclusivamente quando si andava a pesca.
Tuttavia non ebbi modo di abituarmi del tutto: un giorno sparì senza spiegazioni, senza motivo apparente.
Talvolta, in seguito, vidi mia madre asciugarsi in fretta gli occhi fingendo non fosse nulla; eravamo ancora molto giovani, troppo per intendere cosa stesse succedendo.
Altre volte, origliando, la sentivo parlare al telefono con una delle sue sorelle: bisbigliava e parlava fitto.
"Non lo voglio vedere mai più, mai più" ripeteva; e io le tiravo la gonna inventandomi mille pretesti affinché posasse il ricevitore.
“Tesoro, vai a giocare un po' con tua sorella, vai che vengo subito anch'io” era la risposta abituale.
Allora imparai un trucco per far che le cose si sistemassero: una specie di spettacolo di ombre cinesi sulle mie palpebre chiuse; serravo gli occhi e, come per magia, papà appariva sul divanetto del salone; mia sorella si accovacciava accanto a lui e la mamma, sorridente e felice, non parlava più al telefono; addirittura, mi prendeva in braccio e mi faceva volare come un aeroplano su in alto.
"Accendi i fari capitano, o non vedrai la pista d'atterraggio! Terra, terra, è il capitano che vi parla: chiedo il permesso di atterrare" e così dicendo mi portava verso papà.
Io, impazzito per la gioia, mi aggrappavo forte forte al suo braccio : la gioia di quel momento immaginario era talmente forte che scordavo tutto il resto.
Fino a che qualcosa  non mi riportava con i piedi per terra: la voce di mia mamma, ancora al telefono, riaffiorava, cancellando le mie fantasie ingenue.
Allora rimanevo con lo sguardo perso nel vuoto, come se avessi visto un fantasma, come se fossi stato catapultato in un'altra realtà.
  
*   *   *

"Un giorno ti porterò a fare un viaggio in treno” sentenziò mio padre una sera, rientrato a casa dopo molti giorni di ingiustificata lontananza. Era semplicemente venuto a prendersi delle cose: non intendeva fermarsi.
"Vedrai com'è grande e veloce; e sentirai che rumore! Forte, sai?  Mica un semplice ciuf, ciuf. Con un po’ di fortuna potremo anche aprire il finestrino e salutare le macchine che passano sulla strada".
"Ma papà - esclamai - il treno non passa da qua! Non ci sono le rotaie!"
"Vedrai" disse lui sorridendo.
"E la mamma? Può venire anche lei, vero papà?"
Rispose con un cenno del capo; sufficiente a far volare la mia immaginazione molto lontano, dove c'era tanta luce e nessuna anima poteva perdersi nel buio; mio padre guidava il treno immaginario e io sedevo sulle sue ginocchia tenendo per mano mia madre.
Lo vedevo sempre più di rado in quel periodo. La mamma diceva che aveva sempre molto lavoro da sbrigare e che la mattina usciva molto prima che io mi svegliassi e tornava la sera inoltrata.
Mio padre mi tacitava con poche parole evasive.
"Abbiamo un controllo nella capitale. Dovrò restare tutta la notte a lavorare" diceva a mia madre.
"Prendi un po' di carne quando torni, non so più che cucinare", gli rispondeva.
"Non ho più soldi. Ancora non ho preso lo stipendio". Altre volte rispondeva: "Questo mese non ci hanno pagato".
"E quelli che hai preso per la terra che hai venduto? Attingi da quelli".
Ma sapeva bene che non avrebbe ottenuto niente: più lei insisteva con quella patetica richiesta, più lui si irrigidiva.
"Quelli non si toccano, non si sa mai come andranno le cose".
"Tu dove mangi? Non sei mai a casa. Lo sai che da una settimana mangiamo solo patate e uova?"
"Ne parleremo un'altra volta" chiosava l’uomo, uscendo a testa bassa dalla casa.

*   *   *

Mia madre mi metteva a dormire molto presto, quasi sempre prima che mio padre rincasasse. Suppongo lo facesse per risparmiarmi le loro interminabili discussioni: così aspre, fredde e taglienti.
Mi rasserenava con frasi bonarie e divertenti che suscitavano il mio riso. Mi addormentavo aggrappato alla certezza che almeno la mamma sarebbe sempre stata con me, anche se spesso triste e indisposta, ma pur sempre mia.
Finalmente arrivò il giorno che avevo atteso a lungo. Quella mattina la voce di papà mi sorprese, allegra e vivace come raramente l’avevo sentita:
"Sveglia dormiglioni, sveglia che oggi è il grande giorno! Andremo tutti insieme in città e non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa".
Mi preparai velocemente, trascinato dall’entusiasmo di poter passare tutta una giornata insieme alla mia famiglia. Una volta in strada mi accorsi dell’assenza di mia madre. Chiesi spiegazioni a mio padre, che rispose svogliatamente.

L'entusiasmo per il viaggio scemò rapidamente. Non mi interessava più il treno, né la sorpresa promessa.
Tuttavia, appena arrivati alla destinazione, la mia malinconia svanì e quello si rivelò come il giorno più felice che passai con mio padre; anche mia sorella era in preda all’euforia.
Papà ci aveva portati al Luna Park.
Draghi volanti, ruote di ogni misura, trenini e macchinine di tutti i colori: mi si era dischiuso un mondo fantastico e nuovo! 
Le sorprese non avevano fine: gelato e zucchero filato, bolle di sapone e pagliacci che ci regalavano bellissimi palloncini gonfiati e modellati a forma di animali.
Ero talmente felice che avevo l’impressione che mi stesse per scoppiare il cuore.
E tutto grazie a mio papà che era finalmente riuscito a trovare il modo di passare del tempo con me.
"Non vedo l'ora di raccontarlo alla mamma, papà. Così la prossima volta lascerà stare il lavoro e verrà con noi perché è troppo divertente. La portiamo con noi la prossima volta, vero papà?""Se ci sarà posto sul treno".
La sua risposta mi lasciò perplesso perché, a un tratto, mi resi conto di non ricordare niente del treno che ci aveva portati fino in quel posto.
Mi ripromisi, per il ritorno, di prestare più attenzione al treno, in modo da ricordarmi ogni dettaglio.
Mi resi conto che la mia felicità non poteva essere completa senza la presenza di mia madre. Sentivo ancora il calore del suo grembo, il nido che mi aveva coccolato e protetto in ogni situazione, che mi faceva ancora sentire al sicuro ogni volta che mi metteva sulle sue ginocchia e mi stringeva forte forte al petto: dovevo assolutamente riuscire a trovare un posto per lei su quel treno.
Con mio disappunto scoprii tuttavia che mio padre aveva scelto di rientrare con un torpedone, anziché col treno.
"Hai visto che mostro questo torpedone? Che cosa è meglio: il treno o questo?"
Io strillai disperato, facendo trasalire l'intera comitiva: dovevo assolutamente salire di nuovo sul treno, dovevo cercarvi un posto libero per mia mamma. Mio padre, tuttavia, faticava a comprendere il perché della mia disperazione e mi guardava confuso; io ero passato dalle grida al pianto, indifferente delle reazioni di chi mi attorniava.
"Non capisco che gli ha preso, l'ho portato al Luna park. Era tanto felice fino a pochi minuti fa". Si scusava con tutti.
"Sarà troppo stanco” diceva una voce femminile, piena di comprensione.
”Di solito i bambini fanno così quando si stancano" le faceva eco un’altra.
Mi addormentai piangendo e mi svegliai solo arrivati a casa, esattamente nel momento in cui mio padre mi passò alle braccia di mia mamma.
 “E’ uguale a te: non si riesce a accontentarvi mai”: nella sua voce coglievo chiaramente la delusione.
Io, aprendo piano gli occhi impastati dalle lacrime versate prima del sonno, mormorai:
“Mammina, puoi prendere il mio posto sul treno la prossima volta, io posso stare seduto anche sulle tue ginocchia: vedrai quante cose belle, vedrai!”
Mi addormentai di nuovo, felice di aver trovato la soluzione.
Passarono i giorni, la primavera lasciò il posto all'estate.
Noi ripetemmo le solite passeggiate al lago, le brevi visite dai nonni dai quali tornavamo con le borse piene.
Avevamo scarse notizie di papà.
La mamma si chiudeva sempre più spesso nel bagno, e non sentivo che singhiozzi alternati ai sospiri, da dove usciva con gli occhi rossi e gonfi come se avessi un brutto raffreddore. Alle mie richieste di spiegazioni, rispondeva sempre dando la colpa al sapone.
Ma parlando al telefono con qualcuno della sua famiglia diceva delle frasi strane come:
"Poteva farla finita prima. Mi ha reso la vita un inferno".
"Povero piccolo, l'ha fatto soffrire sin dal primo giorno".
"Lo sapevano tutti tranne me".
Essendo il periodo delle prime ciliegie, e i nonni ne avevano parecchi alberi nel cortile, mia madre decise che stare qualche giorno da loro ci avrebbe fatto bene; io ero favorevole perché nello stesso cortile abitavano i miei cugini che erano un po' più grandi di me e, anche se si burlavano spesso di me, avevano tante cose interessanti da mostrarmi.
C'erano gatti e cani, galline con i loro pulcini, un gallo, tanto spazio per correre e un'isoletta di sabbia per giocare. E poi c'era l'altalena: potevo far finta di essere al Luna Park; e questa volta mia madre sarebbe stata con me!
Non vedevo l'ora di andarci.
La casa dei nonni era comoda e spaziosa, almeno così mi sembrava allora. Certo è che in quel luogo ognuno trovava il suo angolo: a me, minuto e piccolo com'ero, sembrava enorme e spesso troppo vuota, specialmente quando dopo un bel sogno pomeridiano mi svegliavo più per il silenzio assordante che per l’effettiva necessità di svegliarmi.

Mi faceva compagnia una gatta bianca e nera di nome Giulia: si stiracchiava infilando le artigli nel copriletto, poi con un salto elegante si piazzava sul mio petto e iniziava a sfregare il muso da una parte e dall'altra del mio viso, facendo dei versi così sommessi che sembrava mi stesse rivelando un grande segreto.
A quel punto saltavo giù dal letto e andavo fuori, dove di solito si raggruppavano tutti per chiacchierare o svolgere qualche lavoretto in famiglia.
"Eccolo l'ometto più coraggioso del mondo! Dormito bene? Vieni qui che ti do un bacio - diceva la nonna aprendo le sue braccia per accogliermi nel suo petto - Come sei cresciuto! Adesso non ti posso più cullare sulla mia pancia".
Tutti ridevano guardandomi con amore e scuotendo la testa in segno di approvazione.
Fosse stato per me, sarei rimasto a vivere per sempre a casa dei nonni, non sarei mai più tornato in quell'appartamento piccolo e triste.
Mio padre si presentava senza preavviso e ci portava a fare una passeggiata al parco o a mangiare un gelato in un locale dove tutti lo conoscevano, lo salutavano amichevolmente e a volte si fermavano a scambiare qualche chiacchiera.
C'era una barista al banco, affettuosa con noi e molto gentile con mio padre. Ci pizzicava la guancia, ci accarezzava i capelli: trovavo tutto ciò fastidioso ma, vedendo mia sorella tranquilla e sorridente, mi rasserenavo.
Gli avventori ci guardavano con curiosità, si sussurravano parole l’un l’altro; tutti, però, avevano il sorriso sulle labbra e questo mi metteva a mio agio, sebbene stare in mezzo alla gente non mi piacesse. Con me c'era mia sorella e c'era, cosa più importante, mio papà.
Restammo a lungo in quel locale, troppo a lungo.
Di tanto in tanto lo imploravo di andarcene, poiché ero stanco; mia sorella per una volta era d'accordo con me.
Lui ci zittiva con dolcezza poi continuava a parlare sottovoce con la barista che lo guardava in un modo per me incomprensibile. Il loro strano atteggiamento mi aveva incuriosito: smisi di parlare e li osservai con i miei occhi di bambino innocente e ingenuo.
Papà parlava al rallentatore, allargando il sorriso alla fine di ogni frase. La ragazza, col volto illuminato, lo guardava per un attimo negli occhi, poi abbassava lo sguardo, infine scrutava a destra e a sinistra come se avesse paura che qualcuno rubasse la loro intimità. Poi portava la mano alla testa e si sistemava i capelli dietro l'orecchio con un movimento lento come se volesse sentire meglio e allungare quel momento all'infinito.
Ai tempi non comprendevo il gioco che facevano davanti ai nostri occhi, ma sentivo una forte stretta allo stomaco; mi era successa una cosa simile molto tempo prima, quando mi ero messo a piangere come un disperato e a dimenarmi e a chiamare mia madre solo perché mio padre mi aveva preso in braccio.
Mi alzai all’improvviso, camminai deciso verso di loro; afferrai la giacca di papà e la tirai forte finché non ci dirigemmo verso l'uscita.
"Un po' antipatico questo ragazzino".
Sentii nettamente la voce della barista che accompagnava la mia uscita.
"Ci vediamo più tardi", rispose blandamente mio padre e ci portò via. Non c'era più speranza di andare al parco o in qualsiasi altro luogo divertente: papà non aveva più tempo a sua disposizione. L'aveva tutto sprecato in quel bar, con quella ragazza.
L'episodio aveva lasciato un velo di tristezza in me; non proferii più una parola finché non arrivammo a casa. Anche mia sorella sembrava turbata: infatti, dal bar, non aveva più parlato.
"Lo so, lo so, avrei dovuto portarvi fuori a giocare; ma sapete che papà anche quando non è al lavoro si deve impegnare molto affinché le cose vadano avanti" provò a giustificarsi; mi chiedo sempre perché scegliesse sempre questo modo serioso per farlo, come se stesse parlando con il suo capo e dovesse trovare una motivazione grave per giustificarsi e per fare bella figura più che dire la verità.
Mi addormentai in un istante quella sera, la testa poggiata sulla spalla di mia madre, cullato dalla melodia di una delle sue belle canzoncine, che da sempre recitava per ore nella speranza che smettessi di piangere e mi addormentassi.
Ero un bimbo inquieto: nemmeno i medici riuscivano a capire neanche perché piangessi così tanto; si limitavano a dire ai miei genitori di avere pazienza e di affidarsi al tempo.
Mia madre stava per essere travolta: mia sorella andava a scuola, mio padre non aveva né tempo né voglia di occuparsi della sua famiglia, e io complicavo tutto quanto.
I pochi momenti di pace erano quelli che passavo con gli animali domestici a casa dei nonni; mamma si sedeva sui gradini di casa da dove poteva osservarmi meglio e finalmente vedevo il suo viso illuminarsi; a volte, addirittura, rideva: perché la lotta che intraprendevo entusiasticamente con i gatti e i cani le appariva talmente buffa da farle dimenticare per un momento tutte le preoccupazioni e i dispiaceri.
Quella sera sognai e per la prima volta ricordai il sogno come se lo avessi vissuto nella realtà.
Non fu uno di quei bei sogni da ricordare per tutta la vita; fu, invece, un incubo terribile, soprattutto per un bimbo come me.
La mia famiglia era riunita, alle giostre; eravamo allegri e felici, la musica suonava quasi da far scoppiare le orecchie, palloncini colorati ci volavano intorno; io e mia sorella ci rincorrevamo ovunque, euforici.
A un tratto mi resi conto di trovarmi sui binari di un treno, apparso dal nulla senza far rumore, che procedeva minaccioso verso di me: paralizzato dalla paura, il mio sguardo era inchiodato sul macchinista, che aveva gli occhi coperti da un cappello simile a quello di una strega e non accennava a frenare; anzi, rideva in un modo strano come fosse felice di schiacciarmi come uno scarafaggio; non udivo altro che la sua infernale risata. Poco prima di travolgermi il macchinista si era tolto il cappello, rivelando la propria identità: si trattava dell'amica di mio padre, quella carina che mi aveva però ispirato tanta angoscia, quel giorno, al bar.
Mia madre, sempre attenta, mi spinse così forte da farmi volare via; volavo come una piuma e salivo nel cielo, guardando ciò che succedeva sotto di me: mia madre che scuoteva violentemente mio padre; lui che si liberava di lei con uno schiaffo e saliva al volo sul treno in lenta progressione; la barista che rideva a crepapelle dirigendo il convoglio verso un banco di nebbia fitta formatasi misteriosamente; ancora la mamma, salita anch'essa su quel maledetto treno, che lottava; i due amanti che facevano di tutto per buttarla giù, riuscendo infine nel terribile intento di sbarazzarsi della donna che intralciava il loro cammino verso un mondo a noi sconosciuto, ma da loro tanto desiderato.
Mi svegliai tremante e sudato, e invocai in lacrime mia madre.
"Non salire su quel treno mai – implorai urlando -  mai e poi mai!”
Inutile dire che per tutta la notte quella povera donna restò seduta cullandomi e vegliandomi sulle proprie ginocchia.
Papà venne sempre più di rado a prenderci, e io accettavo di andare via con lui solo se mi diceva esattamente dove saremmo andati e se prometteva di non portarci più in quel locale, da quella donna.
"Ma che ti importa se passiamo di là? - mi apostrofava mia sorella - almeno ci mangeremo un bel gelato."
Io, al contrario, non riuscivo a scacciare l’inquietudine, considerando quel sogno come una premonizione.

*   *   *

L’estate stava finendo e noi eravamo ancora a casa dei nonni: era insolito che ci fermassimo così a lungo in quella casa. La mamma ogni tanto spariva per un giorno intero e io non facevo che chiedere di lei. Pensavo tra me e me che fosse a cercare mio padre e che sarebbe tornata portandolo con sé. Ma lei tornava sempre sola, stanca e triste. Avevo notato in lei un dimagrimento innaturale: i suoi vestiti, che una volta le calzavano a pennello, adesso pendevano come su una gruccia.
Quando mi prendeva in braccio e mi stringeva al petto, sentivo le sue ossa entrarmi nella carne come un coltello taglia il burro.
Non capivo, all'epoca, la ragione di tutti questi cambiamenti improvvisi: percepivo solo la tensione della situazione e una cupa necessità di chiudermi in me stesso, lontano da tutto e da tutti; con la speranza che, una volta uscito dal nascondiglio, avrei trovato un mondo nuovo di serenità e leggerezza. Mi rifugiavo in un angolo, dove mi addormentavo per poi svegliarmi con la voce di mia madre che mi cercava disperata. Oppure, perso nei miei pensieri, mi veniva un'angoscia tale che iniziavo a chiamare con tutte le mie forze finché qualcuno mi veniva a prendere.
Imparai a distinguere bene lo stato d'animo degli adulti, soprattutto di mio nonno: quando sulla fronte gli appariva una riga verticale, sapevo che era molto preoccupato; se la riga era orizzontale e scuoteva la testa da una parte all'altra, era disperato. Se invece iniziava a sbuffare, arrossire, aprire la bocca, era sicuramente molto arrabbiato.
Mia madre, invece era però molto difficile da interpretare: non voleva che noi, i suoi figli, ci preoccupassimo: nel momento in cui mi vedeva arrivare allargava le braccia e mi regalava uno dei suoi bei sorrisi facendomi dimenticare perché mi ero avvicinato.
Passavo le ore giocando con i cani, rincorrendoli per l’aia e divertendomi a farmi attorniare da essi. Coi gatti, invece, facevo un altro gioco: mi sedevo comodo sul divanetto in cucina e, con una canna e una piuma, facevo fare loro salti acrobatici.
Le mie risate attiravano l’attenzione dei miei cugini, che mi raggiungevano per partecipare allo spettacolo: allora toccava a me coinvolgerli o meno nel mio gioco, ero io a fare le regole. Ciò mi infondeva sicurezza.
Sapevo che a breve la scuola avrebbe avuto inizio e che avrei dovuto tornare al nostro piccolo appartamento. Rimanevano ancora pochi giorni, da impiegare in modo proficuo e divertente.
"Domani mattina andremo tutti in città al mercatino scolastico - ci disse nostra madre una sera, preparandoci per la notte - Cercate di dormire bene perché la giornata sarà lunga e stancante per tutti."
Non ci disse che ci aspettava una bella sorpresa: la mattina scoprimmo che al mercatino sarebbero venuti anche i cugini e le zie. Mentre la festosa compagnia prese posto vociando sul torpedone,  parlando dei progetti per la giornata, io avevo solo un pensiero in testa: ringraziavo il cielo che non avessimo preso il treno; quel brutto sogno continuava a turbarmi. 
Mi tormentava ogni volta che sentivo pronunciare la parola treno; mi tormentava, ancora, quando ripensavo alla giornata trascorsa  al luna park, e la sera, prima di dormire, mi invadeva una tristezza che non riuscivo a scacciare neanche recitando il Padre nostro.
"Manca solo papà" mormorai quasi senza accorgermene e le facce delle zie a divennero più serie e lunghe.
"Non vedi che non c'è nessuno dei due papà? – mi rimbrottò mia sorella, mentre le zie annuivano in silenzio - I papà hanno cose più importanti da fare"
Mia sorella mi appariva come una creatura molto strana; non faceva domande: dava risposte. Qualsiasi cosa chiedessi, lei trovava la risposta giusta. Non capivo come fosse possibile che, pur essendo ancora una bambina, sapesse più cose degli adulti.
Aveva, inoltre, un vero talento nello spaventarci con le sue storie nere; vedeva tutto in una luce negativa e macabra.
Durante il tragitto verso il mercato scolastico ognuno era assorto nei propri pensieri; mia sorella giocava coi miei cugini; io, seduto sulle ginocchia di mia madre, guardavo il paesaggio che scorreva oltre il finestrino; le zie parlavano tra loro sommessamente, per non disturbare gli altri passeggeri dell'autobus.
A un certo punto realizzai che il torpedone aveva oltrepassato i mercatini, e noi avevamo saltato la fermata giusta; mia sorella chiese spiegazioni alla mamma che ci invitò a pazientare: poco dopo, con nostra gioia, scoprimmo di essere diretti al Luna park.
Fu una giornata di allegria inattesa che ci unì oltre l’immaginabile. Tornammo a casa quella sera con la sensazione che fra tutti noi si fosse instaurato un legame profondo, convinti che nulla avrebbe più potuto guastare la sintonia creatasi tra noi. In quella giornata divertente, anche la mamma aveva preso parte, e questo mi rallegrava ulteriormente.
Ma la tempesta si stava avvicinando e io non avevo idea di quanto sarebbe stata violenta per me, perché avrebbe spazzato in un batter d'occhio il nostro piccolo e sicuro focolare familiare.
Poco tempo dopo la nostra bellissima escursione in città, la mamma ci chiamò e tenendo tutti e due stretti vicino a se: iniziò senza preamboli un discorso che a noi sembrò proprio fuori luogo:
"Voi sapete quanto vi voglio bene, più di qualsiasi altra cosa al mondo. La mia vita è tutta per voi, voi siete la luce di miei occhi - parlava come se fosse l'ultima volta che ci saremmo visti - Io devo andare in città, da sola stavolta, e non so quando tornerò. Voi dovete fare i bravi, ascoltare le vostre zie e i nonni, mangiare e dormire bene. Voglio che cresciate grandi, belli e sani. Dovete avere cura l'uno dall'altro".
"Ci dici queste cose da sempre e in continuazione: perché questo discorso proprio adesso e poi per un solo giorno?" obiettò mia sorella.
"Voi ascoltate e datemi retta: se sei una persona educata e buona, la gente ti aiuta in tutto".
Eravamo preoccupati: non era mai successo che ci facesse tutte queste raccomandazioni in una volta sola. Vedendo mia sorella affrettarsi a darle un bacio e andare via verso la casa dei cugini, decisi di restare con la mamma per non farla sentirsi sola. Stringevo la sua mano e la seguivo per tutta la casa.
Poi tutti uscirono, la salutarono e la abbracciarono, tenendola stretta più a lungo del solito; la baciavano tre volte sulle guance, come si usa dalle nostre parti.
Sembrava che stesse partendo per non tornare più; e io sentii quella sgradevole sensazione allo stomaco che non sentivo da molto tempo. Mi aggrappai con forza a lei finché mi prese in braccio e mi strinse forte al suo petto con una mano; con l'altra strinse al corpo mia sorella, tenendoci così per un momento, incapace di dire una parola per l’emozione, ma continuando a sorridere; i suoi occhi, tuttavia, mi sembravano troppo tristi e lucidi come l'erba coperta di rugiada la mattina.
Poi si voltò girò e si avviò verso una strada che, capii in seguito, sarebbe stata interminabile, per un bambino troppo attaccato alla madre come me.
“Quando torna mamma?”
Per tutto il giorno ripetei ossessivamente quest’unica domanda, senza peraltro ottenere risposta
Dopo cena stetti al portone ad aspettarla. La sera diventava sempre più buia ma io resistevo alla stanchezza e alla paura dell'oscurità. Piangevo e la invocavo nel buio.

*   *   *

Tutt'ad un tratto i miei cugini e anche mia sorella erano diventati molto più carini con me: qualsiasi giocattolo volessi era mio; nessuno si burlava più di me e tutti si impegnavano a farmi compagnia. Loro, evidentemente conoscevano la verità: sapevano che non avrei rivisto presto mia madre.
Io continuavo a aspettarla, sera dopo sera, appoggiato al portone, con le guance in fiamme e le gambe tremanti; l'aria fresca segnava una nuova stagione, la più triste e lunga della mia brevissima vita.
Poco dopo iniziò la scuola e la mia tristezza aumentò: ero solo in quel cortile troppo grande.
Nemmeno giocare con gli animali mi distraeva più.
La speranza che mia madre mi sentisse e tornasse a casa era svanita e smisi persino di invocarla.
Mia sorella divenne l’oggetto della mia attesa e del mio affetto: senza rendercene conto tra noi due si stabilì un rapporto molto stretto, che alleviava la mia sensazione di solitudine.
Inoltre le poche apparizioni di mio padre mi facevano dimenticare per un po' il senso di vuoto. A volte ci portava al cinema, a volte passeggiavamo per il paese. Qualche volta gli chiedevo se sapesse cosa era successo alla mamma, dove fosse o quando sarebbe tornata; le sue risposte erano talmente evasive che smisi di chiedere.
Passeggiando vicino a lui spesso mi tornavano in mente le parole di mia madre, sugli angeli e le anime. Temetti che anche l'anima di mamma si fosse persa nel buio: forse la luce della mia anima non era sufficientemente forte da riuscire a illuminare la strada per tutti e due.
Ormai mi ero abituato al pensiero che non l’avrei più rivista: così presi a pensarla intensamente e a parlarle in segreto col semplice pensiero.
Come spiegare l'amarezza del sentimento di un enorme vuoto nell'anima di un bambino piccolo che, in così breve tempo e inspiegabilmente, perde le due persone più importanti? Che cosa le rimane dentro dopo aver esaurito tutte le speranze, le lacrime e le domande? Cosa può fare quel bambino così piccolo per liberarsi da quel peso insostenibile?
Nessuno mi avrebbe dato una risposta soddisfacente; forse,solo il tempo che passava sarebbe riuscito a placarmi e a trasformare il vuoto che mi riempiva in una forza per andare avanti.

*   *   *

Verso la fine dell'autunno venimmo a sapere che nostro padre si era risposato con la ragazza del bar e che presto sarebbe nato loro un figlio; la cosa non mi dispiacque: desideravo tanto un fratellino! Veniva a trovarci sempre più di rado e le poche volte che lo faceva portava sempre meno gioia: mia sorella era rimasta talmente sconvolta da questa notizia e non riusciva ad accettare la situazione.
Il loro modo di comunicare era un continuo battibecco che mi agitava ma, allo stesso tempo, mi faceva comprendere meglio l’intera situazione.
Poco dopo le zie e i nonni decisero che era arrivato il momento per mettere tutto in chiaro: il difficile compito fu affidato a nonno.
Rimboccandoci le coperte, una sera, si sedette sul bordo del letto e iniziò un discorso sulla vita, di cui ricordo solo una piccola parte:
"La vita è una cosa molto difficile, diceva guardando nel vuoto. Oggi può essere bella e domani brutta, ora allegra e subito dopo triste, oppure, adesso leggera e subito dopo pesante. In un momento siamo noi a indicarle la strada è nel momento successivo e lei che ci sorprende con i suoi sentieri imperscrutabili. Immaginate un treno con tanti vagoni - lungo la vita, a volte per necessità a volte per forza di cose, si lascia un vagone e si entra in un altro. Succede quando si prende una decisione importante, quando si fa un passo importante nella propria vita. Oppure quando ci si accorge di aver sbagliato; o, ancora, quando si fa un sogno di cui non ci si può più sbarazzare: allora si salta da un vagone all'altro inseguendo quel sogno che tanto ci tormenta. A volte si cambiano troppi i vagoni, perfino contro la propria volontà; ma il viaggio continua sullo stesso binario e ognuno è libero di scendere e salire quando vuole. È successo che i vostri genitori sono saliti per sbaglio su carrozze diverse e da allora non sono più riusciti a ritrovarsi.”
"Allora la mamma è ancora su quel treno che sta cercando di trovare la fermata giusta per incontrare papà - chiosai con la voce fiacca. Improvvisamente mi balenò in mente una soluzione; balzai in piedi e urlai - Sarebbe meglio che la mamma torni qui subito, perché papà scenderà sicuramente prima o poi alla stazione più vicina! Non credi, nonno?"
Mia sorella si limitò a roteare gli occhi. Il nonno tacque a lungo, poi proseguì:
“Vedi piccolo mio, purtroppo quel treno non passa di qua e nessuno può intervenire in questi casi. Non possiamo che dare un consiglio e sperare che sia ascoltato. Ma la decisione su quale vagone prendere e quale vagone abbandonare, ognuno la prende da solo”.
Quella notte, per la seconda volta, feci un sogno molto realistico: un treno enorme con una sola carrozza; da un capo mio padre che teneva per mano mia sorella, dall'altro mia madre che teneva per mano me; ci avvicinavamo lentamente guardandoci negli occhi e la gente si spostava facendoci passare.
Mi svegliai rigenerato e corsi dal nonno in preda all’eccitazione.
"Ho trovato la soluzione, nonno: da grande costruirò un treno con una sola, enorme carrozza: in questo modo nessuno si perderà anche se dovesse scendere e salire più volte!"
“Allora dovrai costruire anche la ferrovia adatta e una bella stazione qui in città, disse il nonno con il sorriso sulle labbra.”
Il petto mi stava per scoppiare dalla gioia: nemmeno il lungo tempo che mi divideva dal momento della realizzazione del mio meraviglioso progetto non mi sembrava così lontano. Un improvviso stato di calma e serenità mi avvolse e mi riscaldò l’anima come una coperta nel bel mezzo di una violenta tempesta di neve.
Guardavo l'orizzonte con uno sguardo limpido, il viso rilassato e sorridente, pieno di speranza e entusiasmo: nel mio cuore ingenuo non c’era spazio per altro che non fosse quel treno: il mio treno, il treno di un’eterna felicità.
E un pensiero fisso mi ruotava in testa, instancabile come una girandola al vento:
"Quel treno dovrà passare per forza di qua!"

* Questo é il primo esperimento di scrittura creativa di Rodica Cojocaru, una lettrice assidua de Le Cronache di Sigma che ha deciso di mettersi alla prova; da parte mia, mi sono limitato a rettificare alcune forme verbali ostiche per  chi non è di madre lingua e a dare una forma definitiva al racconto, che spero venga apprezzato.