mercoledì 8 novembre 2017

CRONACHE DALLA DESOLAZIONE METAPERIFERICA


Quando scende il buio, la situazione diventa appena tollerabile: ma solo in quel momento, quando il nero avvolge ogni edificio e le innumerevoli luci sembrano dare un che di vivo al circondario.
Ma di giorno, accidenti, di giorno il brutto emerge con tutta la propria violenza.
Grigiore diffuso, prima di tutto.
E un’ininterrotta striscia di asfalto, che si dirama per ogni dove come il delta impazzito di un fiume arrivato alle sabbie della foce. Lungo quelle lingue di colore grigio, di una tonalità solo più profonda di quella del cielo che incombe nuvoloso, o lattiginoso a seconda nei giorni, si ergono e sviluppano edifici privi di etica e di estetica, elevati senza costrutto alcuno, senza una logica, senza un ordine, senza amore.
Capannoni industriali, concessionarie di auto, concessionarie di auto riconvertite in ristoranti, centri commerciali, fast food, supermercati, palazzine residenziali capitate in quell’inferno per un’apparentemente casualità, pensiline di autobus, fabbriche ormai deserte le cui strutture metalliche si incurvano sotto la ruggine, marciapiedi sbocconcellati dall’incuria e dal rigore dei molti inverni, stazioni di servizio, campi pressoché incolti abbandonati a sterpaglie.
Ai margini, come un’enclave del tempo che non si rassegna al degrado, sopravvivono in modo residuale edifici di un’epoca precedente nella quale l’agricoltura governava e disegnava il territorio e nella quale le abitazioni erano un contorno ai terreni coltivati: una chiesa, un municipio di due secoli precedenti, case con le imposte logore e i muri scrostati. Vecchi negozi con pochi clienti tengono aperti i battenti più per tradizione che per convenienza economica.
L’area geografica che dalla grande metropoli si sviluppa per molti chilometri a nord - nord ovest, è un pullulare di borghi necrotizzati e alienati come zombie che richiamano nel proprio nome la poesia e l’incanto di un tempo, quando quei luoghi erano rifugio di poiane, di barbagianni, di aironi o dove i campi e i boschi facevano da corollario a risorgive e rogge e laghetti.
Non ora. Ora è la morte della bellezza, la morte della natura.
Lungo l’arteria principale, il grande fiume di asfalto, si muovono lentamente code di automezzi pesanti, che sbuffano il loro smog a ingrigire un’aria già grigia, a renderla fetida e irrespirabile.
Lungo i marciapiedi, camminano stanchi individui carichi di sacchetti della spesa, mamme che spingono passeggini o tengo bimbi per mano, studenti con i propri pesanti zaini, mentre aspettano l’autobus per casa.
Qui tutto è brutto, anche le persone, anche i giovani che si muovono nei centri commerciali, reggendo sottobraccio sacchetti con il bottino giornaliero dello shopping inevitabile. Persone obese o sciatte, brutte non tanto nell’aspetto o nell’abbigliamento, quanto nello sguardo, spento e privo di ogni vitalità.
In questo paesaggio che molti, il cui raziocinio è affogato nell’oblio ottundente della quotidianità, non percepiscono più se non come un sottofondo come un altro alle proprie esistenze rassegnate si muove Sigma.
Sigma, forse, sta seguendo una deriva fatalista che lo porterà altrove: ma al momento è qui. E’ qui perché lavora in questo luogo marginale del luogo, di ogni luogo e del tempo, di ogni tempo.
Sigma è un esteta, si nutre di solitudine, e non si arrende al brutto; vaga ostinato alla ricerca di qualcosa di bello che lo incanti anche solo per un istante, prima di tornare alla propria scrivania, a incolonnare numeri che probabilmente nessuno leggera mai.
Poi, quando sopraggiunge la sera, il buio premortale degli autunni che solo in questo luogo possono essere così opprimenti, risale in macchina, accende la musica e lascia che il lungo serpente di auto lo riporti a casa.

E, ogni sera, pensa alla svolta che prima o poi arriverà.

lunedì 6 novembre 2017

MIND GAMES



Il mito vanitoso
affogò in uno specchio di superbia
(Narciso improvvido)
per afferrare la propria bellezza.
Io (al contrario) rifuggo lo specchio 
che riflette il mio volto
incapace di accettare che quel viso da bimbo
che ancora sento mio
abbia avuto i lineamenti mutati e deformati 
dai troppi personaggi
che (complice inconsapevole)
ho lasciato che altri mi cucissero addosso
pensando (ingenuo) di poter
interpretarli tutti
senza mutare

giovedì 7 settembre 2017

METAFORICO-BOTANICA



Ancorato da solide radici alla terra di questo luogo, soffro la prigionia impostami dalla natura: vivere perennemente nello stesso posto, quando invece vorrei volare o almeno correre altrove, sempre altrove. 
Il movimento è la mia ossessione, e il passare del tempo, che vedo scorrere sull’ingiallire delle mie foglie e il rinsecchirsi dei miei rami scuri.
Per me, che dell’impazienza ho fatto un demone che mi divora dall’interno, come un tarlo fastidioso o un fungo paziente a minare le mie radici, l’attesa per lo schiudersi di una gemma o lo sbocciare del fiore è uno sforzo estenuante. Piccoli progressi, quando vorrei un salto, o l’ebbrezza di un’accelerazione.
E tuttavia non ho altra scelta che aspettare, in silenzio, che gli eventi si compiano in me e intorno, come il passaggio di una nuvola gonfia di acqua fresca, il soffiare del vento simile a una carezza amorevole fra le mie fronde, o un raggio di sole primaverile che mi risvegli dal torpore emotivo della morte invernale.
Ogni volta è una rinascita, e un nuovo vigore e nuove aspettative e nuove illusioni nascono in me come le foglie verdi che riempiono i miei rami a ogni primavera. Ma l’autunno arriva, dopo il fuoco ottundente della passione estiva, portando con sé l’oggettività della ragione e tutto imbrunisce.
A volte, uno strascico di edera si avvolge attorno a me, offrendomi un abbraccio che non scalda. A volte rondini, passeri e cornacchie si fermano fra le mie braccia per una compagnia alla quale non posso, né voglio, abituarmi perché so che presto o tardi tutti se ne andranno e io resterò solo, in mezzo a tanti altri come me.
Che, pensandoci, è un buffo dispetto della natura: ci chiamino bosco o foresta, siamo in tanti, vicini o allineati, mescolati e coi rami intrecciati.
Ma fondamentalmente soli.

venerdì 1 settembre 2017

AVER PAURA DI NON SAPER MORIRE



Tu non sai morire.
Un'amica, scuotendo il capo con dolcezza, me lo disse un giorno, girando l'indice sul bicchiere vuoto di un aperitivo. C'era amore, in quelle parole, e fierezza e ammirazione.
A volte ci penso, mentre rivedo i suoi occhi color miele e le labbra lucide di Campari: io ho davvero sfiorato la morte mille volte. La morte fisica, intendo, senza morire.
Una da bimbo.
Una Charms, quelle caramelle quadrate di zucchero durissimo al gusto di frutta e incartate nella plastica trasparente, mi scivolò in gola. La stavo ciucciando soddisfatto, gustandomela come solo i bambini sanno gustare i piaceri semplici, prima di entrare nella clinica dove mio fratello era nato da poco.
A un certo punto me la ritrovai conficcata in gola e cominciai a boccheggiare.
Mio padre, allarmatissimo, mi prese per le gambe e mi ribaltò e imprecò e invocò il suo Dio e mi picchiò la schiena e mi urlò di tossire finché non espulsi quella morte zuccherosa dalla gola.
Non pensavo a questo episodio da tanti anni: adesso vedo nitidamente i contorni della clinica, e della macchina sulla quale viaggiavo con mio papà e ricordo il sapore dolciastro alla ciliegia di quella caramella assassina. E penso con nostalgia a quel bambino con gli occhi enormi che era contento di essere in macchina col papà, in giro per la grande città.
Un’altra da ragazzo.
Un’autostrada che corre lungo il mare, poco dopo l’alba.
Quella sciagurata di Laura, la mia ragazza scostante che mi lasciava per poi riprendermi subito dopo, guidava troppo veloce e non seppe gestire una sbandata; ci ribaltammo nel bel mezzo di una curva, durante il sorpasso a un autotreno: una capriola rumorosa e poi la mia bella Ford Escort verde metallizzato, con la quale avevo rimorchiato le prime ragazze, nella quale avevo sperimentato la camporella nei boschetti della Brianza, terminò la propria corsa e la propria vita sul ciglio della strada. Dall’autoradio usciva ancora la melodia di una canzone: The best has yet to come, il meglio deve ancora venire. Non si riferiva a quella vacanza, sicuramente.
Me la cavai con lividi e graffi, e restai vivo; messo sicuramente meglio dell’ammasso di lamiera accartocciato che era la mia automobile.
Mnetre il carro attrezzi la portava dallo sfasciacarrozze, ripensai ai primi faticosi tentativi di coordinare i movimenti acceleratore-frizione-cambio-frizione-acceleratore.
Un’altra volta ancora, questa in mare aperto.
Navigai il mio battesimo del mare su onde altissime sollevate da un libeccio infuriato al largo di Livorno, in una notte di fine ottobre: il cielo nero era punteggiato di stelle e le onde spazzavano il ponte della piccola barca a vela, inondandoci di acqua gelata e salata. Mi sembrava tutto meravigliosamente avventuroso e non notavo il volto pallido dello skipper che, bestemmiando, cercava di tenerci a galla. 
Poco più al largo un’altra barca meno fortunata si rovesciò, regalando al fondo due vite giovani ed esperte di vela.
Io, invece, posai immeritevole i piedi sulla terra di Capraia e mangiai e bevvi come solo gli stolti ignari della propria fortuna sanno fare.
Non mi rendevo ancora conto di essere un moderno Giona, con un conto aperto nei confronti di un Dio dispettoso, che ti fa sfiorare la fine per poi obbligarti a continuare il cammino.
Anni dopo, mi si suggerì di fare testamento: avevo un brutto male e mi restava evidentemente poco.
Scrollai le spalle, indifferente alla vita, mentre tutti intorno cadevano nella prostrazione. In tv c'erano le Olimpiadi di Atlanta e, sinceramente, ero interessato più a quello che al mio sangue: fatti due conti, in quel momento della mia esistenza, non avevo molte ragioni che mi tenessero aggrappato alla vita.
Una chiusura, in quel momento, avrebbe rappresentato per me motivo di sollievo.
Avevo deciso di lasciare che le cose succedessero, senza provare a governarle: governare la vita, un’ossessione presuntuosa che avevo avuto fino a quel momento, retaggio del carattere volitivo di mia mamma: tutto si può condurre in porto, basta volerlo.
Decisi di lasciar perdere, di fare lo spettatore.
Passai mesi a guardare il culo delle infermiere che si avvicendavano al mio capezzale, mentre la mia vita scorreva vicina al limite finale; ci riflettevo come fosse quella di un altro sconosciuto, mentre i miei cari facevano voti mercimoniali con Dio.
Un genio invasato, luminare in missione, mi prese per i capelli e mi salvò, senza salvare i miei capelli biondi.
Poi, lo stesso genio missionario, morì lasciandomi la rabbia di una gratitudine non voluta e non risolta. Lasciando a me la vita, senza che io sapessi che farmene.
Negli anni a seguire affinai la mia capacità di sopravvivere, senza tuttavia imparare mai a vivere davvero: un essere sospeso, senza soluzione e senza pace.
Fu un continuo sopravvivere a una morte silenziosa, indolore, metafisica. Una morte somministrata dalle delusioni, dall’insoddisfazione, dal dolore, dalla negazione di sé, dalla solitudine. 
Un continuo cadere e rialzarsi, cercando nuovi obiettivi, sperperando altro entusiasmo, offrendo aspettative e cercandole, vanamente, negli altri. Un avvelenamento sistematico di quei sogni del bambino che ciucciava la caramella.
Senza smettere di sentirsi Giona, senza smettere di maledire quella vita e al tempo stesso lottare epr cercare di onorarla.
Una morte senza morte, una vita senza vita; un procedere incessante, ottuso, alla ricerca di motivazioni surrettizie che mi ha condotto alla consapevolezza di non saper fare la cosa più semplice, la più umana.
Morire.
E di questo ho paura.

Perché adesso
sono stanco.

lunedì 19 giugno 2017

UN UOMO/UN RAGAZZINO



Fu così che una domenica, una domenica di inizio estate, mentre le campane della vicina Basilica riempivano l’aria invitando i fedeli alla Messa mattutina, fu così che si soffermò davanti allo specchio, dedicando un’inusitata attenzione all'immagine in esso riflessa: non era la figura attraente di Narciso, ma quella di un uomo del quale a malapena riconosceva i lineamenti e l’aspetto.
La testa quasi completamente priva di capelli e quei pochi sopravvissuti ormai ingrigiti, le gote riempite e leggermente cadenti, la pelle cerea velata da un filo di barba e i suoi occhi, quegli occhi azzurri che ricevevano complimenti dai quali si era sempre schermito, ora offuscati da un velo di malinconia.
Riaffiorò alla propria mente, a quel punto, il volto del bambino che si specchiava chiuso nel bagno della casa paterna, lontano dal vociare dei preparativi della domenica mattina, quando coi genitori, vestito di tutto punto, con il loden verde e i pantaloni di velluto nocciola, andava in chiesa tenendo per mano il fratellino vestito con abiti del tutto identici.
Allora quel ragazzino si specchiava senza un filo di autocompiacimento o di malizia, solo per studiarsi, cercarsi e collocarsi all'interno del mondo. 
Studiava il proprio sguardo, studiava il proprio sorriso che provava a dischiudere in smorfie artificiali, muoveva il proprio ciuffo sulla fronte, sbuffando con le labbra appositamente distorte per far andare il soffio verso al fronte. 
Si chiedeva chi fosse e quale fosse il proprio posto fra gli altri: ed era curioso e ansioso di scoprirlo.
Ora, mentre il sole di giugno entrava dalla finestra illuminando di lato il suo volto di una luce violenta che ne metteva in evidenza una netta metà per lasciare l’altra in penombra, l’uomo pensò a quel viso di bambino, alla vivacità che animava quegli occhi e alla piega ottimista che curvava verso l’alto le labbra allora piene e carnose. Pensò a quel ciuffo biondo.
Dalla Basilica arrivavano le note di un organo, portate dallo scirocco che aveva iniziato a spirare.
L’uomo scosse impercettibilmente il capo, davanti alle prime rughe che affioravano sulla fronte e ai margini degli occhi e pensò a quanta vita aveva dovuto lasciare che gli scorresse addosso: un’esistenza che aveva lasciato, eccome se le aveva lasciate, molte tracce su quella pallida pelle. Piccoli successi e insuccessi brucianti, struggimenti amorosi, dolori profondi come ferite, la paura infantile di perdere gli affetti, quella più adulta di non saper essere all’altezza delle aspettative altrui, le aspettative subite e deluse, i raggiungimenti faticosi; maschere, ruoli non voluti, personaggi obbligati. 
Pensò agli amici che lo avevano abbracciato, alle molte, forse troppe donne con le quali si era accoppiato, a quelle che lo avevano lasciato portandosi via la sua parte migliore; ai misteri che non aveva saputo penetrare, alle gioie per tutta la bellezza inattesa che lo aveva travolto e alle tante, troppe volte in cui si era rimproverato per ciò che era stato incapace di fronteggiare.
E in quel momento si accorse che il percorso che aveva fatto in compagnia del solo sé stesso, era stato complicato, meraviglioso e, soprattutto, lo aveva portato lontano.
Allora provò affetto per quel bambino che era cresciuto in lui, diventando un uomo; e, per la prima volta, il bambino riconobbe l’uomo, ed ebbe un moto di benevolenza per ciò che era.
Si guardò un’ultima volta nello specchio e si chiese cosa avrebbe voluto in quel momento.
Più denaro? No.
Una carriera prestigiosa? Rise e scrollò le spalle.
Una nuova avventura d’amore? Un’altra, no: non era più il momento.
Una cosa avrebbe voluto: avrebbe desiderato avere di nuovo quello sguardo luminoso e vivace, pieno della voglia di scoperta, quello spirito che lo animava da ragazzo quando, privo di lividi e cicatrici viveva ogni giorno nell'attesa che la vita gli offrisse una sorpresa.

venerdì 5 maggio 2017

DOPPIO STRATO


[una soluzione non definitiva]

Nell’immaginario cinematografico e della letteratura di genere, c’è sempre stata una sorta di cesura fra il bene e il male, una netta separazione fra galantuomini e criminali.
Questa separazione si è poi riversata nel sentire comune della società contemporanea desiderosa di rassicurazione; per tale ragione era stato eretto un muro ideale che dividesse i buoni dai cattivi, un po’ come una volta si chiudevano in manicomio i malati di mente (o presunti tali) per separarli dai sani; affinché fosse alimentata la percezione di sicurezza era necessario che i rappresentanti del potere fossero considerati e visti come facenti parte della comunità al di qua del muro, i buoni e gli onesti, all’interno del circolo chiuso del quale facevano parte anche i grandi imprenditori, gli uomini di legge, i politici.
Tale modo schematico di concepire gli individui e i loro comportamenti è stato messo violentemente in discussione dalle vicende di Tangentopoli fino a quelle di Roma Capitale: da quel momento in poi, la relegazione del crimine in una penombra maleodorante popolata da individui impresentabili braccati dalla legge non è stato più un concetto attuale e valido.
Esiste, come spiegato di recente da uno dei magistrati che si occupano dell’inchiesta su mafia Capitale, una Terra di Mezzo nella quale si muovono personaggi-cerniera, che svolgono il compito di mantenere i collegamenti fra criminalità e politica, un legame scellerato finalizzato alla conquista del potere e dell’economia: questi attori hanno il compito di alterare le regole con lo scopo di creare le condizioni essenziali a questa conquista.
Tutto ciò grazie a una fragilità normativa e, soprattutto, a una fragilità etica di grandi porzioni della popolazione, il cui sistema di valori va progressivamente degradandosi.
Doppio Strato è un romanzo noir che narra una vicenda ambientata negli anni 50, quando ancora i due strati della popolazione, quella legale e quella criminale, sembravano nettamente separati; un'epoca, tuttavia nella quale i valori tradizionali stavano per cedere il passo a una serie di modelli deformati dalla sete di denaro e di potere.
Nell’agosto 1954, la città è in balia della mala, mentre una classe imprenditoriale emergente, avida e priva di scrupoli, individua nella ricostruzione del secondo dopoguerra un'enorme opportunità di arricchimento esponenziale. Nel volgere di poche ore i cadaveri di uno sconosciuto e del braccio destro del sottosegretario alla Difesa sono ritrovati in punti diversi della città. Il Commissario Stefano Turati, col cuore e la mente persi dietro a una donna sbagliata, muovendosi in una città che si regge in fragile equilibrio fra un passato che non vuole uscire di scena e un futuro radioso che sembra a portata di mano, si ritrova a esplorare i molteplici livelli di degrado che l'individuo può raggiungere: chi fatalmente attratto dal profitto tanto da perdere di vista lo spirito etico, chi ancora travolto dalla solitudine e dalla mancanza di orizzonti, chi infine preda della libido procurata dal potere e dal suo utilizzo a scopo personale. Sullo sfondo la musica del tango, metafora languida della condizione umana, risuona nelle milonghe di periferia e nella testa del Commissario, eroe scorbutico e malinconico.
Un doppio strato della popolazione, quello legale e quello criminale, così intimamente fusi al punto da generare un doppio Stato, per fare un gioco di parole: ossia quello ufficiale con il proprio apparato di leggi e di procedure, e quello sommerso, non meno potente e sicuramente influente sulla politica, sull'economia e sulla società del nostro Paese.
Una metafora di ciò che é poi realmente accaduto in Italia nei decenni successivi.

Doppio strato, edito da Panda Edizioni, si può acquistare ordinandolo in qualsiasi libreria, oppure on-line direttamente sul sito di Panda [alla sezione "Il nostro catalogo - Narrativa], su IBS.it, su Amazon, o su Mondadoristore.

mercoledì 26 aprile 2017

NESSUN AUTODAFE' *



Il vento che risale il Tamigi è freddo e tagliente, ma il sole intenso di aprile scalda oltre le aspettative. Le nuvole si susseguono rapide mentre sciami di persone, come colonne coordinate di formiche, si muovono sui ponti e lungo l’argine del South Bank.
Su una panchina nei pressi del Globe Theatre, due individui conversano fittamente, con gli occhi strizzati per la luce inconsueta di quel cielo improvvisamente fattosi azzurro azzurro. Dall’atteggiamento, dai sorrisi e dagli sguardi che si rivolgono, sembrano fratello e sorella, più che semplici amici.
Rosaria, occhi scuri e capelli ricci, fuma e scuote il capo, mentre il suo sguardo indugia sul tetto di paglia del teatro di Shakespeare.
- Dobbiamo smetterla con questo cazzo di romanticismo. Maledetto. Maledetto Shakespeare. Avrebbe potuto fare altro nella vita.
- Hm – Stefano si sistema il cappuccio della felpa e spegne il mozzicone con la punta dello scarponcino - Ma tu non eri quella che “alla nostra età l’amore non è più sussulto”?
- Macché: l’amore è sussulto, deve esserlo; sussulto, stordimento, passione. Cuore che batte a tremila.
- Ma se mi incoraggiavi a stare con Alessia, ben sapendo che non mi sconquassava!
- E certo, perché tu vieni da un groviglio di storie, di donne, di situazioni in cui, amando, hai dovuto adattarti all’autodistruzione: ora hai bisogno di casa; di serenità. Di una storia edificante.
- Sì, ma Alessia… - strizza gli occhi, osserva le nuvole.
- ...ciò non significa che tu debba vivere una storia senza passione, senza follia: non ti ho mai detto una cosa del genere. Mi hai detto che Alessia ti prendeva, mentalmente e fisicamente. D'altronde, mi hai anche detto che con Eva era chimica pura...
- Eh no: Alessia proprio non mi ha mai preso. Mai. Ecco perché ero sereno: non ero coinvolto. Valeria, lei sì, mi faceva passare la fame e battere il cuore. Passavo le notti sul divano a suonare lo stesso accordo con la chitarra: la minore, la minore, la minore; e ogni accordo mi sembrava più struggente e mi avvicinava a lei. Eva, anche lei, mi teneva in un perenne stato di eccitazione che mi stordiva. Ma con Alessia, proprio no: zero.
- E allora no. No, eccheccazzo!
- Vedi, la sceneggiata di gelosia che mi ha fatto Alessia quella sera: mi ha irritato pesantemente. Ma se me l’avesse fatta Valeria, avremmo risolto con una risata. Se me l’avesse fatta Eva, ci saremmo accapigliati, e poi avremmo scopato tutta notte. Invece, quando me l’ha fatta Alessia, mi è sembrata una via di uscita per uscire da quel rapporto.
- Ecco: Valeria allora ti ha preso davvero.
- Valeria mi ha ucciso, è diverso. Nel suo essere pavida e piccina, quasi una nullità agli occhi degli altri, mi ha spento – sì: come un elefante abbattuto da un moscerino. Credevo che potesse funzionare.
- Sì, Stefano: però ti ha preso.
- Sì. Era bellissimo stare con lei. Bellissimo.
- Cos’é, di Valeria, che ti ha preso tanto?
- Non lo so. Non c’è una ragione precisa. Ma ero totalizzato da lei.
- Sei un maledetto romantico: devi soffrire, per stare bene in amore. Ti devi distruggere – scuote il capo; si passa una mano nei ricci - Il tuo più grande desiderio e, al contempo, la tua più grande paura: una donna tutta tua. Quelli come noi andrebbero abbattuti.
Stefano annuisce, silenzioso. Cerca nelle tasche della felpa il pacchetto di Lucky Strike, ne prende una, se la rigira fra le dita prima di portarla alle labbra. La accende con difficoltà. Ripensa a quell’euforia che non ha più riprovato.
- Era bellina. Era gentile e mi adorava. Stavamo al telefono un’ora, al mattino, mentre andavamo al lavoro; e un’ora alla sera, rientrando a casa, dopo esserci visti. Veniva da me una sera alla settimana e la mia orrenda casa sembrava il nucleo primordiale, non avevo bisogno di altro. Poi, c’era l’aspetto della sfida: riuscire a strapparla al marito. Una sera, poi, ho perso la pazienza, esasperato dalla continua attesa di una svolta; lei non ha capito che era un altro lato del mio amore, si è spaventata e se ne è andata. E ora mi devasta pensare che ciò che le resta di me sia solo il ricordo di quella sfuriata.
- Siamo coglioni, tutto qui.
- Mi faceva sentire speciale. E mi batteva il cuore. La desideravo e si eccitava se la toccavo.
- Ecco.
- Poi – sbuffa - forse, a volte era vacua e superficiale. I miei amici dicevano che non era al mio livello: ma a me non interessava niente. Per me lei era al mio livello: a me andava bene come era. Aveva tutto ciò che io cerco in una donna.
- Potremmo essere felici, accanto a persone sane. Invece no: cerchiamo lo struggimento.
- Può darsi che tu abbia ragione.
- La sofferenza, che idiozia – Rosaria scuote il capo, contrariata da quei pensieri – ti detesto. Non vedo perché io debba soffrire con te; soffri da solo.
- Lo hai detto anche tu, Rosaria: l’amore è struggimento.
- Vai al diavolo.
- Shakespeare, Battisti, Catullo, Foscolo. Goethe!
- Maledetti. Tutti noi.
- Ma no, maledetti gli altri cretini…
- No, Stefano, sbagli – e gli mette un dito indice quasi sotto al naso – Gli altri vivono bene, nel proprio nulla privo di domande…
- …che si scelgono come si sceglie il prosciutto cotto al supermercato.
- …nel proprio utilitaristico accontentarsi. Fanculo a tutti: fanculo a tutto ciò che per gli altri è reale.
- Idioti, tutti loro.
- Idioti noi, gli eletti – la ragazza si rannicchia sulla panchina. Ha un brivido di freddo. Si infila le mani nelle tasche della giacca di pelle. Il South Bank è animato da mille esistenze differenti. Stefano osserva il passaggio, provando a indovinare le emozioni di ciascuno.
- Dante, Petrarca.
- Yeats, Thoreau, Whitman.
- Buckley. Cohen.
- Maledetti: propongo una bella pira di tutti i testi struggenti scritti da questi sciagurati.
- Sei pazza: dimmi una bella canzone d’amore risolto, realizzato. Coraggio, trovamene una.
- Nessuna: non ce ne sono.
- Nessuna pira: nessun autodafé.
- Ma ci deve essere una via d’uscita: un modo. Un trucco.
- C’è.
- Davvero?
- Si chiama Martini Cocktail.






* Un grazie affettuoso a Maria Rosaria Molliconi che ha contribuito con il proprio ruolo di interlocutrice ideale.